lunedì 17 maggio 2021

in giro per la Valdichiana: le Chianacce


Lunedì scorso ho fatto la prima dose di Vaccino Pfizer. Qualche giorno prima si era aperto il Portale in rete per la prenotazione per quelli della nostra età. Portale: manco si fosse in un film di fantascienza tipo Stargate! Abbiamo provato a prenotarci e sembrava un gioco online, una roulette, la ruota della fortuna... non c'era posto da nessuna parte. Poi Mauro ha provato a cercare anche lontano da Arezzo e ha trovato posto per sé a Montepulciano. Ci vuole un'ora di macchina. Per me poi si è aperta una possibilità il giorno prima di lui a Cortona. Ringrazio che siamo stati vaccinati, ma il metodo usato qui in Toscana è stato davvero assurdo. A Cortona abbiamo incontrato gente del posto che aveva trovato posto da noi a Monte San Savino! Praticamente un viavai di gente su e giù per la valle e per tutta la regione. Si parla di svolta verde ma questo fatto di mandar la gente in giro a vaccinarsi, ognuno per conto suo, senza tenere conto che fanno parte della stessa famiglia è veramente il contrario esatto della sostenibilità ambientale. 

Comunque abbiamo fatto un bel giro in Valdichiana, quella meno nota, dove ancora ci sono allevamenti di vacche chianine e vecchie leopoldine, le case costruite ai tempi del granduca leopoldo, parecchie delle quali maestose ma mezze distrutte. Grandi parallelepipedi con una piccionaia centrale o due torrette laterali e a volte un bel loggiato a piano terra o al secondo, per seccare il granturco. Quanta gente, quante famiglie abitavano in quelle case! Erano come piccole industrie agricole. Una campagna curata, con laghetti per l'irrigazione, dolci colline basse e ogni tanto un fosso ricco di piante ripariali che si connette al canale maestro della Chiana. 

Un pomeriggio del 1979 con un amico giornalista andai alle Chianacce. Anche io cominciavo a lavorare come giornalista alla Radio di cui lui era direttore. Dalla città ci volle tanto tempo a arrivare, per stradine di campagna fra campi coltivati nella grande pianura dove montagne e colline si vedono molto lontane e ogni tanto si incontra un fosso di quelli che confluiscono nella Chiana e hanno nomi da "Ufficio" , tipo "Collettore destro..." con un numero di riferimento, assegnato nel periodo della Bonifica, ma alcuni hanno nomi veri, come l'Esse, che passa vicino a noi e a Lucignano, o il Leprone, nella zona di Ciggiano. Qui trovate delle notizie sul canale maestro della Chiana e la sua storia. Ho scoperto di recente che nel medioevo molta parte della valle era allagata e Santa Margherita di Cortona, prima di essere santa, arrivò dal suo uomo in barca! 

 Aveva sedici anni quando attirò l'attenzione di un giovane nobile e ricco al quale la tradizione ha dato il nome di Arsenio della famiglia Del Monte o, secondo alcuni studiosi, dei Pecora, proprietari di terre a Valiano, nella zona dei Palazzi. Attratta da un amore che le appariva promettente, ella accolse l'invito di Arsenio a trasferirsi nel suo castello di Montepulciano fuggendo da sola e di notte discendendo da Laviano verso il fondo acquitrinoso della Val di Chiana. A quei tempi la Val di Chiana non era ancora attraversata dal Canale Maestro iniziato da Antonio Ricasoli nel 1551, nè era stato colmato il tratto fra il Lago di Chiusi e quello di Montepulciano: Margherita rischiò quindi di rimanere impigliata fra i canneti o addirittura di affogare, essendosi la barca capovolta. 

Cammina cammina, in una campagna ricca e "ubertosa" , come si diceva una volta, arrivammo alle Chianacce, dove si teneva una cerimonia di inaugurazione della Casa del Popolo nuova. In questo posticino piccolo, lontano un po' da tutto, anche da Camucia, che è il centro più prossimo, c'era una comunità unita e collaborativa che aveva costruito questa casa del Popolo nuova e il prete era lì per benedire. Non ricordo molto di più, solo una gran tenerezza e ammirazione per questa gente toscana a cui nessuno aveva regalato nulla, neanche il Partito. Insomma, lunedì scorso siamo ripassati di lì e al cartello delle Chianacce mi è tornata questa tenerezza. Chissà se è ancora come allora? Se con tutti gli anni di Berlusconi e di crisi e ora col Virus qualcosa di quello spirito indomabile è rimasto? 

A chi viene qua come turista consiglio di perdersi in questa Valdichiana poco conosciuta, di visitarla bene, a piedi, magari lasciare l'auto lungo la strada e imboccare un sentiero dei campi o, perché no, il lungo sentiero della bonifica che da Arezzo porta fino al lago di Chiusi.

mercoledì 5 maggio 2021

Un ciclo che si chiude

La mia suocera è morta il primo aprile. Il due e il tre, senza sapere niente, mi hanno telefonato delle amiche che non sentivo da tanto. Loretta, Maura, Manola...che piacere! Avevo la sensazione di chiusura di un ciclo e loro l'hanno sottolineata, chiamandomi proprio quando ci voleva. A volte sembra davvero di essere immersi in un "campo" che ci collega tutti. Ma mio marito dice che il 4 era Pasqua, e magari queste amiche hanno chiamato per quello. Comunque grazie. Il primo, di pomeriggio, quando ancora non si sapeva che la sera la cosa si sarebbe conclusa, mi ha chiamato al telefono una signora che anche lei non sentivo da tempo, solo che erano almeno 25 anni. Sono la signora... si ricorda di me? 

Certo che mi ricordo, era la padrona di una casa vicino a noi dove abitava una famiglia che ci ha spaventato per alcuni anni. All'epoca le chiesi aiuto scrivendole una lettera dettagliata, ma lei non rispose e mi ignorò completamente. Avrebbe potuto fare molto, e se non molto, almeno qualcosa. Erano anni difficili, ci sentivamo ignorati e dimenticati perfino da Dio. Il primo aprile mi ha chiamato perché le servivano delle informazioni. Certo che mi ricordo, le ho detto, come mi potrei dimenticare di quella gente, di quelle violenze, degli animali uccisi? Be', sa, mi ha risposto, quando sentii di animali uccisi non volli sapere più nulla, una storia troppo brutta. 

Cos'è? Una forma del peccato di ignavia, un peccato mortale, per i credenti, per me una cosa insopportabile che ancora mi fa arrabbiare dopo trent'anni e più. E con la faccia come il c..., di bronzo, cercava da me informazioni che le ho dato nei limiti del possibile, ma anche con la durezza che non sarei stata in grado di usare allora. Io mi sarei vergognata, al posto suo, di andare a cercare per pura utilità una persona, e attraverso di lei una famiglia, che mi aveva chiesto aiuto e per cui non avevo fatto niente di niente. Alla fine quella casa dove abitavamo si dovette venderla, non solo per i vicini, le cose sono sempre molto complicate e intrecciate. I miei genitori la vendettero e senz'altro alla fine è stato meglio così, ma non cambia il peso delle violenze, delle omissioni, delle responsabilità di tante persone compresa questa che mi ha telefonato. Che è una donna ricca, campata di rendita di beni che aveva ereditato e ora preoccupata di vendere quella casa in cui avevano abitato i nostri persecutori. Dopo 25 anni cercava informazioni da me perché quelli che hanno comprato la nostra casa non sono disponibili al dialogo. Che gente! Mi ha detto. MI sono messa a ridere: "Accidenti! Non mi sembra che possa fare paragoni con i suoi ex inquilini che avvelenavano cani e investivano i gatti sula strada e minacciavano .." 

Certa gente vive in una bolla privata, in cui non si entra fino a che li colpisce la malattia o la miseria e forse anche allora restano al centro del mondo. Comunque: il passato è  tornato a trovarmi e è davvero un ciclo che si chiude.

martedì 6 aprile 2021

"Ritorno alla vita" di Wim Wenders

Ho visto un film di Wim Wenders, su tv 2000. Tanti anni fa vidi il suo "Paris Texas"  e mi commosse tanto. Questo film si intitola, in italiano, " ritorno alla vita", e è del 2015. 

In un gruppo di scrittori, o aspiranti scrittori, su facebook qualcuno chiedeva: considerate più importante la trama o lo stile di un romanzo?  Per me avrei risposto che le storie son tutte già raccontate. Il mito le contiene tutte. Il libro dell'I Ching le contiene tutte, fra esagrammi e linee mutanti. Le trame son sempre le stesse. Alla fine ognuno nasce, poi per qualche motivo, diverso per ognuno, affronta delle difficoltà e alla fine muore. Viste da una certa distanza le vite si somigliano tutte. Guardarle da vicino, accostarsi, fa capire la specialità, perfino l'unicità. E il modo di raccontare fa la differenza. Questo film lo dimostra. Succedono poche cose. 

Questa la trama raccontata su Wikipedia: Tomas è uno scrittore  in piena crisi creativa. La sua relazione con Sara, innamorata ma con aspettative diverse, gli crea dei problemi. Tutti i suoi rapporti sono problematici: quello con l'editrice Ann con cui va a vivere e sua figlia Mina; con il padre, scienziato in pensione; il tormento della scrittura, il successo critico e il riconoscimento intellettuale; il legame misterioso e indissolubile con l'illustratrice Kate, giovane madre di due bambini che vive negli spazi sconfinati del lago Ontario. 

Vedete che anche Wikipedia dice pochissimo. Un uomo, Tomas, in una giornata gelida, in uno degli stati del nord America, in un paesaggio innevato, per caso, con l'auto investe uno slittino. E' un incidente, e accade senza che lui ne abbia colpa. Si ferma, c'è un bambino piccolo, spaventato, che non gli risponde, ma sta bene, non s'è fatto niente, e c'è un cane. L'uomo prova a interrogare il bambino, poi lo accompagna alla casa più vicina, l'unica, che si vede dalla strada. Gli apre la mamma, Kate, che chiede dov'è l'altro fratello. L'uomo capisce che c'era un altro bambino e tutti e due corrono verso la strada. Queste sono le prime scene. Il secondo bambino è morto. Il regista non ce lo fa vedere ma sarà presente in tutta la storia. E' stato un incidente e nessuno è responsabile, ma il bambino sopravvissuto è scioccato e anche Tomas. Nella scena successiva si capisce che l'uomo ha tentato il suicidio. Vive con una donna, Sara, che lo rimprovera, di aver preso male tutta la vicenda, di non aver rispetto per lei, di non essere capace neanche di suicidarsi. Si capisce che non glielo dice per cattiveria, ma solo perché Tomas si è chiuso e non le è possibile avvicinarlo, è impenetrabile. Vorrebbe fare una famiglia, avere dei figli, ma Tomas non può e non vuole. I due restano insieme perché lui non riesce a staccarsi, gli sembra di essere un ingrato a farlo. Riprende lentamente a vivere. E' uno scrittore, che ha già pubblicato due libri. 

In uno spezzone successivo il suo editore, turbato e commosso, gli dice che i tre capitoli del nuovo libro sono  davvero buoni, scritti dopo il tentato suicidio. L'esperienza ti ha cambiato, gli dice, lavora con calma, prenditi tutto il tempo che tiserve, questo libro è molto buono, migliore degli altri due, che pure avevano avuto successo. Uscendo dalla casa editrice Tomas nell'ascensore incontra una donna con una bambina, la donna si chiama Ann, lavora anche lei per l'editore, cura la collana per bambini. La telecamera si sofferma sul viso della bambina un po' più del solito. Quella bambina è importante, è un personaggio della storia. 

Tomas va a trovare la mamma dei bambini dell'incidente, trascorrono insieme un pomeriggio e la notte successiva in un'atmosfera sospesa, come un sogno. Kate ha accettato molto meglio di lui la morte del figlio, ma tutti e due hanno bisogno di questo incontro. 

Tomas ha anche un padre anziano a cui vuole molto bene, sempre in questo modo un po' difficile.

Ogni spezzone del film è annunciato da una scritta che dà un riferimento temporale. Due anni dopo, un anno dopo, 4 anni dopo. Wenders ci racconta un lungo pezzo di vita attraverso cose quotidiane, la cui importanza sembra marginale. Un giorno a teatro incontra Sara, che è venuta apposta per vederlo. Sono separati da tempo. Parlano e lei gli dà due schiaffi, che lui incassa senza reagire. E' come il prezzo delle cose accadute in passato. 

Pensavo di come succeda di far soffrire altre persone. Succede perché siamo sofferenti anche noi e chiusi, non riusciamo a evitare di far del male agli altri e più sono vicini più stanno male. Ho provocato anch'io sofferenze simili. Lasciai un fidanzatino della mia gioventù in uno di questi periodi di malessere,  e molti anni dopo mi venne a chiedere perché. Chi viene abbandonato sta molto male e per tanto tempo si chiede se è stata colpa sua, se c'è in lui, o lei, qualcosa che non va, se ha fatto degli errori, ma spesso tutto quello che non va è in chi abbandona, e non è sempre possibile spiegarlo. Può succedere di provocare un notevole casino e un grande dolore senza poterlo evitare e chiedere scusa è difficile e insufficiente. Restano questi spazi di vita bruciati, e le parole giuste non si trovano. Wim Wenders le ha trovate. Forse non parole, ma immagini e emozioni.

Passano altri anni e Tomas ora vive con Ann e Mina, la bambina dell'ascensore. L'ha adottata, ora è sua figlia, e sembra che riesca a essere un buon genitore. Il padre di Tomas, che era uno scienziato e un uomo vigoroso e attivo, è invecchiato e soffre di demenza senile, c'è una scena molto bella in riva a un lago, in cui si vedono le loro sagome scure in mezzo agli alberi nella luce accecante e dolce del sole, riflessa dall'acqua. Certe volte non ci vuole molto per raccontare...

Alla fine del film Tomas riceve una lettera da Kate, la madre dei bambini dell'inizio. Il bambino superstite, diventato grande, lo vuole vedere, e Tomas d'altra parte aveva promesso di fare qualcosa per lui, può accettare di incontrarlo? L'incontro avviene in un locale bello e solitario, parlano ma non si capisce cosa vuole il ragazzo. Dice che vuole fare lo scrittore anche lui. Dice anche che non capisce perché a Tomas le cose sono andate così bene, è diventato famoso, fa conferenze, guadagna bene. Tutto dopo la morte del fratellino. Invece sua madre non ha avuto la stessa fortuna. Sembra che gliene faccia una colpa. Tomas un po' si difende, gli dice che questa esperienza che hanno vissuto è misteriosa e dolorosa e li segnerà per tutta la vita. 

Passa altro tempo e una sera, di ritorno da una premiazione, andando a dormire, Tomas si accorge che i cuscini e il letto sono bagnati di pipì. Qualcuno è entrato in casa. Dopo lo sconcerto e anche la paura, Ann  e Mina vanno a dormire dai nonni e Tomas resta solo a casa. Spegne le luci e nel giardino buio vede una persona, è il ragazzo. Lo fa entrare e lo rimprovera un po', che gli è saltato in mente di andare a pisciare sui letti in casa d'altri? Bevono una birra e trascorrono insieme il resto della notte parlando. La mattina all'alba il ragazzo se ne va con la bicicletta, ma prima aiuta Tomas a portare fuori il materasso sporco. E' un dettaglio, ma dice che bisogna rimediare ai propri errori, almeno un po'. Si abbracciano, sono tutti e due finalmente in pace. Sono passati 14 anni dal giorno della morte del fratellino e Tomas torna a vivere. Non torna a vivere in questo momento, ma si compie un processo iniziato anni prima e durato tutto questo tempo.

Un film lento, con pochi fatti, ma denso di emozioni rarefatte e preziose. Lento, ma è impossibile staccarsi, quando finisce lascia un po' di rimpianto e una sensazione di pace. 14 anni raccontati nel modo di questo intellettuale che è rimasto sé stesso nel vortice del nostro tempo. Ci vuole così tanto per tornare a vivere? Secondo me sì, i tempi dell'anima sono lunghi e molto diversi da quello che questa società della comunicazione vuol far credere. Un film forte, delicato e prezioso.

 

 Volevo solo dire grazie a Giorgio, a Sari, a Eliette, a tutti quelli che ancora una volta hanno lasciato una parola o un pensiero. La mia suocera è tornata qui dall'ospedale il 30 marzo e è morta il primo aprile verso le 22. Volevo dirlo per tranquillizzare chi mi ha pensato. Siamo qui, ce l'abbiamo fatta.

sabato 27 marzo 2021

voler morire

 Sono giornate difficili. Per qualche giorno ho tolto l'ultimo post. Avevo un po' di preoccupazione che passasse di qui mio marito, o una delle mie figlie, o un parente, e si sollevasse un polverone. Ora lo pubblico di nuovo. La mamma di mio marito è ancora in ospedale, lunedì saranno 15 giorni. 

 Una mattina ha chiamato un geriatra dal reparto dove è ricoverata per parlare delle dimissioni. Mauro non c'era e ci ho parlato io. Ha detto che la signora è "all'ultimo chilometro", che una volta a casa avremmo dovuto tenerla qui, senza cedere alla tentazione di chiamare l'ambulanza se la vedevamo peggiorare, perché non ha più senso intervenire. Lo capisco bene, perché era qui e la vedevo. Mauro e io abbiamo parlato, poi ha parlato coi medici e coi suoi parenti e ora è molto più sereno. Sa di aver fatto quello che poteva, di aver perfino superato i propri limiti e  mi sembra tranquillo. Io lo sono di meno. Sto facendo un muretto e penso, da sola. Mi condanno e mi assolvo, a intermittenza. Poi è pur sempre una morte, una persona che c'è e non ci sarà più, un altro pezzo di vita che si conclude. Ieri era il giorno previsto del rientro, ma dall'ospedale hanno detto che si era molto gonfiata e l'avrebbero tenuta lì, perché noi sicuramente vedendola in quel modo non avremmo sopportato di non poter fare niente e avremmo chiamato di nuovo l'ambulanza. Ora aspettiamo lunedì.

Hanno rimandato il rientro più di una volta. Per prepararlo ci hanno portato a casa un grosso materasso nuovo a aria. Mauro è stato convocato da una nutrizionista in ospedale, che gli ha dato delle confezioni di alimenti supernutrienti, un addensante per l'acqua, perchè la sua mamma non riesce più a deglutire bene, e ha scritto delle raccomandazioni. Possiamo darle da mangiare anche cibi dolci, panna cotta, mascarpone, finora quasi vietati. Anche frutta, e omogeneizzati e creme di cereali, parmigiano, uova. Ma io non credo che mangerà tutte queste cose, se tornerà mangerà poco, come ha fatto negli ultimi tempi, e non si riuscirà a nutrirla come si dovrebbe. Ma poi come si dovrebbe per cosa?

In tutto questo la mia parte razionale ascolta, osserva e trova grandi contraddizioni. Il geriatra dice che questa donna è alla fine. Che almeno non soffre perchè le hanno messo un cerotto di morfina. Che se peggiora non si deve intervenire, ma chiamare la dottoressa e forse solo verificare che il dolore non sia aumentato. Però ci raccomandano di nutrirla molto e spesso, con cibi supernutrienti. Da una parte si lascia andare dall'altra si trattiene. Mia figlia ha detto che è assurdo che non riesca a morire, lei che aveva visto una sorella nelle stesse condizioni e si augurava che non le succedesse. Si sente impotente, mia figlia, molto affezionata alla nonna, le sembra impossibile non poterla aiutare. Dà la colpa alle medicine che allungano artificialmente la vita. Io proprio non so. Mi pare una faccenda molto misteriosa, vedo giovani morire presto e con facilità e vecchi struggersi con questa lentezza estenuante, per sé e per chi ci vive insieme.  Mi torna in mente una cosa che scrisse Karen Blixen ne "La mia Africa". Nella lingua swahili non c'è la parola morire, ma solo voler morire. Il morire presuppone una volontà, un'adesione, forse. E magari finché questa non c'è non si riesce. 

L'anno scorso è morto il marito della mia amica Antoinette. Aveva il Parkinson e altri problemi e era spesso in ospedale. La famiglia è stata seguita e hanno partecipato a degli incontri, che lei ha trovato molto utili. Nel corso dei quali si parlava della lunghezza di queste malattie, di come logorino i famigliari, di come non si deve sentirsi in colpa, ma concedersi degli spazi di recupero. Noi, per il Covid e altro, non abbiamo potuto usufruire di niente del genere, però abbiamo fatto dei colloqui con gli psicologi. Ne usciamo comunque abbastanza acciaccati. Se c'è una cosa che queste situazioni riescono a fare molto bene è portare alla luce tutti i problemi e le difficoltà che non abbiamo voluto o potuto affrontare o non ne siamo stati capaci.

domenica 21 marzo 2021

terminale

 Non torno qui dal 12 febbraio. In questo momento la mia suocera, 92 anni compiuti, con demenza senile o Alzheimer, non fa differenza, a letto dall'ottobre del 2019, è ricoverata in ospedale. Sola, perchè con la recrudescenza del Covid i parenti non possono essere presenti. Mi dispiace se qualcuno che passa di qui fraintende. Nonostante questo ho bisogno di lasciare una memoria fresca di questi giorni, per quanto possa essere difficile e dolorosa. Per ritrovarla quando sarà finita, per ricordare attraverso cosa siamo passati. Niente di speciale, una situazione terminale. La cosa che ho capito meglio, in questi mesi ultimi, è che in certi frangenti sarebbe meglio arrendersi. Accettare tutto. Soprattutto noi stessi, la capacità e l'incapacità di fare le cose, il limite, perché molta difficoltà proviene da lì. E' stato molto difficile ma abbiamo avuto un buon aiuto, una signora che fa questo come lavoro.  Le ultime volte non avevo scritto niente di questo perché mi pareva poco dignitoso e impietoso. E sinceramente pensavo che finisse da un momento all'altro.

 A aprile saranno 20 mesi che è con noi. L'abbiamo portata qui perché a casa sua aveva bruciato padelle e caffettiere e dimenticato il gas acceso diverse volte. Erano dieci anni, da quando è morto il marito, che era stato accertato il degrado mentale. Quando il mio suocero stava per morire una mattina mi disse che voleva fare le polpette. Le dissi che non c'era problema, perché me lo chiedeva? Mi rispose che non si ricordava come si fanno. Mi venne un brivido di paura pensando a quello che sarebbe arrivato. Le ricordai con calma, per farle tornare la memoria, come si fanno le polpette, sia quelle fritte che quelle al pomodoro. Così iniziarono le visite dal neurologo e una volta dalla psichiatra. Il degrado è stato lento e costante. 

Quando è arrivata qui, nell'agosto del 2019, già trascorreva buona parte delle giornate dormendo. Non leggeva, non l'ha mai fatto, e alla televisione le piaceva "chi l'ha visto", guardava la tv con mio marito, la sera, mentre io ero al lavoro. 

A fine ottobre 2019 si è rotta il femore e è stata in ospedale più di un mese. Dopo che è tornata è stata quasi sempre a letto, quello con le sbarre col materasso a aria. La facevamo alzare per fare i suoi bisogni, e faceva qualche giro della stanza col deambulatore, ma vista la confusione mentale non si poteva rischiare di lasciarla sola e d'altra parte molto dormiva. Abbiamo cominciato a sentirci carcerieri e carcerati. A marzo 2020 sono rimasta a casa dal lavoro e ho dovuto occuparmi di lei da sola per più di un mese. Per me, lo riconosco, è stato molto difficile. E' stato allora che ho capito che faceva la pipì in piedi e per quello in bagno non si toglieva l'odore. Ho combattuto per farla sedere sul water, cosa che forse non aveva mai fatto in vita sua. Poi è tornata la signora che veniva anche prima, per fortuna. Una volta al giorno continuavo a fare da sola.  Mio marito arrivava dopo il passaggio al bagno, per farle compagnia mentre mangiava. Ci sono stati gli episodi che, portata fuori in giardino, staccava e andava in catalessi e toccava riportarla dentro di peso col rischio che ci cadesse. Ci sono state le urla perchè vedeva animali in camera e insetti camminare sul soffitto. Ci sono state le visite dei parenti morti. Mio marito ci si innervosiva, io cercavo di prenderla sul ridere, se la buttavi sul ridere si confondeva e si dimenticava gli incubi e le visioni. Giusto in questi giorni ho sentito alla trasmissione di Mirabella che è la tattica giusta: inutile pretendere che tornino negli schemi "razionali", meglio seguire i loro o offrire una variante "allegra" della realtà che hanno istantaneamente creato. Ogni volta ho pensato che, vista la situazione, c'era poco da aspettare, che sarebbe morta presto. Poi mio marito le faceva fare le analisi del sangue e erano meglio delle nostre, meglio la pressione e l'ossigenazione. Ogni tanto è venuta la dottoressa. Non c'era molto da dire, indietro nel tempo non si torna e la situazione era quella che era. Aggiustava qualche farmaco, dava qualche consiglio.

I mesi passavano e lei a un certo punto non si è potuta più alzare. Una volta al giorno, all'ora di pranzo, ero io a portarla al bagno col deambulatore, e sveniva rischiando di cadere in terra. E' rimasta a letto definitivamente e la signora la cambiava lì. Io ho mollato, lasciando che se ne occupasse completamente lei. Le preparavo i pasti, lavavo la biancheria, ero presente, ma mi sono ritirata. Mio marito mi diceva che peggiorava e io mi stringevo nelle spalle, cosa si poteva fare di più? Hanno cominciato a venirle piccole piaghe, però curate e sotto controllo. Ha preso la posizione fetale, con le gambe rattrappite e non si riusciva più a fargliele stendere. Ogni tanto perdeva coscienza, poi però a volte urlava e le grida si sentivano da fuori di casa. Tutta l'energia finiva in quelle urla. Continuava a mangiare, come una cosa che le importava molto. Non tanto, ma mangiava. 

Una decina di giorni fa c'è stato un peggioramento grande, Mauro le aveva fatto fare altre analisi e questa volta non erano tanto buone, le piaghe erano peggiorate tutto insieme. E' venuta la dottoressa e ha mandato le infermiere per le piaghe, perchè le analisi cattive dipendevano anche da questo. Sono venute in due, la mattina, poco dopo che era andata via l'altra signora. Lei, nonostante fosse stata cambiata da meno di un'ora, era piena di cacca, perché ormai gli sfinteri non funzionano più. Nella stanza un odore pesante, greve, di escrementi che non si riesce a mandar via. Mio marito mi ha chiamato. Ti dispiace andare te a pulirla? La signora non c'è e le infermiere queste cose non le fanno. Mi dispiace, sì, avrei voluto dire con una improvvisa e inattesa ribellione. Perché non ne posso più di cattivi odori e sporco e di avere in casa una persona che muore. Ma sono andata e mi sono presa anche una specie di rimprovero malcelato che evidentemente non avevano pensato di fare a lui. E' un uomo, e gli uomini non si occupano di queste cose, ci si rivolge alla donna di casa, soprattutto in campagna. Come dire: come avete fatto a ridurla così? Non andava bene niente, il materasso non funzionava più bene, o forse non aveva mai funzionato? ma a noi l'hanno consegnato senza spiegazioni, dicendo che era semplicissimo usarlo e abbiamo fatto da soli, ricordando anche la volta che era toccato al mio suocero e mi pareva uguale. Non mi entravano i guanti perché avevo le mani umide e mi si sono rotti mentre la pulivo. Era in evidente stato di denutrizione e mi hanno chiesto se le davo da mangiare. Se le davo proteine e parmigiano. Ma il parmigiano glielo dà? E la carne? Come se l'avessimo affamata. Capisco che non è un bello spettacolo trovarsi di fronte a una persona terminale, ma sono molti mesi che è a letto e ha mangiato, quando aveva fame. Però stando ferma i muscoli si atrofizzano, il corpo piano piano cede, diventa scheletrico. Gli ultimi tempi le facevo soprattutto minestre, anche per idratarla, con molto parmigiano, o il formaggino dei bambini, olio, verdure e a volte carne, ma la carne non le piace e la rifiutava. Allora abbiamo preso gli omogeneizzati dei neonati. A un certo punto ci si arrende, di fronte a un essere umano che non parla quasi più, non capisce più niente, ha preso la posizione fetale e non stende più le gambe, vive immerso nei propri escrementi. Si cerca di mantenere una dignità, per quanto possibile, si nutre, si pulisce, si tiene pulito l'ambiente, e si aspetta che questa cosa finisca. Ma non finisce e arriva anche qualcuno che si impressiona e si scandalizza e ti fa sentire una merda anche a te, perchè...non so cosa si doveva fare ancora. Forse si sarebbe potuto fare altro, ma avrebbe significato non vivere per niente più noi. 

Non ho neanche provato a giustificarmi. Le capivo, perché è scioccante trovarsi di fronte a certe cose. Sembra una persona abbandonata, e i parenti dei torturatori, probabilmente. Ho raccontato un po' come era andata, e i mesi trascorsi, e il fatto che un mese prima mangiava con gusto la pastasciutta al ragù. Alla fine sembrava avessero capito un po' di più, erano più disponibili. Hanno detto di non toccare le medicazioni e che sarebbero tornate loro a rifarle il lunedì. Era venerdì. Io ci sono rimasta molto male, avevano fatto riemergere sensi di colpa giustificati e non, di quest'occasione e di altre che non c'entrano niente col presente, e ho dovuto raccontarmi questa storia che scrivo diverse volte daccapo per arrivare a dirmi che dovevo accettare di aver fatto quello che mi era riuscito, forse non abbastanza, ma comunque dentro dei limiti che non riesco a superare, una volta di più. Intanto le davamo gli antibiotici. Lunedì mattina non si riusciva a svegliarla. Era molto calda. Penso che fosse in coma. Mio marito ha chiamato il 112 e l'hanno portata in ospedale. 

Qualche giorno prima avevo parlato con una cara amica infermiera che ha la mamma della stessa età della mia suocera, però ancora attiva. Va in bagno da sola, si prepara qualcosa da mangiare, hanno un pezzo di terra e va a trafficare con le galline, fa un po' di orto. Uno di questi giorni non riusciva a parlare bene e la mia amica si è accorta che aveva in corso un piccolo ictus. TIA, attacco ischemico transitorio, che si è risolto piano piano. La mia amica ha pensato: se l'avesse portata in ospedale sarebbe rimasta sola, a fare tante analisi e controlli che poi non avrebbero cambiato la situazione nella sostanza, confondendola ancora di più, e ha deciso di tenerla a casa. Noi non saremmo stati in grado di prendere una decisione simile. Che sarebbe stata la più sensata, probabilmente. Non siamo né medici né paramedici. Quindi da una settimana la mia suocera è ricoverata. Una vota al giorno ci danno notizie. Le analisi sono migliorate, ha ripreso i sensi, è tornata in catalessi, si è svegliata di nuovo...Un pomeriggio hanno chiamato mio marito. Tre volte. Io ero nell'oliveto. Gli hanno chiesto se era d'accordo di farle una o due trasfusioni. Lui ha detto subito di sì. Di fare tutto quello che si poteva per tenerla in vita. Poi è venuto a dirmelo e io mi sono arrabbiata parecchio. Gli ho detto che chiamano per queste cose per sentirsi dire di no. SE poi chiamano tre volte dovrebbe essere evidente. Perché la trasfusione è un'ipotesi, e se non te la proponessero potrebbero avere delle conseguenze anche penali, potrebbero essere denunciati, ci sono parenti che tengono molto alla pensione e cercano di allungare i ricoveri, di non tenerli a casa, ma fanno di tutto per tenere in vita i congiunti. Ma fare una trasfusione a un paziente terminale non ha alcun senso, la vita si prolunga, ma di quanti giorni, e in che condizioni? Non ha già sofferto abbastanza? Forse la cosa che si doveva fare era tenerla a casa e lasciarla morire qui. Abbiamo litigato, lui ha detto che non se la sentiva di essere lui a ucciderla, di premere il pulsante. Io gli ho detto che era una cosa molto drammatica e teatrale, ma del tutto falsa, che si trattava solo di lasciare che le cose facessero il loro corso, che era accanimento terapeutico, ne aveva mai parlato sentito parlare? Sì, moltissime volte, ma non aveva voluto ascoltare. 

Poi mi son fatta passare l'arrabbiatura, che dipendeva anche dal fatto che sono esasperata, da questa cosa lunghissima che sembra infinita e dal resto che esaspera tutto il mondo in questo momento. E mio marito mi fa pena, perché questa donna è la sua mamma, e non la mia, e vederla in queste condizioni è disturbante, ma forse se anche una volta sola l'avesse pulita lui, avrebbe capito meglio e sarebbe stato capace di prendere decisioni dure ma necessarie.  Adesso dall'ospedale prospettano di rimandarla a casa. Se sopravvive, ma con le trasfusioni e le cure forse tornerà. Avrà il catatere per la pipì. Almeno starà asciutta e si avrà a che fare solo con la cacca e i sacchetti di pipì da svuotare, però possono venire infezioni urinarie. Credo avrà una flebo fissa perché non si riusciva più a idratarla solo con cibo e bevande. Prospettano un materasso ancora più speciale. E le infermiere per le medicazioni delle piaghe, Andrà girata ogni due ore. Per quanti giorni non so. Uno, due, o due settimane, tre mesi...un altro anno? 

Mi sembra di essere caduta in un incubo da cui non si riesce a svegliarsi. Questi giorni che non è qui invece di riposarmi mi hanno fatto pensare, cosa che facevo poco finché era presente. Pensavo poco, scrivevo poco, guardavo stronzate in televisione per mettere la testa da qualche parte che fosse innocua, ma niente è innocuo e poi la sensazione di vuoto fa un po' paura. La cosa utile è stata come sempre lavorare all'aperto. Stanotte non ho dormito quasi niente. Mi trovo meno preparata di 20 mesi fa, ma fin qui ci siamo arrivati e arriveremo in fondo.

venerdì 12 febbraio 2021

L'indice di fiducia e il cittadino medio

 Del sentimento di fiducia ne ho già parlato qui. Scusate se mi cito, non voglio sembrare autorefenziale, ma questo è il mio ripostiglio dei pensieri e  mi serve ricucirne alcuni che ho seminato lungo la strada e ricomporre un quadro omogeneo. La fiducia è un indice psicologico, se seguite un po' vi accorgete che oscilla influenzato da avvenimenti anche molto lontani da noi, le dichiarazioni prima di Trump, e ora di Biden, terremoti, catastrofi, carestie, decisioni di governi di paesi all'altro capo del mondo e, qui da noi, la situazione politica. Basta poco, una piccola buona notizia, o anche una notizia cattiva che dà idea di concretezza, per farlo balzare in alto. Il sentimento di fiducia, però, è anche un indice economico. Se la gente si fida fa cose, investe, crea attività. Le trasmissioni di economia lo citano continuamente, il cittadino medio deve avere fiducia, la stabilità dipende da questo, la fiducia sale e scende spesso. Se la fiducia fosse stabile il mercato  lo sarebbe anche lui e le cose procederebbero meglio. Ma come fa a avere fiducia il comune cittadino, povero Cristo? 

  L'economia sul pianeta è un'unica rete, come la diffusione dei virus, ce ne siamo accorti con la crisi del 2008 2009, quella dei mutui subprime. Ascoltavo radio 24 andando al lavoro in quegli anni e Barisoni parlava di questa crisi nata in America e dei titoli Lehman Brothers e diceva che si stava osservando, ma no, non arriverà da noi, non può arrivare, noi non c'entriamo niente. E invece le banche avevano distribuito i titoli spazzatura, mascherati, spezzettati, travestiti, nell'economia mondiale.  La crisi è arrivata come una grande onda  che attraversa l'oceano.

Quanto a Draghi è il massimo per ispirare fiducia, nella crisi durata anni, che avevamo appena attraversato ci aveva tutelato, era stato come un baluardo a difesa dell'Europa e dell'Italia. Come non fidarsi?  

Oggi ho trovato riproposta una notizia del 3 gennaio scorso. Draghi ha una casa a Città della Pieve e i suoi concittadini avevano notato in quel periodo dopo Natale un gran viavai di politici fra cui Renzi. Il 3 gennaio si decideva già tutto? 

L'ho detto nel post precedente, del fastidio che provo io e altri nel vedere che le cose sono state decise sopra la nostra testa, allestendo anche uno spettacolo di un paio di settimane, spettacolo pubblico che paghiamo noi cittadini ignari e manipolati. Funziona davvero così la democrazia, il governo del popolo?

Mi ero riaffacciata alla politica dopo un tempo di letargo. Letargo tanto per dire, facevo e pensavo altre cose. In questi giorni sentivo nominare tale Casalino. Non sapevo chi fosse il portavoce di Conte. Poi vedo che arriva dritto dal primo Grande fratello. Nel link trovate delle notizie sconcertanti che non conoscevo perché non frequesto le tv di mediaset da anni e evito le trasmissioni tossiche. Così capisco un po' alcune mie amiche che vedono Draghi come salvatore: almeno gente come questo Casalino momentaneamente si eclissa. 

Ho discusso con queste amiche, in chat, riguardo queste cose. Ho trovato in loro un'avversione nei confronti di Conte e dei 5 stelle, e anche del partito democratico. Un paio sospetto diano il voto alla destra di Berlusconi, pur essendo Berlusconi quello che fa venire alla luce talenti politici come questo tale Casalino. (E' ironico.) Voglio troppo bene a queste amiche e ho trppo bisogno di loro per intestardirmi in queste discussioni .Dopo aver sostenuto con energia che, per aver a che fare con Renzi Boschi e compagni, ci vuole molta fortuna e le mutande di latta, mi ritrovo stanca, spenta e priva di fiducia.  Penso che anche il cittadino medio lo sia vedendo un panorama così desolante. 

Post scriptum: abbiamo il nuovo governo Draghi. Ha pescato nel sacco chiuso del Parlamento e nei sacchi ancora più piccoli dei partiti. La sensazione di festa e novità si affloscia. Le grandi manovre di Renzi, che parla di sé come di un grande statista, stratega e salvatore del paese, hanno partorito un topo vecchio e zoppo. Per fortuna lasciano al loro posto 7 del governo precedente, che si vede non era poi così male, fra cui la ministra Lamorgese, e soprattutto Speranza. I cosiddetti tecnici, che sono politici senza tessera di partito, vedremo le loro prestazioni più avanti. Torna invece la Gelmini, che era convinta che ci fosse un tunnel scavato sotto tutta l'Italia che collegava Ginevra coi laboratori del Gran Sasso. La sua affermazione compare nei libri di testo per la scuola, ma non come esempio di ignoranza da capre, come verità. Ahinoi.