martedì 30 dicembre 2014

I rapporti umani

In questi giorni, come dicevo, ho ripreso in mano "Le piccole virtù" di Natalia Ginzburg.  Si sposò molto giovane con Leone Ginzburg, un intellettuale antifascista, furono mandati al confino in Abruzzo, dovettero spostarsi per sfuggire alle persecuzioni e infine lui fu ucciso. In questo racconto, che si intitola  "I rapporti umani", Natalia parla dei rapporti umani nelle varie età della vita. In tutto il post le parole in rosso sono sue. Nel brano che segue vedete voi se non vi ritrovate, o non vi fa venire in mente qualcuno che, ora, sfugge da guerre o persecuzioni, qualcuno di cui, vedendolo sul web o in televisione sbarcare da battelli malconci, pensiamo che sarà un altro problema che si somma ai tanti che abbiamo. Non vi vergognate di questo, l'ho pensato anch'io e di questi pensieri non mi vergogno, se poi sono almeno un poco disposta a cambiarli.  

Ma viene allora il dolore per noi. L'avevamo aspettato, eppure non lo riconosciamo subito: non lo chiamiamo subito col suo nome. Storditi e increduli, fiduciosi che tutto si potrà rimediare, scendiamo le scale della nostra casa, chiudiamo quella porta per sempre: camminiamo interminabilmente per strade di polvere. Ci inseguono, e noi ci nascondiamo: ci nascondiamo nei conventi e nei boschi, nei granai e nei vicoli, nelle stive delle navi e nelle cantine. Impariamo a chieder aiuto al primo che passa: non sappiamo se sia un amico o un nemico, se vorrà soccorrerci o tradirci: ma non abbiamo scelta e per un attimo gli affidiamo la nostra vita. Anche impariamo a dare aiuto al primo che passa. E sempre custodiamo la fiducia  che tra poco, tra qualche ora o tra qualche giorno, torneremo alla nostra casa coi tappeti e le lampade;  saremo carezzati e consolati; i nostri figli siederanno a giocare con un grembiule pulito, con delle pantofole rosse. Dormiamo coi nostri figli nelle stazioni, sulle gradinate delle chiese, negli alberghi dei poveri: siamo poveri, pensiamo senza nessuna fierezza: scompare in noi a poco a poco ogni traccia di orgoglio infantile. Abbiamo della vera fame e del vero freddo. Non sentiamo più paura, la paura è penetrata in noi, è una cosa sola con la nostra stanchezza: è lo sguardo inaridito e immemore che gettiamo alle cose......
mai abbiamo tanto amato i nostri figli, il loro peso fra le nostre braccia, la carezza dei loro capelli sulle nostre guance, pure non sentiamo più paura nemmeno per i nostri figli: diciamo a Dio che li protegga, se vuole. Gli diciamo di fare come vuole. 

Diciamo a Dio di fare come vuole. Mentre per altri scrittori le parole che usano sono meravigliose, ma possono essere riassunte, per Natalia Ginzburg non è possibile, le parole che usa sono necessarie e sono un tutt'uno col suo pensiero. Sono parole che vengono dirette dalla sua esperienza e non c'è mai retorica, e neanche volontà di insegnare, servono solo a  passare una testimonianza, a chi la vuole raccogliere.

E adesso siamo veramente adulti, pensiamo un mattino, guardando nello specchio il nostro viso solcato, scavato: guardandolo senza nessuna fierezza, senza nessuna curiosità: con un pò di misericordia. Abbiamo di nuovo uno specchio fra quattro pareti: chi sa, forse fra poco avremo di nuovo anche un tappeto, una lampada, forse. Ma abbiamo perduto le persone più care: e allora cosa ci importa ormai di tappeti, di pantofole rosse? 
E adesso siamo veramente adulti, pensiamo, e ci sentiamo stupiti che essere adulti sia questo, non davvero tutto quello che da ragazzi avevamo creduto, non davvero la sicurezza di sé, non davvero un sereno possesso di tutte le cose della terra.

Questo brano che segue continua a parlare dell'essere adulti. Io da bambina mi vedevo un'adulta con una gonna scozzese. Simile a quelle della mamma, ma più colorata, volevo essere più colorata di lei, che mi sembrava scialba, ma solo nei colori. Vedevo scialbo il modo di vivere degli adulti, i discorsi sui soldi , sull'incastro delle spese nello stipendio, sulle altre persone, e così non immaginavo neanche la mia faccia adulta,solo quella gonna scozzese, e arrivare ad essere grande mi pareva un obbligo, ma anche un traguardo, quando sarei stata sicura di tutto e serena  e distaccata e padrona dei miei sentimenti e delle emozioni. Non è stato così, non ci si immagina che saremo adulti con tante fragilità, e che il mondo sarà colorato di infinite sfumature che da bambini immaginavamo soltanto. Poi ci succede qualcosa, a chi succede, che per un tempo breve illumina il mondo e ce lo fa vedere reale, com'è. Ecco che dice Natalia.

Siamo adulti per quel breve momento che un giorno ci è toccato di vivere, quando abbiamo guardato come per l'ultima volta tutte le cose della terra, e abbiamo rinunciato a possederle, le abbiamo restituite alla volontà di Dio: e d'un tratto le cose ci sono apparse al loro giusto posto sotto il cielo, e così anche gli esseri umani, e noi stessi sospesi a guardare dall'unico posto giusto che ci sia dato: esseri umani, cose e memorie, tutto ci è apparso al suo posto sotto il cielo.  In quel breve momento abbiamo trovato un equilibrio alla nostra vita oscillante: e ci sembra che potremo sempre ritrovare quel momento segreto, ricercare là le parole per il nostro mestiere, le nostre parole per il prossimo; guardare il prossimo con uno sguardo sempre giusto e libero, non lo sguardo timoroso e sprezzante di chi sempre si chiede, in presenza del prossimo, se sarà suo padrone o suo servo. Noi tutta la vita non abbiamo saputo essere che padroni o servi: ma in quel nostro momento segreto, in quel momento di pieno equilibrio, abbiamo saputo che non c'è vera padronanza né vera servitù sulla terra. Così adesso, tornando a quel nostro momento segreto, cercheremo negli altri se già è toccato loro di vivere un momento identico, o se ancora ne sono lontani: è questo che importa sapere. Nella vita di un essere umano è il momento più alto; ed è necessario che stiamo con gli altri tenendo gli occhi al momento più alto del loro destino. 


Certo, è più facile lavorare, vivere, parlare, anche sedersi vicini in silenzio, mangiare insieme, passeggiare senza dire nulla, con qualcuno che ha vissuto quel momento di pieno equilibrio di cui parla Natalia, e le parole che escono con questo tipo di persone, con persone che hanno avuto quest'esperienza, ci pare non possano essere fraintese.

E la storia dei rapporti umani non è mai finita in noi: perché a poco a poco succede che ci diventano fin troppo facili, fin troppo naturali e spontanei i rapporti umani: così spontanei, così senza fatica che non sono più ricchezza, né scoperta, né scelta: sono solo abitudine e compiacimento, ubriacamento di naturalezza. Noi crediamo di poter sempre tornare a quel nostro momento segreto, di poter sempre attingerci le parole giuste  ma non è vero che ci possiamo sempre tornare, tante volte i nostri sono falsi ritorni: accendiamo di falsa luce i nostri occhi, simuliamo sollecitudine e calore al prossimo e siamo in realtà di nuovo contratti, rannicchiati e gelati sul buio del nostro cuore. I rapporti umani si devono riscoprire e riinventare ogni giorno. Ci dobbiamo sempre ricordare che ogni specie d'incontro col prossimo è un'azione umana e dunque è sempre male o bene, verità o menzogna, carità o peccato. 

Se ricordassi questo sarei meno distratta, meno avventata, e non direi banalità, come chi dice" la vita è tutta una fregatura", "siamo nati per soffrire". Non che non lo pensi, a volte. Ma questa della vita, per quel che ne so, è un'unica occasione e credo che dovrei viverla distinguendo sempre male e bene, verità e menzogna, carità e peccato; evitando le banalità e pesando le parole.

  Noi siamo ora così adulti, che i nostri figli adolescenti già prendono a guardarci con occhi di pietra: ne soffriamo, pur sapendo bene cos'è quello sguardo, pur ricordando bene d'aver avuto un identico sguardo. Ne soffriamo e ci lamentiamo, pur sapendo ormai così bene come si svolge la lunga catena dei rapporti umani, la sua lunga parabola necessaria, tutta la lunga strada che ci tocca percorrere per arrivare ad avere un poco di misericordia.

Quest'anno 2014 è stato particolarmente duro e faticoso, con diversi malesseri fisici, ma anche ricco di emozioni e di sentimenti, non tutti positivi, d'accordo, ma tutti degni di essere vissuti. Per questo mi hanno trovato le parole di Natalia , non sono io che le ho scelte, ma loro che sono riaffiorate dal ripostiglio del cuore in cui hanno trovato casa . Faccio gli auguri per il nuovo anno a tutti, alle persone da cui quest'anno ho dovuto con tanto dolore distaccarmi, le abbraccio con affetto profondo e immutato. Auguri ai cari amici di blog, a Sari, a Loretta, a Cinzia, a Gingi, a Grazia, a Ommarì, a tutte quelle di cui ora non mi vengono i nomi, ai rari maschi che compaiono, Gianni, Alberto, Mariolino...auguri da me e dal fotografo...

martedì 16 dicembre 2014

le piccole virtù

Giornate di lavoro intenso prenatalizio, per cui mi riconosco il diritto di stare un pochino seduta a pensare e scrivere. Abbiamo avuto serate molto "toniche" al lavoro e sono tornata a casa quasi alle due di notte. "Ci vuole un fisico bestiale.." canticchia la Giusi entrando in cucina carica di piatti. Avete voglia di seguirmi in un discorso senza capo né coda, fra ricordi e riflessioni, senza una morale e con un vago filo conduttore? Se sì,  è a vostro rischio e pericolo, ricordate!

Pensavo alle piccole virtù. "Le piccole virtù " è il titolo di una raccolta di racconti di Natalia Ginzburg, che è una delle mie scrittrici preferite. Il racconto che da il titolo al libro parla delle virtù minori, le piccole virtù borghesi che si insegnavano ai bambini. Non insegnate le piccole virtù borghesi ai bambini, insegnate le grandi virtù, dice Natalia. Come genitori diamo per scontate le virtù maggiori, pensiamo che i nostri figli le abbiano già in sé e che prima o poi si manifesteranno, le virtù piccole, invece, che non sono un impulso del cuore, ma frutto di una riflessione maturata nella vita, benché certe volte sembrino meschine, ci pare il caso di insegnarle, di inculcarle nelle giovani teste ignare dei nostri bambini.
 Il risparmio, per esempio, è una delle piccole virtù. Risparmiare un soldino sopra l'altro, metterli da parte. Quest'immagine, della bambina che mette il soldino nella fessura del salvadanaio, spalanca la porta a certi ricordi. 

Una  classe della scuola elementare, primi anni sessanta, i bambini, i maschi col grembiule nero e le femmine col grembiule bianco, si alzano ordinatamente tutti in piedi per accogliere qualcuno che è venuto a far visita, un funzionario della Banca Popolare Aretina che consegnerà ad ognuno un salvadanaio di metallo colorato, con uno sportellino e una piccola chiave per aprirlo, ma la chiave la tiene la Banca, e se si vuol ritirare i risparmi bisogna andare in Banca per farlo aprire, e forse allora saremo consigliati a depositarli in un librettino di risparmio...è tutto vero o la mia memoria si è inventata qualcosa? 

La Banca era un'importante istituzione in città, doveva avere avuto un ruolo vitale nella ricostruzione del dopoguerra. Raccoglieva il denaro di chi ne aveva molto  e lo metteva a disposizione di chi non ne aveva ma  ne aveva bisogno, o  aveva iniziativa per creare nuove attività. In questo senso il lavoro della Banca è utile e benefico, in una sana società umana. Il babbo aveva un caro amico che lavorava in Banca, un funzionario di alto livello che aveva un suo ufficio riservato non nei pressi della grande sala affrescata sempre affollata, ma in uno dei lunghi corridoi silenziosi del retro. Certe mattine andavamo a trovarlo, io e la mamma. Io avevo un bel cappottino e un cappellino di feltro col nastrino, la mamma aveva anche lei un bel cappotto, scarpe col tacco e i guanti di filo, e l'usciere sorridente ci accompagnava fino alla porta chiusa. Dentro la stanza arredata con bei mobili sobri e ricchi, lo zio ( io lo chiamavo così, era il mio padrino di battesimo) ci accoglieva affettuoso. La banca e la sua sede, la sala affrescata, i corridoi silenziosi, i miei soldini custoditi, erano un tutt'uno che faceva parte della mia vita di bambina.

Era tempo di pace e ci insegnavano di nuovo le piccole virtù: il risparmio, la prudenza, l'astuzia, la diplomazia, il desiderio del successo. Natalia Ginzburg le elenca e le contrappone a:
la generosità e l'indifferenza al denaro
il coraggio e lo sprezzo del pericolo
la schiettezza e l'amore per la verità
l'amore per il prossimo e l'abnegazione
il desiderio di essere e sapere

Le grandi virtù erano state spese, da alcuni, durante la guerra, ora non servivano più così tanto. In questo nuovo tempo di pace bisognava affinare altre armi e tornare, chi era capace, ad essere astuto, prudente e diplomatico, per avere successo. 
Lo zio del babbo a cui i fascisti avevano bruciato l'edicola, che si era battuto per la Libertà durante la Resistenza, ora era un qualunque omino indaffarato nella sua libreria. Il coraggio e la generosità non gli erano più tanto necessari, gli ci voleva pazienza, oculatezza, perfino una buona dose di diffidenza, per campare.

Il Denaro tornava ad essere il protagonista delle vite, e, sul denaro, ecco che dice Natalia Ginzburg


...abituando i ragazzi a considerare il denaro familiare come una cosa che appartiene a noi e a loro in egual misura, e non a noi piuttosto che a loro, o il contrario, potremo anche invitarli ad essere sobri, a stare attenti al denaro che spendono: e in questo modo l'invito al risparmio non è più rispetto per una piccola virtù, non è astratto invito a portare rispetto ad una cosa che non merita rispetto in se stessa, come il denaro; ma è un ricordare ai ragazzi che non è molto il denaro in casa, è un invito a sentirsi adulti e responsabili di fronte ad una cosa che appartiene a noi come a loro, una cosa non specialmente bella né amabile, ma seria, perché legata alle nostre necessità quotidiane. Ma non troppo presto né troppo tardi: il segreto dell'educazione sta nell'indovinare i tempi. Essere sobri con se stessi e generosi con gli altri: questo vuol dire avere un rapporto giusto col denaro, essere liberi di fronte al denaro: e non c'è dubbio che, nelle famiglie dove il denaro viene guadagnato e prontamente speso, dove scorre come limpida acqua di fonte, e, praticamente, non esiste come denaro, è meno difficile educare un ragazzo ad un simile equilibrio, a una simile libertà. Le cose diventano complicate là dove il denaro esiste ed esiste pesantemente, acqua plumbea e stagnante che esala fermenti e odori.


Questo è un pezzettino delle Piccole virtù, che non è proprio un racconto, e neanche un saggio, ma un concentrato delle cose che Natalia pensava, della sua visione del mondo. 

Ma ora, saltando di palo in frasca, torno alla Banca, per una via traversa. Un giorno, nella lunghissima ricerca di una casa da comprare, io Mauro e le bambine seguivamo un mediatore per la strada della Rassinata, e poi per una via laterale sterrata, a molti chilometri da Arezzo. Mauro diceva che non potevamo venire ad abitare quassù, troppo lontano!, era proprio inutile vedere quella casa, comunque fosse, anche fosse grandissima, in ottime condizioni e ad un ottimo prezzo, ma ormai eravamo arrivati e entrammo nella vecchia costruzione persa in mezzo ai boschi.
Era davvero una bella casa, con una forte personalità e un grande fascino, stanze piccole, collegate da scalette, alcune in legno, finestre sul bosco e scorci della valle, e io pensai, percorrendola, come sarebbe stato bello avere la libertà di abitarci. Salimmo un'ultima scala e ci trovammo in una sala non tanto grande, dalle pareti tutte dipinte. Si vedeva che gli affreschi non erano antichi, ma erano davvero belli, avevano il garbo, il gusto e la grazia di un artigianato che si avvicinava moltissimo all'arte.
Era sorprendente trovare in vecchia casa rurale una stanza tutta affrescata. Guardai l'agente immobiliare con aria interrogativa.
"Bello, vero? Durante la guerra venne qui, sfollato, con la famiglia, il pittore che aveva dipinto il salone della Banca."
Non c'era neanche bisogno che dicesse quale banca, era la Banca, la Banca Popolare Aretina, già diventata ormai Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio. 
"Il pittore, che si chiamava Dragoni, quassù in mezzo ai boschi si annoiava e chiese il permesso ai padroni di casa di dipingere le pareti di questa stanza, un pò per passare il tempo e un pò per ringraziarli dell'ospitalità, ed ecco qui..." Per tutto il viaggio di ritorno pensai a quella stanza dipinta. Al pittore, che forse era tornato in città apposta per procurarsi i colori e i pennelli, e si era messo a lavorare, forse in estate, con le finestre aperte sul bosco e la valle, e l'aria profumata e calda che entrava ad asciugare il muro dipinto. La gente della famiglia doveva essere in estatica ammirazione: non avevano visto mai, lassù in cima al monte, uno che dipinge così bene, che fa apparire paesaggi e persone come se fossero veri, e meravigliosi decori a cornice; e il pittore dipingeva, serio e compreso, facendo solo qualche sorriso ai bambini, catturato dal suo lavoro e dalla sua passione... la storia del pittore Dragoni doveva essere stata bellissima anche quella e ora ne rimaneva il segno negli affreschi sulle pareti di un'antica casa abbandonata e odorosa di fumo vecchio.
Vedemmo quella casa, e me ne rimarrà il ricordo finché vivo, ma non ci passò per la testa di comprarla, così lontana da tutto, così difficilmente raggiungibile. Una casa troppo difficile per una normale vita familiare.

Ed ecco ancora Natalia Ginzburg,  riguardo alla vita familiare, da un altro racconto/saggio che si intitola  I rapporti umani:

Com'era forte e libero il nostro passo, quando si camminava soli, all'infinito, per la città! Guardavamo con commiserazione le famiglie, i padri e le madri a passeggio pian piano con le carrozzelle dei bambini la domenica sui viali: ci parevano una cosa noiosa e triste. Adesso siamo noi una di queste famiglie, camminiamo pian piano sui viali, spingendo la carrozzella: e non siamo tristi, siamo anzi forse felici, ma di una felicità che ci è difficile riconoscere, nel panico in cui siamo di poterla perdere da un momento all'altro per sempre: il bambino nella carrozzella che spingiamo è così piccolo, così debole, l'amore che ci lega a lui così doloroso, così spaventato! Abbiamo paura di un soffio di vento, d'una nuvola in cielo: non verrà la pioggia? Noi che avevamo preso tanta pioggia, a testa nuda, coi piedi nelle pozzanghere! Adesso abbiamo un ombrello. E ci piacerebbe avere anche un portaombrelli, a casa, ci colgono i desideri più strani, che mai avremmo supposto di poter avere quando andavamo soli e liberi per la città; vorremmo un portaombrelli e degli attaccapanni, delle lenzuola , degli asciugamani, un forno ventilato, un certo tipo di frigorifero. Stiamo attenti che ai nostri bambini non s'accosti gente troppo sudicia e povera, per paura di pidocchi e malattie, sfuggiamo i mendicanti. Amiamo i nostri figli in un modo così doloroso, così spaventato, che ci sembra di non avere avuto mai altro prossimo, di non poterne avere mai altro.

 Salto di nuovo ad un altro argomento: siete pronti? 
Lo zio, il nostro caro amico di famiglia che lavorava in Banca, era un "signorino". Signorino nel senso che non era sposato. Diceva così la mia mamma, che aveva un suo aspro senso dell'umorismo. Questo zio viveva con la madre anziana, una signora piccola e tutta bianca di capelli, una dominatrice ferrea e sottilmente autoritaria, con le mani rinsecchite cariche di anelli d'oro, che lui venerava. Quando la madre morì lui era già avanti negli anni, ma vacillò ugualmente, come se venisse a mancargli un elemento di sostegno insostituibile. Rimase coinvolto in un piccolo scandalo locale, si aprì una causa con la Banca e  dovette lasciare il lavoro. La Banca per lui era l'altro fulcro della vita, c'erano due punti di forza, tutti e due femminili, la Banca e la madre. Il fatto di cui era stato accusato non lo ricordo per niente e forse non l'ho mai conosciuto bene. Veniva ancora a mangiare da noi, di rado, e l'ultima volta portò con sé una borsa in cui disse di avere importanti documenti, che riguardavano il processo, documenti da cui non si poteva separare. Voleva tenerla sulla sedia  anche se ne occupava più della metà e mia madre non sapeva come fare. Era evidente che in casa nessuno poteva essere interessato ai suoi documenti, ma per lui c'erano minacce indefinite e oscure, nemici che potevano rubargli quelle carte anche lì da noi. Si rassicurò quando la mamma gli propose di nasconderle sotto il suo cappotto posato su una poltrona, lì nessuno poteva vederle. Capimmo così che era andato fuori di testa e provammo un dolore profondo.  All'epoca ero convinta che nessuno in Banca lo avesse difeso o avesse preso le sue parti, ma forse era solo una normale procedura nei confronti di un indagato. Tormentato dalla solitudine e dalla preoccupazione per il processo cominciò ad avere episodi di sonnambulismo. Una notte cadde, si ferì e fu portato in ospedale. Un paio di giorni dopo morì. Incontrai il suo medico per la strada e gli chiesi se aveva saputo "Il nostro amico comune ... è morto!" 
 Lui chiese subito se si fosse suicidato, e  mi fece impressione, perché anch'io l'avevo pensato, ma anche se non era stato così, comunque non voleva più vivere. Aveva più o meno la mia età di ora. Dopo pochi giorni si concluse il processo e fu emessa la sentenza che lo scagionava  completamente.  

Gli avevo voluto molto bene, si interessava sempre a me e alle mie storie, mi seguiva affettuoso come un "Padrino di battesimo non credente". Una specie di fata madrina al maschile. In casa nostra in effetti c'erano tratti di originalità. 

Una volta ero andata, per procurarmi un pò di soldi e rimediare un pasticcio che avevo combinato, a fare la cameriera nella foresteria di un convento per qualche giorno. Con me c'era una cara amica. Avevamo servito il pranzo che io avevo visto preparare. In cucina avevano tagliato a fette sottili della carne congelata da chissà quanto tempo, almeno dall'estate precedente, che era molto nera, ma impanata e fritta il colore non si vedeva più. 
Una signora mi aveva chiamato al tavolo"Cameriera!"
"Prego signora?"
"Volevo dirle che il pranzo era buonissimo!"
"Ah sì? Strano!" avevo risposto io del tutto sincera. Per fortuna nella sala c'era confusione, la signora, stupita, mi aveva  chiesto di ripetere, che le pareva di non aver capito bene, la mia amica era venuta subito in mio soccorso, e mi aveva dato una gomitata per farmi stare zitta e impedirmi di dire qualche altro sfondone.
Lo zio, quando gliel'avevo raccontato, aveva riso di gusto. 
Quello stesso giorno, al convento, avevo pulito il refettorio. L'avevo spazzato e poi mi ero accinta a passare lo straccio ben strizzato. La mia amica, quando aveva visto come mi preparavo a lavorare, che era il modo che avevo imparato a casa, aveva scosso la testa con vigore. "No, ma che fai, così ci metti due ore!" Aveva preso lo straccio fradicio e l'aveva passato così. "Ma così lo sporco non si toglie!" avevo esclamato.
"Lo sporco non va tolto, ma sparso uniformemente!" Aveva sentenziato lei. Forse la Paola se lo ricorda ancora...

Ogni volta lo zio, da quando gli avevo raccontato la mia breve esperienza al convento, mi richiedeva di raccontargli quella cosa dello sporco " Vieni qua, vieni qua e dimmi: come si fa con il pavimento? Cosa si fa con lo sporco?"

Non so se la Natalia Ginzburg avrebbe avuto piacere di essere mescolata con storie di case di campagna, banche e conventi, ma oggi è andata così...
Un'ultima cosa: quando sentivo parlare in televisione la Rita Levi Montalcini, gli ultimi tempi, spesso ricordava il suo insegnante, il professor Giuseppe Levi. Sta a vedere, pensavo io, che è il babbo della Natalia...quanti Levi professori di biologia all'Università potevano mai esserci al tempo degli studi della Levi Montalcini?
Infatti era proprio lui, quel babbo che Natalia descrive con tanto affetto e dice che nel foyer del teatro, nell'intervallo dellOpera, gridava "Ma di chi parlate? Del tale....? (facendo nome e cognome) Quello è un perfetto cretino!"
Questa cosa, fossi stata al posto suo, sarebbe successa pari pari anche a me. Ora spero solo che, anche se lo zio è morto da tanti anni, non salti fuori un erede che mi fa causa per aver raccontato questa storia, pur senza nomi e cognomi...


venerdì 12 dicembre 2014

Attenzione!

 Devo chiedere scusa per il mio post precedente.A volte esplodo in  un inutile scontento, un'incapacità di sopportare oltre... inutile, per l'appunto, perché non serve a niente. L'unica cosa che serve, per ora, è tenere la posizione, avanzare, anche a testa bassa, come ha detto Loretta nel suo commento, in attesa di riuscire a rialzarla. 
Ma dire che non sono d'accordo, forse?, serve a qualcosa, che si sappia, anche da questo blog-finestrina-sul-mondo, che non mi piace quello che accade e non mi lascia indifferente. Più interessanti sarebbero le riflessioni che si possono fare, ad avere tempo. Io non ho molto tempo in questa fase. Sembra che ne abbia molto e che stia molto sola. Sola ci sto, col cane e i gatti, ma lavoro anche in casa e i pensieri che salgono a galla avrebbero bisogno, per formarsi bene, di una lunga passeggiata, di lavoro all'aperto.. di Tempo. Tempo vuoto e pieno di Pace per pensare. 
Ho sentito che c'è una proposta per modificare l'orario scolastico in "ore" di dieci minuti. Mozziconi di ora di dieci minuti. Pare che i ragazzi non siano capaci di fissare la propria attenzione per più di dieci minuti. Dieci minuti è il tempo massimo poi si perdono. Anche io dovrei funzionare così, se è un problema di funzionamento del cervello. Eppure sabato scorso ho seguito una lezione per tre ore, di pomeriggio prima di entrare al lavoro, e sono stata concentrata tutto il tempo. Certo: ho avuto i miei momentanei smarrimenti, ma poi sono tornata al centro.
Perché ho sessant'anni? Non so. Perché ho fame di sapere cose nuove e sono consapevole di quanto sono preziose? Forse.

L'Attenzione è un bell'argomento. In dieci minuti non arrivi mai al centro del discorso, a meno che non si tratti di una cosa molto semplice. E la realtà non è mai semplice, anzi è complessa, ha tante sfaccettature e tanti piani. Mi torna in mente Interstellar. Il nostro pensiero sfugge spesso alle dimensioni che conosciamo e coglie la complessità di una realtà che va oltre. Il nostro pensiero sta nella multidimensionalità del tesseratto.
Se non avesse funzionato così non avremmo avuto i grandi filosofi, gli artisti e tutto il sapere che abbiamo alle spalle e che spesso ci precede e corre avanti sulla linea temporale, con scoperte e soluzioni che ci cambiano la vita. Forse è proprio il nostro pensiero a suggerire l'idea dell'immortalità. o almeno della prosecuzione di qualcosa di noi dopo la morte, oltre la morte.

Quindi lasciate perdere le ore di dieci minuti. Chiediamoci piuttosto perché sembra che i ragazzi non riescano (più) a fissare la propria attenzione per un tempo maggiore. Io non lo so. 

Vedo molte famiglie con bambini, nel posto dove lavoro. La gente si siede, i bambini si sparpagliano in giro, fanno confusione, esplorano il magazzino, si siedono sul freezer, come se fosse normale, nessuno li richiama, se non debolmente, senza autorità. I genitori si siedono e qualche volta neanche parlano fra di sé, che sono venuti a cena insieme, con la famiglia o addirittura più di una famiglia, vorrà dire qualcosa? Si presume che la gente vada a cena insieme perché interessata agli altri con cui esce. Invece no. Spippolano il telefonino. Gli adulti spippolano, interessati non a chi hanno davanti, ma a qualcuno lontano, che non è presente.  O forse a Facebook. Verrebbe da suggerire: esci con quello con cui parli. Ma sospetto che se quello fosse lì telefonerebbero a qualcun altro. 
Attenzione! Verrebbe da dire. Attenzione! E' la vostra vita, i vostri bambini! Guardate, vigilate, parlate con loro, state attenti! L'attenzione è il primo passo per capire che succede. 
E che succede? 
Succedono tante cose nelle teste dei vostri bambini, molte di più di quante appaiono all'esterno. Attenzione!

Ora, da questo spazio di pochi metri quadrati dove trascorro sette ore della mia giornata (se ci penso mi viene l'angoscia) vedo un nuovo fenomeno. Ragazzi con grandi barbe, barbe da rabbino. 
Ho chiesto a mia figlia e lei mi ha detto che c'è un nome per questa cosa, che loro stessi, i barbuti, si danno un nome, ma non me lo ricordo. Il fatto è che sembrano giovani saggi rabbini, o anche maestri arabi, per non fare differenze. Pensatori, comunque. Che sia il segno di un'inversione di tendenza? Una nuova moda o il ritorno all'Attenzione?

Comunque, dopotutto, a casa mia è Natale. Sopra il camino c'è la ghirlanda decorata, c'è un presepe improbabile con troppi San Giuseppe, alcuni fatti passare per pastori, e in giardino la lonicera e il calicanto sono fioriti. 


Nota del testo: i "barbuti" si chiamano hipster.

lunedì 8 dicembre 2014

Mafia capitale e le persone perbene

Sono sempre dell'idea che le persone perbene sia di più di quelle per male, che il mondo vada avanti grazie a loro e alla loro vita umile che non sta sotto le luci forti ed è quasi invisibile... ma anche quella dei delinquenti è invisibile! La vedi solo quando viene scoperta dalla magistratura con un lavoro di dieci anni! Ci son voluti dieci anni per poter chiudere il cerchio intorno a questa variegata cosca mafiosa romana che apparteneva in gran parte alla destra, ma anche alla sinistra parlamentare. Standard and poors ci declassa: vorrei vedere, se non fossi italiana forse qui non ci vorrei venire neanche come turista. Di grazia che ancora qualcuno ci viene, superando la paura di essere derubato, truffato o ammazzato. Dovremmo dire ai ragazzi che c'è stato un tempo, alcuni anni fa, in cui le manifatture italiane erano le migliori nel mondo e i nostri prodotti andavano a ruba sui mercati, nonostante la mafia esistesse anche allora e ci fossero tanti problemi aperti, ma allora che i soldi c'erano o sembrava che ci fossero, invece che approfittarne per darsi regole e consolidare quella ricchezza portandola a vantaggio di tutti, si saccheggiò a piene mani e si disse che era normale il clientelismo, la ruberia, l'immoralità. Poi ci fu il ventennio di Berlusconi e le sue televisioni e il suo governo finirono di rovinare il buono che c'era.  
Le persone perbene fanno fatica a tenere la barra della propria vita. Le percezioni negative sono tante:

 ci si sente dei fessi: a lavorare nel rispetto delle regole non si guadagna, si vive,  e il possesso del denaro è l'indice del successo, in questo mondo qui.

 fessi due volte: ogni volta che si tenta di fare qualcosa, che sia un'impresa, che sia un lavoro in casa propria, ci si invischia in un mare di regole e leggi fatte per mandare al manicomio la gente e quasi sempre in contraddizione fra di loro che rendono le cose al limite dell'impossibile. Naturalmente queste valgono per la gente perbene, perché gli altri le ignorano.

 di solito la famiglia è un rifugio, ma succede che i giovani non trovano lavoro, non possono rendersi indipendenti, tutti attingono agli stipendi, o alla pensione di chi ce l'ha, se ce l'ha, e iniziano liti e contese per l'uso dell'energia denaro, che scarseggia.

 poi ci sono questi episodi dei bambini uccisi, vedi il piccolo Loris, che tolgono le parole e la fiducia, proprio quella di base, che ti fa guardare l'altro come simile e invece pensi che dietro la maschera ognuno può uccidere...

D'altra parte le dichiarazioni di fiducia di Renzi sembrano inconsistenti, più si procede e più appare il marcio nascosto dietro quasi tutte le attività umane, dovunque ci sia stato un pò di denaro ci sono stati scarafaggi a rodere, sottraendo quello ad altri era necessario per sopravvivere. Non so voi, ma io vacillo ..e sì, mi sento sollevata se, anche solo una poesia, mi dice di crederci, che usciremo da questa storia.

sabato 6 dicembre 2014

Se volete vedere il miracolo

Se volete vedere il miracolo
tenete la scatola chiusa
Lasciate gli animali nella loro natura
togliete il recinto al regno di Dio
giù fino al nastro rosso
e poi… seguite il fiume
fino al ramo nell’acqua
fino al ceppo bruciato, più avanti
più avanti… fino all’ultima siepe di rovo
Usciremo da questa storia
credetemi

Ho sentito questa poesia a Fahrenheit
E' di Ida Travi e qualunque cosa significhi per lei, oggi, significa molto per me.

martedì 2 dicembre 2014

Pettirosso








Un pomeriggio ho sentito un rumore come un martello che batte ripetutamente su qualcosa, e ho pensato"Ma che fa il nostro vicino di casa?" Quando mi sono avvicinata alla finestra per aprirla e sentire meglio ho capito che non era un martello, ma un pettirosso che batteva col becco sul vetro per entrare. E' stato lì un paio di giorni, posato sul bambù, come si vede, o sulla grondaia... ora non lo vediamo più. Spero solo che non l'abbiano preso i gatti. Orazio, uno dei micioni neri, si era piazzato sul tetto della capannina di legno per fargli la posta...
Questo dicembre veramente anomalo è iniziato, come dicevo a Loretta, con il callistemon fiorito e il gelsomino che pensa che sia primavera e fiorisce di giallo anche lui, il cielo grigio e piovoso come a novembre e le temperature da settembre. L'altra notte uscita dal lavoro il termometro della macchina segnava 17°. Ero con le mezze maniche e non sentivo freddo. 
Dov'è quel freddo frizzantino tipico del mese? In compenso tutti i miei vasi sono ancora all'aperto e anche le piante più freddolose sono in buona salute, pioggia permettendo. Avrei certe storie da raccontare...ma per ora non posso. 

mercoledì 26 novembre 2014

INTERSTELLAR

Nel mio giorno libero siamo andati a vedere Interstellar, il film di Christopher Nolan. A me, come sa chi frequenta Iris e libellule, piace la fantascienza. Soprattutto questa. Tutto avviene in un futuro prossimo in cui la Terra sta diventando non più abitabile a causa di terribili tempeste di sabbia  e di una malattia delle piante che distrugge i raccolti e viene chiamata la Piaga. In una fattoria di uno degli stati agricoli degli USA vive una piccola famiglia composta dal nonno, il babbo e due ragazzini, maschio e femmina. Il babbo è un ingegnere che alcuni anni prima era un pilota, e si è dovuto convertire all'agricoltura, perché la prima necessità è tornata ad essere il cibo. Tutte le capacità e tutta la creatività umana vengono concentrate sulle ricerche biologiche in campo agricolo per garantire cibo sufficiente, e le altre scienze vengono via via abbandonate e screditate, tanto è vero che l'opinione comune è che non siamo mai stati sulla Luna, con tutto il seguito delle teorie cosiddette complottiste. Il genere umano si sta richiudendo in se stesso e sta abbandonando la speranza nel tentativo di affrontare difficoltà troppo grandi per poter essere risolte. 

La bambina, che si chiama Murphy, detta Murph, ha un fantasma in camera, o almeno così dice. Cadono libri dagli scaffali, o si formano per terra, sulla polvere che si deposita durante le tempeste di sabbia, dei disegni regolari. Il babbo, che vuole tranquillizzarla, capisce che si tratta di messaggi scritti in codice binario, e precisamente coordinate di un luogo raggiungibile in auto. Così padre e figlia, che si è nascosta in macchina, arrivano in piena notte in un luogo isolato davanti a un cancello e, mentre tentano di forzarlo, questo si apre, si accendono delle luci forti e gli viene intimato di entrare. 
Questo l'inizio di Interstellar. 

Di là dal cancello c'è la Nasa, che è diventata un'attività segreta del governo, perché ormai spendere denaro e risorse in attività di esplorazione dello spazio sembra inutile e superfluo, in una società dominata dai bisogni primari. Ma è un bisogno primario anche quello di trovare per l'uomo un'altra casa, un altro pianeta e qualcuno sta aiutando gli uomini, qualcuno che non si sa chi sia, che si manifesta con dei segnali e con l'apertura, nei pressi di Saturno, del  passaggio verso un'altra galassia: uno  "wormhole".
Ecco cosa dice Wikipedia:


Ponte di Einstein-Rosen

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Rappresentazione bidimensionale di un wormhole
Un ponte di Einstein-Rosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole(in italiano letteralmente "buco di verme", ma tradotto in modo poco attinente col termine galleria di tarlo o cunicolo di tarlo), è una ipotetica caratteristica topologica dello spaziotempo che è essenzialmente una "scorciatoia" da un punto dell'universo a un altro, che permetterebbe di viaggiare tra di essi più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale.
Il wormhole viene spesso detto galleria gravitazionale, mettendo in rilievo ladimensione gravitazionale strettamente interconnessa alle altre quattro dimensioni: spazio e tempo. Questa singolarità gravitazionale, e/o dello spazio-tempo che dir si voglia, possiede almeno due estremità, connesse ad un'unica galleria o cunicolo, potendo la materia viaggiare da un estremo all'altro passandovi attraverso.

Cooper è giunto esattamente dove doveva arrivare, e trova a capo della Nasa un suo vecchio insegnante, il professor Brand, e sua figlia Amelia. Il professore è convinto che se lui, esperto pilota, è giunto fino a loro guidato solo da segnali che sembrano paranormali vuol dire una cosa: che deve partire in ricognizione di tre spedizioni inviate anni prima e atterrate in tre pianeti in cui la vita umana sembra possibile. Per scrivere Interstellar Nolan ha scelto come consulente un fisico e il suo film ci offre uno sguardo sulla realtà alla luce della teoria della Relatività. Ci fa vedere come potrebbe presentarsi uno wormhole e  un buco nero.  Cooper parte sapendo che se e quando tornerà troverà i suoi figli adulti, e si sarà perso gran parte delle loro vite. Suoi compagni sono la dottoressa Brand e altri due scienziati, oltre a due robot che vengono rappresentati come grosse scatole scomponibili, simile ai monoliti di 2001 odissea nello spazio, dotati di senso dell'umorismo. Il viaggio fino all'orbita di Saturno dura due anni, trascorsi in gran parte dormendo, poi il passaggio attraverso lo wormhole li conduce nell'altra galassia, in prossimità di un buco nero, che è stato chiamato Gargantua, per la sua caratteristica di attrarre e divorare tutta la materia presente nelle vicinanze; in questo luogo anche il tempo, come se fosse un oggetto materiale e in particolare un tessuto elastico, viene stirato e si allunga. Poche ore trascorse in un pianeta prossimo al buco nero significano, sulla terra e sull'astronave che li attende in orbita, ventitre anni. Al ritorno dalla breve missione sul pianeta, in cui per lui e i suoi compagni sono trascorse poche ore, Cooper, sulla piccola astronave, vede i messaggi del figlio, arrivati attraverso la stessa strada percorsa da loro. Attraverso questi vede il  figlio che cresce, che diventa padre, mentre sulla terra le condizioni di vita continuano a peggiorare, e  infine il primo dei suoi bambini muore.  Gli ultimi messaggi sono di Murph, che annuncia la morte del professor Brand e rimprovera al padre di averli lasciati soli a soffocare e morire di fame. Murph, adulta, ha lavorato col professor Brand alla soluzione di certe equazioni che dovevano permettere agli uomini di lasciare la terra a bordo di una grande astronave, vincendo la gravità, ma il professore, prima di morire, le ha rivelato che l'equazione è risolta da anni, ma è inutilizzabile perché non si accorda con altre parti della teoria. Sarebbero necessarie altre informazioni, reperibili solo nelle vicinanze di un buco nero. Quindi lasciare la terra è impossibile e l'umanità è condannata. 

Il primo pianeta visitato, intanto, è risultato inadatto alla vita umana, coperto dall'acqua per intero, con grandi maree, e lì è rimasto ucciso uno dei membri dell'equipaggio. La navicella spaziale ha ormai quasi esaurito il carburante e il tempo a disposizione, e si deve scegliere su quale pianeta, fra i due restanti , atterrare. Amelia vorrebbe raggiungere uno scienziato che ama, senza la sicurezza di trovarlo vivo, ma Cooper, per motivi concreti, sceglie l'altro pianeta. Alla fine anche questa scelta si rivela disastrosa e Cooper e Amelia, rimasti gli unici membri della spedizione, ripartono verso l'ultima possibilità rimasta. Per far questo risparmiando carburante devono usare il campo gravitazionale del buco nero come una fionda e qui Cooper si sgancia dalla navicella per permettere ad Amelia di avere più chances di raggiungere il pianeta dove potrà depositare una specie di banca di embrioni che potranno far rinascere la razza umana. Ma, invece di essere ucciso dal campo gravitazionale,  Cooper viene trascinato insieme al robot in una specie di lungo tunnel alla fine del quale c'è un "non luogo", che viene chiamato "tesseratto", uno spazio al di fuori dallo spazio e dal tempo limitato da corde vibranti, che somiglia, nella rappresentazione visiva, ad un quadro di Escher. Guardando attraverso le "corde" ( chissà se sono riferite alla teorie delle stringhe?)  Cooper vede che dovunque si affacci c'è, al di là, la cameretta di sua figlia bambina, in tempi diversi. La vede entrare e uscire e prova ad attirare la sua attenzione: così fa cadere i libri dagli scaffali. Comincia a capire che i fenomeni che aveva visto nella camera di Murph era lui stesso a produrli, da quel luogo fuori dal tempo. Tenta in ogni modo di comunicare con lei, perché lei è di nuovo lì, adulta, disperata, tornata nell'unico posto in cui le pare di poter trovare una soluzione o almeno un'ispirazione per risolvere le sue equazioni e salvare il genere umano. C'è un orologio sullo scaffale, che il padre le aveva dato prima di partire, per calcolare il tempo fino al suo ritorno. L'orologio è fermo da anni, ma il padre, da quel posto fuori dallo spazio conosciuto e dal tempo, riesce a far funzionare la lancetta dei secondi e a trasmettere a sua figlia le informazioni vitali che il robot ha raccolto in prossimità del buco nero. La donna capisce e finalmente raccoglie i dati e riparte per elaborarli.  Cooper chiede a se stesso e al robot "Ha capito? Funzionerà?" "Funzionerà -dice il robot-  perché stanno smontando il tesseratto." Gli esseri che hanno creato il tesseratto sono gli uomini del futuro, che hanno imparato a vivere e lavorare oltre le quattro dimensioni. Cooper viene espulso nello spazio nell'orbita di Saturno e lì viene raccolto. Sulla terra sono passati ancora cinquant'anni. 
Si ritrova in un letto di ospedale e chiede all'infermiere cos'è questo posto. "Stazione spaziale Cooper, nell'orbita di Saturno, signore." Cooper si alza e guarda fuori dalla finestra: il panorama è costituito da un mondo artificiale, una specie di cilindro in cui la zona fruibile è la parete interna, curva, coltivata e abitata.  Cooper dice qualcosa tipo: sono lusingato che mi abbiate dedicato questa stazione, ma non dovevate..
"Ah, ma la stazione, la correggo, signore, non è intitolata a lei, ma alla Signora, la dottoressa Murphy Cooper." La voce è piena di rispetto, la dottoressa Cooper ha letteralmente salvato il genere umano. Poco dopo Cooper viene chiamato per incontrare sua figlia: è vicina alla morte e si è sottoposta al lungo sonno degli astronauti nella speranza di incontrare il padre prima di morire, sicura del suo ritorno. L'incontro fra i due, lui un uomo ancora giovane e prestante e lei ormai molto vecchia, è un paradosso e un momento molto commovente. La figlia lo invita a ripartire per soccorrere la dottoressa Brand, che è atterrata sul terzo pianeta, la nuova casa degli uomini. Murphy non resta sola: intorno a lei c'è la sua numerosa famiglia, che suo padre ha contribuito non solo a salvare, ma a creare.

Interstellar sembra un racconto di fantascienza, ma è anche un'epopea mitica sui valori fondamentali della vita, un pò la storia di Ulisse e  un pò quella di Orfeo, della famiglia umana e della sopravvivenza della specie.  Nel cinema, nonostante la lunghezza del film, c'è stato per tutta la durata silenzio completo, eravamo incollati alle sedie e ogni tanto qualcuno esclamava sottovoce, nei momenti più intensi e pericolosi. Un ragazzo accanto a me a un certo punto, quando la piccola astronave Endurance viene in parte distrutta, ha detto: "Porca miseria , e ora come cacchio fanno?" Mi ha fatto sorridere. Sono troppo stanca per dirvi ancora qualcosa. 
Se vi capita vedetelo, un film ambizioso, americano anomalo, dove la gente esibisce la propria faccia senza troppi abbellimenti,  la Murphy anziana è davvero vecchia e molto rugosa, e le astronavi sono piccole e fragili. Dice ad un certo punto il dottor Romilly durante il viaggio: "Sono terrorizzato all'idea che fra noi e lo spazio profondo (cioè la fine della nostra vita) ci siano solo pochi millimetri di alluminio"
Noi potremmo dire: "Sono terrorizzato all'idea che fra noi e la fine della vita (Freddo fino allo zero assoluto, niente da respirare) ci sia solo un sottile strato di gas chiamato atmosfera e stiamo facendo di tutto per distruggerla"











lunedì 10 novembre 2014

Phormium tenax o "della tenacia": un neozelandese in Toscana

Torno ad posare qui un pò dei miei pensieri. Ultimamente sono successe talmente tante cose, nella mia vita piccola come un guscio di noce, che anche i pensieri sono stati veloci, superficiali, dedicati alle cose pratiche, ma è chiaro che intanto se ne formano altri, che emergono dalle emozioni, e che restano a lungo come un magma impuro e ribollente, impossibile da esprimere con correttezza e chiarezza.  Ogni tanto vengo al computer, scorro i blog amici e mio marito mi dice "Scrivi!" perché sa che in qualche modo scrivere mi fa bene, ma poi, come ora, mi interpella per il recipiente da usare per portare l'olio alla suocera....E' un sistema sicuro per farti sentire che quello che stai facendo, anche niente, o solo pensare, è inutile e quel che è inutile è dannoso... mi rialzo dalla sedia e riparto nelle occupazioni casalinghe, che qui abbondano sempre, non so come mai. 

Il mio giardino è diventato adulto e mi da pochi pensieri. Richiede il mio lavoro e se gliene potessi dare assorbirebbe tanto del mio tempo, ma sopravvive e resta bello anche con meno cure. E' come un figlio grande, o un caro amico, che può aspettare che ti dedichi a lui quando puoi, perché ormai fa molto da solo. E' diventata bella, mio malgrado, anche la parte d'ingresso, che ho sempre curato poco. Me lo dicono i passanti, o i vicini, "Che bel giardino, signora!" e io dico "Se venite di sotto, nelle parti che non si vedono dalla strada, lì sì che è bello..,"
Ora all'ingresso c'è un semicerchio di pennisetum spettacolare e alcuni arbusti che stanno crescendo e sostituiscono il bambù. Coglievamo gli olivi e l'oliveto è ordinato, ma anche molto selvaggio, dappertutto le tracce degli animali selvatici, orme di cinghiali che, se fossero uomini, avrebbero il 46 di piede. Orme di caprioli, un pò diverse, e tante piante spontanee. In alcuni punti ora fiammeggiano gli evonimi, o fusaggine, o cappello del prete, con le bacche arancio/rosa, che, oltre agli olivi carichi, sono uno degli  spettacoli del periodo. 



Il canto di tanti uccellini ci ha accompagnato nel lavoro. Per pranzo si risaliva verso casa e l'ingresso in giardino dal cancello dei campi mi faceva sempre l'effetto (già descritto) di ritorno alla civiltà: erba tagliata, cespugli in forma, pergole, vasca dei pesci e delle rane...mi sento  a casa, la casa dell'anima, in un luogo non troppo curato, ma pieno di armonia. 
Alcune piante sono diventate molto grandi e belle. I due ceanothus, per esempio, di cui parlo sempre. Il miscanthus zebrinus. 
Ma anche il Phormium. 
Phormium tenax, pianta tenace, lo dice il nome, chiamato anche "lino della Nuova Zelanda", evidentemente usato come fibra tessile... Il Phormium è una pianta che il paesaggista John Brookes definisce "architettonica". E lo è. Comprai il Phormium alcuni anni fa ed era una pianta piccolina che è rimasta tale per almeno due anni.  Stavo arrivando alla conclusione che non era adatta a questo posto: le piante adatte si selezionano da sole. Le cambiai posto per farle godere un pò più di ombra. Il lungo periodo piovoso recente, durato ben più di un anno, l'ha fatta prosperare. 
Ora sembra che dica: che ti importa se qualcun altro è morto? Ci sono io che sto bene e sono bellissimo, guarda me!
E' un monumento vegetale in giardino, un ciuffone di foglie a spada verdi bordate di bianco, meraviglioso. Chissà se prossimamente fiorirà? Sono tanto curiosa dei suoi strani fiori. Credo che dovrò dividerlo e piazzarne una parte...dove?

Parentesi: 
Il phormium viene dalla Nuova Zelanda. Mi fa tornare in mente un giovane dentista, che aveva appena cominciato la professione. Aveva una fidanzata che lavorava come ricercatrice in una grande azienda farmaceutica. Lavoravano con le cavie, povere bestioline, per testare le medicine, e le chiamavano "New Zealand" perché forse sono animaletti che vengono dalla Nuova Zelanda. Un giorno che mi trovavo nel suo studio sotto  i ferri mi disse che anche lui, nei suoi pensieri, chiamava i suoi clienti "New Zealand". Ci considerava cavie, all'inizio. Mi disse anche che un giorno era arrivato un paziente/cliente e la sua assistente l'aveva annunciato così: "Dottore, c'è il generale .." con il cognome che non ricordo più. Lui si era voltato manifestando allarme e aveva risposto: "E' armato?" Difficile ridere con i ferri del dentista in bocca. Se per uno strano caso del destino passassi di qui, ciao, F.
Chiusa la parentesi.

Il giardino straripa di piante. Bisogna allargarsi. Mio marito dice che mi devo contenere, sto invecchiando, non devo aggiungere lavoro. Anche la mia mamma, tantissimi anni fa, guardando scoraggiata e infastidita i miei vasi pieni di piante, diceva che dovevo limitarmi e contenermi, ottenendo quasi sempre l'effetto contrario. Ma io, quando sto bene, immagino molto e invado nuovi spazi. I miei traffici in giardino sono un segno preciso del recupero della voglia di vivere e del buonumore. Poi magari me ne pento, perché le energie sono quelle che sono...ma cerco anche nuovi modi, più semplici, di manutenzione di tutta la faccenda. 
"La vita è sogno, soltanto un sogno, il sogno di un sogno..." si dice a un certo punto del film di Peter Weir "Picnic a Hanging Rock". Sì, sogniamo fino alla fine e fino alla fine immaginiamo di allargare il nostro "giardino", qualunque cosa esso sia.


Davanti alla porta nei tanti vasi che riempio continuamente le piante dell'estate sono ancora floride, forse al meglio della stagione: di solito a maggio compro un vasetto di incenso, che poi è una varietà molto odorosa di plectranthus, lo spezzetto e lo infilo qua e là nei vasi. Mette subito radici e in questa stagione ha ormai formato cuscini grandi e ricadenti di foglie bianche e verdi. Faccio lo stesso con due o tre piantine di coleus, dalle foglie molto colorate. Questa primavera ne ho trovato un tipo con le foglie color cioccolato, da associare a quelle dell'incenso, e ad una vecchia verbena rosa che è con me da anni . Queste composizioni sono ancora quasi perfette, salvo la pioggia esagerata di questi giorni e le lumache. E' anche il momento della fioritura della salvia elegans, col suo rosso bellissimo. E fra poco il Natale sarà annunciato dalle bacche della Nandina e da quelle del cotoneaster...




Phormium tenax, il ciuffone, un neozelandese in giardino





mercoledì 5 novembre 2014

mosca olearia e medaglie al valore

Oggi, per fare il punto, è il 5 novembre. E' passato un mese da quando ho pubblicato l'ultimo post ed è stato un tempo pieno di cose, alcune quotidiane, tipo far da mangiare, lavare piatti e casa, fare lavatrici, stirare panni, rifare lo stendipanni faidame, che avevo fatto anni fa recuperando i pezzi di uno stendipanni rotto.  Si erano rotti di nuovo i fili, ed è stata una soddisfazione averlo quasi nuovo, con il filo sostituito e tutto pulito! Una cosa importante di questo periodo è stata la laurea magistrale della mia figliola più grande, che è stata molto brava e si è guadagnata un 110. 
Altre cose che hanno riempito questo tempo sono cicliche, nel senso che una volta trascorso un periodo di tempo si ripetono, come RACCOGLIERE LE OLIVE. La raccolta delle olive dovrebbe essere un lavoro annuale, che si svolge in un periodo di tempo preciso fra l'inizio di novembre e i primi di gennaio. Dico che dovrebbe essere perché ci sono stati anni che non abbiamo avuto olive.
La lunghezza del periodo della raccolta dipende da alcuni fattori: quanti olivi avete, quante persone siete a lavorare, quant'è buono il tempo. Alcuni contadini anziani mi hanno detto che ai tempi loro si iniziava l'8 dicembre, per l'Immacolata. Noi, già trent'anni fa, abbiamo anticipato i tempi, perché abbiamo considerato la qualità dell'olio, che è migliore se le olive non sono completamente mature. Una volta si raccoglieva con i cestelli salendo sulle piante e si raccoglievano anche le olive cadute a terra. I cestai facevano apposta dei cestelli per quest'uso da mettersi a tracolla. Ora si usano dei grandi teli che si piazzano sotto le piante, la raccolta avviene a mano con l'ausilio di una specie di rastrellini o pettini che si passano sulle fronde, ma chi può si è dotato di una macchinetta, che somiglia ad un frullatore a immersione, che va a scuotere e far cadere le olive, almeno credo, perché non l'ho mai visto e ne ho sentito solo il rumore negli oliveti vicini al nostro. 
Nel podere che avevano i miei quando ero ragazzina, le olive raccolte si stendevano sui graticci sul pavimento di una stanza della casa e si aspettava di averne raccolte parecchie prima di portarle al mulino, potevano passare anche venti giorni. Era una pratica comune e nessuno ci faceva caso. Ora si raccoglie la quantità minima che il mulino accetta e si portano subito a macinare, cosa che anche questa migliora la qualità dell'olio. 

La raccolta delle olive è un lavoro che ci dice quanto è cambiato il clima. Penserete che sono una verde integralista, vado sempre a finire lì, ma ho ragione.

Quest'anno in particolare la lunga estate/non estate, piuttosto una primavera prolungata e umida, ha favorito il proliferare di un parassita, la mosca olearia, che qui non aveva mai trovato le condizioni ideali per svilupparsi. Ora ci sono.
Moltissimi qui hanno rinunciato a raccogliere le olive: certo che raccogliere, utilizzare tempo e fatica per avere un prodotto scadente è ... come dire?  Frustrante? In ogni modo fa girare parecchio le scatole. Ogni produttore di olio sostiene che il suo è il migliore di tutti, quest'anno non si sarebbe potuto dire e si è rinunciato a raccogliere. Ma c'è da chiedersi se l'olio che compreranno al supermercato sarà migliore di quello che avrebbero fatto.

La presenza della mosca olearia ha favorito l'espressione se non di una follia collettiva, almeno della mancanza di equilibrio. 
Ci sono racconti su blitz delle ASL nei frantoi per controllare le olive. O su editti che vietano la raccolta.
Magari è vero. A noi non è capitato. Un tipo mi ha detto che qualcuno ha fatto l'olio e l'ha buttato via dopo una settimana perché era andato a male. Bisogna essere stupidi per raccogliere dei frutti così sciupati che danno un olio talmente cattivo da buttarlo dopo una settimana. Queste storie sembrano piuttosto le esagerazioni che impazzano attualmente in televisione. 
Difficile sottrarsi al panico generale e non ascoltare le leggende metrocampagnole (invece che metropolitane).  

Dico cosa abbiamo fatto noi. Visto che le olive parevano maturare a vista d'occhio e cadevano, accertata la presenza della mosca che si vede bene, abbiamo raccolto molto velocemente le olive sane e verdi e altrettanto velocemente le abbiamo portate a macinare. Eravamo in due a lavorare, con l'aiuto saltuario della nostra figlia neo laureata. Per due settimane non abbiamo fatto che occuparci di olive, domenica compresa, fino al tramonto. Io la sera, non contenta, andavo anche a lavorare, il lavoro per la pagnotta. Avrei voluto fare delle foto per vedere quanto erano belli gli olivi carichi, ma non ce ne è stato il tempo. Una ventina di olivi, dove i frutti erano troppo maturi e sciupati, non li abbiamo raccolti. L'olio è risultato davvero buono e non diverso dal solito. Il tempo ci ha aiutato, salvo una giornata che abbiamo raccolto con la giacca a vento, tutte le altre il clima è stato perfino caldo, quasi estivo. E' finita che il primo novembre, per i Santi, quando gli altri anni non avevamo ancora cominciato, quest'anno avevamo concluso tutto il lavoro dell'olio.

Ma tutta questa storia mi ha lasciato uno strano sapore in bocca, che non dipende dall'olio, che come ho detto è ottimo, e chi vuol assaggiare venga a trovarmi.  E' lo strano gusto del cambiamento in atto, del timore del futuro, del non sapere che accadrà, non dico l'anno prossimo, ma domani, o fra due ore...ora piove e diluvia, e nella zona di Carrara sono di nuovo nei guai...E' la sensazione che la terra madre sia diventata matrigna, e che non sappia più darti il buon cibo che ti serve. 
Ma tanto, sembrano dire le persone con cui parlo, c'è il supermercato, c'è tutto l'olio che si vuole, e costa poco! E' noto che nei supermercati, nel retro, dove non si vede, c'è la fabbrica dell'olio, della frutta e anche della carne.

Certo, l'ho già detto altre volte, fare l'olio qui in Toscana, o in Liguria, è da matti, bisogna essere matti, malati per farlo. E anche eroi, certo, perché noi, senza fare convegni o chiacchiere, manteniamo un paesaggio e una cultura viva. Alla fine siamo troppo stanchi per partecipare anche ai convegni. Che li facciano i politici, i convegni. 
E siccome nessuno ci dice bravi oggi me lo dico da me, brava, e lo dico al mio compagno di vita, ritaglio due medaglie al valore di carta e ce le appuntiamo sul petto, alla faccia degli accordi  mai fatti sul cambiamento climatico. Abbraccio tutti i nostri olivi e dico loro che sono stati tanto bravi, che sembravano alberi di Natale, carichi di bellissimi frutti, gliel'ho detto per davvero, uno per uno, mentre li coglievo, ringraziandoli delle olive prodotte nonostante tutto, nonostante la grandine che li ha feriti e nonostante la rogna che si è insediata sulle ferite da grandine, e le cocciniglie di ogni tipo che ho trovato sulle foglie meno esposte alla luce. 

sabato 4 ottobre 2014

i cervi di Paneveggio



Come una cerva anela ai corsi d'acqua
così la mia anima anela a te , o Dio











giovedì 2 ottobre 2014

Un torrentello nel bosco

Cammino in giardino e guardo intorno. Non ho piantato annuali, quest'anno, per esempio mi mancano i colori e il profumo delle cosmee, che mi piacciono tanto. Però alcune piante, dopo 14 anni in questo posto, sono arrivate a maturità. E' una soddisfazione  che una creatura arrivi al suo culmine, mentre qualcun altro si perde, purtroppo. Alla fine di settembre il miscanthus zebrinus comprato dai ragazzi dell'Erbaio della Gorra dà il meglio di sé. I ciuffi di infiorescenze color bronzo hanno raggiunto i due metri. Il mio non è un giardino ordinato e preciso, ci provo, ma non riesco tanto. Il fatto è che mi piace che le piante crescano in forma libera, unendosi e mescolando i fiori, come succede ora fra una varietà di settembrini viola e i fiori di una salvia rossa. Rosso e viola è un accostamento choc che mi piace moltissimo. Poi però le masse dei settembrini sono tutte in viola e rosa sfumati. Anni fa venne un ragazzo a trovarci. Questo giardino mi piace, disse, anche la mia mamma ne fa uno così: selvaggio. Non sapevo se sentirmi lusingata o un pochino offesa, non mi pareva per niente selvaggio, ma piuttosto ben curato. Eppure la sua natura viene colta da chi viene e  questo ragazzo era un ingegnere abituato mentalmente all'ordine. Il giardino, con le piogge frequenti, è rimasto verde, e ho dovuto tagliare l'erba del similprato diverse volte. Finalmente si è ben sviluppato l'Helianthus Lemon Queen, che avevo comprato tanti anni fa da Didier Berruyer. Questa pianta ha un gran nome, ma non è che un cespuglio di girasoli perenni, o margherite gialle. Si potrebbe dire, come chi sostiene che non esistono più le mezze stagioni, che invece quest'anno sono mancate le stagioni intere, con l'inverno che è stato un lunghissimo autunno e l'estate che è stata una ancora più lunga primavera. Non ho annaffiato quasi mai, che significa tanto lavoro risparmiato. Ci sono state tante cose in questa estate. Le ragazze sono tornate a casa per un pò, prima l'una poi l'altra. Ora c'è la più grande che a giorni fa la laurea definitiva e non la vediamo mai, perché sta sempre all'Università. Un gran traguardo, per noi e per lei. La più piccola è stata qui a lungo e la sua presenza è stata un vero dono. Ora è andata a vivere col suo ragazzo lontano da qui. Mauro ha detto che prima di andarsene è venuta a prendere la forza per fare il salto a casa, dalla sua famiglia. Non so dire il calore e la gioia della sua presenza, solo se ci penso mi vengono le lacrime agli occhi. Le case e i giardini sono niente senza l'amore, eppure in qualche modo è la cosa più difficile e preziosa da coltivare. Un giorno siamo andati insieme in questo posto, nei boschi vicino a Monte Casale. Ci siamo andati noi tre, lei, io e il babbo che ha fatto le foto. 
qui sembra che qualcuno abbia spezzettato del materiale azzurro fra i sassi, ma è solo il riflesso del cielo sull'acqua









martedì 30 settembre 2014

chiacchiere


L'ultimo post di foto di Mauro, quello sui cervi del bosco di Paneveggio, ha avuto un gran successo, naturalmente considerando la media delle visite a questo blog. La cosa mi infastidisce un pò, che si vada a vedere delle foto piuttosto che leggere degli scritti, ma lo so che è normale! Più facile e immediato vedere che leggere. 
Come va? Dice Sari che ogni tanto si affaccia a controllare come sto.
Cara Sari, durante gli ultimi mesi ho toccato con mano cosa significa il verbo invecchiare. Sono caduta un paio di volte, una volta al lavoro e un'altra durante una passeggiata. Due scivolate simmetriche, una di qua una di là. Mi sono tenuta con le braccia e mi sono rialzata subito, ma poi, nel corso dei giorni, hanno cominciato a farmi male sia il collo che le braccia. La notte è un'avventura girarsi nel letto. Una vecchia. Aggiungiamoci altri due o tre disturbi cronici o quasi e il quadro è completo. Fermarsi non è utile, se ci si ferma ci si immobilizza. Tutta colpa delle scarpe. Comprai queste scarpe in un negozio qua vicino e andai al lavoro con le scarpe nuove. La Giusi notò le scarpe e mi chiese quanto le avevo pagate. 49 euro, mi pareva tanto, ma speravo che durassero più delle ultime, che le avevo pagate poco e dopo tre mesi erano aperte come pesci con la bocca spalancata, con la suola scollata. La Giusi mi chiese se potevo domandare il prezzo delle New Balance della sua misura. E che sono le New Balance? Chiesi io. Il nostro cameriere napoletano mi guardò come se fossi completamente matta. "Che so' le New Balance? Ma sei scema? So' le scarpe che hai appena comprato, che hai ai piedi!"



Che ne so io che si chiamano New Balance! Che me ne importa come si chiamano, l'importante è camminarci bene, che mi durino abbastanza e anche non scivolare...











Io, per me, sono dell'idea che non dovrei essere io a pagare per avere addosso nomi o sigle, ma gli altri a pagare me per portarmi sui vestiti o sulle scarpe il nome di qualcun altro. Ogni tanto, spesso, in pizzeria facciamo queste scenette da teatro, involontariamente comiche.
 Un altro collega di pizzeria relativamente nuovo ha visitato il blog e ha detto che di tutto parla meno che di fiori e giardini. Ahimé!
Eppure posso assicurare che il giardino quest'anno è proprio bello. 
Non ho potuto fare grossi lavori ma ho tenuto in ordine. Ora, con tutta l'acqua dell'estate, fioriscono i settembrini e gli anemoni del Giappone, i solanum e le salvie microphilla, e ancora le gaillardie...Per ora non posso fare che questo, mettere qualche foto di un giardino che sopravvive nonostante tutto.

domenica 10 agosto 2014

La quercia

 Ho un'amica, la Luisa, di cui ho parlato qui e qui. E' più grande di me, ha più di settant'anni, è stata un'insegnante e una volta in pensione ha fatto dei corsi con gli psicologi Bermolen, che le hanno insegnato alcune tecniche pedagogiche di aiuto. Qualche anno fa ogni tanto andavo da lei e mi diceva: vediamo come ti vanno le cose.
Mi dava un foglio e mi proponeva di disegnare qualcosa. La prima volta mi chiese di disegnare un albero. "Come vuoi, velocemente, non importa la tecnica, è l'immediatezza che conta." 
Il mio albero, però, non stava tutto dentro il foglio. 
Lei lo guardò e scosse la testa. "Vedi che non lo fai entrare nel foglio? Non va bene! Forza, ricomincia e come esercizio devi riuscire a disegnarlo tutto nei limiti!"
La Luisa è molto simpatica, ma anche autoritaria, a volte, sempre a fin di bene. Le sono molto affezionata. Ricominciavo e succedeva sempre la stessa cosa, disegnavo le radici, cercando di ridurle, e il tronco, cercando di stringerlo, ma arrivata alla chioma era una vera sofferenza costringerla dentro le linee che delimitano il foglio. Disegnavo l'ultima foglia come ripiegata nel margine, ma sapevo che  moltissimi altri rami fogliosi  non li avevo disegnati, ma C'ERANO!, e stavano fuori. 
Questa faccenda è successa più volte, anche se io le dissi, già la seconda volta, che ormai sapevo cosa significava l'albero, e non sarei stata più spontanea!  
L'albero ero io, secondo la sua interpretazione. Non che ci siano altre chances, l'albero non può essere un'altra cosa. Non importa, diceva lei perentoria, anche se lo sai  funziona lo stesso!E funzionava davvero perché l'albero, il mio albero, cercava sempre di scappare dai confini. Tutto questo per la potenza dei simboli, a cui non ci si può sottrarre.

Mi sentivo in imbarazzo e leggermente in colpa per questo. E mi chiedevo perché. Ora ho capito. 

Qualche giorno fa Grazia, che ha il blog "Senza dedica" ha pubblicato questo post che riguarda un dipinto di un pittore francese, Gustave Courbet, raffigurante una quercia. "La quercia di Flagey".

La quercia, dice Grazia, occupa, con la sua chioma verde, tutto lo spazio della tela e i rami, pieni di foglie, sembrano talmente vitali da oltrepassare i bordi della cornice. 

Quest'osservazione mi ha fulminato.
C'è voluta la Grazia e il suo post per accendermi il cervello, ma è anche vero che le cose che ci toccano in profondità fatichiamo a capirle. 


Un cirmolo! Neanche questo sta nei limiti...

Il mio albero è molto forte e insofferente dei limiti. Nella vita infatti metto in piedi diverse cose contemporaneamente, intraprendo diversi progetti e li lascio tutti aperti, chiaro che poi realizzarli è difficile, ma pare che io funzioni così, se non ho molte cose in mezzo non sto bene, seguirne una  sola mi annoia, peggio: mi fa sentire in gabbia! Questa cosa irrita moltissimo mio marito, che è placido come un mare calmo. A lui vengono delle idee subitanee, a volte, grandiose ed esagerate, che sviluppa con la fantasia in modi complicati, ma poi le abbandona volentieri, riconoscendo che sono sogni, lontani dalla realtà. Gli da fastidio che io sia irrequieta e sempre piena di progetti. "Lo capisci che tutte queste cose non le puoi fare?" Mi grida certe volte."Almeno pensane una per volta!"  E questa è una faccia della medaglia. 

D'altra parte l' esagramma  60 dell'I Ching è la DELIMITAZIONE.

Moderazione. E' necessario avere un comportamento rigoroso, limitarsi negli eccessi e nella  grandezza dei propositi poiché non ci si può espandere all'infinito. Occorre imparare a riconoscere i nostri limiti e non forzarli a tutti i costi, riuscire a stabilire quali siano i confini necessari per riuscire a vivere in maggiore armonia con noi stessi e col mondo, senza nemmeno eccedere nelle restrizioni.

Ho travato questa versione in un sito Internet. Ecco che la Luisa aveva ragione, si deve stare dentro i limiti del foglio, ma almeno, dopo le parole illuminanti della Grazia , ho le cose più chiare. Penso che si imparino cose su se stessi fino all'ultimo , prima di morire, se ancora si capisce qualcosa.