Schiavo per un'estate.
30 aprile 2011
Estate di lavoro in cucina, molti molti anni fa. Una struttura turistica in campagna, in cima a un poggio, lavoravo lì per la seconda volta. Che fortuna, mi dissero all'inizio dell'estate, quest'anno per la stagione abbiamo un aiuto di cucina gratuito, un ragazzo giapponese. Pensa come sei fortunata!
Kengo si era rivolto a un'agenzia in Giappone per frequentare in Italia un corso di cucina tradizionale toscana, di cui, non si capisce come, si era appassionato. A Firenze i referenti dell'agenzia giapponese avevano cercato una struttura turistica che gli desse vitto e alloggio, in cambio del lavoro in cucina, per circa tre mesi. E l'avevano trovata subito! Chi non vorrebbe del personale di cucina già preparato e senza pagarlo? Solo che lui, per un corso di cucina inesistente in Italia, aveva speso l'equivalente di 4000 euro.
Sapevo di avere un aiuto in cucina, ma non sapevo niente di tutto il resto, soprattutto di dover fare "lezione " di gastronomia toscana, finchè non mi fu chiarito un giorno, che siccome lui aveva speso dei soldi ( ma non li aveva mica dati a me!) dovevo cercare, nei limiti del regolare svolgimento del lavoro, che non doveva essere in alcun modo penalizzato, di insegnargli i rudimenti della cucina tradizionale toscana.
Ma qui non si fa cucina toscana tradizionale! risposi io, talmente sorpresa dalla cosa da rimanere come al solito, a bocca aperta e senza altre parole, perché troppe se ne affollavano per uscir fuori.
Si erano presi un ragazzo straniero a lavorare in casa, senza pagarlo, restava sottinteso che doveva essere lui a dover pagare per stare lì, in mezzo alla selvaggia campagna toscana, dormire in un locale cantina su una brandina, e mangiare rigorosamente solo gli avanzi dei giorni precedenti, cosa a cui era stato prontamente addestrato prima che arrivassi io.
Come son diversi da noi i giapponesi! Kengo era magro e piccolo, gentile e indecifrabile, sempre sorridente, ma di un sorriso che non riuscivo ad interpretare. Bravissimo ad arrotare i coltelli, quando vedeva che mi dannavo ad affettare qualcosa, tirava fuori uno dei suoi perfetti coltelli da una sua perfetta custodia e mi onorava di usarlo. Me lo porgeva come nei film di arti marziali porgono le spade, tenendolo con tutt'e due le mani, appoggiato sui palmi aperti, con un piccolo inchino. Dicevo, no, troppo onore, ma poi lo usavo con grande soddisfazione. Mi sveltiva il lavoro e lo rendeva piacevole.
Mi capivo, con Kengo, solo a gesti, numeri scritti e qualche parola in inglese, che conosco poco. Mi vedeva zazzicare in cucina senza capire niente di quale sarebbe stato il risultato, come uno che guarda fare esperimenti di chimica; alla fine, solennemente, gli facevo assaggiare, e lui, intento ad acchiappare il sapore, la consistenza, la croccantezza e tutte le cavolate che declamano nelle trasmissioni tv sulla gastronomia, si illuminava tutto e faceva sì con la testa.
Una volta gli chiesi quanti abitanti aveva Osaka, la città da cui veniva. Per capirsi ci volle un po'. Poi scrisse, mi pare, 8 milioni. Restai scioccata. Ciggiano, dove vivo, ne ha 530.
Due volte ho visto nella faccia di Kengo un'espressione diversa, che si poteva interpretare sulla base delle circostanze. La prima sera della stagione parlai gradevolmente con i proprietari e concordammo di preparare una crema di funghi, insieme ad un'altra cosa, come primo piatto. "Le patate per la vellutata le abbiamo, non preoccuparti, sono quelle dell'orto, dell'anno scorso. " Io drizzai le antenne, erano passati più di dieci mesi dal raccolto delle patate, com'era possibile che fossero ancora buone ? " P e r f e t t e." Dissero. Dovevo saperlo che si cominciava subito.
Andai in una cantina a prendere 'ste patate. Mi prese un'accidente. La cassetta delle patate era una nuvola, tutta avvolta dai fili vegetali emessi dalle patate stesse e ormai lunghissimi. Quando Kengo la vide arretrò impressionato e guardò me e la cassetta, annuendo come dire, ma è proprio vero? Cercò nel fitto una patata e tirò fuori una specie di masticone (chewing gum) molle e flaccido. Mi guardava nel panico, sì, doveva sbucciarle tutte e non lo potevo aiutare perché dovevo preparare il resto della cena. Alzai le spalle e allargai le braccia in un gesto che speravo interpretasse come rassegnazione. Più che altro mi chiedevo se qualche santo ci avrebbe assistito per dare a quelle ex patate mosce un sapore almeno decente, perché ai proprietari non potevo dire la prima sera, che erano da buttare, per loro erano perfette, le avevano mangiate solo ieri. E poi se cominciavo subito a discutere, non sarei riuscita ad arrivare alla fine dell'estate.
La seconda volta che Kengo si mostrò impressionato fu davanti ad un coniglio appena tolto dalla confezione del supermercato, spellato, ovviamente, e completo di testa . "Ooohh!" Fece arretrando anche quella volta. E lo ripeté parecchie volte. Gli mostrai come si impillottava, senza farglielo toccare, poverino, e quando fu cotto in porchetta glielo feci assaggiare. Ne prese un pezzettino come io assaggerei una rana o un serpente a sonagli. Assentì stupefatto. Era buono!
Poi ci fu la volta che chiese di andare in città. Distanza dalla città 12 km circa di cui diversi in salita ripida.
Gli diedero una bicicletta. Quando tornò era finito, diventato trasparente. Aveva fatto 24 km in bicicletta, di cui buona parte in salita, una bella mattina soleggiata di fine luglio.
Qualche giorno dopo, arrivando, mi dissero che c'era una brutta notizia: Kengo andava via.
"Come siamo sfortunati ! -dissero- Avevamo avuto fortuna con questo aiuto di cucina gratis e ora si ripete la maledizione di mezza estate: ogni anno di questi tempi chi viene a lavorare ci lascia per qualche motivo! Quando arriva questo periodo dell'anno, che abbiamo sempre tanto lavoro, tremo!" La nonna di Kengo, a Osaka, era morta improvvisamente, che disdetta!
Rimasi in silenzio riguardoso, ma mi veniva tanto da ridere. Kengo se ne andò, con molti inchini, per presenziare al funerale della nonna. I proprietari della struttura ricettiva telefonarono all'agenzia di Firenze per avvisare che il ragazzo giapponese del corso di cucina non era più da loro. I delinquenti negarono di aver mai conosciuto, visto e men che meno indirizzato da loro chicchessia Kengo.
Dopo qualche giorno, che per fortuna tornava a aiutarmi la Lara, che era stata con me metà della stagione precedente, ancora si lamentavano della scomparsa così poco tempestiva della nonna di Kengo . "Ma che nonna e nonna -dissi io - Non credo proprio che sia morta una nonna, credo che, dopo aver speso 4000 euro non avesse voglia di stare a far lo schiavo tutta l'estate gratis". La signora delle pulizie mi fece gli occhiacci e mi disse di non riaprire bocca, se volevo restare lì. E io, si sa, a volte mi voglio proprio male.