Giorni fa leggevo Toni Capuozzo.  Sulla base di dati reali, cioè filmati della città satellite di Bucha certamente datati e fatti subito dopo l'uscita dell'esercito russo, confrontati con quelli diffusi più tardi per testimoniare l'orrore delle torture e del resto, Capuozzo dice che ci sono cose che non tornano. Come mai il sindaco, lo stesso sindaco, prima sembra contento che i russi se ne sono andati, strade pulite, niente cadaveri e dopo, è tutto diverso? Non è complottismo, è farsi delle domande. Dice Capuozzo che è tutto possibile, che le cose siano davvero accadute e anche che invece si sia costruito uno spettacolo, giustificato, in parte falso, per dare una spallata ai governi dell'"Occidente", per farli decidere a intervenire. Ci sta tutto. Ora di Bucha ne hanno parlato centinaia di volte e io ho smesso di sperare di capirci qualcosa. Noi qua, ancora lontani, ci sentiamo provocati almeno a prendere parte, impotenti come siamo. Si accapigliano, sui media, sui cosiddetti social. Ci sentiamo anche presi in giro, se davvero ci fosse tutta questa falsa narrazione, per indurci a prendere parte in un conflitto che ci distruggerà. Io, per me, leggendo o guardando il tg ho l'impressione di immagini che si sovrappongono e si dissolvono una nell'altra, cattivi e buoni, una volta l'uno e una volta l'altro. Simboli equivoci, discorsi spaventosi, da ambo le parti, e evocazione della religione. Roba da accapponare la pelle.

Torno indietro a parecchi anni fa, quando scrissi la storia della mia famiglia difficile, e, cerca cerca, arrivai a notizie sul periodo di guerra. 

Periodi incerti, sospesi, raccontati tante volte in casa, dalla mamma e poco dal babbo. Cose che forse ho già detto anche qui, abbiate pazienza. La mamma diceva che prima del passaggio del fronte, nello sfollamento trascorso dai parenti a Palazzo del Pero, era ingrassata. Preparavano i Krapfen, e li mangiavano. Le era rimasto in mente questo periodo dei bomboloni fritti ripieni di crema. Lei che teneva  alla linea a un certo punto smise di mangiarne, per recuperare il suo peso. Quindi deduco che cucinassero parecchio, forse per passare il tempo. Ma dove, se nelle case, o al bar degli zii, non lo so. Cucinavano insieme, sognavano quando sarebbe finita. Sentivano parlare della guerra, ma ancora non l'avevano vista. Quando l'esercito tedesco si attestò lì i miei parenti ci fecero amicizia. Cercavano di tenerseli buoni.  C'erano delle feste, e cene, in cui le donne del posto cucinavano per gli ufficiali, alcune anche partecipavano agli incontri. Feste normali, civili, niente di equivoco, ma sempre con questa cosa spaventosa del gatto che permette al topo di ballare con lui e potrebbe sempre mangiarselo... Una zia della mamma partecipava alle cene; si chiamava Olga Badini, Badini da ragazza, poi Domestici, il cognome del marito, che era un commerciante all'ingrosso di alimenti conservati, benestante. La zia Olga era una donna di più di 50 anni. Dicono che scolorisse i capelli con l'ossigeno e per quello apparisse bionda. La zia Paola, sua nipote, appena nata in quegli anni, e ora morta da poco anche lei, diceva che le somigliava tanto. La zia Olga aveva tre figli grandi, due maschi, Mario e Carlo, e una femmina in mezzo, Anna. Anna e Mario biondi e con gli occhi azzurri come il padre, lo zio Adalindo, che ho conosciuto e ricordo mite e gentile.  Nella famiglia c'erano dei...non saprei come chiamarli. Piccoli litigi, malignità...La mia mamma diceva dei cugini che si davano tante arie, ma senza motivo, perché il loro babbo vendeva le "saracche". Cioè le sarde sotto sale. Non diceva mai "saracche", mai sentito dire se non in queste occasioni in cui parlava, forse con invidia, della famiglia dello zio Adalindo. La mamma era orfana di madre fino dai suoi otto anni e aveva una matrigna con cui non andava per niente d'accordo. Tutti loro, compreso il nonno, i due fratelli della mamma e parecchi parenti di parte Badini, passarono lo sfollamento a Palazzo del Pero, e poi si spostarono in fattorie e poderi più lontani che parevano più sicuri. Ma la guerra li trovò anche lì. 

Che strani racconti faceva la mamma. In uno c'era la sua matrigna, la Emma, insieme al resto della famiglia, tutti in fila davanti a soldati tedeschi col mitra spianato che urlavano.  Alla Emma per la paura venne il mal di pancia,  e parlò all'orecchio del marito, il mio nonno, molto più anziano di lei. Lui chiese se la moglie poteva allontanarsi perché stava male, solo un momento. La mamma ricordava le parole precise: mia moglie, bisogno corporale. Ma il soldato non capiva e continuava a urlare. Lei si calò le mutande, si accoccolò e fece la cacca lì, davanti a tutti. Quando la mamma lo raccontava e io ero bambina mi sembrava davvero brutto che non si fosse trattenuta, questo passava nel racconto. Dopo, capii che la mia mamma l'aveva disprezzata molto per questa cosa. Poi, ancora più avanti negli anni, ho capito quanta paura aveva avuto la zia Emma. Io la chiamavo zia. Strani davvero i racconti di famiglia: per capirli perbene, alcuni, ti ci vuole quasi tutta la vita. Per molti anni tieni per buona la prima versione e non solo i fatti, ma l'emozione che li ha accompagnati. Il disprezzo. Il disprezzo aveva poco a che fare con la guerra e molto con la storia famigliare. 

Non dimenticate la zia Olga. Dicevo che cucinava per gli ufficiali tedeschi e si intratteneva con loro, partecipava alle loro cene come convitata. Anche sua figlia Anna e la mia mamma e sicuramente i maschi della famiglia partecipavano, ma loro nei racconti non appaiono. La mia mamma era una ragazza scontenta e ambiziosa. Nel periodo della guerra aveva da 16 a 21 anni. Litigiosa in famiglia, come abbiamo visto, in quegli anni ebbe una relazione con un uomo sposato molto più grande che era il padrone di una fattoria nei pressi del paese, la fattoria di Badicroce. Una storia scandalosa. Quanto scandalosa, e quanto invece accettata visto il periodo così turbolento, non saprei dire. Ora qualcuno dirà che, scrivendo queste cose, manco di rispetto a mia madre. Non so. Non credo, vedo le cose da lontano, ormai, e l'ho in qualche modo accettata, per quanta fatica mia madre abbia fatto fare a noi figli. 

Era estate, i primi di luglio, e doveva esserci una cena a Badicroce. La zia Olga non solo cucinava, ma era ospite della fattoria, dormivano tutti lì. I tedeschi pattugliavano i boschi e Palazzo del Pero era il rifugio del capo della resistenza aretina, Antonio Curina. C'erano partigiani nei boschi e due di loro, scappando dai soldati, incontrarono un giovane prete. Prenda le nostre pistole, gli dissero, così se ci trovano non ci fanno niente, se non siamo armati, tanto lei non la perquiscono, non guardano sotto la tonaca. Ma il prete fu fermato, perquisito e ucciso. Da qui non so bene cosa sia successo, non ci sono notizie tanto precise, io ho immaginato che i soldati tornassero alla fattoria dove i capi si apprestavano a cenare a riferire i fatti. Immediatamente l'atmosfera cambiò. Da amichevole e quasi festosa diventò spaventosa. Molte persone furono chiuse nei fondi e nelle stalle, questo certamente avvenne, e altre se ne aggiunsero per i rastrellamenti dei giorni successivi. La zia Olga era una di queste e non so se ci fosse la mia mamma. Forse all'inizio riuscì a scappare. Una volta, pochi giorni prima di morire, le chiesi di Badicroce. Cose brutte, mi disse, Danilo, un suo amico, si nascose in una chiavica...ma di se stessa, niente, anche se era alla fine. La cosa strana è che di questo episodio non ha mai parlato, forse perché avrebbe dovuto dire perché si trovava a Badicroce e quella della sua relazione era una cosa del passato che ho scoperto per caso quando avevo superato i 50 anni. Quel pezzo di passato lì quando fece famiglia lo cancellò completamente, noi figli eravamo all'oscuro, con molti racconti di guerra disponibili, ma non questo, ma era come avere una pietra in mezzo alla casa, invisibile, ogni tanto ci si andava a sbattere. Quando venni a sapere queste cose mi stupii molto e mi arrabbiai anche, un po'. Ma era un suo diritto farsi una vita nuova, e lasciarsi il passato alle spalle.

La zia Olga trascorse una o due giornate e notti chiusa nelle stalle con gli altri. Ogni tanto i soldati entravano e volevano approfittarsi delle ragazze, e lei li cacciava via. Non aveva paura, perché li conosceva bene, e potevano essere i suoi figlioli. Pare che li minacciasse di dire al loro superiore come si stavano comportando, attenti che lo dico al vostro capo!; pensava di mantenere, in stato di guerra, comportamenti civili. Ma una notte vennero a prenderla, le dissero che avevano bisogno di lei in cucina, e, viva, non la rivide più nessuno. In certi libri che contengono elenchi e racconti di stragi compare il suo nome come martire della resistenza, ma ho capito che non le sarebbe interessato di diventarlo. A lei i tedeschi non dispiacevano, le piaceva essere considerata alla pari dagli ufficiali e comunque in certe situazioni ti devi adattare; ma le prepotenze sulle ragazze, quelle non le sopportava. La ritrovarono nei boschi dopo dieci o quindici giorni, senza mutande, gonna tirata su e cacciata in bocca, ma il cadavere era così rovinato che non si poteva essere sicuri che fosse proprio lei, forse la riconobbero dai vestiti. La mia mamma diceva che l'avevano trovata i partigiani e avevano chiamato sua figlia a riconoscerla, e che lei non smetteva di urlare. Altre persone mi dissero che furono i figli maschi a andare a cercarla con altri e la trovarono loro. Come andarono le cose nessuno ormai lo può dire e non interessa più a nessuno, se non a me e qualcun'altro, il suo nome è quasi dimenticato, si parla, nell'elenco delle vittime di questa strage "minore", (17 persone), di due donne adulte morte a Badicroce. C'è una lapide, a Pian d'Usciano, che commemora la strage e lì i nomi ci sono, dei 17 uccisi e anche il suo. Nel libro "Fuochi sui monti dell'Appennino toscano" di Antonio Curina, sono raccolte delle testimonianze. Ce n'è una di un uomo che dice che a Badicroce morì anche Olga Badini Domestici, una "giovane sposa" di Arezzo. Ma la zia Olga come ho detto aveva superato i 50 e aveva i figli adulti...a questo signore magari sembrava più drammatico descriverla così, eppure cambiando qualche dettaglio che sembra poco importante si cambia la storia. Di Badicroce e di altro mi parlò un'amica della mamma, sua coetanea, quando avevo anch'io più di 50 anni. Era un giorno che ero andata a trovarla e lei nominò Badicroce mentre uscivo, chiudendo la porta. non riusii a farmi dire che poce parole e non l'ho più incontrata. A me invece una porta mi si aprì, sul passato. Nella sua memoria a Badicroce erano morte 110 persone. Ogni storia passando di bocca in bocca cambia subito, uno riporta un dettaglio, l'altro ne ignora uno, uno mette uno toglie. Vedo la stessa cosa accadere ora con le notizie della guerra in tempo reale.