martedì 12 gennaio 2016

agricoltura anacronistica

Seguo un blog, nuovo per me, Agricoltore anacronistico. Mi piace molto.  Il mestiere di coltivare la terra è quello con cui gli uomini sono diventati civili e che continueremo sempre a fare, ma per molti aspetti resta anacronistico,  se non altro per un aspetto importantissimo, che è molto difficile, facendolo, procurarsi il denaro sufficiente per vivere. Anche altri lavori sono  così, ma ci sono, per essi, alcune tutele, per cui, anche ammalati, anche se c'è un incidente, si sopravvive finché l'emergenza non è superata. 
Gli agricoltori, se sono piccole aziende familiari, devono stare sempre bene, perché non c'è che una o due persone a lavorare, e se ci sono bestie, quelle mangiano tutti i giorni, e devono essere pulite e accudite nelle tante cose da fare per tenerle in dignità e in salute, tutti i giorni, anche a Natale. Si sa. E anche se c'è una pioggia molto forte ci sarà da uscire a bagnarsi perché è con la terra che si lavora e si vive, e i fossi devono essere liberi. Succederà anche in certi giorni che ti fanno male le ossa oppure hai già la febbre. E tante altre cose che non mi vengono in mente.

Qualche volta mio marito torna in casa con la spesa e mi dice che ha trovato delle arance ad un prezzo proprio basso, in offerta! Se non sono arance sono altri prodotti alimentari. Subito mi viene da pensare a chi ha coltivato e raccolto quelle arance, o  lavorato quel formaggio, e le facce dei lavoratori neri che dormono nelle baracche ( qui in Italia, non in Africa) o all'aperto me le vedo davanti e penso cosa c'è dietro quel prezzo basso. Io credo sinceramente che le  cose che dovremmo pagare un prezzo equo sono i prodotti alimentari. Se costano troppo poco c'è qualcosa che non funziona, per chi li produce e per chi li consuma.
Penso alla carne di pollo, che costa davvero poco: ma cosa c'è dentro in termini di medicine, ormoni e rapidità di crescita della bestiola è veramente meglio non saperlo. Come fa a farti bene e essere un buon cibo la carne di un animale cresciuto in un capannone con luce artificiale e una densità di popolazione altissima? E' possibile mangiare tutti un cibo davvero buono ad un prezzo equo, o per mangiare tutti dobbiamo per forza tutti un pochino avvelenarci e avvelenare la terra? Nonostante quello che assicurano le autorità. Sono domande da un milione di dollari.

In questi giorni l'"agricoltore anacronistico" raccontava di cosa fa per evitare di inquinare e chiedeva di partecipare al dibattito. Siccome scrivere una risposta per forza breve sul suo blog mi risulta difficile, ne scrivo qui una più lunga, come l'argomento richiede.  Chi legge, legge, chi si annoia smette, d'altra parte questo è il mio ripostiglio dei pensieri e dei ricordi. 
Ho parlato spesso di questo genere di cose e segnalo i post : quello sulla mosca olearia, quello sulla grandine, quello sul pozzetto sgrassatore, questi tre ( uno, due e tre), questo sugli agricoltori custodi, questo sull'eco-nomia. Non voglio mica obbligare a leggerli. Ma siccome questo blog è diventato un mare, è difficile orientarsi. 

Qui vorrei ricordare altre cose della mia esperienza che è comunque parziale. 
Dibatti, agricoltore anacronistico, cerca il confronto, ma non eccedere. Potresti accorgerti, come mi sono accorta io, che alcuni, sottolineo alcuni, che  accettano di dibattere con te, e magari contestano la tua scelta dura e bella di vita, perché non abbastanza assoluta, non del tutto perfetta, non ne sanno niente, e non avrebbero mai la tua costanza e il tuo coraggio, e nonostante questo ti criticano e vengono a cercare il pelo nell'uovo tuo, quando per sé fanno solo teorie.
Parla con queste persone, ma non lasciarti mettere in discussione, dopo un pò lasciali perdere, prima possibile. Non vale la pena. Si tratta di persone il cui vero mestiere è teorizzare una vita intera; qualcuno di questi può farsi perfino un piccolo orto, di quaranta metri quadrati, in cui calcoleranno la distanza precisa fra le file degli ortaggi e faranno tutte le consociazioni e semine col calendario biodinamico possibili, ma non cambieranno niente della propria vita veramente e non si metteranno mai in gioco con i propri soldi e il proprio lavoro e i propri sentimenti: non sono questi i tuoi interlocutori. Questi esigeranno da te la perfezione in ogni tuo atto, la stessa che applicano poco tempo al giorno in una piccola attività marginale, quasi un distintivo del loro essere verdi, ma se chiederai loro di abbassare la temperatura di casa in alcuni periodi davvero freddi dell'inverno ti diranno di no. Li riconoscerai perché non sono generosi e sono molto chiusi, ma certe volte capirai solo dopo molto tempo che le vostre strade sono lontanissime. Altri ancora, una piccola parte, vivono di rendita, e nonostante questo vengono a farti lezione, loro che non hanno mai avuto veramente il timore di non avere di che vivere. Faccio solo degli esempi e non mi riferisco a situazioni particolari, solo un miscuglio di cose incontrate per la mia strada.

Io non posso confrontarmi con la tua scelta, che ammiro molto. Tanti anni fa feci anch'io una scelta del genere, non totale come la tua. E i primi tempi che avevamo il negozio di alimenti biologici i primi ad arrivare furono questo tipo di critici. Non ricordo più neanche le facce. Avevamo fatto un negozio piccolissimo, era il 1989, e pieno di difetti, non avevamo una specifica competenza come commercianti, che sarebbe servita. Ma fin dall'inizio fu un vero negozio di alimentari bio: tutto ciò che c'era di bio mangiabile sul mercato cercavamo di procurarcelo, non solo roba confezionata, ma soprattutto prodotti freschi. Si chiamava l'Erba salvia, perché i latini chiamavano la salvia "salvia salvatrix" per le sue proprietà, e mi pareva bello che il nostro negozio contenesse nel nome quest'idea di salvezza per tutti con la coltivazione biologica del terreno. 
Ma naturalmente la maggioranza pensava che si trattasse di un'erboristeria, che non era, con ogni evidenza. 
C'era un banco frigo con tanta roba: anche burro, formaggio, ricotta e latte fresco, di capra, di mucca, e yogurt. 
Ricordo persone che venivano a farci la paternale perché il burro non lo dovevamo  tenere! Il burro e i latticini erano il male personificato!
Discussioni lunghe, con questi piccoli maestri che per sé avevano paura, qualche volta, ad attraversare la strada. La faccia della Fulvia, la mia socia più grande, è indimenticabile, diceva senza parole "Ma vai in mona" in trentino. 
Con questa gente ci ho discusso anche troppo. Semplicemente proponevamo tutto quello che si poteva trovare, senza per forza volerci legare ad una qualche religione del cibo, tipo macrobiotica: che ognuno si scegliesse il proprio credo, se gli serviva, se ne aveva bisogno. A noi piaceva anche mangiare con gusto del burro buono e non ci sentivamo in colpa per quello.

Altro esempio: ad un certo punto avemmo la fornitura di alimenti bio alle mense delle scuole materne della città. Non perché fossimo raccomandate, il fatto era che c'eravamo solo noi e un altro fornitore a partecipare alla gara, e quell'altro aveva solo tre prodotti dei dieci (poniamo fossero dieci) che venivano richiesti. 
Avrei molto da raccontare anche su questo, ma ora mi concentro sulla pasta integrale che fornivamo: non era granché buona, aveva un leggero odore di balla (sacco di iuta) e in cottura si rompeva molto facilmente. Era il meglio che si poteva trovare al prezzo migliore, ma non era un granché. Le cuoche delle scuole, che non erano per niente convinte di usare questi prodotti, facevano notare tutti i difetti. Io però con loro non ci potevo parlare, neanche avere un contatto, né suggerire usi o ricette, per un'estrema concezione etica ( del comune, che era molto etico con noi e con altri non so) del rapporto fra fornitore e cliente. In altri posti d'Italia si facevano queste forniture in collaborazione costante fra fornitore e utente, perché non si voleva solo mettersi un fiore all'occhiello, si voleva che le cose funzionassero. 

In un  incontro con altri negozianti  e produttori come noi, appartenenti ad un'associazione di cui non ricordo più il nome, feci notare questi difetti della pasta. Era una cosa importante: da una nicchia minima di mercato, attraverso queste forniture alle scuole si poteva arrivare nelle case, alle famiglie che non conoscevano questo modo di alimentarsi, e cominciare ad entrare nel mercato "vero"; era davvero essenziale migliorare i prodotti, ma la risposta che ottenni, da un altro commerciante con un'aria ascetica e una sciarpetta minimal/creativa al collo, fu questa "Puoi dire alle cuoche di non usare mestoli di metallo per girare la pasta, ma di legno. Con il legno la pasta non si rompe..." 
Mi sarebbe scappato un'altra volta "ma vai in mona". Provai una grande frustrazione, ma ora penso che anche il tipo ascetico avesse le sue motivazioni, magari non gli interessava che il biologico si estendesse davvero, o considerava l'aspetto economico "sporco", o forse abitava in uno di quei posti del nord dove la gente mangiava religiosamente ogni cosa, anche non buona, purché bio...

Parte terza: la biofiera e i cosmetici.
Il negozio stava in una piazza della città dove il sabato c'era il mercato: schiaffavano davanti alla nostra vetrina dei camion molto grandi che ci mettevano al buio, e in inverno accendevano i generatori diesel, così che dal puzzo non ci si stava. La piazza era piena di gente, ma il negozio non ne traeva alcun beneficio, tuttavia non provavamo nessun risentimento, la situazione era quella e basta. Ad un certo punto spostarono il mercato e ci fu una protesta generale degli altri commercianti, con un incontro in Comune a cui dovetti partecipare. Tutti si lamentarono di questo spostamento del mercato del sabato e io alzai una mano:
"Non si potrebbe fare, in alternativa, almeno una volta al mese, una specie di mercatino del biologico? Come fanno in alcune rare città...si potrebbe chiamare "biofiera"..." 
Con mia grande sorpresa fui subito acclamata come salvatrice e immediatamente mi fu affidato del lavoro, gratuito ovviamente, aggiuntivo, per organizzare la Biofiera. Lavoro che intrapresi con entusiasmo, e avrei dei racconti anche su quello. Anno 1991 o 92. Arrivo al punto: prendemmo contatto anche con delle ragazze che conosceva la mia socia grande (sempre lei, che conosceva il mondo) che producevano in un piccolo laboratorio casalingo dei preparati di cosmetica naturale, con etichette molto approssimative. C'era scritto il nome del prodotto ma non tutti gli ingredienti che conteneva, mancavano parecchie indicazioni, ma anche le leggi che regolavano la materia erano difficili da interpretare. Si formarono subito due fazioni: io, che volevo evitare che arrivassero i vigili sanitari a sequestrare i prodotti, mettere i produttori in croce e porre la fiera appena nata sotto una cattiva luce. Volevo che le cose funzionassero. L'altra fazione comprendeva: 
A) le ragazze produttrici, che videro in me una nemica, favorevole solo alle produzioni industriali, e non era così. Loro, per sé, pensavano di fare già abbastanza a produrre cosmetici bio, che tutto il mondo doveva riconoscere loro l'impegno, la novità e l'essere veramente ecologiche, e premiarle, invece di rompere le scatole con delle regole assurde. 
B) la mia socia più grande, che era abituata a Firenze, dove nei mercatini c'era una generale tolleranza e si chiudeva un occhio. Cosa che ad Arezzo, città falsamente moralista, non c'era proprio da aspettarsi. Non ricordo neanche come andò a finire, forse le ragazze non parteciparono.

Cito un altro episodio, accaduto da poco, che non ha più a che fare col negozio. Tempo fa mi telefonò una cliente /amica che ogni tanto si fa viva, mi chiese che facevo di bello e le dissi che stavamo potando gli olivi ( una novantina di olivi) e bruciando la frasca. 
"Come- mi disse scandalizzata e amareggiata- proprio te bruci la frasca? Dovresti sminuzzare le frasche con le forbici, lo sai che bruciando produci anidride carbonica! Ti ci vorrà un pò di tempo, ma lo dovresti proprio fare..." 
Eh sì, ogni tanto questo tipo di persone si rifà vivo con proposte che dicono chiaramente come non ne sanno niente di vita in campagna, non si sono mai sporcate le mani e nonostante questo ti vogliono indirizzare...Santa pazienza.

Con ciò cosa voglio dire? Che secondo l'interlocutore che hai davanti puoi passare per integralista, innovatore o conservatore, capitalista, visionario, stronzo o santo. Difficile fregarsene. Ma opportuno farlo. Questi lavori che stanno su una frontiera (di idee, di esperienze, di concreta possibilità di farli) devono essere fatti con una certa dose di leggerezza, è necessario prendersi sul serio, perché tu, che vivi del tuo lavoro e non hai ferie e malattie pagate se non in misura minima, immagino, devi per forza prenderti molto più sul serio di un altro che può fare una telefonata e dire "oggi sto male, sostituitemi". Ma il peso di questo, soprattutto se c'è una famiglia che dipende da te, può schiacciarti.
Questi lavori hanno questa parte bella che è il confronto con l'esterno, senza esagerare e senza farsi mettere in crisi e paralizzare, se si desse retta a tutti ci si paralizzerebbe per davvero. 
Poi a volte, nell'ansia di far tutto e tutto molto bene ci si dimentica di noi e di chi ci sta accanto. Allora si deve prendere del tempo per sé, per fare le cose che ci piacciono di più e sono gratuite, non riceveranno mai un pagamento se non la gioia di farle. Sognare, ascoltare musica, disegnare, camminare, fare yoga, scrivere, pregare, meditare, fare un giardino. Lady Walton, che ha fatto con suo marito e con Russell Page il giardino della Mortella di Ischia, diceva che non voleva frutti nel suo giardino, niente di commestibile. Solo bello. Niente che ti facesse pensare ad aspetti economici.
Ci vuole, per andare avanti, uno spazio così, fisico o immateriale, solo bello.

giovedì 7 gennaio 2016

Inoltrarsi nel 2016: lo so, Gianni, che non si può evitare, che non possiamo scegliere se farlo o non farlo e neanche fermarsi a guardare e a riflettere: andate avanti voi, io vengo fra pochino... Mi piaceva l'immagine, di tutti noi che ci teniamo in contatto e ci inoltriamo in un mare che conosciamo solo bracciata dopo bracciata, un'acqua che diventa familiare solo mentre la percorriamo e facilmente può diventare tempesta e sommergerci per sempre. Questo anno nuovo comincia mica tanto bene: stanotte non riuscivo a addormentarmi,  il coreano matto che fa scoppiare atomiche causando terremoti, ma gli americani dicono che non è vero, e come fanno a saperlo. Mille uomini, nordafricani o no, importa poco, che molestano derubano e stuprano donne in piazza per l'ultimo dell'anno a Colonia, chissà perché, trovo questa notizia orribile. USA: una fuoruscita di gas metano da un serbatoio di stoccaggio che da novembre scorso emette tonnellate di questa roba: ma non avevamo fatto un accordo sul clima?
La mia figlia grande riparte per studiare: sarà lontanissima, non la vedremo per mesi, se non nello schermo del computer. L'ho sempre incoraggiata io ad andarsene, ma non ho mai detto che non mi avrebbe fatto male. E tutto il resto. Cercherò di tenere in vista un ricordo del Natale: un talismano per l'anno nuovo.

sabato 2 gennaio 2016

il primo dell'anno

Il primo dell'anno abbiamo creato una piccola tradizione, invece di stare insieme la sera prima, stiamo insieme a pranzo dell'1 gennaio con delle amiche con cui siamo state compagne di scuola, al liceo. Per me è di buon augurio stare insieme il primo giorno dell'anno, a casa della R. , a cui voglio tanto bene, a lei, e a suo marito, che è anche lui uno dei miei più cari amici. E' venuta anche la L. , che è un'altra di noi, non cè bisogno di dire quanto le vogliamo bene, e la C. ha mandato una foto di quando eravamo giovani, ed era come se fosse lì, e poi ha telefonato la P., ma, ancora più bello e importante, c'erano parecchi dei nostri figlioli. Quasi tutti, mancava il penultimo della R., che ne ha quattro.
Loro non lo sanno, ma anche se loro, i ragazzi, chiacchieravano per conto loro e apertamente e abbastanza male, di noi genitori, per noi che chiacchieravamo per conto nostro era una gioia averli lì e vederli parlare come se si conoscessero da sempre, che non è del tutto vero. Non sono vecchi amici, come noi, ma sono i nostri figli,e questo rende possibile una comunicazione agevole e franca.  Abbiamo mangiato, io mi sono impegnata, ma quanto son venute bene le cose che ho preparato non so, è un periodo che sono fortemente autocritica. Comunque non eravamo lì per mangiare, eravamo lì per fare il pieno di altro, di energie affettive. Si può dire "energie affettive"? Forse sì. Ha funzionato. Grazie ai ragazzi che sono stati a pranzo e hanno iniziato l'anno con noi. Grazie alle mie amiche e ai nostri mariti.  Anche se saremo distanti allungando la mano potremo trovarci e rassicurarci del nostro affetto. Qui saluto tutti quelli che passano a leggere e quelli che non passano, Sari, Loretta, e Grazia e Cinzia, e  Gianni e Alberto e Ommarì....E di nuovo buon viaggio a tutti: inoltriamoci nel 2016.

le maestre di campagna

Mentre preparo il pranzo, in televisione, su rai tre, c'è una trasmissione che si intitola "il tempo e la storia" e io la ascolto, più che guardarla, perché intanto lavoro. E' il tipo di fruizione del mezzo televisivo delle casalinghe, fra il rumore degli elettrodomestici e i passaggi da una stanza all'altra. 
Uno di questi giorni si parlava dell'alfabetizzazione e del ruolo delle maestre negli anni del secondo dopoguerra. Mi ha fatto tanta tenerezza: io le ricordo, queste maestre, in famiglia ne avevamo due, che ormai non ci sono più. La zia Giovanna di cui ho parlato qui, e la zia Anna.  La zia Anna era una zia molto carina, cugina della mamma, figlia di una sorella del nonno che era stata violentata e uccisa durante il passaggio del fronte, nel luglio del 1944, dai soldati tedeschi. Il suo nome e la storia compaiono nei verbali redatti dall'esercito inglese e in alcuni libri. 
La zia Anna somigliava tanto al suo babbo, lo zio Adalindo, che aveva anche da vecchio gli occhi chiarissimi e un bel sorriso. Si era risposato e abitava con la seconda moglie in un posto bellissimo e isolato dell'Arezzo vecchia, la piazzetta San Niccolò. Adalindo: un vero nome dell'800.
Lo zio Adalindo me lo ricordo come un uomo semplice e buono, mentre i suoi figlioli avevano tutti e tre una certa superbia, e la convinzione che la vita dovesse rendere loro qualcosa che gli spettava, ma gli era stato tolto alla nascita. La mamma diceva: "Hanno una gran spocchia, ma che si credono di essere? In fondo il loro babbo vendeva le saracche!"
Le saracche sono le sarde sotto sale. La mamma non diceva mai saracche se non quando parlava di questo zio, che trattava come un bottegaio, ma in realtà era un commerciante all'ingrosso molto benestante. E qui si entra nel campo delle dinamiche degli affetti, degli odi e delle invidie familiari, che lasciano le tracce fino a me, tracce che colgo, ma mi è difficile interpretare. Per fortuna.
La zia Anna compare nella mia memoria una mattina nella casa dove stavamo quando ero piccola, in via dell'Agania. Avevamo una camera degli ospiti, che la mamma chiamava la camerina verde, per via della coperta del letto, a righine verdi e bianche. Non ci aveva dormito mai nessuno, ma una mattina la mamma, in silenzio e in punta di piedi, mi portò a salutare questa zia che non si era ancora svegliata. Doveva essere lì dalla sera prima, arrivata dopo che io mi ero addormentata. Una sorpresa trovarla lì! Una specie di magia: la camerina verde era sempre vuota e all'improvviso c'era una zia dentro!
La zia Anna aveva questa storia tragica della madre di cui non parlava mai e un'altra storia, di un fidanzato medico che aveva promesso di sposarla a suo fratello che partiva per le Americhe. Poi però aveva sposato la figlia di un altro dottore, che gli aveva lasciato la condotta. Il matrimonio doveva essere compreso nell'accordo. Il medico anziano, lasciando la condotta, si era premurato di sistemare insieme la figliola. 
La zia Anna, che era tanto bellina e aveva studiato, ci rimase malissimo e forse anche la sua reputazione ne fu intaccata. Non parlava mai neanche di questo fidanzato. Da lì in poi continuò a fare la maestra e diventò una donna indipendente: a modo suo, perché, pur lavorando e mantenendosi, per certi versi faceva una vita molto libera, per altri continuava a sognare di fare un bel matrimonio.
La zia, come tante maestrine giovani, nei programmi di alfabetizzazione statale, veniva mandata a insegnare in posti sperduti delle campagne e delle montagne toscane. Scuoline dove c'erano pochi bambini, in classi miste,  alcuni di loro raggiungevano la scuola camminando per ore fra i boschi e i campi. Diceva che arrivavano in classe con in tasca uova di uccello prese in un nido che visitavano lungo il tragitto, o fiori, o ghiande, o piccoli animali. Qualcuno portava qualcosa da mangiare per la maestra, mandato dalla mamma. La maestra andava curata, tenuta di conto. 
Ogni tanto ricordava questi posti dove, per lavorarci,  doveva prenderci una camera, perché era impossibile ogni giorno fare avanti e indietro con la città.  Erano stanze in case private, con una stufa a legna per cucinarsi qualcosa e il bagno forse non esisteva, se non come latrina. Nominava soprattutto, come posto sperduto, San Gianni. Mi sono sempre ricordata questo nome e qualche tempo fa ho capito dov'è. 
Una donna è sparita, forse uccisa, nel paese di Sestino, che è un'estrema propaggine della Toscana incuneata nell'Emilia Romagna, fra i monti dell'Appennino. San Gianni è una frazione di Sestino, l'ho scoperto perché ad un certo punto in un telegiornale, nominarono il suo cimitero pensando di aver trovato lì i resti di questa famosa Guerrina. Ecco dov'era San Gianni! Un viaggio lunghissimo in corriera, a quei tempi, e anche ora, quando la corriera fa tutte le fermate. 
La zia faceva la maestra senza grande passione, come un mestiere dignitoso, che si deve fare bene, ma i bambini non le piacevano tanto. Negli anni in cui c'era in Toscana Don Milani, la maestra Maria Maltoni all'Impruneta, Mario Lodi al nord e nella scuola un gran fermento di novità ed esperienze, la zia Anna faceva questo mestiere come un'impiegata un pochino annoiata, ma ligia, perché era da lì che venivano le sue risorse per vivere. 
Quando ero grande e andavo al liceo, un paio di mattine all'anno andavo a scuola con lei, che allora insegnava a Ponte Buriano. Si era molto avvicinata, ma a lavorare in città non ci è mai arrivata. Mi piaceva tantissimo andare nella sua scuola, avevo letto tanti libri e facevo ripetizione in un istituto di suore, il Thevenin di Arezzo, ed ero entusiasta. Aveva in classe bambini di campagna, figli di contadini, alcuni di famiglie agiate, che erano quelli che lei preferiva: di solito parlavano meglio, quindi scrivevano anche meglio, erano più educati, e le facevano fare meno fatica. Ce n'era uno che invece era figlio di gente talmente povera che ancora nel 1972/73 lo facevano lavorare, era l'unico bambino lavoratore: tutti i giorni andava a "parare le pecore", parlava una lingua poco comprensibile, frequentando soprattutto animali, e aveva le piccole mani di bimbo callose, dure e segnate di sporco vecchio come un adulto che lavora duramente. Diciamo che si chiamasse Domenico. Se c'era qualcuno che aveva bisogno di un piccolo aiuto speciale,  che era la cosa che io ero venuta a fare, era lui. Mi sedetti accanto. La zia  disse che tirassero fuori l'album da disegno e disegnassero qualcosa, a piacere. Il bambino sorrideva imbarazzato. Gli chiesi cosa voleva disegnare e lui aprì il suo libro di scuola e mi indicò un vaso di ceramica greco antico, con il disegno di una caccia. Era un obbiettivo irraggiungibile. Sei capace di rifarlo? Gli chiesi. 
Lui disse di sì e cominciò a fare la sagoma del vaso, ma gli venne tutta storta. L'aiutai a raddrizzare un pò e poi gli proposi di disegnarci sopra, invece di quelle cose difficili, qualcosa che conosceva e che gli piaceva molto; potevamo fare delle righe su quel vaso, e metterci dentro delle cose in fila. Gli si illuminarono gli occhi :"Le saregie!" disse tutto contento. Le saregie sono le ciliegie.
Disegnò una fila di ciuffetti di ciliegie mentre io lo aiutavo a stare nei bordi e a colorare perbene. In ogni spazio disegnò cose che conosceva, il vaso alla fine rappresentava la sua vita. Il disegno era  bello e gli aveva dato soddisfazione, lo rimirava tutto felice e anche i suoi compagni dovettero convenire che se l'era cavata bene. Come succede nei gruppi umani il bambino più debole veniva messo alla berlina e preso in giro, ( la tesi della mia figliola piccola tratta anche di questa cosa quando parla dell'Ombra collettiva). Il bimbo era talmente abituato al suo ruolo di capro espiatorio, che ne rideva e lo accettava, meglio così che essere ignorato;  ma quel giorno il piccolo pastore aveva trovato un forte alleato, che ero io, la nipote della maestra in persona. 
La zia guardò il disegno un pò scocciata e infastidita, ma le scappò un mezzo sorriso "Oggi vuol dire che si attaccherà il disegno di Domenico. Ma per ottenere questo risultato tutti i giorni ci vorrebbe una persona persa dietro a lui." disse rivolta a me. Chissà che vita ha avuto il piccolo Domenico.
Un'altra volta la zia chiese ai bambini di cantare una canzoncina che avevano imparato in casa, una canzone popolare che gli piaceva e che si ricordavano. Una bella bambina, figlia di un artigiano che si avviava a diventare un piccolo industriale, alzò la mano. La zia le sorrise: quella bimba era una delle sue preferite. Cominciò a cantare con una bella vocina limpida e intonata.

"Lassù per le contrade, 
di qua e di là si sente, 
cantare allegramente, 
è lo spazzacamin.

S'affaccia alla finestra, 
una bella signorina, 
con voce graziosina, 
chiama lo spazzacamin. 

Prima lo fa entrare, 
e poi lo fa sedere , 
gli da mangiare e bere, 
allo spazzacamin.." 

La zia sorrideva e ascoltava soddisfatta. 
La bimba continuò a cantare.

"E dopo aver mangiato, 
mangiato e ben bevuto, 
gli fa vedere il buco, 
il buco del camin"

La zia all'improvviso impallidì e disse, tutta agitata, che bastava così, tossì imbarazzata e cercò un'altra cosa da fare. La bambina ci rimase male, per lei era solo una canzoncina imparata nella cucina di casa dalla nonna, e ci rimasi male anch'io. Ero un pò tonta.
Dopo capii che la canzoncina, come tante da noi, conteneva riferimenti più o meno espliciti ad un rapporto sessuale, infatti, per chi non avesse capito le premesse, continua così "E dopo nove mesi, gli è nato un bel bambino, assomigliava tutto, allo spazzacamin"
La zia era preoccupata che qualche famiglia, o magari il direttore didattico in persona, le venisse a chiedere conto dell'episodio. Spesso, mentre lavoro, canticchio la canzoncina dello spazzacamino e mi ricordo la vocina melodiosa e precisa della bimba.
Nella trasmissione di rai tre "Il Tempo e la storia" hanno fatto vedere un filmato realizzato nella classe di una città del nord dove, negli anni sessanta e settanta, c'erano tanti bambini figli di immigrati. La voce della maestra, (il viso non si vede) chiede ai bambini, mostrando una mela, di dire il nome del frutto: "In italiano si chiama mela, e in siciliano, Bruna, come si dice?" "Pumo" dice la bambina. 
E in calabrese? "Milu"
E in piemontese? "Pomme" pronunciato come in francese. 
E via così, una classe di trenta bimbi italiani, di trenta lingue diverse e trenta modi di dire mela. Figuriamoci il resto del vocabolario! 
Dice più quel filmato di un trattato di antropologia. Anche in classe della zia Anna si parlava il dialetto e le ciliegie di Domenico erano saregie.
E ora ci risiamo, solo che invece di rimescolare l'Italia si rimescola il mondo intero e in certe classi ci sono cinesi, rumeni, pakistani, indiani, africani...oltre a qualche bambino italiano.
La zia Anna faceva il suo mestiere non così volentieri, ci era stata costretta, perché il suo sogno era stato quello, in gioventù, di essere la moglie del dottore. Per le ragazze era così, il bel matrimonio era il primo obbiettivo, e allora la maestra forse l'avrebbe fatta, ma senza tanto impegno, o il marito ricco l'avrebbe fatta stare a casa, invece di mandarla a lavorare in quei posti sperduti, o avrebbe ottenuto, con qualche raccomandazione, di farla lavorare in città. La zia Anna non sapeva che, col suo lavoro di donna che lei stessa aveva valutato come poco importante, aveva fatto la storia d'Italia, contribuito all'alfabetizzazione e all'unità del nostro paese. La zia Anna, bionda, bella, con gli occhi azzurri, nubile, con un sorriso asimmetrico che le faceva arricciare con grazia il nasino, arrivava nelle scuoline di campagna come una fata severa. Una mia amica mi ha raccontato di recente un suo caro ricordo della sua maestra, bionda, bella, vestita abbastanza alla moda, con lo smalto alle unghie e un filo di trucco, che negli anni sessanta insegnava in Casentino. I bambini la guardavano incantati. Mi sono dimenticata di chiederle se per caso non si chiamava Anna Domestici.