lunedì 23 marzo 2015

conversazioni difficili

Prima cosa: voglio fare gli auguri alla Loretta, che oggi è il suo compleanno. La Loretta venne a trovarmi un paio di anni fa e mi portò delle piante: stanno tutte bene e la clivia in vaso davanti alla finestra di cucina, quest'inverno è fiorita. Un fiore bellissimo che ogni giorno ci ha fatto pensare a lei. Mi mandò anche in regalo delle bandierine tibetane: le mettemmo attaccate a due olivi vicino a casa. Su ogni quadrato di stoffa, coloratissimo, ci sono scritte delle preghiere e il vento e la pioggia le portano in giro per il mondo. Il giorno dopo che le avevamo attaccate grandinò. Raccontai alla Paola della grandine e delle bandiere di preghiera, senza metterle in relazione, lei mi disse "Ma te lo sai cosa c'è scritto sopra? Bisogna accertarsi di cosa c'è scritto, perché magari poi grandina..." Avrei dovuto conoscere il tibetano. Mi fece schiantar dal ridere. 
Ora le bandierine sono tutte stinte, ma ancora intere. Le preghiere sono andate e vanno ancora in giro, che ce n'è tanto bisogno, nel "piccolo" (microcosmo) come nel grande.
Buon Compleanno Loretta, un abbraccio forte!

Il tema di oggi, che, sottolineo, con la Loretta non c'entra niente, è l'incapacità, o la mancanza di volontà, di capirsi.
Ieri la Holly abbaiava e Mauro, che potava un grosso olivo vicino alla strada, mi ha chiamato. C'era una signora lungo la via che voleva sapere come si chiama la Clematis Armandii che è fiorita. La Clematis Armandii in fiore è uno spettacolo, ora poi è diventata molto grande, occupa alcuni metri quadrati sulla recinzione. Immaginate due metri quadrati ( almeno) di fiori a stella, bianchi e profumati, sopra una rete. La signora ne aveva colto un fiore, e questo già mi ha innervosito. Mi disturba che si colgano i miei fiori senza chiedere il permesso. E aveva anche un grosso ramo di una mimosa che non è mia, ma è vicino a noi, non importa, strappato via senza forbici. E anche un sacchetto di insalata di campo, che, ha detto, avrebbe buttato via perché troppo dura. Allora perché coglierla?
Con un atteggiamento piuttosto arrogante mi ha chiesto se quella pianta era un ciclamino. Sapete quando le relazioni vanno storte dall'inizio? 
D'altra parte la comunicazione non verbale è molto più efficace di quella verbale e le facce dicono più delle parole.
Non è un ciclamino, ho detto io, altrimenti sarebbe alta così, ho fatto segno con le mani, cioè una ventina di centimetri al massimo. Fra una ventina di centimetri e due metri c'è una certa differenza.
"No, non volevo dire ciclamino, ma... gelsomino, io ce ne ho due, uno azzurro, e uno bianco, ma quello azzurro è morto."
"Se era azzurro e si arrampicava allora sarà stato un solanum, non un gelsomino, perché, che sappia io, gelsomini azzurri non ce ne sono."
" Accidenti, lei è come la mia amica, che si ricorda tutti i nomi dei fiori, io non me ne ricordo nessuno! Mi fa rabbia!"
"E' un guaio, signora, perché non si può parlare di piante senza sapere i nomi, almeno all'ingrosso, comunque questa è una clematide.. che le posso dire.. parente della vitalba!"
"Ah!- finalmente le è passato un lume negli occhi- La vitalba, mi pareva un gelsomino, gli stessi fiori.!"
No, per niente, se li osserva i fiori sono completamente diversi, ma sorvoliamo sui fiori, speriamo solo che si impegni ad osservare cose più importanti per la sua vita, forse lo farà, forse sarà un'osservatrice migliore di me dei suoi figlioli, di suo marito. 
Abbiamo parlato per un pò e la signora continuava ad avere l'atteggiamento di chi ti vuole sopraffare, affari suoi e motivazioni sue, ma comunque che fastidio. Alla fine le ho regalato una piantina di emerocallis e lei ha detto che non si sarebbe mai ricordato il nome. Ci credo. Perché raccontare quest'episodio insignificante?
Perché è un simbolo, o un paradigma. In questo luuungo periodo va così.


domenica 22 marzo 2015

Primavera

Valentino

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: invece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d'un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.

Alberto ha scritto il primo verso di questa poesia di Giovanni Pascoli e io sono andata a ricercarla. Ha il sapore delle cose di altri tempi, considerando che il poeta poteva essere il mio bisnonno (era nato nel 1855) e io sono arrivata ai 60. E' una delle poesie che mi ricordo, ma solo fino al pollaio che canta. Oltre ad avercela insegnata la maestra, la mia mamma ce la declamava, e insisteva sul cocco: un cocco, un cocco, ecco un cocco per te! Il "cocco" è l'uovo di gennaio, perché gennaio è "ovaio" e chi sta in campagna dovrebbe saperlo, poi, quando arriva marzo le galline diventano chiocce e covano le uova e presto nascono i pulcinini...che nostalgia! Ma soprattutto la felicità, che è una cosa né tanto grande né tanto difficile da ottenere, sta molto nel beccare cantare e amare, ognuno secondo la sua specie.