giovedì 17 settembre 2015

Mangiare un'idea, la giornata del grano monococco al Bagnoro

La notizia: sabato 19 settembre 2015, ore 16,30, locali della Proloco del Bagnoro, Arezzo, ci sarà una GIORNATA dedicata al grano MONOCOCCO:
 Archeologia e potere nutritivo di un grano antico.
Saranno presenti:
Gian Piero Laurenzi (centro studi sul Quaternario ONLUS Sansepolcro) che parlerà di archeologia e diffusione del grano monococco: l'alimentazione di una piccola comunità dell'Alta Valtiberina nell'età del bronzo.

Cinzia Rocca (vicepresidente confederazione italiana agricoltori di Lodi) che parlerà delle caratteristiche e proprietà nutrizionali del monococco, da cui si ricavano gli stessi prodotti che si ricavano dal grano comune: farine, pasta, pane, dolci e birra.

Ci sarà un laboratorio di cucina per preparare alcuni cibi col grano monococco e la possibilità di assaggiare con prenotazione e una spesa di 12 euro, telefonando prima a Giovanni Nocentini 3282587049

Da dove comincia questa storia? Ci sono molti possibili inizi...Se ci riferiamo alla linea temporale potremmo iniziare da alcuni millenni fa, quando ancora i luoghi non avevano nomi, o nessuno li sapeva scrivere, da un fuoco acceso sulla riva di un piccolo corso d'acqua, e da un gruppo di persone molto diverse da noi, ma già homo sapiens sapiens, capaci di cucinare i propri cibi. Stanno proprio cucinando, mentre noi li osserviamo, ma è una visione di un attimo.

Arrotoliamo il tempo molto velocemente, e questo è un altro inizio: ora siamo nello stesso luogo, solo qualche anno prima del presente, e il luogo ora ha un nome, precisamente "Gorgo del ciliegio", sulla riva del torrente Afra, nei pressi della città di Sansepolcro. E' tutto cambiato: il torrente, nel corso dei secoli, si è scavato l'alveo più in basso e il posto dell'accampamento preistorico è rimasto in alto rispetto alla riva scoscesa. C'è un altro gruppo di persone, che questa volta scava pazientemente per cercare le tracce di quell'antichissima comunità e trova il focolare, e perfino dei resti di cibo carbonizzato. Fra quegli alimenti ci sono frutti di corniolo, favino selvatico e semi di un cereale antenato non solo del grano, ma perfino del farro. 
Il farro è molto antico, è  dal suo nome che deriva la parola "farina", era presente nel primo corpo di leggi scritte e non scritte dei Romani, nel rito della confarreatio... Questo grano antichissimo, più antico del farro, è in effetti il primo ad essere stato coltivato dagli uomini, in molte zone del mondo; si chiama triticum monococcum e in certi luoghi, sul pianeta, è ancora in uso, in alcune zone dell'Africa e perfino sulle montagne della Provenza. I ricercatori del centro studi sul quaternario di Sansepolcro sono degli appassionati, e studiano i componenti riconoscibili della dieta di quei lontanissimi progenitori: propongono ad una signora che vive con la famiglia nella foresteria di un convento di cucinare una zuppa preistorica, con gli ingredienti ritrovati. Sarà buona quella zuppa, la zuppa del "Gorgo del ciliegio", che è il luogo del ritrovamento?  
La signora si  impegna, e cucina la zuppa preistorica, e la cosa ha un notevole successo. Quella signora è la nostra amica Margherita, e per questo, quando Giovanni mi racconta la storia, o le storie che convergono sul monococco, comincio ad emozionarmi. Mi emoziono anche perché il luogo del piccolo insediamento preistorico è un posto bellissimo lungo il torrente Afra, dove siamo stati nell'estate del 2014 con nostra figlia, una giornata che ricordo anche quella con grande emozione.
Il grano monococco è uno dei primi semi addomesticati dall'uomo: era presente nello stomaco della mummia dell'uomo di Similaun, risalente a 3350 anni prima di Cristo, per esempio. Ha caratteristiche nutritive del tutto speciali: basso contenuto di glutine, ricchezza di vitamine e sali minerali, che lo rendono adatto alle persone intolleranti al glutine e alla prevenzione dei tumori, soprattutto al seno e alla prostata. 
La sua coltivazione fu abbandonata intorno al mille avanti Cristo a favore del farro, più produttivo, che fu poi a sua volta sostituito dal grano tenero e duro. Immagino che, per le sue caratteristiche, sia particolarmente adatto alla coltivazione biologica.

Molti anni fa io ho avuto un negozio di alimenti bio e ricordo ancora la riscoperta del farro, proposto come  un cibo antico, ricco di storia, ma anche di un'energia che ormai i cereali moderni, di cui si privilegia la produttività, hanno perduto. Questo grano monococco viene proprio dai primordi dell'umanità...Il mio amico Giovanni Nocentini è venuto a trovarmi nel posto dove lavoro per portarmi la locandina dell'iniziativa di sabato 19 e lì per lì ho avuto una sensazione di rifiuto, anche perché da qualche mese, per via dell'EXPO,  siamo invasi da messaggi sul cibo. Poi ho ripensato che Giovanni ha coltivato un piccolo campo di monococco e ci ha fatto il pane, dei dolci, la pasta....Quando avevamo il negozio c'era gente che si congratulava, ci diceva "bene, bravi, ci voleva proprio un negozio così", ma non compravano niente. Condividere un'idea non serve a niente, se non si pratica, se non ci si mette in gioco, se non si coltiva , non si vende o non si compra.
Mi è tornata in mente una canzone di Giorgio Gaber: "Un'idea, un concetto, un'idea, finché resta un'idea, è soltanto un'astrazione, se potessi mangiare un'idea, avrei fatto la mia rivoluzione".
Perciò, per chi è interessato alle poche pratiche rivoluzionarie e pacifiche ancora praticabili, sabato ci sarà questa giornata del monococco. Io non potrò esserci, perché lavoro, ma presto assaggerò il monococco , perché Giovanni si è impegnato a portarmi un pò di farina, per cominciare.

venerdì 4 settembre 2015

le cascate del Saent

Sono andata a fare un pò di compagnia ad una cara, carissima amica, che si trova in ospedale ed ha addosso talmente tanti buchi e fili che non sa più come dormire. Uno attaccato su un lato del collo, uno per ciascun braccio, uno in un fianco, l'ossigeno nel naso. Trovare una posizione per dormire diventa una faccenda seria. Ho detto che, in questi casi, sarebbe bello avere un dispositivo antigravità di quelli dei racconti di fantascienza, dove stai disteso su un materasso di energia che non si vede, che ti tiene su senza alcun attrito e senza dover neanche pensare ai fili. 
"Il mare."Ha detto lei con espressione sognante. "Per me questo dispositivo antigravità è il mare. Lo sogno: ascoltarlo, odorarlo, e poi entrarci e sentirmi sostenuta e sospesa... L'ho chiesto a mio marito, perché non andiamo a vivere al mare...non mi ha detto che ero matta, tutta legata e piena di fili come sono, mi ha guardato con tanta...non so.. forse pietà, forse amore.."
Il mare è nei desideri della mia cara amica, in questa delicata situazione che sta attraversando, e nei desideri di molti, che in questa caldissima estate 2015 sono tornati numerosi in vacanza sulle spiagge. Togliendo tutti gli orpelli è l'acqua la principale attrazione. Si contrappone il mare alla montagna e la differenza è evidente a tutti: ma anche in montagna c'è Acqua. 



Acqua all'Inizio, acqua discesa dal cielo, ieri o molti anni fa e tornata nella sua forma solida di ghiaccio, l'acqua è presente quasi solo come ghiaccio, fuori dal nostro pianeta; è il ghiaccio a resettare e pulire, l'acqua di ghiacciaio torna pura, completamente insapore e anzi leggermente amara al gusto,





acqua bambina, che salta e rumoreggia fra le rocce e quando è in quantità sufficiente forma non solo rivoli e ruscelli ma torrenti e cascate, come questa del Saent, che è stata la meta del primo giorno di vacanza in Trentino. In albergo, l'hotel Arcangelo di Pellizzano, la Monica ci aveva dato, con le chiavi della camera, un pacchetto di carte: "C'è da studiare!" aveva detto, e infatti c'erano tutte le iniziative, cose da vedere e da fare, anche troppe, nella nostra settimana di vacanza e subito, la mattina dopo, c'era quest'escursione alle cascate con la guida. 
Una guida! Mai avuta, noi, una guida! Solo cartine, che mi piacciono tanto, perché io sono come una talpa, anzi peggio, non ho proprio la capacità di orientarmi e la cartina è un supporto essenziale, poi mi fa immaginare... Vale la pena andare alle cascate?
Direi di sì, ci ha risposto la signora dell'hotel: pensate che sono state scelte come immagine simbolo della Val di Sole. 
Così siamo andati e io non ricordo quasi niente della Cascate, lo confesso, perché ero presa dai compagni di escursione, soprattutto una deliziosa famiglia di Roma, babbo mamma, Alex e Cinzia, e due ragazzine, anzi una ragazza, la Federica, e una bambina, la Marta, e da Roberto, la guida, e da altre persone, di Modena, di Orvieto. Sapete già come mi interessi la gente. E' stato molto più che piacevole camminare e conoscere persone nuove facendo fatica (parecchia?) insieme, che è sempre il modo migliore di fare conoscenza. Conoscersi in montagna o al mare è diverso, al mare la gente, anche se espone la maggior parte del corpo, nasconde moltissimo di sé, in montagna, molto più vestiti, quando abbiamo fatto fatica per un paio d'ore siamo  più disposti, o obbligati,





 a mostrarci come siamo per davvero. E' solo una mia opinione? Se andate in Val di Sole, andate anche in Val di Rabbi, dove il torrente Rabies, proprio all'inizio, forma le cascate del Saent. Oltre tutto la Val di Rabbi è bellissima, intatta, quasi niente turismo. Arrivati alla malga che potete vedere nella foto Roberto ci ha invitato a fare una cosa che di solito non si fa, per imbarazzo o per qualche altro motivo: sguazzare a piedi nudi nel torrente. Non si fa anche perché il primo impatto è difficile: l'acqua è veramente molto fredda, e il fondo di sassi fa un pò male ai piedi, ma dopo poco eravamo tutti,  compresa la prof di latino di Orvieto, con i piedi a mollo nell'acqua ghiacciata e un sorriso un pò stupido in faccia. Un sorriso rapito di felicità. Evviva Roberto, che ci ha regalato anche la parte, come dire, "fisica", dell'esperienza!

Eravamo saliti come un gruppo di estranei, provenienti da diverse parti d'Italia, e siamo ridiscesi che eravamo già amici. Ma devo dire che ha ragione Mauro Corona, in montagna bisogna andarci quasi da soli, se si vuole che la  montagna ci parli, perché veramente le cascate del Saent quasi non me le ricordo e ci dovrò tornare. per fortuna che Mauro ha fatto le foto.