martedì 29 luglio 2014

Il porcino

Eravamo in montagna da un paio di giorni. Un giorno era piovuto e  avevamo tentato di andare a visitare il museo geologico di Predazzo, che era chiuso, di visitare ugualmente un negozio di stufe in ceramica, chiuso anche quello, di individuare una fabbrica di case in legno, vista durante il viaggio di andata e mai ritrovata... Il giorno che era piovuto era da dimenticare. Quello dopo, però, fin dal mattino presto si era presentato attraente. Il cielo era terso, questa bella parola in disuso che mi fa venire in mente un lenzuolo pulito di bucato sbattuto forte al sole. C'era solo qualche nuvola candida che correva nell'azzurro. Avevamo lasciato l'auto all'inizio di un largo sentiero, una carrabile chiusa da una sbarra, che serve ai residenti per il trasporto della legna. All'inizio della strada un palo con una serie di piccoli cartelli che indicavano tante direzioni: il forte Dossaccio, la malga Bocche, il lago Bocche e altre più lontane... i cartelli hanno sempre, per me che devo incamminarmi, il fascino delle nuove possibilità e mi fanno venire una punta di eccitazione in fondo alla spina dorsale. Che ci sarà di là? E di là? E come sarà il lago? Sapevo bene che dopo un pò quell'eccitazione si sarebbe trasformata in un'altra cosa, fatica e un inizio di noia, e la voglia di tornare indietro, o fermarsi... nel cammino c'è sempre quel momento, almeno per me, e sapevo che l'avrei superato, o ci avrei provato. Ci incamminammo e l'aria era fresca  e  perfino fredda e il bosco intorno verdissimo e quasi indifferente a noi che procedevamo lenti, per evitare di avere subito il fiatone. Solo le cornacchie, in alto, avvisavano che stavamo passando: umani sulla via!
Mi pareva di nutrirmi attraverso il naso e gli occhi: odori di bosco umido e alberi dritti, così dritti che vederne solo uno storto dava la sensazione di infermità. Mi fermavo spesso: al margine della strada un fiore aveva attirato la mia attenzione. Erano fiori già incontrati tanti anni prima e rivederli era rivedere un amico: un cespo piccolino di Pinguicola. Il nome, ritrovato nel ripostiglio della memoria, saliva da solo alle labbra e lo pronunciavo ad alta voce, poi più piano, per non irritare mio marito. Non voglio fare la maestrina. Pinguicola: piantina delle zone umide, una piccola gola colorata, petali blu/viola... cattura gli insetti.. non ricordavo più se era il fiore o la foglia a farlo...
Avanti sulla strada. Una pigna quasi blu. E rotonda. Non è di abete! Da dove è caduta? Alzai gli occhi e vidi fra i pecci un pino cembro. La pigna era sua. Che profumo! 
La misi, incartata, nello zaino. Forse era vietato anche quello, come era vietato raccogliere funghi, sciogliere i cani, disturbare i selvatici, accendere fuochi... tanti divieti, ma li capivo, era come camminare in un santuario, anche se si trattava di un bosco ceduo. Ma come si fa a non portarsi via qualcosina? Ora c'era una pianta di trollio: trollius europaeus, una specie di grande ranuncolo giallo con molti petali avvolti uno sull'altro, una palla carnosa e fresca. Che meraviglia! La stessa provata a 15, 16 e 17 anni, le prime volte che salivo in montagna.
Mauro mi chiamò, era salito al margine della strada e c'era qualcosa: un porcino! Un porcino enorme, del diametro di almeno 20 centimetri, cappella circolare, rotonda, lucida e intatta, gambo carnoso e perfetto!
Mauro, che è un cercatore di funghi molto bravo, scostò i rami tagliati di abete e trovò altri tre fungoni, di cui uno già mezzo marcio.
L'entusiasmo si espresse sottovoce, perché poco lontano, al tornante precedente, c'era un uomo che puliva intorno agli abeti. 
"Erano anni che non vedevo un porcino nel bosco, e questo è enorme!"Dissi io, che tutto trovo meno che funghi.
"Risotto per almeno dieci persone!" 
"E fritto come sarebbe?"
"Lo prendiamo?"
"E' proibito! Se ci trovano!!"
"Sì, poi dobbiamo ancora camminare tanto e nello zaino si sciuperebbe..non lo prendiamo, ma ricordiamoci il posto.." 
Mauro mise un segno di riconoscimento e si guardò intorno, alcuni alberi erano segnati di vernice rossa. Forse significava che dovevano essere abbattuti. "Questo posto lo ritroviamo di sicuro. Poi decideremo.." Fra gli abeti corse via una lepre. Mauro disse: "Una lepre variabile! Porta bene, una lepre!" Era la seconda che incontravamo dall'arrivo in Val di Fiemme.
Camminammo ancora a lungo,  sempre da soli, la strada saliva in tornanti che però non ci stancavano, con tutte le cose belle da guardare, finché arrivammo ad un pianoro, con un ponticello su un piccolo torrente, dove c'era una famiglia, babbo mamma e due bambini piccoli. Sorridevano, i bambini erano stanchi di camminare. A noi parve di vedere la nostra famiglia tanti anni prima. 
Il panorama si allargò all'improvviso e verso est apparvero le Pale di San Martino. Ah! Ora camminare era lieve, bastava agganciarsi alla visione e si era trascinati da quella. 
La malga era vicina, Mauro fece tante foto e io guardai soltanto. Puoi fare tutte le foto del mondo, ma bisogna esserci. Patrimonio mondiale dell'Umanità. Questa visione è Patrimonio mondiale dell'Umanità. Ci deve essere del buono negli uomini per dichiarare una cosa immateriale, un panorama, un'immagine, patrimonio mondiale dell'Umanità. Significa che se si perdesse si perderebbe una cosa preziosissima. E poi immateriale? Certo, immateriale è l'immagine sulla retina dell'occhio, ma materialissima è questa terra, e tutta la storia di migliaia di anni di pascolo, lavoro, frequentazioni e salite in quota... è natura fortemente antropizzata! Mi tornavano in mente certe parole di Reinhold Messner, quando diceva che il territorio alpino era il risultato del lavoro dei contadini/allevatori sommato alla natura. Noi siamo natura. Ero commossa, per i pensieri, per la bellezza e l'armonia del contrasto fra i pascoli e le alte vette rocciose.
In basso una mandria di mucche scampanellava forte. Due vitelli giovani: uno fermo e l'altro che gli correva incontro, non si capiva se era festoso o aggressivo. Frenò prima dello scontro, e cominciarono a giocare dandosi delle testate affettuose. Animali liberi e felici. 
Decidemmo di procedere ancora un pò verso il lago Bocche, anche se in quella direzione il cielo era grigio cupo. Era diverso da qualche anno prima, quando ci sentivamo obbligati a raggiungere la meta. Possiamo anche tornare indietro, ci dicemmo, e  così andammo avanti. Il paesaggio ora cambiava del tutto. Il bosco fittissimo di abeti si diradava, comparivano larici e pini cembri, poi c'erano solo loro, molto più distanti uno dall'altro, e in mezzo una radura attraversata da un piccolo torrente che si divideva in tanti rivoli: un prato bagnato di alta montagna. Poco dopo, quando il sentiero ricominciava a salire, le radure erano ricche di felci, rododendri fioriti e massi erratici, si chiamano così le grandi rocce trascinate a valle dai ghiacciai. Il giardino di Dio, pensai io, che giardiniere ispirato! Una cornacchia ci precedeva e annunciava il nostro passaggio. Ogni tanto Mauro le faceva il verso e le gridava di stare zitta. Camminammo ancora fino ad una capanna segnata sulla cartina, ma il cielo era veramente scuro e minacciava pioggia, decidemmo di tornare indietro. 
Ci si fermò a mangiare alla malga, davanti alle Pale di San Martino velate o coperte da nubi rapide che ne nascondevano solo delle parti. Se fosse la camminata o il panorama non so, ma la polenta calda con i funghi e la tosella era buona almeno il doppio di quanto mi sarei aspettata!
Dovevamo tornare a valle. Scendemmo per la strada di prima e quando pensavamo di essere vicini al Fungone cominciammo a guardar bene sul lato della via.  Non ci era uscito di mente. 
"Non lo possiamo prendere." 
"No- dissi io- ma almeno rivederlo..."
Non c'erano più nemmeno gli abeti segnati di rosso.  Li avevano già abbattuti e portati via. Mi sembrava di essere Pollicino quando aveva lasciato le briciole di pane per ritrovare la via: qualcuno le aveva mangiate tutte. Pazienza! Mauro però non si arrendeva: tornò indietro e cercò come un segugio, alla fine trovò il posto dove, dei fungoni, restava solo un pezzo di gambo.
"Li ha presi quello della legna.."

"Forse ci ha sentito esclamare.."
"Ma l'abbiamo fatto sottovoce..."
Ora ridevamo.  Anche i ligi trentini trasgredivano! Il fungone, anche se non l'avevamo preso, aveva portato allegria. Mi sembrava di essere ricca: di aria buona, di visioni bellissime, di pensieri, di un fungo che neanche potevo mangiare!

2 commenti:

  1. Bello questo racconto, come tutti del resto.
    ADORO i porcini. Qui, nel bosco vicino a casa mia, se ne trovano alcuni. Io conosco i posti e quando sarà stagione (ma forse già adesso) andrò a cercarli.
    Un abbraccio
    Francesca

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  2. Raccontata da te ogni storia prende vita. E ora in quel bosco col fungo porcino mi pare di esserci stata anch'io!

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