domenica 29 luglio 2012

Patty Smith e foto delle Marche.












Uno di questi giorni mi ha chiamato la Concetta: "Ti va domani di venire a sentire Patty Smith che canta a San Francesco?" Non è che la Concetta sia una vecchia rocker, anzi ! E' una delle mie compagne di scuola con cui ho condiviso 5 anni di liceo,  pensieri, feste, un viaggio memorabile in Grecia e talmente tante cose, alcune dolorose, che non posso nominarle tutte. E' una delle mie amiche più care. Da tanti anni fa parte di una comunità neocatecumenale, ma questa cosa non l'ha limitata. Ha quattro figlioli e, da un anno, ha anche una nipotina. Uno di loro adesso è a Londra dove frequenta una scuola per tecnici del suono,  è proprio da Andrea che lei ha saputo del concerto di Patty Smith ad Arezzo . La notizia, che riguardava  Arezzo, la città in cui viviamo, ha fatto un giro pesca, ha attraversato la Manica ed è tornata via Skype ad Arezzo. Il giorno del concerto, intorno alle undici, eravamo insieme ad altre 500 persone, di cui molte conosciute, ad aspettare che si aprissero i portoni della chiesa di San Francesco, quella, per capirsi, dove Piero della Francesca dipinse il ciclo della Vera Croce, che ha ispirato le ballate di Patty Smith, in particolare il " sogno di Costantino". Il breve concerto si chiamava proprio così: "A proposito del sogno di Costantino". Mentre si aspettava,  la Concetta mi ha detto che si ricordava perfettamente della mia passione per questa cantante e di quella volta che avevo comprato un suo LP. Le ho detto che questa cosa se l'era sognata, che Patty Smith mi piaceva ora che eravamo quasi vecchie tutte e due, anzi tutte e tre, Patty Smith compresa, e che  nella vita non avevo mai comprato un suo LP, ma si vede che quel giorno dovevo proprio esserci anch'io e che ero contenta che si ricordasse tanto bene cose mai avvenute. Non capisco quale meccanismo psichico porti la Concetta a ricordare cose di questo tipo, se intreccia persone e ricordi o se ha un inconscio particolarmente creativo, d'altra parte da ragazza scriveva bellissime poesie, brevi, concentrate e per niente sdolcinate.
Non è che io entri così spesso in San Francesco. Come tutti quelli che hanno cose belle a disposizione finisce che ne usufruisco poco. Varcare il portone dopo tanto tempo mi ha emozionata. Una volta di più ho rimpianto di non capire l'inglese e di afferrare solo poche parole. Non c'era traduzione e questo mi ha pensare :
A) che gli aretini ormai comprendano tutti l'inglese, che mi sembra improbabile.
B) che facciano finta di capire per non sembrare  arretrati
C) che si siano vergognati di proporre la traduzione per il motivo precedente.
Così, nella quasi completa ignoranza delle parole, mi è rimasto solo il gusto di ascoltare la  voce profonda di Patty e quella degli strumenti che l'accompagnavano ( musicisti bravissimi!) e intanto ammirare la chiesa. In questi casi mi commuovo e mi viene da piangere per l'emozione, per la musica ( sono come la mia figliola più piccola, che da bambina mi diceva con i lacrimoni "Mamma , questa musica mi fa piangere") , per il fatto di ascoltare questa donna generosa, intelligente, impegnata, che si è fatta prendere dai dipinti del famoso Piero, che raccontano storie già lontanissime al momento che lui le ha dipinte . Quanta storia in questa vecchissima chiesa ! La storia della Vera Croce, la storia di Piero, la mia storia personale. San Francesco è stata la prima chiesa che ho frequentato, abitavo, da piccola, poco lontano, nel centro storico, e venivo in chiesa  non con la mamma, che non ci veniva mai,  ma con la zia Lisa, che abitava nel nostro Palazzo. Mi ci portava a giugno, per la processione di Sant'Antonio e c'era il profumo dei gigli bianchi che riempiva l'aria.
 La mamma non aveva tanto piacere che mi portasse in chiesa, diceva che i preti rimbambiscono le persone, ma io con la zia Lisa ci andavo tanto volentieri, e la mamma le voleva molto bene. Non  capivo allora che  sulle pareti dell'abside c'erano dei dipinti importanti, guardavo in alto e nella luce fioca della chiesa mi piaceva guardare i travi disegnati delle capriate, le edicole ricamate con le statue dei santi e della Madonna che davanti a Gesù morto mostrava il proprio cuore trafitto. San Francesco è una chiesa austera e molto semplice, medievale, ad Arezzo pare che il Barocco, di cui sono ricche le Marche, non sia quasi trascorso, sembra che siamo passati direttamente dal Medioevo al diciottesimo secolo. In effetti nel seicento Arezzo era poverissima e battuta da epidemie che decimavano la popolazione. Il centro storico è prevalentemente medievale e molto severo. Quando io ero bambina Arezzo non era una città turistica, e anche a vedere i dipinti di Pier della Francesca ci venivano rari e coltissimi turisti. Erano gli anni del boom economico, della riviera romagnola,  dell' "Italia in miniatura", e  la gente, della cultura,  se ne fregava allegramente o così sembrava a me. Trovarsi ad ascoltare ballate celtiche nella nostra chiesa più nota è stata un'emozione. Ho pensato che la Chiesa, che di solito dorme, abbia esclamato, sentendo questa musica : "Cavolo! Son tornati i barbari!"  Barbari colti, barbari che si incantano davanti alla bellezza e alla storia che per noi che viviamo qua sono quotidiane.

Lascio qua altre foto delle Marche : non è una terra bellissima?

mercoledì 25 luglio 2012

Offida





Assolutamente in controtendenza rispetto al resto d'Italia e al nostro passato recente e meno recente io e Mauro siamo andati in vacanza. Avevo deciso di partire nel pomeriggio del mio secondo giorno di ferie, per avere tempo di sistemare un pò la casa per mia figlia che sarebbe stata qui a dormire nei giorni che eravamo lontani.. Avevo preparato una borsa buttandoci dentro poche cose per rendere il fatto di allontanarsi meno importante . Mentre aspettavamo che il pomeriggio scorresse un poco, che facesse meno caldo per non soffocare nell'auto, mi è venuta una punta di inquietudine; ero in poltrona e sulla mia gamba un neo che ha cambiato forma e si è allargato mi è sembrato improvvisamente pericoloso. In realtà non lo è per niente, almeno credo, ma di colpo mi è venuta addosso una paura profonda e mi ci è voluto un attimo a riconoscerla: altro che neo, era la paura della partenza . E' una vecchia nemica, che mi ha disturbato spesso negli anni di gioventù e ora da tanto mi lasciava in pace semplicemente perché non partivo. C'era un unico rimedio. Mi sono alzata svelta dalla poltrona e ho detto a Mauro che ero pronta , andiamo via ! Ho fatto tacere tutte le voci, non le ho ascoltate più, abbiamo lasciato la Holly con un piccolo peso sul cuore, sapendo che la sera  una delle nostre figlie si sarebbe occupata di lei. Quando siamo stati lontani almeno una trentina di km ho detto a Mauro che mi era presa quella paura , e lui ha detto che era presa anche a lui , una specie di scomodità, di inquietudine profonda, che poi passa veloce all'allontanarsi da casa. Ho guardato il mio neo alla luce fortissima del pomeriggio bollente e non era più minaccioso, anzi piuttosto comune. La mia paura di partire è un complesso di sentimenti, partire è un pò morire, si dice, si lascia la casa e poi l'orto che ha bisogno di cure, e il giardino, che è secco e sofferente e deve essere annaffiato. Anche se c'è qualcun altro a fare queste cose si pensa che forse qualcosa andrà storto, che forse la Holly soffrirà perché non ci siamo, che forse si romperà qualcosa e nostra figlia non saprà come fare... Quest'elastico mentale resta fortemente teso per molti chilometri mentre ci allontaniamo, poi all'improvviso molla e ci si trova più o meno liberi , si può  cominciare ad ammirare il paesaggio dell'Umbria calcinato  dal sole, le sagome dei paesi di Spello, Assisi in lontananza, Trevi sulla collina e ci si sente felici di essere in viaggio. Siamo passati al margine della valle alta di Norcia e poi fra i monti rivestiti di boschi che sembrano freschi perché sono verdissimi e mi veniva voglia di fermarmi e andarci in mezzo, sparire dentro la vegetazione . Tutto è bello, viaggiamo di rado e ci piace vedere il mondo anche vicino a casa . La strada passa fra alte rupi rocciose, in alto si annidano piccoli centri abitati e veniva voglia di fermarsi dappertutto per vedere come vive la gente, come parla, mangia e dorme nel fresco di paesi isolati di montagna. Ma siamo corsi via verso la meta che questa volta erano le Marche e in particolare il paese di Offida , fra il mare Adriatico, i monti Sibillini  e il Gran Sasso.
Mi ricordavo che mia figlia grande, quando studiava a Bologna, stava in casa anche con una ragazza marchigiana e che la sua famiglia aveva un agriturismo vicino al mare. Avevo detto a mia figlia se le sembrava una buona idea che io e il babbo ce ne andassimo dall'Alessia, nelle Marche . Lei aveva detto di sì, che ci sarebbe piaciuto. Offida è un paese gioiello in una campagna fatta di colline ripide ma ugualmente rotonde, intensamente coltivate da trattori equilibristi che, visti da lontano, sembrano salire e scendere in verticale dai pendii e si pensa "Ora si ribalta!" ma non succede. Ovviamente. Le colline sono la prima sorpresa di questa terra, disegnate da geometrie create dai contadini che lasciano grandi prati di erba medica ( che era quasi del tutto secca) , distese di girasoli in tutte le fasi di maturazione, campi arati color avana chiaro ( la terra è argilla), vigne verdissime, tratti di oliveto, intervallati da fasce di bosco e interrotti da  formazioni di calanchi. E' tutto molto preciso e ordinato, ricondotto in limiti precisi, mentre i calanchi  all'improvviso rompono le geometrie e le regole.  Una meraviglia che ha alle spalle le catene montuose . Sulle cime delle colline, spesso in cima alle rupi , stanno i paesi che sono quasi tutti segnalati fra i borghi più belli d'Italia.





I paesi nella parte antica sono costruiti in mattoni, che  qui hanno un colore rosato. Foiano, da noi, è anch'essa costruita in mattoni, per l'abbondanza di argille del territorio, ma sono di un rosso piuttosto vivo. Offida, e Ripatransone , e Acquaviva e gli altri della piccola valle del Tesino dove eravamo noi, sono rosa , un pò come i paesi dell'Umbria, che però devono il colore alla pietra da costruzione. Con questi mattoncini di una dimensione omogenea i marchigiani hanno creato, nei secoli , palazzi, chiese, castelli, torrioni e case private molto graziosi, o imponenti, o severi, riuscendo a declinare il materiale che avevano a disposizione in moltissimi modi diversi . C'è omogeneità e fantasia, ordine  e ripetizione, ma anche originalità e spontaneità e molta bellezza in questi centri abitati .

sabato 7 luglio 2012

Farm City

Non credo di essere in grado di scrivere recensioni di libri o di film.  Una recensione  deve comprendere un riassunto della trama,  e se la trama non c'è deve mettere in evidenza le cose più importanti che il libro,o il film, contiene. Deve anche dare un giudizio tecnico, e forse fornire una collocazione storico letteraria... Non sono capace di fare questo, per me  leggere un libro è un incontro e sono capace solo di raccontare cosa quest'incontro ha fatto venire alla luce dentro di me.

Farm city: "l'educazione di una contadina urbana ".
 Di solito penso all'educazione come a qualcosa che ti viene impartito, con le parole o l'esempio, da un altro essere umano, genitore o insegnante. Ma in questo caso è l'esperienza stessa che si intraprende ad educare. Novella Carpenter, l'autrice di Farm City, ha solo dei ricordi dell'infanzia in campagna, del cibo che mangiavano e che era in parte autoprodotto e comincia da lì, ma non si può dire che  questa sia una base sufficiente per realizzare un orto abbastanza grande e poi allevare degli animali, inoltre c'è il fatto che tutto avviene nella periferia degradata di una città americana, Oakland. Novella legge sempre molto, si procura libri e riviste che possono aiutarla, ma non c'è niente da fare, è l'esperienza sul campo ad educare. Essere disposti ad imparare dai propri errori, mettersi in discussione, ragionare su ciò che si sta facendo, percorrere una strada originale con la testa e col cuore, questo uno dei messaggi.

Contadina urbana . Sembra una contraddizione , un nonsenso mettere insieme queste due parole . Novella ama le sfide e vuole proprio dimostrare che anche in città, occupando spazi abbandonati che nessuno vuole, ma che poi qualcuno finirà per rivendicare, si può ottenere il proprio cibo, buono come se fosse stato coltivato, e allevato, in campagna .

 Mi è capitato ogni tanto di incontrare delle persone che avevano fatto, o fatto fare da altri , delle ricerche sul proprio cognome e avevano scoperto immancabilmente di avere origini nobiliari. E' una debolezza  diffusa quella di voler dimostrare di essere più di ciò che appare e poter dire che ora la famiglia è quella che è, ma c'è stato un tempo lontano in cui si era ricchi e onorati da tutti.  Penso invece che in ogni famiglia, risalendo indietro, si trovi sempre un contadino e una puttana, i mestieri che fanno sopravvivere. Tutti in passato hanno lavorato la terra, e sempre c'è stata l'occasione o il bisogno di vendersi. Il contadino resta nel sangue di tutti, chissà, forse anche la puttana, in qualcuno il  germe si sviluppa e  non si può esprimere, perché lavorare la terra, grande idiozia moderna, non rende abbastanza per poterci vivere, ma è un  mestiere bellissimo, più di un mestiere, un modo di vivere. Questo libro di Novella Carpenter  racconta un'esperienza talmente intensa e densa, scusate la rima, che è difficile restituirla e lo considero bello perché mi ha stimolato molti pensieri in moltissime direzioni diverse.Come una bomba di  emozioni e felicità che esplode in testa e fa venire voglia di provarci anche te, e se ci stai già provando, come me, di fare di più, di superarsi .

Dalle prime pagine di Farm city mi sono riconosciuta. Mi veniva una gran tenerezza verso questa giovane donna che, concentrata sull'obbiettivo di curare un orto rigoglioso, riempiva il portabagagli dell'auto di letame, si sporcava tutta, ordinava per posta una scatola di pulcini, li teneva a dormire in salotto sotto una lampada accesa ... eccetera eccetera . Un modello assai diverso dalle ragazze lampadate e griffate che vedo in giro, ma quanto più vera e viva!  La tenerezza dipende dal fatto che in lei rivedo me stessa, tanti anni fa, all'inizio della storia con l'orto, quando anche io ho allevato degli animali, cosa che vorrei riprendere a fare .
Spesso ultimamente mi sono chiesta "Ma io chi sono? Non ho combinato granché di buono, a parte le figliole, non ho una professione come le mie amiche ..." Leggendo Farm City ho esclamato dentro di me "Ecco chi ero, chi sono ancora : una contadina!" Non si può immaginare che gioia abbia provato in questo riconoscimento .
Vedo che ho già scritto una pagina e sono solo al titolo . Già, nonostante la stanchezza e il grande caldo, Farm city mi ha fatto tornare una gran voglia di scrivere.