giovedì 8 settembre 2016

2: la mia amica Fiorella Iori, ovvero, la ragazza di Cecina che andò a vivere a Milano

 Alberto, in un commento al post precedente, dice che è sorpreso per quello che mi ricordo. Alla notizia della scomparsa della mia amica, mi sono messa a raccogliere tutto quello che avevamo vissuto insieme. E' il tentativo di trattenere, quando una persona si allontana. E così saltano fuori, con i ricordi, infinitesimi dettagli.

La vacanza a Cogne continuò con gli arcobaleni della cascate di Lillaz e certe storie del dopocena in cui la Fiorella raccontava che Enrico non poteva dormire in un letto che non fosse ben rifatto e capitava che si svegliasse di notte e svegliasse anche lei per aiutarlo a stendere bene lenzuola e coperte: "Tira Fiorella, tira!" Noi si rideva come matti e anche Enrico rideva. Quando rifaccio il letto ogni volta, anche se sono sola, dico "Tira Fiorella, tira!"
Enrico era un giovane uomo alto e dinoccolato che quando cominciava a ridere era difficile riuscisse a fermarsi. Per questa allegria congenita e l'accento toscano aveva a Milano un notevole successo. Ai milanesi pareva che bastasse sentire un toscano aprir bocca per ridere. Una sera eravamo a cena da dei loro amici, c'era anche Enzo, che aveva frequentato l'Accademia con la Fiorella. Questa coppia di Milano ci aveva invitato tutti per il compleanno di Enrico. Era una coppia di Milano molto per modo di dire: lei forse marchigiana e lui, mi pare, valdostano. Lei piccola e tondina,  potevi vedere la casalinga materna e accogliente  che sarebbe presto diventata. Lui alto e ossuto, esponente tipico delle popolazioni di montagna; un bel ragazzo con una lunga faccia che cambiava poco espressione e somigliava a John Travolta della febbre del sabato sera, ma se gli immaginavi un cappellino in testa, somigliava anche ad uno di quei ciclisti che nelle interviste televisive dicevano "Ciao mamma..."
Lei si era tanto impegnata: per far festa ad Enrico aveva cucinato una specie di sformato con una verdura di stagione, che aveva un bellissimo aspetto gratinato e croccantino; ma quando infilò il coltello per tagliare emerse il liquido di cottura delle verdure, che per inesperienza non aveva scolato abbastanza. La crosta croccante fu sommersa da un brodino grigiastro. Lei impallidì e fece una faccia tale che Enrico, come colpito al cuore, cominciò a ridere, piano piano e poi senza riuscire a fermarsi; era seduto, se fosse stato in piedi sarebbe caduto dal ridere. Enzo, a vedere lui che rideva, non resistette mezzo secondo e cominciò a ridere anche lui. Lei  rimase per qualche attimo sconcertata, poi, poverina, si mise a piangere. Così c'era una persona che piangeva a dirotto, due che ridevano come matte e tre che erano molto imbarazzate e non sapevano bene che fare, a me e alla Fiorella ci si storceva la faccia per non ridere, ma eravamo anche in pena per la povera figliola. Finì bene, le lacrime asciugate, sia quelle vere che quelle dal ridere, e lo sformato mangiato.

La casa della Fiorella e di Enrico era una casa delle novità, anche considerando quella vicina all'ospedale di Niguarda, che era proprio piccola. Era CASA, piena di cose interessanti, ogni volta che ci andavo c'era una cosa nuova, una tenda ricavata da un mezzero indiano, certe ciotoline vietnamite per il tè, lavori della Fiorella iniziati da guardare e discutere, cibi nuovi da assaggiare...casa. Conosco persone che vivono in case totalmente anonime, quelle della Fiorella erano piene di lei, e di Enrico, calde e ricche di personalità, stimolanti. Rivedo Enrico che, con tutte le sue forze, cerca di spremere della pasta frolla cruda attraverso una siringa per fare dei biscotti. Una gran fatica, ma dopo li mangiammo per colazione. Erano biscottini bicolori dalla forma a rosetta che si ottiene appunto passando la pasta per una particolare bocchetta. L'aggeggio tipo "sac à poche" rimase nel mio immaginario per tanto tempo. Riconosco ora quanto è stata importante la loro amicizia per la mia formazione, non per gli aggeggi insoliti, ma per la curiosità, la sperimentazione, per il gusto di scoprire ogni genere di cose nuove, dal cibo in poi. A Milano c'era sempre qualcosa di bello da fare. Quando la nostra prima bambina aveva sette mesi ci portammo anche lei. Scendemmo dal treno alla stazione con lei nel marsupio e fece una cosa strana: si agitò e gridò eccitata e felice. Chissà che le era preso: c'è da pensare che certe attitudini si manifestino presto, lei è sempre stata una gran girellona e anche ora è a Glasgow. Le stazioni doveva trovarle eccitanti già allora.
In quei giorni andammo al centro Botanico che era in Via dell'Orso. Per me era una specie di pellegrinaggio: era uscito quell'anno il primo numero di Gardenia (per chi non lo sa è una rivista di giardinaggio), e io non voglio farle pubblicità, ma se non li avessi prestati ne avrei tutti i numeri. Gardenia è una delle pochissime cose di cui mi è difficile fare a meno, non sempre mi piace, qualche volta mi irrita, ma se non arriva (sono abbonata) mi agito. Insomma la Fiorella mi accompagnò in pellegrinaggio al Centro Botanico. Guardavo tutto con avidità, l'avidità di imparare a fare un giardino per bene e non a caso. Ero molto ignorante: comprai una bustina di semi di Papaver Rhoeas, convinta che fosse uno di quei papaveri giganti di cui avevo visto le foto sulla rivista, e invece dovevo ancora imparare che si trattava del nome del comune papavero dei campi, che nelle aiole strappo come erbaccia. Fuori però lo lascio crescere: il suo rosso è troppo energico per privarsene. E la Fiorella era con me. Conosceva Gabriella Gallerani, che fu la prima illustratrice a realizzare le copertine di Gardenia. Era una collega, la Fiorella all'inizio aveva trovato un lavoro noioso: faceva i disegni che illustravano i lavori a maglia per certi giornali di lavori cosiddetti femminili.

Durante una visita a Milano andammo ad un concerto di musica classica, un'altra volta a teatro, ad uno spettacolo con un giovane attore mai sentito nominare, di cui si disse che era bravo, chissà se avrebbe fatto fortuna? Era Tullio Solenghi.
Tornati a casa c'era sempre cibo buono e a volte sconosciuto da assaggiare: a noi capitò una volta la carne secca di renna, portata da Enrico da luoghi remoti. Ad una coppia di altri amici di Arezzo capitò di mangiare da loro quando Enrico aveva portato un intero salmone, penso che fosse affumicato, in aereo. Si prepararono al pranzo e aprirono la confezione. Loro due, gli aretini, sbavavano per l'acquolina in bocca, ma pare che ad un'estremità, (loro dissero "in un angolino") ci fosse un unico vermino. Enrico si alzò subito e ritirò il vassoio. Loro glielo presero dalle mani, ma no!, per un solo vermino, scartiamo quella parte e mangiamo il resto! Ma Enrico fu perentorio, non fosse mai che qualcuno si sentisse male!
I due aretini erano da poco sposati e tiravano piuttosto la cinghia; ancora parlano di quel salmone intero buttato nella spazzatura, bisognerebbe conoscerli per capire.

E' inevitabile che nella vita, abitando in città diverse e mettendo su famiglia, ci si allontani. Vedemmo Lorenzo piccolissimo a Castagneto Carducci, un'estate che Enrico e la Fiorella avevano preso in affitto una casina per star soli col nuovo arrivato. In fondo avrebbero potuto stare in casa coi loro genitori, i nonni, che abitavano non tanto lontano da lì, ma avevano scelto così. Stavano insieme, Enrico e la Fiorella, fin da bambini, da nove o dieci anni di età e il figlio era il terzo, fra loro, la novità da accogliere, da amalgamare, da fargli spazio.

Passò qualche anno e la Fiorella e la Paola fecero per me un lavoro da portare al tipografo per la pubblicità dell'Erba Salvia, il negozio di prodotti bio. Gratis, un regalo per me. Il tipografo, il signor Badiali, mi chiese chi aveva fatto quel lavoro. Glielo spiegai. Mi disse"Ringrazi le sue amiche. In particolare quella del disegno. Un lavoro così ben fatto qui l'avrebbe pagato due milioni. " Una cifra che non avrei potuto permettermi. Il bozzetto adesso è incorniciato in casa.

Ruzzolarono via altri anni e una volta che ero dalla Paola si decise di andare a trovare la Fiorella ed Enrico nella casa in cui abitavano già da tempo, che questa volta avevano comprato. Era in un paese della cintura milanese, ed era facile individuarla: scesi dal mezzo pubblico bastava alzare gli occhi sui palazzi davanti, quella del terrazzo verde d'angolo al quarto piano era casa loro. Terrazzo verde: è un eufemismo, perché il verde esplodeva fuori dal perimetro rigido del palazzo. "Il bosco del quarto piano". Non so se qualcuno ha letto un libro dei propri bambini "Clorofilla dal cielo blu". Una cosa del genere, o un'istallazione attuale stile Patrick Blanc. Gli abitanti dei piani più prossimi erano allarmati, quelli di sotto per la possibilità di avere infiltrazioni d'acqua e quelli di sopra per i rami che arrivavano fino a loro. 
Fummo accolte, la Paola e io, nel terrazzo giungla pieno di piante e di fiori, che ovviamente io apprezzai moltissimo.

Ancora anni che ruzzolano e rividi la Fiorella, che ormai nel 2013 era in pensione, in occasione della presentazione del mio libro a Milano. Me la trovai davanti salendo in superficie in una stazione della metro. La Paola mi aveva annunciato una sorpresa, ma io, al solito, non avevo capito e feci una faccia stranita"Oh Fiorella! Che ci fai qui?"
Mi fece un immenso piacere. Lasciò a me e alla Paola due suoi dipinti di volti femminili e due biglietti da visita con disegnato un fiore; un giglio, il mio. Tornai a Milano dopo poco per un altro incontro di presentazione e lei venne anche lì. Considerai che una volta può capitare, ma la seconda era la dimostrazione concreta di affetto vero e di vero sostegno per il mio lavoro di scrittrice. Una presenza discreta, silenziosa, affettuosa, sincera. Dovette andar via prima della fine e ci salutammo in fretta. Mi dissi che appena possibile, appena avessi messo a posto una stanza che abbiamo per gli ospiti, le avrei detto di venire, se le andava, a trascorrere del tempo con noi. Immaginavo noi due in giro in giardino oppure sedute davanti alla stufa accesa, e Mauro che arriva e si siede anche lui, e forse Enrico, se fosse stato libero dai suoi viaggi. E poi magari in giro per i dintorni, a Cortona, a Chiusi, ad Arezzo, a vedere cose d'arte insolite e poco conosciute... Adesso non si può più, il tempo è finito. Non volevo far piagnistei, non erano nel suo stile. Solo dirle grazie per esserci stata, molte cose di me sono sue, o sono state cercate e ottenute grazie a lei. Gli amici, le relazioni, quando funzionano fanno questo, ci costruiscono e diventano parte di noi, anche se poi non ci si vede per tanto tempo. Un bacio, Fiorella.


6 commenti:

  1. La Fiorella, generosa fino all'ultimo. Enrico mi ha detto che hanno donato gli organi, le cornee il fegato e qualcos'altro. Il cuore, spero. Il cuore della Fiorella che batte ancora.
    Il resto è in una scatolina di legno, in casa sua a Gorgonzola. La Fiorella rimane a casa.
    Lorenzina grazie di tutto questo scrivere i ricordi, mi ha fatto bene rileggere e rivivere quei momenti. Che ridere quando ti si organizzò la sorpresa della metropolitana e non capivi, come se a Milano potesse capitare facilmente di incontrarsi così, in metro, tutte e tre insieme! Rido ancora con la Fiorella, ti si prese in giro, ma era bello stare insieme così, noi vecchie amiche.

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  2. A proposito di rifare il letto: sai che anch'io, quando rifaccio il letto, tiro tiro e se la sera mi ritrovo per caso con le piegoline ribelli cerco di riaggiustarle e ripenso alla Fiorella e a Enrico?

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  3. Tira una bell'aria qui, fra amiche per sempre e ricordi da non scordare.

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  4. Anch'io non ti dimentico.
    Milano è la mia città, ma devo dire spassionatamente che è una bella città in cui vivere, per tante ragioni.

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