martedì 8 ottobre 2019

Assassini S p A

E' un libro di Jack London che mi piace moltissimo, si chiama "Assassini S.P.A.". E' la storia di una società segreta di sicari, che uccide a pagamento, ma con una caratteristica speciale. Chi richiede l'intervento deve portare delle motivazioni etiche, dimostrare cioè che la persona che sarà eliminata lo merita ed è socialmente dannosa. Una volta esaminata la documentazione e ritenuta valida, dopo una discussione che richiede perlomeno conoscenze filosofiche, antropologiche e storiche, viene richiesta una cifra in pagamento che sarà in qualche maniera "equa", cioè comprensiva delle spese e naturalmente delle necessità di base dell'assassino, che è sempre un individuo interessante, un moralista fanatico, o un religioso, uno che crede con tutte le sue forze che questo strano mestiere che si è scelto sia utilissimo alla società. A capo dell'organizzazione c'è Ivan Dragomiloff, un uomo originale che ha una figlia, che ignora il suo vero lavoro. Della ragazza si innamora il protagonista/narratore, il quale  cerca notizie sulla S.p.A., che pur essendo segreta lascia delle tracce. Nel tentativo di convincere Dragomiloff a cessare la sua attività, gli descriverà la sua stessa opera come profondamente immorale. Discuteranno una notte intera, alla fine Dragomiloff si dichiara convinto delle motivazioni dell'altro e quindi battuto, e incarica i suoi fidi sicari di ucciderlo, come individuo socialmente inaccettabile. Uccidere lui, il Capo. Comincerà una lunga caccia. Il racconto è bellissimo, contiene la storia d'amore fra i due giovani, quella dell'amore fra padre e figlia, e quella dell'amicizia profonda fra i soci assassini.  Corre sul filo sottile fra il male e il bene, il bianco e il nero, la luce e l'ombra, che Jack London qui definisce in termini assoluti, senza grigi e senza zone intermedie. La cosa più intrigante del racconto è il fanatismo del pensiero, che conduce un uomo con un intelletto vivacissimo a decidere di farsi uccidere, non senza combattere, in nome dei suoi stessi principi. Mi viene da pensare ai brigatisti rossi, al personaggio di Giulia, mi pare, interpretato da Sonia Bergamasco in "La meglio gioventù". Questo libro tocca simboli profondi, è l'ultimo dell'autore, lasciato incompleto e finito da un altro scrittore, ed è scritto con una freschezza e una energia appassionanti. Jack London era  pieno di forza e malinconia, un uomo forte e fragile con una sensibilità esagerata, che alla fine, forse, si tolse la vita. Eppure leggendo molte cose che scrive, e questo libro che parla di amore e di assassini professionisti, viene voglia di vivere .

sabato 5 ottobre 2019

Il cielo stellato

Avviso i lettori, del cielo stellato parlano solo le ultime righe di questo post. Quella appena trascorsa è un'estate molto diversa dalle altre. Intanto fino ai primi di luglio non avevo fatto l'orto. Per me non fare l'orto è strano...mi manca qualcosa di essenziale. Avevo curato il giardino, che è già tanto, e tolto alcune piante, fatto spazio. Ero riuscita a tagliare l'erba e tenere piuttosto a posto, senza però fare alcuni lavori quasi strutturali che mi ero riproposta. A luglio ho piantato qualche pomodoro, qualche melanzana, cetrioli e zucchine. Pensavo che con il caldo corressero, invece abbiamo avuto i primi pomodori solo venti giorni fa, cioè in settembre. Abbiamo avuto in compenso, presto e a lungo, zucchine e cetrioli e melanzane striate. Tutto  sommato non è andata male. Bisogna accontentarsi di quello che si riesce  a fare, ma io non sono una che si accontenta. Ho una vita talmente piccola da troppi anni che almeno qui devo avere dei risultati, altrimenti esplodo. Poi siamo stati in Galles a trovare Fiamma, la figlia maggiore. E ho potuto visitare Bodnant Garden e vedere la brughiera fiorita. 

Ho cominciato a avere dei problemi col nuovo decespugliatore a batteria che aveva comprato e che mi era stato tanto utile. Per non pesare su Mauro che aveva le sue cose impegnative da seguire. E per essere indipendente, cosa per me importantissima. Il mio vecchio tagliaerba aveva già perso il sacco raccoglitore e non c'era verso di ripararlo. Quindi una volta tagliata l'erba, bisogna rastrellare e raccogliere, lavoro doppio. A un certo punto la macchina ha perso anche una ruota. Ho provato a usarlo così, zoppo, e ho scoperto che era perfino più facile farlo camminare, perchè, se hai una ruota storta, quella frena, ma certamente è faticoso spingerlo dovendolo tenere in equilibrio su tre gambe. Non è possibile sostituirlo, per ora, quindi si fa così. Diciamo che i miei collaboratori principali avevano deciso di abbandonarmi. La Holly aveva un dolore alla gamba, è artrosi dell'anca, quindi anche per lei antidolorifici. E' cominciato un periodo in cui tutto sembra rallentare e infrenarsi. In agosto abbiamo portato qua la mamma di mio marito. A vivere. Finalmente. Perchè da un certo punto di vista alcune cose sono andate al posto dove dovevano andare da anni, ma certo questo ha reso la vita qui più complicata. Anche per altri aspetti è stata un'estate difficile, fra il grande caldo e altre cose di cui non posso parlare perchè riguardano anche altre persone, ma che non sono state per niente secondarie. Sembra certe volte che qualcuno ti metta una cesta sulle spalle e cominci a caricare. Ce la fai così? Allora ne metto un altro po', poi un altro po'. Ce la fai ancora? Un altro po'. Ora cammina. E te vai avanti con tutto quel peso. Anche Mauro è carico e ci è meno abituato. Aveva il lavoro, ma certe questioni famigliari gli rimanevano al margine. Come al confine del campo visivo. Se però il decespugliatore e il tagliaerba funzionassero bene, se alcune cosine meno centrali collaborassero, ci si sentirebbe meno pressati.

Non capita mica solo a noi di essere carichi. Ne vedo tanti, soprattutto donne, cariche stremate all'inverosimile, che non si ribellano, si lasciano schiacciare e perfino annientare. Io no, eh! Io ho il mio giardino. Interiore e materiale, il mio blog, i miei libri, da leggere e da scrivere, e i miei sogni. Le mie AMICHE. Mi prendo del tempo per me. Mi assicuro degli aiuti. Ma quando vado al distretto sanitario vedo tante donne schiacciate dal peso delle famiglie, in cui tutti lavorano e è "naturale" mettere tante cose addosso alla mamma o alla nonna ancora attive, che però non lavorano fuori di casa. Tutto questo lavoro femminile fa risparmiare denaro alla famiglia, ma il prezzo è l'annullamento di queste donne.  Fra queste cose da fare c'è la pulizia della casa, il far da mangiare per tutti,  lavare e stirare, la cura degli anziani di casa che spesso sono anzianissimi, spesso malati...la vita diventa una specie di schiavitù volontaria. Non si ribellano, non sanno niente di femminismo, di diritti, sembrano il bue che si vedeva tirare l'aratro nei campi, ormai decine d'anni fa, che conosceva solo la fatica. Si legge negli occhi di queste donne, si sente nella voce un'amara rassegnazione, e nel corpo si vede un'attitudine a portare il peso, le spalle abbassate.

Ieri l'altro la mia suocera la mattina presto si è alzata per fare la pipì e si è rotta il femore, è già stata operata. Da ora in poi si vedrà. Non si può chiedere niente alle alte sfere, dico quelle alte alte, perchè c'è gente che muore sui barchini in mare, gente che perde la casa, gente che viene torturata, uccisa...questi vengono prima di noi che tutto sommato siamo nell'ordinaria amministrazione. Due piogge grosse estive, di cui una, non qui, ma qui vicino, è stata un'alluvione, hanno garantito una fioritura autunnale di settembrini molto abbondante, benchè caotica. Una ragazza in questi giorni mi ha ricordato un altro nome di questi aster che avevo dimenticato: il cielo stellato. Ecco, proprio così. Mi guardo questi e quello, stanotte, al ritorno dal lavoro, e mi rimetto a posto. Sempre che non si rannuvoli.

giovedì 12 settembre 2019

Bodnant Garden


L'unico rododendro ancora in fiore in questo periodo estivo (fine luglio)


Sulla destra credo ci sia una Rodgersia, a sinistra una bella malvacea...


Coreopsis verticillata Moonbeam


qui abbiamo u accostamento fra eringio e echinops, fiori simili, ma quelli di eringio hanno il "colletto"

martedì 10 settembre 2019

Bodnant Garden : Watch a bird!


Cotinus e hemerocallis
I fiori: crocosmia, monarda, penstemon, helianthus, e salvia sul davanti

Quando si arriva a Bodnant Garden ci si imbatte in un cartello scritto in inglese e gallese. La scritta dice "Guarda gli uccelli" e  dietro c'è una mangiatoia sospesa per uccellini granivori che continuamente vanno a mangiare, ho messo il link del piccolo filmato che ho fatto. Il gallese è lingua parlata e scritta, tutte le informazioni sono bilingue, gallese e inglese. E' curioso come queste zone relativamente piccole conservino un'identità culturale così netta. Alcune parole hanno tante consonanti che ci si chiede come possano pronunciarle. La zona iniziale del giardino è sui toni del rosso, arancio e giallo, fino al giallo molto chiaro e al bruno quasi violaceo. Le foto sono mie fatte col cellulare.






Crocosmia e davanti Coreopsis verticillata
Crocosmia, kniphophia, lilium e un miscanthus zebrinus



mercoledì 4 settembre 2019

La vasca dei pesci rossi di Bodnant Garden













Questa parte di Bodnant Garden è sulla sinistra rispetto all'ingresso, si scopre dopo aver girovagato un pò con in mano la carta che ti danno all'entrata.  E' una zona  più appartata e di dimensioni che sarebbero adatte anche in un piccolo giardino privato. Ci sono altre vasche molto più monumentali, questa è relativamente piccola e ha intorno piante fiorite in azzurro e arancio, uno degli accostamenti più forti ma anche classici perché si tratta di colori complementari. La vasca è in una zona bassa e raccolta e le piantagioni sono da zona mediterranea, da clima caldo, ci sono le escolzie californiane, le salvie ma ci sono anche gigli e piante con fiori scurissimi. Ci si può chiedere perchè, ma si vede dalle foto. Il colore quasi nero dei gigli e di alcune foglie richiama il nero dell'acqua, mentre l'arancio richiama il colore dei pesci. Quando si realizza una vasca il nero è il miglior colore del fondo. Ci sono dei teli appositi, anche se in questo caso la vasca è storica, fatta tanto tempo fa, e credo sia in muratura anche il fondo. Per uno che realizza una vasca per la prima volta è un pò strano usare il nero, viene da usare un azzurro o il color sabbia delle piscine. Ma questi colori chiari si sporcano subito con le impurità dell'acqua, che non deve essere ripulita, bisogna cercare di favorire un ciclo naturale e lasciar fare il più possibile, una volta messa l'acqua non si cambia più , sono le piante a pulirla.I colori chiari danno l'impressione di sporco e disordinato. Il colore nero del fondo fiisce per essere il più bello e gradevole e misterioso, anche. In posti come questo laghetto di Bodnant Garden si impara come giocare con i colori, delle foglie e dei fiori, dell'acqua e del cielo.

sabato 17 agosto 2019

anni novanta del secolo scorso: fili di plastica e altre storie

Erano i primi anni novanta. Avevamo, con altre due donne, un piccolo negozio di prodotti bio, in centro. Si trovava in un edificio che era stato, agli inizi del secolo, l'ospedale di città, ma nessuno se lo ricordava più. Ora ospitava in una parte la sede del partito comunista, con il famoso circolo Aurora;  poi c'era un bar, e dei negozietti. Più in là una pizzeria. C'erano delle gallerie, che portavano nella stradina dietro, via Mannini. Noi eravamo in angolo, con l'ingresso sulla piazza e una vetrina sotto la galleria, dove c'era anche la macelleria equina, l'unica della città. La zona era centralissima, ma abbandonata, in Comune ne erano consapevoli, e ci avevano dato il permesso di aprire il negozio nell'ambito di un progetto di rivitalizzazione del centro storico, che consisteva nel fare aprire attività e lasciarle al loro destino. Il sabato, giorno del mercato grande, davanti a noi si piazzava un camion di ambulanti che ci oscurava completamente e ammorbava l'aria con un generatore diesel.  Davanti al bar, sullo scalino, perchè non c'erano tavolini fuori, anzi c'erano sempre auto parcheggiate, sedevano dei tossici, ormai avanti con l'età. Era proprio un punto di ritrovo. Davanti c'era una balaustra in pietra e tre pioppi, invecchiati, spettinati, con tanti segni di potature feroci, ma belli e vivi, e soprattutto facevano un po' d'ombra. I pioppi sono alberi dalla vita breve e di solito amano l'acqua... a ripensarci molti anni prima c'era stata acqua in piazza Sant'Agostino. C'erano i lavatoi pubblici dove le lavandaie svolgevano parte del loro lavoro, ma da un pezzo erano spariti tutti, lavatoi e lavandaie, e i pioppi furono tagliati tutti, uno per uno, già nei 5 anni che siamo state lì. Ogni tanto la mattina arrivava in vespa un notissimo spacciatore, uno della mia età che non capisco come abbia potuto per tutta la vita vivere vendendo droghe. Pare che lo faccia ancora. C'erano dei ragazzini a aspettarlo, magri, già segnati in faccia, nervosi, con la pelle grigia.  Per un pò si affollavano intorno alla vespa, poi lui se ne andava e i ragazzi si dileguavano, chi verso San Gimignano, chi sotto la galleria, chi in direzione del Corso. Ogni tanto veniva la Polizia, chiedeva i documenti. Una mattina uno dei ragazzi, giovanissimo, forse neanche maggiorenne, si era seduto sulla balaustra. Non avevo seguito tutta la scena, c'era da farsi trattare male a osservarli, ma quando mi riaffacciai all'esterno vidi che aveva pronta la siringa e stava facendo una cosa che mi gelò il sangue, stava affilando l'ago sulla pietra sudicia, lentamente, con metodo, come una vecchia abitudine, come uno che affila un rasoio prima di farsi la barba. Poi si legò un laccio al braccio e con tutta calma e alla luce del sole si fece la sua dose.

Questo era il posto. A descriverlo così sembra una piccola fine del mondo e in effetti lo era. Non so come spiegarlo neanche a me stessa, nella piazza c'era la chiesa di Sant'Agostino, poco più avanti c'era un bar storico, il caffè Sandy, frequentato dall'Arezzo bene, commercianti, liberi professionisti, e appena più in là il Corso Italia, con tutti i suoi negozi di lusso, eppure lì, a una trentina di metri, era tutta un'altra faccenda. Come un corso d'acqua che in un punto forma un gorgo dove finisce tutto il materiale raccolto, e lo sporco. Un posto di naufraghi, di abbandono. Anche il bar era così. C'era una coppia in giro, tutti e due umani venuti un po' male, lui gobbo, con la scoliosi e epilettico, lei pure forse con un handicap di qualche tipo. Diciamo che si chiamassero Poldo e Nunzia. Buoni, gentili, a volte però rabbiosi, vivevano in un alloggio assegnato loro dai servizi e passavano la giornata al bar. Bevevano e consumavano lì la pensione di invalidità. Avevo la seconda bambina molto piccola e a volte quando era con me in negozio la Nunzia mi chiedeva di prenderla in braccio. Gliela davo per un poco, col cuore stretto, mi dispiaceva di dirle di no, ma poi mi sentivo in dovere di lavare le manine alla bambina, perchè la donna puzzava molto di pipì. Ma come si dice, niente di ciò che è umano mi è estraneo. Solo eravamo consapevoli di non poter fare niente, non c'era possibilità di redenzione, di uscirne fuori.  Un giorno dopo aver riscosso la pensione i due pensarono di andarsene al mare. C'erano stati un paio di volte con un centro anziani e gli era piaciuto. In qualche modo arrivarono al mare, con la corriera, e stettero lì qualche giorno, in un albergo. Al bar li cercarono parecchio. Erano spariti. Quando tornarono quelli del bar erano molto arrabbiati. Dicevano di essere responsabili dei due, che non potevano andarsene senza avvisare e cose del genere. La Nunzia e Poldo avevano quasi finito tutti i soldi del mese e erano tornati con la coda fra le gambe. Cercarono di essere riaccolti al bar, ma non ce li volevano più. La Nunzia arrivò a piangere e gridare. Qualcuno mi disse, ma non so se sia vero, che appena riscossa la pensione la consegnavano al bar e per il mese ricevevano più o meno i pasti e da bere, e i soldi per le bollette di casa. Ma ora che avevano fatto quell'alzata di testa non ci si poteva più fidare.  

Una mattina arrivai e in terra c'erano delle macchie scure sull'asfalto irregolare e tutto crepato. Pensai: il macellaio aveva ricevuto il carico di carne e non aveva fatto in tempo a pulire. Le carcasse degli animali sgocciolavano e lui passava sempre con dei secchi d'acqua. Proprio lui venne a raccontarmi. Aveva un po' il gusto dell'orrido. Uno dei frequentatori del bar la notte precedente si era tagliato le vene! ma non lì, per il Corso. Poi era risalito in via Mannini. 
"Venga a vedere, ci sono le pozze! Poi è passato di qua sotto la galleria, ci sono macchie in terra anche qui, ma ormai il sangue l'aveva quasi finito... e ha sgocciolato fino qui. Poi hanno chiamato il 118. Hanno detto al bar che sono venuti bardati con dei guanti fino sopra i gomiti ma quello era arrabbiato e non voleva farsi toccare,  non l'hanno toccato finchè non è caduto, ha capito? Non se ne giovavano!" A vedere le pozze di sangue in via Mannini non ci andai, mi veniva da vomitare già solo a sentirne parlare.
Per diversi giorni parlarono molto male di quelli dell'ambulanza che avevano aspettato che cadesse, che fosse fuori gioco, per toccarlo, come una bestia, dicevano, un animale.  Eh no, non se ne giovavano, temevano per se stessi, perchè pare che il tipo fosse conosciuto e fosse sieropositivo. Dopo un paio di giorni era di nuovo in giro, con i polsi fasciati. Seduto sul solito scalino, a parlare della sua brutta avventura.

Sì, questo era il posto, e a riguardarlo ora che lo descrivo fa un po' paura, ma noi eravamo giovani e portatori di un'idea forte,  e non ci spaventava, anche se ci tenevamo abbastanza alla larga. Al piano di sopra c'era lo studio di G., che era un pittore. Ne ho parlato altre volte. Avrebbe potuto prendere lo studio da un'altra parte ma credo gli piacesse stare lì, in mezzo a quell'umanità così marginale, così fragile e violenta, che gli ricordava tutti i giorni chi siamo e che siamo fatti tutti dello stesso materiale. Era un'umanità che non comprava i suoi quadri, che non li vedeva neanche. Gli acquirenti venivano da altri quartieri, dove i vizi si nascondevano dietro una cortina di rispettabilità e ricchezza. 

Aveva un quadro che ritraeva un tossico che era morto qualche anno prima, lui lo chiamava per cognome, e l'aveva raffigurato seduto sullo scalino solito con la testa quasi affondata fra le ginocchia. Teneva questo dipinto fra i suoi cavalli e i suoi boschi infuocati, in vista. Gli piaceva dipingere alberi e cavalli, sempre con questi toni bollenti, rossi ruggine arancio, facevano venir sete a guardarli.  Certe mattine, ma questo in qualche post l'ho già detto, lui, io e il macellaio portavamo dai nostri orti un pomodoro, il più grosso che avevamo raccolto e si faceva la gara del più pesante, pesandolo sulla nostra bilancia. Era un gioco fra noi, che ci tirava fuori da quelle atmosfere grevi.

La mattina in piazza c'era tutti i giorni un piccolo mercato, frutta e verdura e bancarelle di biancheria e abiti. G. scendeva dallo studio e si sedeva sullo scalino del bar, o su quello del nostro negozio. Uscivo e parlavamo un po', gli ero molto affezionata, come a un altro padre, poi lui si alzava e acchiappava uno dei piccioni che svolazzavano in giro. C'era anche parecchia cacca di piccione, a un certo punto all'inizio, avevamo dovuto mettere dei dissuasori per non farli posare sulla tenda, che si era riempita di cacca. Ci si posavano di notte, dormivano lì.
G. parlava e intanto con una mano teneva il piccione e con l'altra pazientemente liberava le zampe dell'animale. Avevo visto che molti piccioni zoppicavano, ma non mi ero chiesta perchè. Anche quelli belli e giovani, più colorati e graziosi, con gli occhi vivaci, zoppicavano. Ogni giorno alla fine della mattinata di mercato, prima che passasse la nettezza urbana, restava a terra tanta roba, avanzi di cibo, pezzi di pane e panini e schiacciate, e frutta, e anche fili. Già, fili, non ci si immagina quanti fili possano produrre le bancarelle di abiti da poco prezzo, e non si tratta di fili di cotone, no, sono di plastica. Sono quei fili che poi quando stiri l'indumento si induriscono e si spezzano, o si fondono subito col calore, e si aprono le cuciture. Benché, anche se fossero stati di un altro materiale, forse avrebbe fatto poca differenza, ma di certo i fili di plastica tagliano come coltelli. I piccioni, rovistando fra quella roba in cerca di cibo, si legavano le zampe con questi fili che poi camminando a terra le strozzavano finché cadevano via dei pezzi. Si mutilavano da soli. Molti piccioni non potevano più posarsi se non a terra, perchè non avevano più le zampe ma dei monconi. Parecchi avevano i fili legati strettamente e G. li prendeva e li liberava. Tre o quattro per mattina, sapendo che il giorno dopo si sarebbero legati di nuovo. Un lavoro inutile, ma pietoso, quotidiano. Li liberava e scrollava la testa, perché sapeva che era una guerra persa. Ma così non li poteva vedere. Non me ne ero accorta di questa cosa dei piccioni mutilati, con le zampe gonfie e congestionate dove non scorreva più il sangue. G. aveva osservato e non li poteva vedere stare male. Mi chiedo quante cose vedesse, oltre ai piccioni. Ecco, c'era già tantissima plastica in giro, in fili, in pezzi minuscoli, chissà quanta ne mangiavano i piccioni, pensavo a questo in questi giorni vedendo l'ennesima foto di tartarughe e uccelli e pesci imprigionati da sacchetti e fili, o morti con la pancia piena di plastica. Uno di questi giorni un giovane uomo sui quarant'anni mi ha detto, stupito, che non capiva come si fossero potute formare queste isole plastica negli oceani. Era un pochino incredulo e arrabbiato. Ha detto che loro, al nord, fanno la raccolta differenziata. Come se il problema fossero gli ultimi dieci anni.

venerdì 2 agosto 2019

Alluvione ad Arezzo e dintorni



Io e Mauro siamo stati in Galles a trovare la nostra figlia maggiore. Che bel posto dove vive! E che bei giorni assaporando un modo diverso di stare al mondo, come sicuramente in un viaggio organizzato non avremmo potuto fare. Dobbiamo ringraziare questa figlia coraggiosa che si costruisce una vita lontano da qui per avercene fatto parte. Se ci riesco dedicherò un post a questo viaggio in cui, oltretutto, abbiamo preso l'aereo per la prima volta. 

Ma oggi volevo parlare un pò dell'alluvione che ha colpito la nostra città e i dintorni mentre eravamo via. Da noi non ha fatto danni, ma solo a 4 km da qui ha creato tanti problemi. Alla periferia della città è morto un uomo che si è trovato travolto, con l'auto, in una piena e ha dovuto scegliere fra morire dentro la macchina o fuori. Uscito dall'abitacolo per salvarsi è stato portato via dall'acqua e hanno ritrovato il cadavere in un fosso.
Ieri, primo giorno di lavoro, parlavo di questo con un collega che diceva che si fa tanto lunga, ma era solo una pioggia troppo abbondante, e che il problema erano i tombini intasati, che non permettevano il deflusso dell'acqua. Gli ho fatto vedere un breve video che avevo ricevuto in quei giorni. La strada era diventata un fiume in piena. Ci è rimasto male, era evidente che gli scarichi non potevano ricevere quella massa enorme d'acqua. Ma lui forse era al chiuso e non ha visto con i propri occhi, o forse ha interpretato cose sentite dire..

Ci ho ripensato. Per prima cosa molte persone danno la responsabilità agli altri, sempre agli altri. A chi deve tenere puliti i tombini, a chi deve mantenere puliti i fossi, le strade... tutti personaggi senza faccia, non identificati, che devono fare cose. Che veramente non si sa se esistono dappertutto, come figure professionali. Poi il sindaco, la colpa è sempre del sindaco. Anche io lo dico spesso, ma almeno identifico una specifica funzione che gli appartiene. Qui invece la questione è vaga, è qualcun altro che deve fare cose che riguardano la cosa pubblica, ma quello che parla difficilmente compie un atto per cambiarle, le cose, perché non gli spetta, o così pensa; non tocca mai a lui, e pensa anche di passare per coglione se si occupa di un spazio pubblico, di un oggetto comune. O se una volta lo fa, si sente un eroe.  Su facebook c'era un aretino celebrato appunto come un eroe perché pare abbia preso una sbarra di ferro e abbia alzato i tombini intasati in una via della città durante questa tempesta. Bravo, encomiabile, ma, per esempio, in Trentino avrebbe fatto solo il suo dovere.

Poi c'è il fatto che se non lo vedi con i tuoi occhi o non tocca te di persona non ci credi, e non lo ritieni importante, te lo dimentichi con la velocità della luce. Una volta tocca andare sott'acqua a Rigutino, la volta dopo a Camucia, poi a Montagnano, poi a Arezzo, ma solo per una parte. Si attraversa l'emergenza e non si fa più niente. Ci si dimentica, solo che la parte più primitiva di noi quando sente tuonare, si spaventa. Difficile razionalizzare e dimenticare proprio tutto dopo essere passati per un'alluvione. Che sarà, il cervello rettile, a dare questa sensazione di allarme?  A me è successo ormai tre volte e mi sono molto spaventata.  Ora quando sento tuonare mi allarmo, come la Holly che ha paura dei tuoni.

Chi invece ricorda tutti i giorni, batte tutti i giorni sui temi ambientali, si pensa che sia un rompicoglioni. 

Che vi devo dire, faccio delle osservazioni. Qui da me questa volta non ci sono stati danni. Potrei dire che è stata una favolosa superannaffiatura di mezza estate. Ma sarei proprio cretina e cieca a dirlo. Alla figlia di una mia cugina, al Bagnoro, ha provocato gravi danni alla casa... Pensate che la massa delle persone si muoverà e comincerà a chiedere una seria politica ambientale, che a questo punto dovrebbe essere su scala planetaria, sennò non serve a niente?  O rimarremo nel caos in attesa di eventi ancora più gravi?  Che comunque accadranno, sicuro come la morte, perché il cambiamento avviato non può che accelerare. E per esempio gli incendi nell'Artico di questi giorni, così lontani, così invisibili per noi, che mai penseremmo, lontani come sono, che possano danneggiarci, e di cui Putin non si è occupato, a quanto pare, sono un fattore di moltiplicazione. 



Nella foto si vede la Pieve di Sant'Eugenia al Bagnoro, Arezzo, finita sott'acqua. Questa piccola chiesa è stata restaurata forse una


trentina di anni fa, col suo interno spoglio, le colonne storte, eppure tutto così affascinante, una piccola costruzione con una grande anima. Risale al mille dopo Cristo, e fu fondata, se non sbaglio, da una comunità di mercanti siriani. Siriani ad Arezzo nell'anno mille. E poi si parla di migrazioni... Sono accorsi tanti aretini a ripulirla e svuotarla e questa è una gran bella notizia.