giovedì 7 aprile 2011

Storia di Pavan, indiano del Kashmir.

Nel 1999, in estate, chiusi il negozio di prodotti biologici e con esso una fase della vita. Rimasi un mese senza lavorare, nel corso del quale feci alcune cose che desideravo fare da tempo, poi , non potendo fare un giardino, ma solo un piccolo orto, cominciai a stufarmi e ad essere inseguita dal senso di colpa, o di responsabilità verso la famiglia. Avevo lavorato in negozio per dieci anni, un posto piccolo e protetto, dove conoscevo tutti i clienti e i fornitori; sarei stata capace di lavorare come dipendente, di stare in un ambiente nuovo e sconosciuto? Avevo abbastanza paura, quella che viene a tutti davanti all'ignoto, non l'IGNOTO, ma quello tutto minuscolo, in grado tuttavia di spiazzarti. Per farla breve, andai a chiedere di lavorare per la stagione nella raccolta della frutta, e  invece, dato che avevo già il libretto sanitario, che ora è sostituito dallHACCP, trovai lavoro in un magazzino dove si faceva la selezione della frutta e l'incassettamento. Era un'azienda agricola familiare, per l'estate prendevano personale in più, e fra gli altri  un giovane indiano della zona del Kashmir. Lo chiamavano tutti per cognome, ma un giorno mi disse il suo nome, Pavan. Piccolino, scuro, un corpo giovane, forte, atletico e un sorriso aperto, permaloso da morire . Difficile averci a che fare, era abituato ad essere preso in giro ed offeso e rispondeva male prima di capire cosa volevi da lui. Io mi sentivo lì di passaggio e non mi piacevano affatto certi comportamenti, così incassavo e sopportavo, tentando di far capire a lui, ma anche ad alcuni italiani , che preferivo rapporti migliori, di un'altra qualità. Un giorno la proprietaria dell'azienda, una signora di sessant'anni che era la mamma di tutti 
,  buona e gentile, mi raccontò la storia di Pavan . Arrivato dall'India in Italia dove aveva  dei parenti che lavoravano regolarmente, aveva incontrato alla stazione di Roma, appena sceso dal treno, un uomo, italiano, che gli aveva offerto un lavoro. Ti piace lavorare con i cavalli? Vieni con me , lavoro , vitto e alloggio. Gli sarà parso un miracolo, di arrivare e trovarsi risolto il problema del lavoro, senza doversi rivolgere per un aiuto al  suo parente . Lavoro vitto e alloggio gli aveva promesso e quello fu . Per due anni visse in un maneggio nella campagna di Perugia, accudendo ai cavalli, con i documenti trattenuti dal suo aguzzino, senza paga e senza contratto. Prigioniero. Dopo due anni rubò i propri documenti e riuscì a scappare. Si trovò per la strada di Foiano, vicino ad Arezzo, nella zona di produzione della frutta e andò, casa per casa, a cercare di nuovo lavoro . Il  suo parente viveva ad Arezzo . Trovò lavoro dove poi capitai io, i primi tempi mangiava nel piazzale dell'azienda, dove parcheggiano i camion . Dopo un pò la Giuliana, la mamma di tutti che dicevo prima , disse al marito " Ma quel ragazzo è sempre laggiù che mangia un pezzo di pane? Digli che venga in casa . " Pavan cominciò a mangiare alla tavola della famiglia e imparò meglio l'italiano che pronunciava con inflessione chianina . Riceveva un normale stipendio, gli venivano pagati gli straordinari, che faceva in quantità, suscitando la rabbia dei colleghi, mangiava in casa, aveva un regolare contratto come stagionale e alla fine della stagione fu assunto a tempo indeterminato. Nessuno gli regalava niente, a parte i pasti e l'amicizia sollecita della Giuliana e della famiglia, con i colleghi era spesso in lite , per quello che dicevo prima e per il carattere prepotente, ma se uno della famiglia gli avesse chiesto di buttarsi nel fuoco l'avrebbe fatto . Io lo conobbi in questa fase, avrei potuto essere sua madre e dopo un pò , vedendo che io gliene portavo, cominciò a portarmi rispetto anche lui. La mattina, all'inizio del lavoro, c'era sempre chi scherzava e a me dicevano "Vecchia fruttivendola". Facevo finta di arrabbiarmi. Imparò subito anche lui e diceva "Come va vecchia fruttavendola" storpiando un pò , io chiedevo come andava quel giorno lì in India e si cominciava a lavorare . Una mattina chiamarono me, lui e una ragazza a cui lui faceva il filo senza nessun risultato, anzi facendola arrabbiare molto. Ci chiamò il giovane che conduceva l'azienda e sembrava un pò arrabbiato . Gli altri due pensarono subito che avesse da rimproverargli qualcosa e si ammutolirono . Ci portò davanti a dei beens (non so come si scrive, ma si pronuncia come i fagioli), grossi contenitori pieni di cocomeri e ci disse che bisognava incassettare i cocomeri e farne delle pedane da caricare sul camion per una Coop dei dintorni .Io e la ragazza dovevamo incassettare e Pavan doveva sistemare le casse una sull'altra. Niente di difficile , ma neanche tanto semplice, perchè i cocomeri pesavano da dieci a venti kg l'uno , dovevamo cercare di farli entrare nelle casse, ed erano troppo grossi , e si sarebbero ciombati, quindi andavano tolti e provato un altro cocomero, oppure ce ne entravano due piccoli , in una cassa , e dopo averceli provati si dovevano girare per il verso giusto , con la parte colorata sopra, che anche l'occhio vuole la sua parte. Per Pavan solita musica , se il cocomero sporgeva si sarebbe acciaccato per il peso della cassa messa sopra e si doveva togliere e provarne un altro . Fu un lavoro di tre ore , la mattina d'agosto , al coperto , è vero, ma credo, in quelle  ore, di aver perso un kg per ogni ora di lavoro. Appena finito venne  la sorella del capo, a scusarsi : il direttore della Coop era andato in ferie, il sostituto aveva chiesto i cocomeri in cassetta, che a memoria sua negli ultimi 25 anni non era mai successo, e qualcuno doveva farlo questo lavoro! Io , per me , dissi "Mettiamola così : c'è chi va in palestra a perdere peso, stamani ne ho perso un bel pò e mi pagate per farlo, invece di essere io a pagare, va bene così."  Gli altri due erano abbastanza arrabbiati, il giovane Pavan  soffriva molto per un'ernia del disco e quel lavoro l'aveva martoriato, ma si sarebbe fatto ammazzare pur di non lamentarsi. Però se la prendeva con i colleghi, sembrava di stare in un branco di cani , pronti a mordersi in qualunque momento . Scherzavano, ma appena superato un limite invisibile si rischiava la rissa. Lavorai lì fra tutto forse cinque mesi. Pavan cercava di abbordare le colleghe di lavoro, ma nessuna avrebbe accettato la corte di uno straniero, piccolo, scuro e povero , per quanto prestante . Lui sentiva storie di incontri sessuali e si arrabbiava perchè non gli riusciva di combinare niente. La primavera successiva finì per tornare in India, obbedendo ai genitori che volevano che si sposasse . Aveva tentato di farsi una vita italiana e alla fine cedette alla sua tradizione. Tornò in Italia  e raccontò come si erano svolte le cose . I genitori avevano predisposto una serie di incontri con ragazze e le loro famiglie. Lui con la famiglia si recava nella casa della ragazza dove era stato preparato un buffet : se lui assaggiava del cibo voleva dire che era interessato . Ma lui non assaggiò cibo in tre case, facendo infuriare la madre sua e quelle delle ragazze. Troppo grasse, troppo vecchie, o solo brutte . Di una mi disse che gli sarebbe piaciuta, ma aveva studiato troppo, non si prende una moglie che sa più cose di te, la moglie si deve dominare e se ha studiato non si può più fare .
Alla fine trovò la moglie giusta e si sposò dilapidando i soldini che aveva guadagnato. Ci fu una grande festa e furono scattate molte foto che mostrava, di una ragazza bella perché giovanissima, che gli sedeva in collo.
Disse alla moglie che sarebbe andato in Italia a fare i documenti e tornato dopo un mese a prenderla . Intanto la moglie doveva stare con la suocera. Tornò a prenderla dopo sei mesi , perché si impantanò nelle questioni burocratiche . La portò in Italia, ma lei era dimagrita e non stava bene . Al'ospedale di Arezzo la curarono per molto tempo, aveva la tubercolosi . La teneva chiusa in casa , a preparare il cibo indiano, nient'altro da fare : "Falla uscire, gli dicevo, falla lavorare , si annoia , pensa che vita le imponi!" Non c'era verso di fargli cambiare idea, poteva diventare puttana come le occidentali, salvo me , la Giuliana e la Rosi, che rispettava . Ebbero una bellissima bambina e lui riprese coraggio, si licenziò da operaio agricolo e aprì un piccolo negozio. La moglie intanto non era più bella, a forza di star chiusa e far da mangiare era ingrassata 20 kg. Fece venire la suocera : ormai le notizie mi arrivarono frammentarie e indirette . Impreparato e ingenuo, dovette chiudere il negozio e pare sia scappato dai creditori facendo perdere le tracce, non so nemmeno se sia possibile. Questa è una storia "modello base" di quello che può accadere, e accade, nell'immigrazione . Ho conosciuto Pavan ed altri , spesso le relazioni sono state difficili . Quando sento parlare di immigrazione con razzismo mi arrabbio, quando sento parlare di immigrazione con buonismo mi arrabbio lo stesso . Ho avuto la fortuna /sfortuna di toccare con le mie mani queste realtà e la semplificazione non serve a niente Serve la condivisione, la comprensione, e,  come dice Iulia, la compassione . Buona fortuna Pavan, dovunque tu sia finito.

14 commenti:

  1. Che belli questi racconti.
    Io purtroppo non ho mai avuto il piacere di conoscere un indiano. Anche se ti confesso che ne sarei davvero contenta. Questo perché sono molto interessata alla loro cultura e alla tradizione, specialmente spirituale, al loro modo di vivere e di alimentarsi.
    Pratico yoga da più di un anno e questo mi ha spinto ad approfondire le mie conoscenze su questo grande paese.
    Purtroppo la donna non ha ancora un ruolo di prestigio nella società indiana, ma spero col cuore che le cose miglioreranno. I giovani poi, vanno in sempre maggior percentuale a scuola e questo è un messaggio di grande speranza per questo splendido paese.

    Sai, cara Vitamina, sono davvero molto incuriosita dalla tua esperienza nel negozio di prodotti biologici, se mai ce ne vorrai parlare mi farebbe immenso piacere, in quanto, pian pianino, mi sto avvicinando anch'io ad un modo diverso di vedere l'alimentazione, ma anche la vita in generale.

    un caro abbraccio

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  2. Cara Iulia , da queste persone che emigrano non ti puoi aspettare che tiraccpntino qualcosa della loro religione ,se non i riti del matrimonio , che sono appunto per loro riti , apparentemente svuotati di significato. Quanto al cibo, il mio amico Pavan si adattava perfino al maiale , pur di mangiare i piatti gustosi e sugosi della Giuliana . Credo che per imparare qualcosa di tradizionale sulla cultura indiana si debba andarci e cercare, perchè i giovani sono già
    più occidentali di noi .

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  3. Cara Vitamina, sai, facevo questa riflessione giusto la settimana scorsa, vedendo quattro ragazzi indiani la sera, apparentemente appena usciti dal lavoro. Sapevano un forte odore di alcool. E mangiavano dei panini con la salsiccia.
    Però sai, nella mia ingenuità, voglio sperare che ci sia qualcuno che con orgoglio ed umiltà porti ancora avanti le proprie tradizioni anche qui nel civilizzato occidente. Però a volte ho come l'impressione che noi tendiamo a farci un'idea favolosa dell'oriente (o per lo meno io) e poi quando ci andiamo veramente, veniamo presi a schiaffi in faccia dalla realtà.

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  4. Hai ragione nessuno slogan , nessun buonismo di facciata. Io poi - ne parlavamo con Iulia- non amo la parola tollerenza che mi pare si eserciti da superore a inferiore, preferisco convivenza e compassione.Il tuo racconto è molto vero, molto concreto,soprattutto onesto: è quello che apprezzo di più.
    A presto

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  5. Sai qual è la cosa bella di come ce lo racconti? che tu ti sei messa pari a pari con lui, e con gli altri immigrati di cui ci hai parlato. Hai condiviso la loro realtà, il loro lavoro, è per questo che il tuo racconto ci fa sentire bene tutte le sfaccettature.
    Il problema delle donne degli immigrati è serio. Anche i musulmani, gli egiziani per esempio, trattano così le loro mogli.

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  6. Conoscevo un impresario egiziano che mi aveva ristrutturato la casa. Sua moglie, laureata, stava a casa a sfornare figli e cibo. Lui da anni le diceva che l'avrebbe portata alla Mecca. Poi invece alla Mecca c'è andato da solo, lei è rimasta a casa a badare ai figli. Un giorno le è successo un incidente: si è rovesciata una tegliata d'olio bollente su una gamba. Quando lui è tornato dalla Mecca l'ha trovata così, sofferente, tosta come sempre (mi diceva: quello che mi piace di mia moglie è che è sempre tranquilla, qualsiasi cosa accada). Secondo me quella padellata d'olio era stata la sua vendetta.

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  7. Racconto la storia come l'ho vissuta, sono stata un'operaia agricola per un periodo , che si arrabbiava perchè l'indiano faceva straordinari continuamente togliendo ai colleghi il diritto di dire no, ma nello stesso tempo capivo i motivi dell'indiano . Se non ci stai dentro , alle situazioni , non capisci un granchè. Mi fanno un pò rabbia quelli che pontificano dall'alto di posizioni protette , è facile solidarizzare con gli extracomunitari quando li guardi dall'alto e non sei in nulla minacciato dalla loro presenza e dai loro comportamenti. E' difficile e possibile lavorare con loro per una vera integrazione quando sei alla pari, ti msuri su cose reali e non fai solo demagogia.

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  8. La padellata d'olio bollente è , interpretazione mia , una autopunizione, avrà mentalmente mandato il marito in quel posto e si è subito punita . Gabbie mentali , ne ho viste anche qui, anche io quando penso una cosa che disapprovo , cioè che disapprova il mio giudice interiore , mi faccio subito male.

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  9. Sì, diciamo che aveva preso due piccioni con una fava, si era autopunita ma aveva anche fatto sentire in colpa lui, che era andato a fare una cosa importante, una delle poche consentite anche alle donne, e l'aveva lasciata sola.

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  10. Invece, a proposito del maiale, se il tuo amico indiano era indù la "carne proibita" per lui non è quella, ma il manzo.

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  11. ho avuto gli stessi problemi lavorando a 40 chilometri da casa (cambia il dialetto). Non ho dovuto assaggiare pasticcini ma quella non è immigrazione, è solo un'altra usanza. C'è chi apre un negozio al taglio e chi apre una sala operatoria al taglio e anche quella non è immigrazione e solo capacità di creare valore dove non c'è. Per esempio Don Verzè ha fatto il gran San Raffaele, era convinto che con uno sponsor come Dio potesse essere onnipotente anche lui.
    Oggi ha 900 milioni di debiti in Euro terrestri, di nome non fa Pavan ma Luigi, può sempre scappare (adesso i creditori lo pressano) in Brasile dove tutti lo conoscono (come agricoltore, ha, pare, piantagioni di mango).
    Occorre cultura per fare le cose.
    Se una donna sa più di te ti domina se tu sai più del mercato lo domini...

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  12. Piace anche a me, come a Grazia, il modo in cui hai raccontato questa storia: con onestà, senza abbllimenti, senza morale, senza fare di Pavan una figura patetica o una vittima del razzismo, ma un essere umano, con le sue luci e le sue ombre.

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  13. Pavan secondo me adesso lavora in qualche stalla dalle mie parti, la gli indiani vanno forte, parlano alle vacche loro. La moglie potrebbe essere all'ambulatorio del medico di paese. Le donne ingrassano le donne mangiano un sacco di pasticcini una volta qui. Il diabete è aumentato molto con gli immigrati. Mangiano dolce per farsi piacere una vita lontano da casa,

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  14. delle volte mangio Nutella anch'io, anche se il nocciolato Novi fondente (per me) è il massimo.

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