martedì 13 luglio 2021

La mia figlia più giovane ha l'endometriosi.

 La mia figlia più giovane ha l'endometriosi.

 Aveva sofferto di dolori mestruali molto forti e flusso tanto abbondante fino dalle prime mestruazioni. A un certo punto, 13, 14 anni, durante una gara di karate dovette fermarsi perché non riusciva a prendere fiato. Era lì, piegata in due, davanti a un pubblico piuttosto numeroso, che non riusciva  a riprendersi. Fatti i controlli risultò gravemente anemica. Per un paio di giorni, prima di portarla dal pediatra, pensai che potesse avere la leucemia e ogni sorta di pensieri orribili mi saltarono addosso. La sera che portavo le analisi dal medico e ero abbastanza preoccupata incontrai la zia Mirella, per caso, per strada. Mi chiese come andava e le raccontai di mia figlia. Lei mi sorrise e mi disse che mi capiva bene, la sua figlia più giovane, mia cugina, aveva avuto una polmonite grave da bambina. Me lo ricordavo anch'io, tutto il periodo del ricovero all'ospedale pediatrico e la flebo fissata sulla fronte perché non si trovavano altre vene. Mi disse di non preoccuparmi, che tutto sarebbe andato a posto. Che ci saremmo incontrate di nuovo, fra qualche giorno, e io le avrei detto che tutto era risolto. Me lo disse con tanta serenità e certezza che mi fece bene. Mi ricordo ancora il calore di quel colloquio. La causa dell'anemia infatti erano le mestruazioni molto abbondanti che duravano venti giorni ogni mese, con un'interruzione di una settimana, il contrario di quello che succede di solito. Mia figlia non me ne aveva parlato, ogni volta che le chiedevo qualcosa si ritirava, come fanno le ragazzine di quell'età, ma ora la cosa era venuta fuori per forza e in un certo senso ero sollevata che non fosse un'altra malattia più grave e non ci fosse un pericolo immediato. Il pediatra chiese una visita ginecologica, il ginecologo disse che la terapia era la pillola, ma lui la pillola a una ragazzina così piccola non la prescriveva, che il pediatra rimediasse facendole fare una cura di ferro. Scrisse anche sulla cartella, in piccolo, e senza dirmelo esplicitamente, "presenza di una ciste da endometriosi". Ma siccome non la nominò io non ci feci caso. Ora che ci ripenso mi pare che tutto sia andato storto dall'inizio. Abbiamo ritrovato quella vecchia cartella molti anni dopo. Non sapevo ancora cosa fosse l'endometriosi o se anche l'avevo sentita nominare non ci prestai attenzione sufficiente, pensando che quello mi aveva detto il ginecologo fosse tutto quello che dovevo sapere. 

Sentii parlare della malattia perchè ce l'aveva una donna che conosceva una mia amica di allora, con cui non siamo più amiche da parecchi anni. 

Mi raccontava di questa giovane che soffriva molto, che era stata operata diverse volte e alla fine le tolsero utero e ovaie. Ma cos'è questa malattia? Chiedevo, e lei rispondeva che ancora non si sapeva, che il tessuto dell'endometrio durante la mestruazione va in giro nella pancia e si attacca, producendo aderenze. Mi sembrava una spiegazione strana. Diceva anche  "Non parlarne con nessuno, sai!" Come se fosse una vergogna. Con chi avrei dovuto parlarne poi non so, questa donna che era malata l'avrò vista sì e no quattro volte e non mi ricordo neanche come si chiama. Conservavo l'informazione, come una cosa inquietante da tenere presente.

Comunque dopo che mia figlia si sentì male, per un certo tempo, più di un mese, due volte la settimana la portavo a fare flebo di ferro in vena al reparto di pediatria dell'ospedale. L'infermiera era gentile, scherzava, ma questa ragazzina con il corpo di una più grande, piuttosto preoccupata e timorosa di farsene accorgere, le faceva un po' pena, o tenerezza. O tutte e due. Cominciare a tribolare così piccola...Qualche volta la vena si rompeva e si formava un ematoma. Lei si sentiva malata, e era difficile convincerla del contrario. 

Il ferro per bocca le dava fastidio. Avevamo provato anche degli sciroppi e la mela con i chiodi. Si conficcano dei chiodi di ferro in una mela e il giorno dopo si tolgono e si mangia. L'acido malico della mela si combina col ferro e dà dei composti ferrosi assimilabili e digeribili.  Non era comunque sufficiente a pareggiare le perdite. Neanche le flebo erano una soluzione, solo un aiuto temporaneo. 

 In quegli anni avevo ancora il negozio di alimenti bio e si può immaginare quanti nomi di medici e terapeuti "alternativi" mi passavano sotto gli occhi. La maggior parte delle volte chi gli si rivolgeva non era proprio malato, aveva soprattutto bisogno di essere ascoltato, di pensare che si stava occupando della propria salute in un modo più giusto e non convenzionale, che stava prevenendo malattie future. C'era il favoloso omeopata, la sensazionale iridologa, il monaco tibetano laureato in medicina e tanti altri. Non potevamo fare tentativi e esperimenti, per la questione dei soldi che queste visite costavano e per quella più importante della salute di questa ragazzina. Ma c'era anche un medico antroposofo, a Firenze, che aveva risolto un paio di casi di vere malattie. Ci andammo perché né il pediatra né il ginecologo intendevano affrontare perbene la faccenda. Io dicevo che se la rimpallavano uno con l'altro, come una patata bollente. Mia figlia iniziò la cura omeopatica, il primo mese non accadde niente di  rilevante, ma il secondo le mestruazioni andarono a posto, quanto meno come tempi e durata. Sempre abbondanti, ma un conto è perdere sangue per 20 giorni, un conto per una settimana al mese. Tornammo dal medico per il controllo e lui disse che per ora era bene fermarsi lì. La ragazza era piccola, e bisognava lasciare che le cose si assestassero. Continuavano i dolori mestruali, ma tante donne ce l'hanno, continuava il flusso abbondante, ma qualcosa era andato a posto. Lei cresceva ed era una ragazzina sensibile, incline alla malinconia, si vestiva di nero e alle medie la professoressa di lettere, una vera scema, diceva che lei e alcuni suoi compagni erano satanisti.  Era il periodo di Marylin Manson, e i ragazzini erano affascinati da questo personaggio, ma certamente proibire loro di ascoltare le sue canzoni o di vestirsi di nero avrebbe provocato un maggiore attaccamento. In casa se ne parlava, si ragionava sul significato del nero e si cercava di tenere la faccenda sotto controllo, o almeno di vederla. Ancora non si parlava, per lei, di endometriosi. Pensavo fosse una crisi di crescita, una malattia temporanea, da cui sarebbe guarita e che avrebbe dimenticato presto.



lunedì 17 maggio 2021

in giro per la Valdichiana: le Chianacce


Lunedì scorso ho fatto la prima dose di Vaccino Pfizer. Qualche giorno prima si era aperto il Portale in rete per la prenotazione per quelli della nostra età. Portale: manco si fosse in un film di fantascienza tipo Stargate! Abbiamo provato a prenotarci e sembrava un gioco online, una roulette, la ruota della fortuna... non c'era posto da nessuna parte. Poi Mauro ha provato a cercare anche lontano da Arezzo e ha trovato posto per sé a Montepulciano. Ci vuole un'ora di macchina. Per me poi si è aperta una possibilità il giorno prima di lui a Cortona. Ringrazio che siamo stati vaccinati, ma il metodo usato qui in Toscana è stato davvero assurdo. A Cortona abbiamo incontrato gente del posto che aveva trovato posto da noi a Monte San Savino! Praticamente un viavai di gente su e giù per la valle e per tutta la regione. Si parla di svolta verde ma questo fatto di mandar la gente in giro a vaccinarsi, ognuno per conto suo, senza tenere conto che fanno parte della stessa famiglia è veramente il contrario esatto della sostenibilità ambientale. 

Comunque abbiamo fatto un bel giro in Valdichiana, quella meno nota, dove ancora ci sono allevamenti di vacche chianine e vecchie leopoldine, le case costruite ai tempi del granduca leopoldo, parecchie delle quali maestose ma mezze distrutte. Grandi parallelepipedi con una piccionaia centrale o due torrette laterali e a volte un bel loggiato a piano terra o al secondo, per seccare il granturco. Quanta gente, quante famiglie abitavano in quelle case! Erano come piccole industrie agricole. Una campagna curata, con laghetti per l'irrigazione, dolci colline basse e ogni tanto un fosso ricco di piante ripariali che si connette al canale maestro della Chiana. 

Un pomeriggio del 1979 con un amico giornalista andai alle Chianacce. Anche io cominciavo a lavorare come giornalista alla Radio di cui lui era direttore. Dalla città ci volle tanto tempo a arrivare, per stradine di campagna fra campi coltivati nella grande pianura dove montagne e colline si vedono molto lontane e ogni tanto si incontra un fosso di quelli che confluiscono nella Chiana e hanno nomi da "Ufficio" , tipo "Collettore destro..." con un numero di riferimento, assegnato nel periodo della Bonifica, ma alcuni hanno nomi veri, come l'Esse, che passa vicino a noi e a Lucignano, o il Leprone, nella zona di Ciggiano. Qui trovate delle notizie sul canale maestro della Chiana e la sua storia. Ho scoperto di recente che nel medioevo molta parte della valle era allagata e Santa Margherita di Cortona, prima di essere santa, arrivò dal suo uomo in barca! 

 Aveva sedici anni quando attirò l'attenzione di un giovane nobile e ricco al quale la tradizione ha dato il nome di Arsenio della famiglia Del Monte o, secondo alcuni studiosi, dei Pecora, proprietari di terre a Valiano, nella zona dei Palazzi. Attratta da un amore che le appariva promettente, ella accolse l'invito di Arsenio a trasferirsi nel suo castello di Montepulciano fuggendo da sola e di notte discendendo da Laviano verso il fondo acquitrinoso della Val di Chiana. A quei tempi la Val di Chiana non era ancora attraversata dal Canale Maestro iniziato da Antonio Ricasoli nel 1551, nè era stato colmato il tratto fra il Lago di Chiusi e quello di Montepulciano: Margherita rischiò quindi di rimanere impigliata fra i canneti o addirittura di affogare, essendosi la barca capovolta. 

Cammina cammina, in una campagna ricca e "ubertosa" , come si diceva una volta, arrivammo alle Chianacce, dove si teneva una cerimonia di inaugurazione della Casa del Popolo nuova. In questo posticino piccolo, lontano un po' da tutto, anche da Camucia, che è il centro più prossimo, c'era una comunità unita e collaborativa che aveva costruito questa casa del Popolo nuova e il prete era lì per benedire. Non ricordo molto di più, solo una gran tenerezza e ammirazione per questa gente toscana a cui nessuno aveva regalato nulla, neanche il Partito. Insomma, lunedì scorso siamo ripassati di lì e al cartello delle Chianacce mi è tornata questa tenerezza. Chissà se è ancora come allora? Se con tutti gli anni di Berlusconi e di crisi e ora col Virus qualcosa di quello spirito indomabile è rimasto? 

A chi viene qua come turista consiglio di perdersi in questa Valdichiana poco conosciuta, di visitarla bene, a piedi, magari lasciare l'auto lungo la strada e imboccare un sentiero dei campi o, perché no, il lungo sentiero della bonifica che da Arezzo porta fino al lago di Chiusi.

mercoledì 5 maggio 2021

Un ciclo che si chiude

La mia suocera è morta il primo aprile. Il due e il tre, senza sapere niente, mi hanno telefonato delle amiche che non sentivo da tanto. Loretta, Maura, Manola...che piacere! Avevo la sensazione di chiusura di un ciclo e loro l'hanno sottolineata, chiamandomi proprio quando ci voleva. A volte sembra davvero di essere immersi in un "campo" che ci collega tutti. Ma mio marito dice che il 4 era Pasqua, e magari queste amiche hanno chiamato per quello. Comunque grazie. Il primo, di pomeriggio, quando ancora non si sapeva che la sera la cosa si sarebbe conclusa, mi ha chiamato al telefono una signora che anche lei non sentivo da tempo, solo che erano almeno 25 anni. Sono la signora... si ricorda di me? 

Certo che mi ricordo, era la padrona di una casa vicino a noi dove abitava una famiglia che ci ha spaventato per alcuni anni. All'epoca le chiesi aiuto scrivendole una lettera dettagliata, ma lei non rispose e mi ignorò completamente. Avrebbe potuto fare molto, e se non molto, almeno qualcosa. Erano anni difficili, ci sentivamo ignorati e dimenticati perfino da Dio. Il primo aprile mi ha chiamato perché le servivano delle informazioni. Certo che mi ricordo, le ho detto, come mi potrei dimenticare di quella gente, di quelle violenze, degli animali uccisi? Be', sa, mi ha risposto, quando sentii di animali uccisi non volli sapere più nulla, una storia troppo brutta. 

Cos'è? Una forma del peccato di ignavia, un peccato mortale, per i credenti, per me una cosa insopportabile che ancora mi fa arrabbiare dopo trent'anni e più. E con la faccia come il c..., di bronzo, cercava da me informazioni che le ho dato nei limiti del possibile, ma anche con la durezza che non sarei stata in grado di usare allora. Io mi sarei vergognata, al posto suo, di andare a cercare per pura utilità una persona, e attraverso di lei una famiglia, che mi aveva chiesto aiuto e per cui non avevo fatto niente di niente. Alla fine quella casa dove abitavamo si dovette venderla, non solo per i vicini, le cose sono sempre molto complicate e intrecciate. I miei genitori la vendettero e senz'altro alla fine è stato meglio così, ma non cambia il peso delle violenze, delle omissioni, delle responsabilità di tante persone compresa questa che mi ha telefonato. Che è una donna ricca, campata di rendita di beni che aveva ereditato e ora preoccupata di vendere quella casa in cui avevano abitato i nostri persecutori. Dopo 25 anni cercava informazioni da me perché quelli che hanno comprato la nostra casa non sono disponibili al dialogo. Che gente! Mi ha detto. MI sono messa a ridere: "Accidenti! Non mi sembra che possa fare paragoni con i suoi ex inquilini che avvelenavano cani e investivano i gatti sula strada e minacciavano .." 

Certa gente vive in una bolla privata, in cui non si entra fino a che li colpisce la malattia o la miseria e forse anche allora restano al centro del mondo. Comunque: il passato è  tornato a trovarmi e è davvero un ciclo che si chiude.

martedì 6 aprile 2021

"Ritorno alla vita" di Wim Wenders

Ho visto un film di Wim Wenders, su tv 2000. Tanti anni fa vidi il suo "Paris Texas"  e mi commosse tanto. Questo film si intitola, in italiano, " ritorno alla vita", e è del 2015. 

In un gruppo di scrittori, o aspiranti scrittori, su facebook qualcuno chiedeva: considerate più importante la trama o lo stile di un romanzo?  Per me avrei risposto che le storie son tutte già raccontate. Il mito le contiene tutte. Il libro dell'I Ching le contiene tutte, fra esagrammi e linee mutanti. Le trame son sempre le stesse. Alla fine ognuno nasce, poi per qualche motivo, diverso per ognuno, affronta delle difficoltà e alla fine muore. Viste da una certa distanza le vite si somigliano tutte. Guardarle da vicino, accostarsi, fa capire la specialità, perfino l'unicità. E il modo di raccontare fa la differenza. Questo film lo dimostra. Succedono poche cose. 

Questa la trama raccontata su Wikipedia: Tomas è uno scrittore  in piena crisi creativa. La sua relazione con Sara, innamorata ma con aspettative diverse, gli crea dei problemi. Tutti i suoi rapporti sono problematici: quello con l'editrice Ann con cui va a vivere e sua figlia Mina; con il padre, scienziato in pensione; il tormento della scrittura, il successo critico e il riconoscimento intellettuale; il legame misterioso e indissolubile con l'illustratrice Kate, giovane madre di due bambini che vive negli spazi sconfinati del lago Ontario. 

Vedete che anche Wikipedia dice pochissimo. Un uomo, Tomas, in una giornata gelida, in uno degli stati del nord America, in un paesaggio innevato, per caso, con l'auto investe uno slittino. E' un incidente, e accade senza che lui ne abbia colpa. Si ferma, c'è un bambino piccolo, spaventato, che non gli risponde, ma sta bene, non s'è fatto niente, e c'è un cane. L'uomo prova a interrogare il bambino, poi lo accompagna alla casa più vicina, l'unica, che si vede dalla strada. Gli apre la mamma, Kate, che chiede dov'è l'altro fratello. L'uomo capisce che c'era un altro bambino e tutti e due corrono verso la strada. Queste sono le prime scene. Il secondo bambino è morto. Il regista non ce lo fa vedere ma sarà presente in tutta la storia. E' stato un incidente e nessuno è responsabile, ma il bambino sopravvissuto è scioccato e anche Tomas. Nella scena successiva si capisce che l'uomo ha tentato il suicidio. Vive con una donna, Sara, che lo rimprovera, di aver preso male tutta la vicenda, di non aver rispetto per lei, di non essere capace neanche di suicidarsi. Si capisce che non glielo dice per cattiveria, ma solo perché Tomas si è chiuso e non le è possibile avvicinarlo, è impenetrabile. Vorrebbe fare una famiglia, avere dei figli, ma Tomas non può e non vuole. I due restano insieme perché lui non riesce a staccarsi, gli sembra di essere un ingrato a farlo. Riprende lentamente a vivere. E' uno scrittore, che ha già pubblicato due libri. 

In uno spezzone successivo il suo editore, turbato e commosso, gli dice che i tre capitoli del nuovo libro sono  davvero buoni, scritti dopo il tentato suicidio. L'esperienza ti ha cambiato, gli dice, lavora con calma, prenditi tutto il tempo che tiserve, questo libro è molto buono, migliore degli altri due, che pure avevano avuto successo. Uscendo dalla casa editrice Tomas nell'ascensore incontra una donna con una bambina, la donna si chiama Ann, lavora anche lei per l'editore, cura la collana per bambini. La telecamera si sofferma sul viso della bambina un po' più del solito. Quella bambina è importante, è un personaggio della storia. 

Tomas va a trovare la mamma dei bambini dell'incidente, trascorrono insieme un pomeriggio e la notte successiva in un'atmosfera sospesa, come un sogno. Kate ha accettato molto meglio di lui la morte del figlio, ma tutti e due hanno bisogno di questo incontro. 

Tomas ha anche un padre anziano a cui vuole molto bene, sempre in questo modo un po' difficile.

Ogni spezzone del film è annunciato da una scritta che dà un riferimento temporale. Due anni dopo, un anno dopo, 4 anni dopo. Wenders ci racconta un lungo pezzo di vita attraverso cose quotidiane, la cui importanza sembra marginale. Un giorno a teatro incontra Sara, che è venuta apposta per vederlo. Sono separati da tempo. Parlano e lei gli dà due schiaffi, che lui incassa senza reagire. E' come il prezzo delle cose accadute in passato. 

Pensavo di come succeda di far soffrire altre persone. Succede perché siamo sofferenti anche noi e chiusi, non riusciamo a evitare di far del male agli altri e più sono vicini più stanno male. Ho provocato anch'io sofferenze simili. Lasciai un fidanzatino della mia gioventù in uno di questi periodi di malessere,  e molti anni dopo mi venne a chiedere perché. Chi viene abbandonato sta molto male e per tanto tempo si chiede se è stata colpa sua, se c'è in lui, o lei, qualcosa che non va, se ha fatto degli errori, ma spesso tutto quello che non va è in chi abbandona, e non è sempre possibile spiegarlo. Può succedere di provocare un notevole casino e un grande dolore senza poterlo evitare e chiedere scusa è difficile e insufficiente. Restano questi spazi di vita bruciati, e le parole giuste non si trovano. Wim Wenders le ha trovate. Forse non parole, ma immagini e emozioni.

Passano altri anni e Tomas ora vive con Ann e Mina, la bambina dell'ascensore. L'ha adottata, ora è sua figlia, e sembra che riesca a essere un buon genitore. Il padre di Tomas, che era uno scienziato e un uomo vigoroso e attivo, è invecchiato e soffre di demenza senile, c'è una scena molto bella in riva a un lago, in cui si vedono le loro sagome scure in mezzo agli alberi nella luce accecante e dolce del sole, riflessa dall'acqua. Certe volte non ci vuole molto per raccontare...

Alla fine del film Tomas riceve una lettera da Kate, la madre dei bambini dell'inizio. Il bambino superstite, diventato grande, lo vuole vedere, e Tomas d'altra parte aveva promesso di fare qualcosa per lui, può accettare di incontrarlo? L'incontro avviene in un locale bello e solitario, parlano ma non si capisce cosa vuole il ragazzo. Dice che vuole fare lo scrittore anche lui. Dice anche che non capisce perché a Tomas le cose sono andate così bene, è diventato famoso, fa conferenze, guadagna bene. Tutto dopo la morte del fratellino. Invece sua madre non ha avuto la stessa fortuna. Sembra che gliene faccia una colpa. Tomas un po' si difende, gli dice che questa esperienza che hanno vissuto è misteriosa e dolorosa e li segnerà per tutta la vita. 

Passa altro tempo e una sera, di ritorno da una premiazione, andando a dormire, Tomas si accorge che i cuscini e il letto sono bagnati di pipì. Qualcuno è entrato in casa. Dopo lo sconcerto e anche la paura, Ann  e Mina vanno a dormire dai nonni e Tomas resta solo a casa. Spegne le luci e nel giardino buio vede una persona, è il ragazzo. Lo fa entrare e lo rimprovera un po', che gli è saltato in mente di andare a pisciare sui letti in casa d'altri? Bevono una birra e trascorrono insieme il resto della notte parlando. La mattina all'alba il ragazzo se ne va con la bicicletta, ma prima aiuta Tomas a portare fuori il materasso sporco. E' un dettaglio, ma dice che bisogna rimediare ai propri errori, almeno un po'. Si abbracciano, sono tutti e due finalmente in pace. Sono passati 14 anni dal giorno della morte del fratellino e Tomas torna a vivere. Non torna a vivere in questo momento, ma si compie un processo iniziato anni prima e durato tutto questo tempo.

Un film lento, con pochi fatti, ma denso di emozioni rarefatte e preziose. Lento, ma è impossibile staccarsi, quando finisce lascia un po' di rimpianto e una sensazione di pace. 14 anni raccontati nel modo di questo intellettuale che è rimasto sé stesso nel vortice del nostro tempo. Ci vuole così tanto per tornare a vivere? Secondo me sì, i tempi dell'anima sono lunghi e molto diversi da quello che questa società della comunicazione vuol far credere. Un film forte, delicato e prezioso.

 

Sono le quattro di mattina del 7 aprile e le ultime notti sono state turbolente, ho pensato molto. Questa volta penso ma anche scrivo, metto a posto i pensieri, quelli che posso, così domani notte penserò un po' meno e dormirò, magari. La sera del primo aprile  verso le 10 la mia suocera è morta. Si rimane sempre sorpresi alla fine. Sembrava non arrivare mai, e invece come per tutti è arrivata in un momento dei pochi che non ci stavamo pensando. 

Mio padre mi spiegava certe categorie di numeri, in matematica. Mi diceva che ogni spazio, anche molto piccolo, può essere a sua volta diviso in spazi più piccoli, infiniti spazi. Fra il numero uno e il numero due c'è un intervallo che può essere diviso in infiniti intervalli, i decimali, centesimali, millesimali... Mi faceva l'esempio della lepre e della tartaruga che fecero una gara di corsa. La lepre, sicura di vincere, diede alla tartaruga un vantaggio e la tartaruga partì, ma poi non riusciva a raggiungerla, perchè la tartaruga faceva un passettino in più e anche per un intervallo minimo, sempre più piccolo, le stava davanti. Naturalmente è un paradosso, ma è quello che mi sembrava succedesse in questi giorni. Un corpo devastato che non moriva più. Una cosa spaventosa da film dell'orrore nella stanza accanto. E l'anima dov'è, che fa?

Ho perso il filo del tempo. Dunque: doveva tornare lunedì, ma ancora una volta hanno rimandato e l'hanno portata il giorno successivo, che era il 30 marzo. Come un bue a cui hanno tolto il giogo e glielo devono rimettere, mi sentivo così, riluttante a quello che ci aspettava. Poi è arrivata e era stabile, ma in condizioni peggiori di quando l'avevano portata via. C'era da aspettarselo, naturalmente. L'avevano rimandata a morire qui, perché si potesse salutare. Un Ecce Homo, con un camice leggerissimo di tessuto non tessuto sotto le coperte, in posizione fetale, rigida, intera, col catetere per la pipì, le piaghe fasciate, una gamba nera, un braccio avvolto in una traversa, gonfio, che perdeva liquidi. Però chiamata dava cenno di sentire, qualche volta rispondeva e apriva la bocca per deglutire. Dal 30 marzo è morta il primo aprile. Quando è arrivata vedendola ho pensato che bisognava fare qualcosa, la sedazione finale, non si poteva lasciare un essere umano in quelle condizioni, e ho scambiato dei messaggi con una cara amica che è medico. Mi ha detto di parlare col medico di famiglia, che avrebbe valutato le condizioni, ma se era cosciente non gliel'avrebbero fatta. E lei rispondeva a chiamarla anche se poi non sempre si capiva cosa diceva. E' venuta la signora che ci ha aiutato in questi mesi anche se non c'era granché da fare. La mattina dopo sono venute le infermiere e abbiamo assistito alla medicazione. Un disastro. E' stata presente anche mia figlia che in questi giorni è con noi. Hanno fasciato con grande pietà il braccio gonfio, il resto del corpo scheletrico, piagato, con delle parti molto scure, le hanno un po' cambiato posizione, le hanno messo una flebo. Quando sono andate via avevo rinunciato, dentro di me, all'idea della sedazione, aveva un cerotto di morfina e sembrava non soffrisse, e ero meno spaventata. Veniva qualcuno che poteva verificare le condizioni sue, e nostre, forse, e non eravamo più soli come per tutti quei mesi. Apriva la bocca per mangiare e inghiottire, ma poi ruttava, comunque mangiava qualcosa. A un certo punto mio marito dice che ha ringraziato tutti. Se sentiva la voce della mia figliola diceva la parola "mangiare" e lei pensa che volesse dire "che ti faccio da mangiare?" , una cosa che diceva sempre negli ultimi anni anche se non le faceva più da mangiare da tanto. Per il resto non dava nessun segno di vita se non il respiro e il calore del corpo. E' morta verso le dieci del primo aprile. Mauro nonostante tutto è rimasto sorpreso. Abbiamo chiamato il medico per accertare la morte, poi le pompe funebri. Mauro ha deciso di farla tumulare in un cimitero di campagna dove c'è il mio suocero, vicino a dove vivevano da giovani. Un posto bello da dove si vede, in basso, la Valdichiana, e intorno boschi e oliveti. Ha chiesto a me e a Gaia se eravamo d'accordo, e io ho detto che facesse la cosa che lo faceva sentire più tranquillo e a posto. Non ho capito bene perchè, ma ha lasciato il corpo in casa. Ho sentito rumore, cose smosse che sbattevano. Sono andata a vedere: avevano smontato il letto con le sbarre e messo la bara con il corpo con due lumini organizzando una camera mortuaria improvvisata. Per il Covid, hanno detto. Ho pensato che dovevamo aspettare ancora un po' per liberare la stanza, ne sentivo il bisogno, ma mio marito aveva i suoi tempi, e la mattina dopo nonostante le finestre aperte c'era un bruttissimo odore, forse per le piaghe. Questa cosa penso che si poteva evitare, ma evidentemente non ce la faceva o gli sembrava naturale. E' stata qui fino a sabato quando l'abbiamo tumulata. Tumulata non è la parola adatta, e nemmeno seppellita, la bara è andata in un loculo nella parete in alto. Non c'è stata la Messa, abbiamo pensato di farla celebrare quando la nostra zona non sarà più rossa e potrà venire qualcuno. Nessuno dei suoi parenti è religioso, però la Messa resta la celebrazione del commiato a cui siamo abituati e forse è necessaria. Eravamo pochissimi. Sono venute delle nipoti da parte del mio suocero, che poverette stanno tutte male ma sono venute lo stesso. Invece da parte della mia suocera non è venuto nessuno, né il fratello, né i nipoti. Ci abbiamo ragionato un po' sopra, forse non erano stati d'accordo su come abbiamo gestito le cose durante questo lungo periodo, e comunque hanno detto che non stavano bene, ma io ne ho abbastanza così e neanche mi interessa. Questioni tribali dell'anno 2021 in cui evito di farmi coinvolgere, finché posso.

Invece è venuto un amico di Mauro e la Dora, cara amica di mia figlia, con un mazzolino del suo giardino di fiori bellissimi e rari. Camelie rosse, fritillarie, agli bianchi, narcisi. Una meraviglia, che poi è stata provvidenziale perché abbiamo messo quella nel vaso provvisorio che ci hanno fornito. Quelli delle pompe funebri hanno detto che se avessimo messo la composizione che avevo fatto fare sul ripiano in alto poteva cadere in testa a qualcuno e ne saremmo stati responsabili. Dio ce ne scampi! Avevo ordinato una composizione di primavera al fioraio. Le altre volte, per il mio suocero e per la mia mamma e il mio babbo, non avevo avuto voce in capitolo e c'erano fiori da morto, spatiphillum verdastri, calle, gigli...questa volta ho fatto come mi sembrava più bello. Alla fine questa composizione l'abbiamo messa al mio suocero, dove non c'è possibilità che qualcuno si faccia male. Nei giorni seguenti ho provato comunque una grande malinconia per come tutto si era svolto. Ma anche un gran desiderio di nuovo e voglia di fare le cose fin qui impossibili, soprattutto passeggiate senza un orario prefissato, che con la zona rossa è il lusso che ci si può permettere. Ma tranquilli non si può stare e mentre questa storia si chiude  emergono altre difficoltà grandi che erano state oscurate per alcuni anni dalla vecchiaia della mia suocera. Ho cominciato a sgombrare per riportare la casa alla normalità, e nei prossimi giorni voglio informarmi assolutamente per fare il testamento biologico.

 

 Volevo solo dire grazie a Giorgio, a Sari, a Eliette, a tutti quelli che ancora una volta hanno lasciato una parola o un pensiero. La mia suocera è tornata qui dall'ospedale il 30 marzo e è morta il primo aprile verso le 22. Volevo dirlo per tranquillizzare chi mi ha pensato. Siamo qui, ce l'abbiamo fatta.

sabato 27 marzo 2021

voler morire

 Sono giornate difficili. Per qualche giorno ho tolto l'ultimo post. Avevo un po' di preoccupazione che passasse di qui mio marito, o una delle mie figlie, o un parente, e si sollevasse un polverone. Ora lo pubblico di nuovo. La mamma di mio marito è ancora in ospedale, lunedì saranno 15 giorni. 

 Una mattina ha chiamato un geriatra dal reparto dove è ricoverata per parlare delle dimissioni. Mauro non c'era e ci ho parlato io. Ha detto che la signora è "all'ultimo chilometro", che una volta a casa avremmo dovuto tenerla qui, senza cedere alla tentazione di chiamare l'ambulanza se la vedevamo peggiorare, perché non ha più senso intervenire. Lo capisco bene, perché era qui e la vedevo. Mauro e io abbiamo parlato, poi ha parlato coi medici e coi suoi parenti e ora è molto più sereno. Sa di aver fatto quello che poteva, di aver perfino superato i propri limiti e  mi sembra tranquillo. Io lo sono di meno. Sto facendo un muretto e penso, da sola. Mi condanno e mi assolvo, a intermittenza. Poi è pur sempre una morte, una persona che c'è e non ci sarà più, un altro pezzo di vita che si conclude. Ieri era il giorno previsto del rientro, ma dall'ospedale hanno detto che si era molto gonfiata e l'avrebbero tenuta lì, perché noi sicuramente vedendola in quel modo non avremmo sopportato di non poter fare niente e avremmo chiamato di nuovo l'ambulanza. Ora aspettiamo lunedì.

Hanno rimandato il rientro più di una volta. Per prepararlo ci hanno portato a casa un grosso materasso nuovo a aria. Mauro è stato convocato da una nutrizionista in ospedale, che gli ha dato delle confezioni di alimenti supernutrienti, un addensante per l'acqua, perchè la sua mamma non riesce più a deglutire bene, e ha scritto delle raccomandazioni. Possiamo darle da mangiare anche cibi dolci, panna cotta, mascarpone, finora quasi vietati. Anche frutta, e omogeneizzati e creme di cereali, parmigiano, uova. Ma io non credo che mangerà tutte queste cose, se tornerà mangerà poco, come ha fatto negli ultimi tempi, e non si riuscirà a nutrirla come si dovrebbe. Ma poi come si dovrebbe per cosa?

In tutto questo la mia parte razionale ascolta, osserva e trova grandi contraddizioni. Il geriatra dice che questa donna è alla fine. Che almeno non soffre perchè le hanno messo un cerotto di morfina. Che se peggiora non si deve intervenire, ma chiamare la dottoressa e forse solo verificare che il dolore non sia aumentato. Però ci raccomandano di nutrirla molto e spesso, con cibi supernutrienti. Da una parte si lascia andare dall'altra si trattiene. Mia figlia ha detto che è assurdo che non riesca a morire, lei che aveva visto una sorella nelle stesse condizioni e si augurava che non le succedesse. Si sente impotente, mia figlia, molto affezionata alla nonna, le sembra impossibile non poterla aiutare. Dà la colpa alle medicine che allungano artificialmente la vita. Io proprio non so. Mi pare una faccenda molto misteriosa, vedo giovani morire presto e con facilità e vecchi struggersi con questa lentezza estenuante, per sé e per chi ci vive insieme.  Mi torna in mente una cosa che scrisse Karen Blixen ne "La mia Africa". Nella lingua swahili non c'è la parola morire, ma solo voler morire. Il morire presuppone una volontà, un'adesione, forse. E magari finché questa non c'è non si riesce. 

L'anno scorso è morto il marito della mia amica Antoinette. Aveva il Parkinson e altri problemi e era spesso in ospedale. La famiglia è stata seguita e hanno partecipato a degli incontri, che lei ha trovato molto utili. Nel corso dei quali si parlava della lunghezza di queste malattie, di come logorino i famigliari, di come non si deve sentirsi in colpa, ma concedersi degli spazi di recupero. Noi, per il Covid e altro, non abbiamo potuto usufruire di niente del genere, però abbiamo fatto dei colloqui con gli psicologi. Ne usciamo comunque abbastanza acciaccati. Se c'è una cosa che queste situazioni riescono a fare molto bene è portare alla luce tutti i problemi e le difficoltà che non abbiamo voluto o potuto affrontare o non ne siamo stati capaci.