Silvano Zoi .

 Era il 1977, doveva essere inverno o autunno, ero capitata per caso in casa di Sivano Zoi, professore, scrittore, uomo coltissimo, poeta. Un suo nipote, amico di quei tempi, che adesso è medico, mi aveva portato a conoscere suo zio. La casa di Silvano, una vecchia colonica rimessa a posto, era bellissima, non perché ci avesse speso tanti soldi, ma perché lui e la moglie l'avevano trasformata in una casa da vivere, personalissima e originale. Quella sera la Rosi era in cucina, Silvano seduto al tavolo da pranzo e una bambina bellissima e bionda, la loro figlia, Silvia, di spalle al babbo che parlava. Eravamo tutti in cucina, una stanza col pavimento bianco, e un vecchio armadio per le stoviglie. La Silvia guardava la televisione ed era  infastidita dalla nostra presenza, ma non lo faceva vedere, sorrideva gentile  e alzava pian piano il volume della televisione, impercettibilmente, tanto che il padre doveva alzare anche lui la voce per farsi sentire, ma, preso dal discorso, non se ne accorgeva. Io guardai la bambina, i nostri occhi si incontrarono e lei, con un ditino sulle labbra e un sorriso pieno di malizia, mi fece cenno di tacere.

Ecco la Silvia a sette anni, in un'immagine scattata con la macchina della memoria, che ho raccontato stasera alla commemorazione per la morte di Silvano e la mia figlia grande ha detto che non c'entrava niente e non dovevo dirlo. Pazienza. Un bacio alla Silvia, che stasera piangeva la morte del vecchio babbo. Quella sera di tanti anni fa la Silvietta (così la chiamava Silvano) alzava il volume così tanto che ad un certo punto lui la riprendeva "Silvia!Per favore!" Lei abbassava il volume, facendo sì con la testa, pentita, e poi ricominciava daccapo. Evidentemente mi colpì anche quello, una bambina piccola, esile e bella come una fatina, ma decisa e autonoma come una ragazzina più grande. Quel primo incontro, in cui Silvano ci parlò di tanti argomenti che non ricordo più, poteva rimanere unico, se non fosse che alcuni anni dopo, in un periodo nerissimo, mi ricordai di lui e telefonai per un colloquio. Le chiamava lezioni di filosofia.

Parlare di Silvano è per forza parlare di me, di quei giorni, in cui tutti i nodi dell'educazione, della crescita, della personalità che cerca strada per venire a galla, e altri nodi, non miei, con cui comunque dovevo fare i conti, tutti venivano al pettine, con una grande sofferenza, che si esprimeva in quelle che chiamavo "crisi di angoscia", mi ero inventata una parola, mentre ora forse si chiamerebbero attacchi di panico. La persona che avevo creduto di essere era quasi sparita, al suo posto c'era una cosa ripiegata e avvolta in se stessa e ugualmente esposta al dolore, quello proprio e quello degli altri. Per la strada vedevo solo le persone storte, malate, vecchie, sofferenti, come se la mia anima proiettasse la propria immagine intorno, e non avesse più alcuno schermo o difesa, mi sentivo piena di pena e sempre sul punto di piangere. In questa situazione avevo anche una malattia "fisica" , una cistite diagnosticata in ospedale con le carte e i timbri, definita incurabile, da somatizzazione, ma comunque bisognosa di interventi continui con farmaci.

Arrivai da Silvano così e mi sembrò di aver trovato un luogo bellissimo anche solo per "stare", una casa accogliente, con un grande camino acceso che andava piano piano e ci si poteva sedere sul bordo e raccontare. Dopo 20 giorni che andavo da lui e avevamo iniziato le lezioni di filosofia, bel termine per definire dei colloqui psicologici, arrivò l'ennesimo attacco della cistite, prevedibile come un appuntamento col destino. Ne parlammo  e io pensai che non sarebbe servito a nulla, che quella cosa lì me la sarei tenuta. Invece, all'improvviso, se ne andò. La cistite  che mi aveva tormentato per più di un anno era finita. Mi sembrò un miracolo, non era accaduto dentro un quadro di riti o situazioni religiose, non potevo leggerlo così, ma era comunque un miracolo. Da quel primo passo seguì una liberazione di forze, come se avessimo trovato la chiave per aprire la prigione in cui stavano rinchiuse la capacità di affrontare la vita, di guarirsi, di ridere.

Ho capito dopo che dovevo ringraziare Silvano, ma anche me stessa, che la speciale chimica di quegli anni era fatta dalla sua sensibilità, dalla sua cultura, dalla sua capacità empatica, ma anche dalla mia volontà di uscirne, di non considerare la depressione come una condanna, ma come un'occasione. Sono stata uno dei suoi successi, credo. Per me è stato come un altro padre. Dopo qualche anno il nostro rapporto nella forma dei colloqui settimanali è finito, diventato sporadico, diventato un'altra cosa . Ricordo, come ho detto stasera alla sua commemorazione, che una sera mi prese l'angoscia al pensiero che potesse morire e glielo dissi, tanto era grande il ruolo che gli riconoscevo nella mia rinascita. Morto lui potevo morire di nuovo anch'io. Sorrise e ne parlammo un pò, poi parlammo dei sogni. Avevo sempre una serie di sogni da raccontare, tutti utili per capire dove stavo andando. Era un grande interprete di sogni, Silvano, grazie alla cultura e alla sensibilità. Non finirò di ripeterlo. Stasera, davanti alla sua bara, alla quale non mi sono avvicinata, perché non voglio vedere l'involucro vuoto, ho detto che ora io ed altri come me siamo in grado di vivere senza di lui, e lui sta dentro di noi. Anche questo è un successo e per noi, un regalo enorme. Ho trovato una frase di Theilard de Chardin, filosofo religioso che forse non gli piaceva, che dice così :

 Non sono, né voglio, né posso
essere un maestro.
Prendete di me ciò che vi aggrada
e costruite il vostro personale edificio.
Io non desidero altro che essere gettato
nelle fondamenta di qualcosa
che cresce.

Lui pensava proprio questo. Silvano se ne è andato da qui, ma resta in me, negli altri che lo hanno conosciuto, in mio marito, che lo ha amato come un babbo .
 Una cosa meno piacevole è che, una volta conosciuto Silvano, altri interlocutori impallidiscono e il confronto è inevitabile, difficile trovare qualcun altro per delle "lezioni di filosofia", alla sua altezza.