venerdì 13 febbraio 2015

Un secchio d'aria

 Oggi mi è tornato in mente un racconto di fantascienza che si intitola "Un secchio d'aria", di Fritz Leiber. Letto da bambina mi aveva veramente affascinato.Ve lo racconto come me lo ricordo, considerando che questa volta meno che altre volte si tratta di una recensione, ma solo di ciò che mi rimane di "utile", da questa narrazione, a distanza di tantissimi anni. 
Immaginate che il pianeta Terra, per il passaggio di un astro oscuro nel sistema solare, sia stato trascinato oltre l'orbita di Plutone e si sia raffreddato così tanto che i gas che compongono l'atmosfera si sono solidificati e sono precipitati in strati distinti sulla superficie. La famiglia di uno scienziato composta di padre, madre e due bambini si è salvata e si è creata un rifugio in profondità sotto il ghiaccio, dove si scaldano tenendo un fuoco sempre acceso. Hanno una radio e cercano di trovare un contatto con altri eventuali superstiti. Intanto sopravvivono e il racconto ha per protagonista il bambino che descrive la propria vita di ogni giorno in un mondo completamente mutato in cui mancano cose essenziali di cui forse non riusciremmo a fare a meno, tipo la luce del sole e uno spazio privato, ma l'aria non manca, perché si può andare per lunghi cunicoli fino quasi alla superficie a raccoglierne un secchio, che si scioglierà nell'ambiente tiepido del rifugio. Un secchio di ossigeno solido per sopravvivere. Un'immagine scioccante e pure piena di vita e di speranza...
Il tema sembra opprimente e angosciante, ma il racconto non lo è, intanto perché finisce bene: la famiglia trova, o meglio  viene trovata, dagli abitanti della città di Los Alamos, dove i superstiti della immane catastrofe hanno rifondato la città avvalendosi dell'energia atomica.  Possono così cominciare una nuova vita. Tutta la storia viene raccontata dal bambino come una storia d'amore per la vita difficilissima che gli è toccata in sorte. Tanto che alla fine gli riuscirà penoso lasciare il rifugio, che resterà comunque aperto come una specie di museo testimonianza per il futuro. 
Quando ero ragazzina mi piaceva l'idea di quella vita estrema, quasi un campeggio obbligato in un luogo molto ostile. Ai bambini piacciono le difficoltà quando ci sono le figure rassicuranti del babbo e della mamma a risolvere le cose per loro. Una vita dura si può affrontare se ci sono buone guide e affetti sicuri.
Il babbo è uno scienziato e il sapere, in un posto così difficile, non è solo utile, ma indispensabile. 
Non c'è più quasi nulla sulla Terra che somigli a ciò che esisteva prima: restano solo la conoscenza, il metodo, e la famiglia, e per questo non si perde la speranza. 

In questi tempi di crisi tutte le cose diventano più difficili: per qualcuno moltissimo più difficili, per altri non tanto, anche solo un pò. Per noi che abbiamo "una certa età" queste difficoltà non sono intollerabili; nella nostra gioventù, benché fossero gli anni dell'abbondanza, abbiamo vissuto in un modo più semplice e spartano, i nostri divertimenti erano poco costosi, ricordo le camminate, la domenica, per arrivare fino alla nostra casa di campagna, che era ancora da ristrutturare: accendevamo il camino, cuocevamo le salsicce alla griglia, ben vestiti perché il camino scaldava solo la parte esposta...ci divertivamo tanto con poco! Oggi mi pare che si faccia fatica perfino a divertirsi, e tanti ricorrono agli stimoli artificiali...ma divertirsi per molti è l'ultimo dei pensieri, in una vita in cui a volte è difficile perfino procurarsi il cibo o scaldarsi.
 Da qui in poi rischio di scrivere un monte di banalità: invito a leggere "Un secchio d'aria", sull'essenziale e sulla speranza.



3 commenti:

  1. Mi hai fatto ricordare un libro piccino picciò che lessi parecchi anni fa, si intitola " Due donne" e se riesco a trovarlo nel caos disumano delle librerie di casa, ti darò autore, edizione ecc. ecc., perchè vale la pena leggerlo. E' la storia di due anziane donne innuit che, in un freddo inverno, vengono abbandonate dalla loro tribù, non per crudeltà, ma perchè, data la mancanza di cibo, si ritiene opportuno " sacrificare" loro a favore dei giovani e dei bambini. Le due anziane, mettendo a frutto la saggezza e l'esperienza di un'intera vita, non solo sopravvivono ma riescono ad aiutare l'intera tribù.
    grazie, come sempre, per gli spunti che ci offri Emanuela

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  2. Mi ricorda " Paese dalle ombre lunghe". Grazie a te.

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  3. È un'ingiustizia dover affrontare gli anni della vecchiaia con una prospettiva di sacrifici e difficoltà. Dopo una vita di lavoro ognuno dovrebbe aver diritto a un minimo di serenità e tranquillità.

    Ciao Lorenza!

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