25 MARZO.

25 marzo 2011

Il 25 marzo del 1998 moriva il mio babbo, la mattina intorno alle dieci e mezzo. Io lo seppi per caso il pomeriggio alle 14,30, dall'amica che era mia socia in negozio, che a sua volta l'aveva saputo da un giovane indiano che veniva a fare la pulizia di fondo proprio quel giorno lì, che di solito veniva più tardi e non incontrava nessuna di noi, ma quel giorno per caso era in anticipo. Quella mattina era stato in ospedale dove era ricoverato il suo bambino, e dato che faceva le pulizie anche dai miei genitori, era passato a trovare il mio babbo, ricoverato anche lui, e gli avevano detto che era morto. Altrimenti forse l'avrei saputo il giorno dopo o dopo una settimana.

Era più di un anno che non vedevo il mio babbo. Ormai è tutto passato e non fa più così male, resta una specie di sottofondo amaro e l'incredulità che sia potuto accadere alla mia famiglia, che sembrava, e forse era, una famiglia bella, per tanto tempo. L'incredulità la produce la distanza temporale, perché ricordo bene come ci siamo arrivati, fino a lì.

Il mio babbo era un ingegnere, tutti lo chiamavano ingegnere, era la cosa più forte della sua identità, oltre ad una grande umanità. Che non si esprimeva in modo plateale, ma in cose piccole, gesti di gentilezza  e affetto piuttosto impacciati e ruvidi, perché penso che la sua fosse stata una famiglia in cui l'affetto si manifestava poco. I miei nonni paterni non li ho conosciuti, ma ho conosciuto la sua sorella, mia zia. Lui parlava poco di sé, mentre la mamma parlava tanto e sempre della sua infanzia e delle cose della sua vita.

Ma ora che scrivo, mi accorgo che molte cose importanti vengono dal mio babbo, che era figura secondaria, meno visibile, in casa, e lasciava fare alla mamma tante cose, gliele delegava completamente, per esempio la nostra educazione e la nostra salute. E sbagliava.

Quando io e mio fratello lasciammo la casa, quando io mi sposai e mio fratello andò a fare il militare, un giorno il mio babbo mi telefonò. Era allegro e sembrava che non volesse dirmi niente di speciale,  voleva sapere solo come stavo ...ma non si decideva ad abbassare la cornetta. Capii che c'era qualcosa che non andava: "Che succede? Non mi chiami mai senza una ragione importante!"
"Non mi parla ." mi disse. La mamma non gli parlava, aveva preso una bizza, per una cosa di nessun valore, non le piaceva essere contraddetta. Ma quando faceva così era duro stare con lei.  Mi misi a ridere.

"Ora cominci a capire, ora che siete te e lei soli in casa, cosa significa averci a che fare. Avresti dovuto capirlo prima, perchè è stato  tanto difficile averla come mamma."
Glielo dissi ridendo,  subito rise  anche lui e il suo umore si rasserenò. Parlava poco di sé, ma i libri di casa erano tutti suoi, li aveva scelti lui secondo interessi e preferenze suoi, infatti tanta roba era inavvicinabile per me, tutta quell'algebra, geometria, logica formale, astronomia. Però anche tanta narrativa, storia (per me sempre poco digeribile), libri su ricerche archeologiche, tipo la strada degli Incas sulle Ande, fantascienza a carrettate e fumetti. Avevamo tantissimi Linus.
La mamma leggeva i giornali, ma i libri suoi erano pochi e comprati tanto tempo fa, tutti firmati in prima pagina.
Anche i quadri erano del mio babbo. I pittori erano amici suoi, Remo Gardeschi e altri, solo in seconda battuta amici di famiglia. Da quando lavorava bene e guadagnava (quanto non l'ho mai saputo), comprava quadri che gli piacevano, ma anche che non gli piacevano. C'era un suo amico mercante che andava da lui e gli aveva portato delle croste per farsi dare un po' di soldi , e lui nonera riuscito a dire no. Aveva portato quelle schifezze a casa e la mamma protestava, lui diceva in tono di scusa " ...è venuto Paolino. " Si capiva tutto subito.
Alcuni di quei quadri li ho io.

Per il resto facevamo una vita semplice, assolutamente non da ricchi, solo le vacanze d'estate nella riviera romagnola.
Quando si andava al mare ci portava a vedere Sant'Apollinare in Classe e l'Abbazia di Pomposa, gli piacevano le chiese, i monumenti e l'architettura in genere. Ci portava ogni tanto, quando andavamo a Firenze, a rivedere la Chiesa dell'autostrada di Michelucci.  Piaceva tanto anche a me, se ti propongono le cose da bambina non puoi non apprezzare, piano piano ti educhi al bello.


Era stato prigioniero due anni in Germania, durante la seconda guerra mondiale.
Ci raccontava del campo di lavoro in Germania come se fosse stato un campo scout, perchè era l'esperienza che più di tutte l'aveva formato e diceva che un po' di campo di lavoro farebbe bene a tutti. Non capivamo niente di quello che era stato in realtà, perché ci raccontava dell'amicizia forte con gli altri compagni, del sor Eugenio Diaccini, che abitava ad  Arezzo nella stessa casa, nelle stesse scale, e l'aveva ritrovato nel campo, gli aveva fatto da babbo, raccontava di un presepe fatto con materiale di recupero, aveva partecipato anche lui a realizzarlo, lui che poi, nei nostri Natali, mai aveva attaccato una pallina all'albero.


.Da giovane era stato un bel ragazzo, ma naturalmente io non ci credevo, anzi, non avevo mai preso in considerazione la cosa. Una sua cugina a cui voglio molto bene mi disse che somigliava ad Omar Sharif. Mi misi a ridere. Ma lei mi disse che non c'era niente da ridere, era proprio un bell'uomo. La mamma diceva che aveva le gambe corte, che non era atletico, non si capiva perché l'aveva sposato. Di Omar Sharif aveva di sicuro il naso molto grosso e aquilino.

E' morto per un tumore al cervello. La mamma, dopo la sua morte, aveva lasciato nel suo studio in casa il tavolo con i suoi libri, le  agende dove scriveva e un leggio, con un libro di poesie di Garcia Lorca aperto su quella che negli ultimi tempi leggeva sempre. Un allestimento teatrale.
Lo studio dove lavorava in centro l'avevano lasciato com'era al momento della malattia, nessuno ci aveva rimesso piede. Pieno di polvere. E' rimasto inaccessibile per me finché, per venderlo, non mi è stato dato l'incarico di sgombrarlo e di conseguenza, le chiavi. Dovevo fare in fretta. E' stato tremendo, mi è sembrato di vederlo morire la seconda volta, io che la prima volta non c'ero. Ho dovuto buttare tutti i suoi lavori, le testimonianze della sua vita di ingegnere. Noi stessi abitavamo in quel momento in una casa dove non potevamo conservare con sicurezza neanche le nostre cose. Avrei avuto bisogno di tempo, dell'aiuto di qualcuno, per selezionare le cose importanti, perché lui teneva un totale disordine.


Allo studio c'era un ritratto mio, all'età di 10 anni, fatto fare da un pittore ritrattista abbastanza noto. Era stato un desiderio realizzato della mamma, una cosa da famiglia bene, uno status simbol. Il ritratto, però, l'avevo avuto solo io e penso sia stato un ulteriore elemento di divisione fra me e mio fratello. L'avevano lasciato lì perché lo prendessi, una concessione, una cosa che non li riguardava,  ma io ce l'ho lasciato, mi sembrava una beffa, essere in pratica diseredata, ma avere il ritratto, ricordo di quando la famiglia era un'altra cosa. ?

  Il mio babbo aveva un rapporto con i numeri speciale, era d'altra parte un ingegnere, un ingegnere del cemento armato, faceva i calcoli ed era uno dei più bravi della Toscana. Aveva però anche una concezione quasi magica dei numeri e ce n'era uno, il 19, che l'aveva sempre accompagnato. C'erano stati dei 19 fin dall'infanzia, alla scuola allievi ufficiali e alcuni li conosco anch'io, la prima abitazione era un numero civico19, la mia mamma era nata il 19, si erano sposati il 19 di ottobre e via di seguito. Quando lo ricoverarono a Perugia dove era ricoverato per l'operazione al cervello gli telefonai in ospedale, era il suo compleanno, e gli feci gli auguri. Mi disse che non se ne era ricordato nessuno, perché doveva essere operato e quello era il pensiero dominante. Il numero di telefono che avevo composto aveva il prefisso di Perugia, il prefisso dell'ospedale e le ultime due cifre erano il numero della camera , il 19. Gli avevano assegnato la camera 19. Rise sollevato.
"Allora andrà tutto bene, se ho con me il 19!"

Non andò né male né bene, il tumore fu asportato solo in parte e dopo un anno e mezzo morì. Il 19 era il numero del destino, che lo precedeva, gli segnava la strada. Il primo febbraio è morta anche la mia mamma, ma lei sono riuscita a rivederla e a sanare in parte la brutta ferita della mia famiglia. Ora c'è mio fratello, ma in realtà sono ormai sola. Però i miei genitori ora li ho dentro di me, come erano, senza sconti. Non ho un'agiografia famigliare, non invidio chi ce l'ha perché so che sono false. Se mi guardo allo specchio, ora che invecchio, a volte sobbalzo tanto comincio a somigliare al mio babbo. Speriamo di non somigliare anche ad Omar Sharif.