sabato 11 dicembre 2010

Il cane dei morti

Questo è un racconto che ho in mente da un bel pò, ispirato da un sogno di mia figlia .

Il Cane dei morti

Un uomo giovane e un cane stavano camminando, fianco a fianco. Intorno a loro una nebbia fitta, che non procurava alcuna sensazione di umidità o di freddo, impediva di vedere la strada.

L'uomo era poco più di un ragazzo, fra 25 e 30 anni, alto, capelli corti, occhi scuri vivaci, maniche della camicia arrotolate e mani infilate nelle tasche dei pantaloni a vita alta, larghi e tenuti su da una cintura di pelle. Camminava sicuro e si sentiva pieno di forza e felice. Il cane era grosso e nero, a pelo lungo, con una macchia bianca sul petto e delle altre macchie sulle zampe, come un inizio di calzini. Era un cane serio, trotterellava accanto alle gambe del giovane, senza mai allontanarsi, sapeva dove andava, era lui a guidare, ma il giovane non lo sapeva. Il cane aveva un occhio giallo e uno marrone e qualcuno, in un altro tempo, aveva detto che non c'era da fidarsi, i cani con occhi di due colori sono sempre un pò strani, matti. Il giovane si riscosse dalla sensazione di benessere che gli dava il suo corpo e abbassò gli occhi sul cane, il cane, come ad un richiamo, alzò gli occhi su di lui. Non conosceva quel cane. Lo sguardo dell'animale era mite e severo, consapevole. Il ragazzo si sentì rassicurato. Non aveva mai avuto un cane,  non c'erano cani nella sua casa di ragazzo. Mentre concepiva questo pensiero, gli balenarono alla coscienza delle immagini di altri cani, un piccolo elegante terrier, un bracco marrone scuro, muscoloso, che gli camminava accanto e di un altro cane bianco e nocciola . Sembravano immagini di un'altra vita. Si chinò e carezzò il testone e la groppa del cane e riprese a camminare. Il cane, che si chiamava Argo, scodinzolò piano. Mentre procedevano la nebbia cominciò a dissolversi e il giovane si accorse che stavano arrivando in un piccolo prato ingiallito inondato di luce, battuto da un vento caldo e circondato di fiori. Sembrava estate.





Non capiva da dove fossero arrivati, perché non c'era un sentiero alle loro spalle, solo campi terrazzati di olivi, le cui foglie luccicavano e balenavano di riflessi argentati per il sole e il vento. Respirò a fondo e gli parve di sentire l'aria calda nei polmoni. Intanto Argo si era seduto sulle zampe di dietro e osservava una scena che si stava svolgendo lì davanti. Accanto ad un capanno piuttosto malmesso, all'ombra di un arbusto carico di bacche ancora verdi, alcune persone sedute a terra stavano vegliando un altro cane che stava morendo. Tutto questo avveniva nel piccolo prato circondato di fiori, a pochi passi dalla porta di una casa gialla, una vecchia casa ridente dalle persiane verdi spalancate. Le persone sedute a terra erano commosse e affrante e pareva non si fossero accorte della loro presenza. Il giovane era frastornato e stupito, guardò quella gente e il cane, era una femmina vecchia, col pelo marrone molto arruffato e ruvido, magra e con le zampe sottili e lunghe. Non avrebbe saputo dire di che razza fosse, ma mentre la guardava tremare con gli occhi fissi e ormai privi di coscienza che si muovevano seguendo immagini che nessun altro poteva vedere, si sentì inondare dall'angoscia e si trasformò. Ora era anche lui un vecchio curvo, la testa in gran parte calva e gonfia, la pelle gialla, gli occhi privi di coscienza. Si smarrì completamente e si sentì cadere. Il cane nero col naso diede un colpetto alla sua mano, una, due, tre volte ed egli si riprese. Tornò il giovane di prima, ma era smarrito e confuso. Guardò le persone lì davanti, gli sembrava di conoscerle, ma non sapeva come.. una donna, seduta a gambe incrociate, con la mano carezzava la zampa della vecchia cagna e mormorava qualcosa .. lasciati andare, diceva, vedrai, starai bene, lasciati andare.. Le ragazzine accanto a lei piangevano. Dal finestrone della casa uscì un uomo alto e si unì a loro. Il ragazzo guardò la donna e la riconobbe e di nuovo si trasformò. Ora era un pò più grande, spruzzi di bianco sulle tempie, era da tempo laureato e lavorava come insegnante, ma anche come libero professionista, si era sposato e quella era sua figlia. Una bambina con i capelli e gli occhi scuri, occhi che bucano. Quella donna era sua figlia diventata adulta e le ragazzine erano le sue nipoti. La famiglia di sua figlia. Ricordò e si trasformò di nuovo. Ora era vecchio e sentiva il peso dell'età avanzata e molta incertezza dentro di sé. Le bambine avevano giocato spesso in casa sua con la nonna. Si girò improvvisamente: dov'era sua moglie? Perché non era con lui? Di nuovo fu un vecchio semicosciente, angosciato, sofferente e lei al suo capezzale, fredda e stanca. Dalla sua bocca colò della bava e gli si annebbiò la vista. Si sentì cadere. Subito il cane gli toccò la mano col naso, una due tre volte. Ma lui era perso. Stava cadendo dentro sé stesso e riviveva la propria morte. Il cane gli leccò la mano. Lentamente si riprese, era di nuovo giovane e forte, ma ferito. Ora vedeva tutta la sua vita. Rivide il tavolo della cucina dei nonni materni, il nonno che, sparecchiata la tavola, metteva gli occhiali e apriva il librone dell'enciclopedia alla pagina della carta del cielo e gli insegnava le costellazioni: il grande carro, Cassiopea, e la farfalla, o il cacciatore: Orione, col grappolo di stelle alla cintura. Le sue cuginette ascoltavano rapite. Loro avrebbero dimenticato, ma lui no, lui avrebbe avuto tanti libri di astronomia, avrebbe amato l'astronomia fino alla morte. Vide la scuola allievi ufficiali della Farnesina, vide le posate lucide sui tavoli, che aveva imparato a usare lì, alla perfezione; vide il treno che li portava in guerra, i volti sorridenti del compagni, sentì le loro voci e quelle dei soldati tedeschi. Vide la signora tedesca che gli aveva sorriso sul tram ad Amburgo, la camera da letto e le loro conversazioni, vide la donna che avrebbe sposato che fumava e lo guardava senza vederlo, al suo ritorno a casa. Vide come camminava e come parlava e come se ne era innamorato.Vide la camera in cui dormiva a Pisa e si vide cuocere un uovo al tegamino facendo un fuoco sotto la rete del letto. Vide il suo amico Italiano Tiezzi, con cui studiava e divideva l'alloggio. Vide tutta la sua vita come una linea, che diventò un cerchio e poi una sfera, che conteneva tutti gli avvenimenti, tutte le persone che l'avevano amato, toccato, avevano parlato con lui, o solo incrociato per un attimo lo sguardo ... tutto era lui. Faceva parte di lui. Ogni momento della vita in cui lui cambiava impercettibilmente e diventava ragazzo, adulto, poi vecchio, tutto era lui, faceva parte di lui. E lui faceva parte di ogni cosa con cui aveva avuto a che fare e rischiava di perdersi, si perdeva nella pioggia, nei raggi di sole, nel sorriso del suo amico Ezio, nella carezza della sua mamma. Ora appariva come una figura cangiante e luminosa, un giovane uomo forte e debole, lieto e amaro.  Sentì nascere un sorriso e chiese al cane, come se parlasse con se stesso, "Perché mi hai portato qui?" Non pensava mai che il cane gli rispondesse. 
"Non ti ho portato, sei tu che sei venuto." Il giovane buttò indietro la testa e rise:
"Un cane che parla!" Si chinò ad accarezzare il cane, ad arruffargli il pelo. 
"Ci sarà comunque un motivo se siamo qui !"Disse il giovane . "Sono venuto per lei" Disse il cane parlante e si capiva che si riferiva alla vecchia cagna morente: "E' mia madre."
"Quell'altra, e guardò una grande cagna bianca che si avvicinava piano , è mia sorella, e quello, Argo ringhiò sommesso , è mio figlio." Il giovane guardava e sorrideva. Sorrideva alla figlia adulta, al genero, alle nipoti, ai cani e ai gatti che si avvicinavano e si ritiravano in silenzio perché percepivano la presenza della morte. Disse Argo "Sono venuto a prenderla."
"A prenderla?" "Sì, disse Argo, perché io sono il Cane dei Morti, lo sciacallo degli Egiziani, il cane che segue Orione il cacciatore nel cielo, sono io tutti loro e sono anche Argo, che è stato per 11 anni con questa famiglia. Li ho amati come sapevo, moltissimo, sono stato un cane strano, un pò matto, fedele, pieno di gelosia per il mio figlio giovane. Forse per questo sono morto. Poi lei mi ha chiamato..." 
" Tua madre?" 
"No, la ragazzina." La nipotina più piccola , che ora piangeva. 
"Come ti ha potuto chiamare?" Chiese il giovane. 
"In un sogno, mi ha chiamato in un sogno." E raccontò il sogno, e nel sogno c'erano lui, il cane, quella casa, l'oliveto, la famiglia, il nonno.. 
"Dunque ci siamo trovati in un sogno?" 
Il cane rispose: "Un sogno, è il  luogo che ci lega."
Il giovane pensò "Un cane che parla, sogni che chiamano gli dei.." "Ora attento."disse il cane. 
La vecchia cagna, sdraiata a terra scomposta, si scuoteva negli ultimi violenti tremiti e respiri affannosi. Era in agonia da alcune ore. Gli occhi vitrei fissavano il nulla. Poi si fermò. Qualche istante e dalla sua forma inerte si staccò un'ombra. Era lei, ancora indistinta.
Appariva molto giovane, una cucciola. Si alzò sulle quattro zampe, barcollò, fece due passi, cadde, si rialzò, si guardò intorno. Era più visibile, più colorata, più viva. 
"E' così che succede?" Fece il giovane. La cagna si scrollò forte. Poi, come il ragazzo prima, percepì il suo corpo giovane, sano e iniziò una corsa gioiosa, folle, per il prato. Vide Argo, gli si buttò davanti e gli mostrò la pancia, riprese a correre felice. Dalla nebbia che si era riformata e impediva di vedere gli olivi, sbucarono molti cani e gatti, tutti erano venuti a prendere la Lilli, tutti guardavano i componenti della famiglia che si alzavano in piedi, si asciugavano le lacrime, carezzavano il corpo della Lilli un'ultima volta. Il giovane disse "Grazie per avermi condotto fin qui." 
" Di niente" 
" Lei, la Lilli , non parla?" 
" Oh no, disse Argo, non tutti sono il Cane dei Morti, lei è solo un cane." Si guardarono e si avviarono di nuovo nella nebbia, mentre il sole della lunga giornata estiva si abbassava all'orizzonte.



Qualche anno fa , dopo la morte di mio padre e quella del nostro cane Argo, mia figlia Gaia fece un sogno bellissimo in cui comparivamo noi, la casa e il giardino, Argo e il nonno, che era nominato, ma non si vedeva. Quando ce lo raccontò restammo tutti impressionati e commossi. Poi mi capitò di leggere un libro della psicoanalista Marie Louise Von Franz e capii che nel sogno di Gaia era comparso, nella forma del nostro cane morto, un archetipo antichissimo (come tutti gli archetipi), il Cane dei morti, presente fin dall'antico Egitto nella forma del dio con la testa di sciacallo. Era ancora lì, nei primi anni del 2000, nei sogni di una bambina di 12 o 13 anni.

Nessun commento:

Posta un commento