endometriosi post 1

 La mia figlia più giovane ha l'endometriosi.

 Aveva sofferto di dolori mestruali molto forti e flusso tanto abbondante fino dalle prime mestruazioni. A un certo punto, a 13, 14 anni, durante una gara di karate dovette fermarsi perché non riusciva a prendere fiato. Era lì, piegata in due, davanti a un pubblico piuttosto numeroso, e non riusciva  a riprendersi. Fatti i controlli risultò gravemente anemica. Per un paio di giorni, prima di portarla dal pediatra, pensai che potesse avere la leucemia e ogni sorta di pensieri orribili mi saltarono addosso. La sera che portavo le analisi dal medico e ero parecchio preoccupata incontrai la zia Mirella, per caso, per strada. Mi chiese come andava e le raccontai che stava succedendo. Lei mi sorrise e mi disse che mi capiva bene, la sua figlia più giovane, mia cugina, aveva avuto una polmonite grave da bambina. Me lo ricordavo anch'io, tutto il periodo del ricovero all'ospedale pediatrico e la flebo fissata sulla fronte perché non si trovavano altre vene. Mi disse di non preoccuparmi, che tutto sarebbe andato a posto. Che ci saremmo incontrate di nuovo, fra qualche giorno, e io le avrei detto che tutto era risolto. Me lo disse con tanta serenità e certezza che mi fece bene. Mi ricordo ancora il calore di quel colloquio. La causa dell'anemia infatti erano le mestruazioni molto abbondanti che duravano venti giorni ogni mese, con un'interruzione di una settimana, il contrario di quello che succede di solito. Mia figlia non me ne aveva parlato, ogni volta che le chiedevo qualcosa si ritirava, come fanno le ragazzine di quell'età, ma ora la cosa era venuta fuori per forza e in un certo senso ero sollevata che non fosse un'altra malattia più grave e non ci fosse un pericolo immediato. Il pediatra chiese una visita ginecologica, il ginecologo disse che la terapia era la pillola, ma lui la pillola a una ragazzina così piccola non la prescriveva, che il pediatra rimediasse facendole fare una cura di ferro. Scrisse anche sulla cartella, in piccolo, e senza dirmelo esplicitamente, "presenza di una ciste da endometriosi". Ma siccome non la nominò io non ci feci caso. Ora che ci ripenso mi pare che tutto sia andato storto dall'inizio. Abbiamo ritrovato quella vecchia cartella molti anni dopo. Non sapevo ancora cosa fosse l'endometriosi o se anche l'avevo sentita nominare non ci prestai attenzione sufficiente, pensando che quello mi aveva detto il ginecologo fosse tutto quello che dovevo sapere. 

Sentii parlare della malattia perchè ce l'aveva una donna che conosceva una mia amica di allora, con cui non siamo più amiche da parecchi anni. 

Mi raccontava di questa giovane che soffriva molto, che era stata operata diverse volte e alla fine le tolsero utero e ovaie. Ma cos'è questa malattia? Chiedevo, e lei rispondeva che ancora non si sapeva, che il tessuto dell'endometrio durante la mestruazione va in giro nella pancia e si attacca, producendo aderenze. Mi sembrava una spiegazione strana. 

Diceva anche: "Non parlarne con nessuno, sai!" 

Come se fosse una vergogna. Con chi avrei dovuto parlarne poi non so, questa donna che era malata l'avrò vista sì e no quattro volte e non mi ricordo neanche come si chiama. Conservavo l'informazione, come una cosa inquietante da tenere presente.

Comunque dopo che mia figlia si sentì male, per un certo tempo, più di un mese, due volte la settimana la portavo a fare flebo di ferro in vena al reparto di pediatria dell'ospedale. L'infermiera era gentile, scherzava, ma questa ragazzina con il corpo di una più grande, piuttosto preoccupata e timorosa di farsene accorgere, le faceva un po' pena, o tenerezza. O tutte e due. Cominciare a tribolare così piccola...Qualche volta la vena si rompeva e si formava un ematoma. Lei si sentiva malata, e era difficile convincerla del contrario. 

Il ferro per bocca le dava fastidio. Avevamo provato anche degli sciroppi e la mela con i chiodi. Si conficcano dei chiodi di ferro in una mela e il giorno dopo si tolgono e si mangia. L'acido malico della mela si combina col ferro e dà dei composti ferrosi assimilabili e digeribili.  Non era comunque sufficiente a pareggiare le perdite. Neanche le flebo erano una soluzione, solo un aiuto temporaneo. 

 In quegli anni avevo ancora il negozio di alimenti bio e si può immaginare quanti nomi di medici e terapeuti "alternativi" mi passavano sotto gli occhi. La maggior parte delle volte chi gli si rivolgeva non era proprio malato, aveva soprattutto bisogno di essere ascoltato, di pensare che si stava occupando della propria salute in un modo più giusto e non convenzionale, che stava prevenendo malattie future. C'era il favoloso omeopata, la sensazionale iridologa, il monaco tibetano laureato in medicina e tanti altri. Non potevamo fare tentativi e esperimenti, per la questione dei soldi che queste visite costavano e per quella più importante della salute di questa ragazzina. Ma c'era anche un medico antroposofo, a Firenze, che aveva risolto un paio di casi di vere malattie. Ci andammo perché né il pediatra né il ginecologo intendevano affrontare perbene la faccenda. Io dicevo che se la rimpallavano uno con l'altro, come una patata bollente. Mia figlia iniziò la cura omeopatica, il primo mese non accadde niente di  rilevante, ma il secondo le mestruazioni andarono a posto, quanto meno come tempi e durata. Sempre abbondanti, ma un conto è perdere sangue per 20 giorni, un conto per una settimana al mese. Tornammo dal medico per il controllo e lui disse che per ora era bene fermarsi lì. La ragazza era piccola, e bisognava lasciare che le cose si assestassero. Continuavano i dolori mestruali, ma tante donne ce l'hanno, continuava il flusso abbondante, ma qualcosa era andato a posto. Lei cresceva ed era una ragazzina sensibile, incline alla malinconia, si vestiva di nero e alle medie la professoressa di lettere, una vera scema, diceva che lei e alcuni suoi compagni erano satanisti.  Era il periodo di Marylin Manson, e i ragazzini erano affascinati da questo personaggio, ma certamente proibire loro di ascoltare le sue canzoni o di vestirsi di nero avrebbe provocato un maggiore attaccamento. In casa se ne parlava, si ragionava sul significato del nero e si cercava di tenere la faccenda sotto controllo, o almeno di vederla. Ancora non si parlava, per lei, di endometriosi. Pensavo fosse staata una crisi di crescita, una malattia temporanea, da cui sarebbe guarita e che avrebbe dimenticato presto.