giovedì 31 dicembre 2015

la Banca

E' tanto che non scrivo, ma leggo i vostri post e sopravvivo al Natale e alle cattive notizie. L'anno scorso, qui, scrissi un post in cui compariva la Banca Popolare dell'Etruria, che era, ai tempi della nostra infanzia, Banca Popolare Aretina. Le banche sono un'istituzione molto antica; quando studiavo giurisprudenza diedi l'esame di diritto commerciale, in cui si narrava l'invenzione della cambiale e dell'assegno, cioè del denaro che, da merce che era all'inizio, diventò solo simbolo di essa e si trasformò in altri oggetti che consentivano di portarselo dietro in lunghi viaggi e situazioni difficili: è una storia meravigliosa, quella del denaro e degli strumenti finanziari, una storia della capacità immaginifica dell'uomo. Pensate ai tempi dei grandi mercanti di spezie, di Marco Polo. Le banche nascono lì. Queste nostre piccole banche popolari, invece, credo che siano nate nel dopoguerra, potrei andare a vedere in Internet, ma riporto solo i miei ricordi: la Banca nascendo ce l'avevo trovata, e i miei genitori ne parlavano con un certo rispetto, perché il denaro duramente guadagnato dal babbo finiva lì, custodito e incrementato. La Banca Popolare Aretina,(all'inizio si chiamava così) era una vera istituzione in città, e aveva, ed ha ancora, una sua sede molto bella, con un salone che ora si vede spesso in televisione, con un soffitto di vetro colorato e le pareti affrescate, e intorno una specie di porticato interno con gli sportelli degli impiegati. Un gradevole monumento al denaro. Quando da grande ho rivisto il film Disney di Mary Poppins ho notato che tutta la storia della Banca, di cui il signor Banks era dipendente, somigliava molto a quella della nostra banca di città, compresi i salvadanai in cui venivamo incoraggiati a mettere da parte i soldini.

Per i giovani di molte generazioni è stato un sogno, quello di entrare a lavorare in banca, era un posto sicuro, e molte persone l'hanno fatto, spessissimo raccomandate.
Credo che chi ci lavora sia quasi sempre raccomandato, d'altra parte è un'istituzione privata e credo che i criteri di accesso non debbano essere per forza quelli delle istituzioni pubbliche. Ora si salvaguardano i posti di questi lavoratori. Non c'è qualcosa di stonato? 
Molte persone che avevano affidato i risparmi alla banca sono state truffate: qualcuno, ai vertici della banca, ha fatto operazioni azzardate, che sono state sostenute col denaro buono messo da parte dai risparmiatori, che sono stati indotti a comprare obbligazioni che finanziavano proprio quelle operazioni, ma quali siano state in concreto quelle operazioni non l'ho capito.
In ogni modo: denaro sano in cambio di carta straccia. Una piccola operazione sporca che è la miniatura dei "mutui subprime" che hanno causato la crisi finanziaria internazionale in cui siamo ancora impaludati.
Gli antichi mercanti che inventarono la cambiale non lavoravano così, anche se le truffe esistevano anche allora, ma erano punite molto duramente. A volte si tagliavano le mani del colpevole, o la lingua.
La mia famiglia non è cliente della Banchetruria ma negli anni dal 1998 in poi ho dovuto averci a che fare e ho incontrato sempre comportamenti al limite della legalità. 
Nel 1998 un'impiegata, forse la direttrice, di un'agenzia di città, rifiutò di farmi vedere le documentazioni riguardanti i conti del mio babbo, dopo la sua morte, anche se avevo le carte che dimostravano la mia posizione di erede legittima. Fui trattata molto male, a voce alta, in mezzo alla sala, davanti agli altri clienti, e mi fu detto che se volevo vedere qualcosa dovevo tornare con una lettera di un avvocato. Quasi come se volessi commettere un atto illecito. Potete immaginare il mio imbarazzo. Non ci si immagina di dover andare in un posto del genere, in fondo un luogo pubblico, accompagnati da testimoni, per tutelarsi.
La volta successiva fu nel 2012, quando il direttore della stessa agenzia tentò di indurmi a rinunciare all'eredità legittima della mia mamma dopo la sua morte. Se non avessi avuto quelle cognizioni di diritto che ancora conservo ci sarebbe riuscito.  In seguito, sempre per una questione legale, mi rivolsi ad alcuni studi di avvocati della città. Una volta saputo che, per difendermi, sarebbero state necessarie indagini presso la banca, tutti gli avvocati si rifiutarono di farlo, dicendomi che sarebbero stati in imbarazzo, in quanto tutti loro facevano affari con la banca. Capii che se volevo intraprendere quella causa dovevo trovare un avvocato in un'altra città e abbastanza coraggioso e forte da fronteggiare la banca. Non ne feci nulla, tanto più che comunque non era proprio quella la mia intenzione. 
Mi capitò di parlarne con qualche amico: qualcuno non mi ha creduto, qualcuno ha dato per scontato questo comportamento e mi ha trattato come una persona ingenua. Certo io sono un'aretina puro sangue, ma sui generis, vivo praticamente isolata, casa e lavoro e pochi amici, ho una mia visione personale, e certe volte mi illudo che si possa ottenere giustizia in modo lineare. Non è così. 
Di solito tengo per me queste cose brutte che mi capitano, ne parlo solo con qualche amico, appunto. Non reagisco, mi sento a volte umiliata, provo senso di frustrazione, ma lascio perdere. Per esperienza so che, se non si hanno santi in paradiso, è meglio soccombere alla prepotenza. In questo caso racconto questi episodi, non per fare la vittima, e neanche perché mi consideri il centro del mondo, ma insomma dei comportamenti scorretti ripetuti saranno pure segno di qualcosa che non va, di un controllo insufficiente, di una disinvoltura colpevole. Si può capire che non ho grande simpatia per la Banca Etruria. E' un vecchio rancore legato  alla morte del mio padrino, che ho raccontato nel post citato all'inizio. L'impressione è che l'istituzione si sia degradata col degradarsi della città. C'è qualcosa di stonato e sgradevole anche nelle persone che si rivolgono al Papa per veder difesi i propri risparmi.   E' legittimo e giusto chiedere che i propri diritti siano difesi, ma di fronte ai problemi enormi che il mondo si trova ad affrontare risulta stonato rivolgersi ad un'autorità religiosa. Ad un giudice sì, non al Papa. Ma in Italia c'è la brutta abitudine di mescolare i piani e dare sempre la colpa allo Stato, e tutto finisce in una nuvola di polvere, o di nebbia. 
Non so come andrà a finire. Sarebbe bello che, per una volta, chi ha sbagliato pagasse di tasca propria e non dovessimo pagare un soldino per uno gli errori di altri, che francamente, di questo siamo stanchi. La parola errori è sbagliata: dai miei studi di giurisprudenza, si tratta di dolo, e non di negligenza. 

martedì 15 dicembre 2015

Memoria olfattiva, dove ti porta un sedano rapa

Ieri ho cucinato un sedano rapa. Strano ma vero, l'avevo comprato qui a Ciggiano, nell'unico negozio che abbiamo, che, dopo la chiusura del gruppo Despar, si è dato un nome: la Bottega. Prima c'era scritto Despar, ma la Despar è fallita, e questo nome io lo interpreto così: che si esiste, come attività commerciale, indipendentemente dalle varie catene, che si ha una propria dignità e soprattutto una propria clientela affezionata.
E' una bottega dove c'è dentro di tutto, uno specie di spaccio del Far West, l'ultimo avamposto della civiltà qui da noi, gestito da una famiglia intera, babbo e mamma e due figliole grandi gemelle: una delle due ha avuto due gemelle anche lei  e le bambine, che avranno forse 4 o 5 anni, sono spesso in negozio, cosa che da una sana idea di continuità della vita. Oltre alla bottega a Ciggiano c'è una farmacia e parecchi anni fa c'era un bar. Nei locali del bar ora hanno aperto un ambulatorio medico. Anche Ciggiano è un paesino con tanti vecchi. Il figliolo dell'Antoinette ha osservato : "Dove c'era il bar c'è il dottore: s'ha a andar bene!"
Insomma ho comprato un bel sedano rapa. E' strano trovare un sedano rapa a Ciggiano, parecchia gente non sa neanche cos'è, figuriamoci se lo mangia! 
Quando li vedo non resisto, ma non perché mi piacciano alla follia. Mi ricordano cose del passato, quando, i primi anni che avevamo aperto l'Erba Salvia, arrivavano questi vegetali  bio sconosciuti: sedano rapa, daikon, cavolo rapa, cavolo cappuccio rosso, cavolo cinese, pomodori canestrini, mele di tante varietà, carciofi sardi spinosissimi, questi ultimi vere armi, che era difficile maneggiare. Il quel buco di negozio arrivava una gamma di verdure e frutta ( le prime carambole, o babaco, le abbiamo avute noi) che Arezzo non aveva mai visto neanche col binocolo, venivano da tutta Italia, e perfino da tutto il mondo, raccolte da Biofrutti, poi da Farnia e poi da Ecor, e commercializzate. Assaggiavamo tutto, perché se volevamo vendere vegetali sconosciuti dovevamo saper consigliare un modo per cucinarli.
Erano tempi non facili, ma le bambine erano piccole ed eravamo abbastanza felici.
Non resisto al sedano rapa. Ne abbiamo mangiato un pò grattato nell'insalata, il resto l'ho lessato a grossi pezzi. Mentre si cuoceva si spargeva in cucina e fuori il suo odore, che è, sì, odore di sedano, ma più acuto e penetrante, perfino un pò fastidioso, un odore che ti arriva diretto alla testa, e quando è cotto, si sente di meno.

Quest'odore mi ha di nuovo riportato indietro, risucchiato al 1990, almeno credo, o forse 1991. Avevano organizzato una delle prime assemblee dei Verdi a Cortona. Una delle mie socie era la Fulvia, una donna trentina con ascendenti slavi più grande di me di 11 anni, con i capelli corti rosso henné, magra, col fisico di un felino, maschile, brusca, e in certi momenti dolcissima,  sempre dolce la voce, con quell'accento gentile. La Fulvia ci metteva un pò soggezione, a me e all'altra ragazza, perché era più grande e perché aveva lavorato in un negozio del biologico a Firenze, un negozio che stava in un seminterrato e per arrivarci bisognava scendere una piccola scala a chiocciola, nell'androne di un grande palazzo dell'800, ed era scomodissimo. Quando noi aprimmo era gestito da persone che avevano ancora meno di noi una vocazione commerciale e quando servivano i clienti sembrava pensassero sempre ad altro, persi nell'empireo. Nonostante questo il negozio era sempre pieno.
Ma certo, era Firenze, e non Arezzo. 
La Fulvia aveva esperienza, e conosceva tutti, nel settore, in Toscana, e anche molti in Italia. Era un ambiente, quello del biologico di quegli anni, di poche persone e poche aziende agricole, ma quasi tutte mitiche.
 Telefonò da Firenze Giannozzo Pucci, un leader storico dei Verdi toscani, quello che ha fondato la Fierucola, per intendersi , che è stato uno dei primi mercati del biologico, dell'artigianato, dei lavori ecosostenibili in generale.
La Fulvia dava del tu a Giannozzo, che le chiese se potevamo presenziare all'assemblea dei Verdi che si teneva al teatro Signorelli di Cortona, con un banchino all'ingresso. Anche se avevamo aperto da poco eravamo, alla fine, il negozio bio più vicino. Non saremmo stati soli, ci sarebbero stati con noi anche altri, con artigianato e altre cose, ma ora che è passato tanto tempo mi ricordo solo la Lucia con suo marito, che giravano i mercati facendo i Necci, una specie di crepes di farina di castagne che si mangiano così o ripieni di di ricotta, caldi,  e sono buonissimi. La Lucia veniva da un paesino della montagna pistoiese e io la conoscevo già, avevamo fatto insieme un altro mercato a Vallombrosa, un anno prima, per tutti i fine settimana dell'estate. 
Organizzammo questo banchino e la Fulvia era il leader incontestato della faccenda: per quel fine settimana restammo al freddo, un vero freddo penetrante e insidioso del mese di febbraio, se la memoria non m'inganna. Il banchino il venerdì ebbe uno scarso successo, era più una testimonianza che altro, senonché il sabato telefonò di nuovo Giannozzo Pucci chiedendo se era possibile organizzare una specie di pranzo per la domenica. La domenica infatti i partecipanti all'assemblea avrebbero dovuto votare e non potevano allontanarsi troppo per mangiare: gli si poteva offrire noi un pranzo bio a costo molto contenuto, magari vegetariano?
Ma certo che sì, disse la Fulvia. La Fulvia era difficile che dicesse di no, le difficoltà erano tutte, per lei, superabili.  Così organizzammo anche quel pranzo, con delle pentole a pressione, col coperchio ermetico, piene di fagioli, e altre piene di riso integrale, che venivano, almeno due, dalla cucina di casa mia, mentre la Fulvia portò appunto anche del sedano rapa lessato a fette. Avevamo una cassa si sedano rapa difficile da smerciare. Ecco perché il sedano rapa.
Mi ricordo che faceva un freddo cane e la Lucia ci aveva prestato il fornello dei necci con la bombola del gas per scaldare le pentole, e noi servivamo, per una cifra irrisoria, dei gran piatti di riso, fagioli e fette di sedano rapa con olio extravergine. Imbacuccate per il vento gelido, in piedi, in mezzo alla strada, (ora sarebbero venuti i vigili sanitari e ci avrebbero portate via di forza), offrivamo un mangiare, a ben guardare, che neanche il padre guardiano della Verna avrebbe consumato con tanta gioia, ma siccome i delegati non si potevano allontanare finimmo quasi tutto. Quello che avanzò si mangiò noi, probabilmente, perché il sapore del sedano rapa mi riporta sempre lì, a quelle giornate fredde e ventose, ma belle. Questo tipo di mangiare era comune fra gli ecologisti, allora. C'era un delirio di integrale, fatto a mano, macrobiotico, senza grassi animali, una specie di nuova religione del cibo che m'inquietava un pò, di cui ho parlato altre volte, a cui io non ho mai aderito, ma ci sono rimasta invischiata lo stesso.
Ad un certo punto entrai nel teatro, in cui speravo si parlasse di cose essenziali per il nostro futuro di abitanti del pianeta Terra, e c'erano giovani, soprattutto giovani come noi, di tutti i tipi, colorati, vestiti in modo approssimativo, che discutevano animatamente e con grande fervore: ci doveva essere, fra loro, Alexander Langer, e Grazia Francescato e tanti altri. Uno salì a parlare, con un golf tipo tirolese e una sciarpetta ed era molto determinato, mi sembrò un pò diverso dagli altri, si chiamava Alfonso Pecoraro Scanio.
Che nome! Pensai io. Un nome da avvocato, o da nobile decaduto. 
Tornai al nostro banchino. Loro dentro a parlare e noi a lavorare in uno dei mestieri verdi. Quando tornai a casa, la sera, e mi potei scaldare bene, guardando la mia piccola famiglia ebbi la sensazione di aver partecipato ad una cosa utile per tutti noi. In che modo utile non lo sapevo dire, ma era per quel genere di cose che si modificava in meglio il futuro.

Ho incontrato la Lucia dei necci ad una fiera un paio d'anni fa. L'ho salutata con affetto e ho visto che non mi riconosceva. Le ho detto che avevamo fatto dei mercati insieme tanti anni prima. "Sai, mi dispiace, ma ne ho fatti tanti, di fiere e mercati, che non mi ricordo più di tutti."
I suoi Necci sono ancora buonissimi.
La Fulvia se ne è andata l'anno scorso. Abbiamo lavorato insieme cinque anni in un rapporto non sempre facile, (io con le donne non avevo rapporti facili, ero molto condizionata da quello con la mia mamma, che tendevo a ripetere, ora va meglio), ma le ho voluto tanto bene. L'ho sognata tante volte, ultimamente.

domenica 13 dicembre 2015

So che qualcuno sarà curioso di sapere com'è andata la laurea della mia figliola: molto bene, 110. La sua tesi è molto bella. Non ce l'aveva fatta leggere prima, e ora, scorrendola velocemente, pare che contenga molto di lei, della sua vita negli ultimi anni, delle sue scoperte sul mondo e su stessa. E questo è molto più importante di uno studio asettico e distaccato, almeno io la penso così. E' un libro corposo che contiene anche alcune sue foto, molto evocative, e dei suoi disegni. Non so come esprimere quello che provo, ma forse è un senso di ricchezza, un regalo di Natale. 
Questa buona notizia si somma a quella dell'avvenuto accordo sul clima, a Parigi. So che molti saranno delusi e che ci sono molti punti, ( tipo quelli sul controllo, che ogni paese eserciterà da solo) che sono deludenti e fonte di preoccupazione, ma è comunque un grande passo fatto da tutti i paesi del mondo. Per questa volta voglio vedere le metà piena del bicchiere e in ogni modo, anche sdentata o col bastone, sarò presente con la mia voce e la mia vita fino alla fine, per quel poco che è in mio potere fare, a difesa della Terra.

giovedì 10 dicembre 2015

Due parole all'inizio di questa lunga giornata. Oggi si laurea la mia figlia più piccola. Ieri sera mi ha detto che aveva ordinato la corona di alloro da un fioraio, perché io: 
1) ne feci una bella per il ragazzo dell'altra figlia più grande e mi ricordai di portarla, poi si sono lasciati. 
2)Ne feci una per la laurea triennale della stessa figlia e quella volta mi pare che andò tutto bene, ma non ne sono sicura. 
3)Mi dimenticai di farla per la triennale della più piccola e feci una corsa per andarla a prendere da un fioraio. 
4)Ne feci una e la dimenticai a casa per la laurea magistrale della più grande. 
Ora la più piccola voleva essere sicura di averla, questa corona, oggi.
Non ce la facevo a pensare di preparare la cena qui da me, di pulire  e tutto il resto, quindi andremo a mangiare fuori in pizzeria dove lavoro, per una volta, anche se la cosa mi inquieta un pò. Mi chiedeva la mia amica Sari, che non ho mai visto, ma sento spesso vicina come se ci conoscessimo di persona, cosa penso che le mie figlie conserveranno di me. Non so, non so davvero se saranno cose belle. Forse il riassunto è questa storia della corona di alloro, ma ora non è questo importante, è la laurea e la tesi, fatta su Bettelheim, "il mondo incantato", su Marie Luise Von Franz e altri, il femminile nelle fiabe. Andrà benissimo, me lo sento. 

martedì 8 dicembre 2015


E'  l'8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione, in cui si ricorda l'angelo di Dio che andò dalla giovane e sconosciuta Maria di Nazareth e le disse che le sarebbe nato un bambino piuttosto speciale. Abbiamo un meraviglioso dipinto del beato Angelico che rappresenta l'Annunciazione al Museo Diocesano di Cortona, questo qui sopra. Vedete come l'Angelo, col suo bellissimo vestito e le sue ali colorate, stia parlando e le parole scritte escano dalla sua bocca. Quando vidi questo dipinto ero molto piccola, ci portò a vederlo il babbo, come tutte le cose che riguardavano l'arte, e quando tornai a casa ne disegnai uno (quasi) uguale. Il 10 prossimo, dopodomani, la mia figlia piccola fa la laurea magistrale in filosofia. Come sempre qualcosa si conclude e qualcos'altro inizia, spero e auguro che sia qualcosa di bello e coinvolgente, non sempre facile né lineare, ma qualcosa a cui lei possa aderire con tutta se stessa. Mi tornano in mente certi disegni che lei faceva da bambina, che piacevano tanto al nonno, il mio babbo, questo che ricordavo a proposito del Beato Angelico: disegnava delle donnine con enormi cappelli pieni di roba, come se dalle teste nascessero mille cose, una fontana. Uno di questi giorni le ho ricordato questi disegni, alcuni dei quali abbiamo conservato: erano tutte le mie idee, tutte le cose che mi nascevano in testa! Ha detto lei.

Mentre arriva Natale

Sto leggendo e rileggendo un libro di Bruno Bettelheim "un genitore quasi perfetto". Mi sono formata in un periodo, quello degli anni sessanta e settanta, in cui si contestava tutto, cercando di trovare nuovi significati da sostituire a quelli vecchi. Ora che divento ufficialmente vecchia trovo questo autore che mi aiuta ad indagare le vecchie cose, che avevo quasi scartato o quanto meno criticato aspramente, e i loro significati profondi.
Bettelheim scrive molte cose riguardo alle feste ( per esempio il Natale che sta arrivando). Ecco qua, da "Un genitore quasi perfetto",  e quando Bettelheim parla del bambino, mettiamo al suo posto il bambino che siamo stati noi, ciò che è diventato quel bambino e i bambini con cui abbiamo a che fare. 

Le feste di famiglia celebrate attorno alla tavola riccamente imbandita servono a vincere le più grandi angosce del bambino, sia sul piano di realtà, sia, di gran lunga più importante, a livello simbolico. Vedere riunito tutto il parentado rassicura il bambino di non dover fare affidamento, per proteggersi dall'abbandono, soltanto sui suoi genitori, perché esistono tante altre persone alle quali fare ricorso nei momenti di crisi. Alla stessa stregua il pranzo abbondante garantisce, sul piano di realtà e a livello simbolico, dal pericolo di morire di fame. Le feste familiari costituiscono, sia a livello di coscienza sia per l'inconscio, una delle esperienze più rassicuranti che il bambino possa fare in relazione alle sue angosce più brucianti, e sono dunque fra le esperienze più costruttive che i genitori possono fornire ai propri figli per rafforzare il loro senso di sicurezza.

Tutte le ricorrenze più importanti commemorano una nascita o una rinascita, e la speranza insita in un tale significato simbolico continua, che ne siamo coscienti o meno, a rimandare la sua eco dentro di noi. 

Lungo la storia dell'umanità, i rituali e i sentimenti positivi ad essi associati sono sopravvissuti all'idea o all'evento che avevano dato origine alla festa, mentre l'idea si è modificata nel tempo. Per esempio il Natale all'inizio era un rito pagano, che celebrava la rinascita del Sole e della natura, e solo molto tardi vi fu associata la nascita del Cristo. Allo stesso modo i riti più antichi, portatori dei significati più profondi inconsci ed emotivi, ricompaiono in forma diversa, a volte dopo secoli . (Ecco perché mi ha tanto colpito la figura di dicembre= Saturno= Babbo Natale, l'iconografia è quasi identica!)
Così gli enormi falò accesi sulle montagne più alte la notte del solstizio d'inverno per invitare il sole  a fermarsi più a lungo nel cielo, sono ricomparsi sotto forma di candele che illuminano l'albero di Natale.. Sono riti troppo importanti per essere abbandonati, perché soddisfano bisogni molto profondi, di solito inconsci, dell'uomo.
La cosa straordinaria della magia buona dei giorni di festa è il suo potere di conferire sicurezza per tutto l'anno, quando più se ne ha bisogno, nelle situazioni più buie. I bambini lo sanno e, lasciati a se stessi, ricorrono alla forza simbolica che emana lo spirito delle festività per ricevere sostegno morale nei momenti di disperazione.

Quando i nazisti occuparono la Norvegia, la psicanalista svedese Stefi Pedersen fece da guida ad un gruppo di profughi, fra cui molti ragazzini, attraverso le alte montagne che dividono la Norvegia dalla Svezia. Poiché la scalata era difficile ed era vitale compierla in  fretta, tutti avevano dovuto limitare il bagaglio a ciò che erano in grado di portarsi in un piccolo zaino.... Consumate le poche provviste alimentari negli zaini dei bambini era rimasto ben poco.  Guardando per caso nel sacco di uno di loro, Stefi Pedersen vide che tra le poche povere cose che vi erano contenute c'era una stellina d'argento, di quelle che si appendono all'albero di Natale. La prese in mano sorpresa, ma subito sentì su di sé lo sguardo imbarazzato del bambino, come se avesse tradito un suo prezioso segreto. Senza una parola, rimise la stellina nel sacco. Poiché i bambini sarebbero stati affidati a lei una volta arrivati a destinazione, in Svezia, e poiché le interessava capire come dare loro la sicurezza necessaria in quei tragici frangenti, decise di scoprire quali altri oggetti i bambini avessero scelto di portare con sé nella fuga. Trovò in tutti gli zaini decorazioni natalizie da pochi soldi, stelle e campane di cartone coperte di carta argentata. Erano quelle le cose che i bambini avevano scelto di portare con sé nel loro viaggio, a preferenza di qualunque altro bene, per il resto avevano soltanto i vestiti che avevano indosso. Si trattava di bambini ebrei assimilati, che celebravano il Natale non come un evento religioso, ma come una festa della famiglia e dei bambini. Stefi Pedersen concluse che si erano portato via quei simboli di un passato felice perché essi soltanto avrebbero potuto irradiare una luce di speranza dentro la buia angoscia di un viaggio verso l'ignoto. 



  

mercoledì 2 dicembre 2015

Domenica in piazza per Avaaz

Domenica in tanti posti, in tutto il mondo, ci sono state manifestazioni contro il riscaldamento globale, organizzate da Avaaz che servono a dire ai potenti riuniti a Parigi che la gente non subisce le loro scelte passivamente, ma ha una propria opinione. Più siamo, più questa opinione pesa, questione di numeri. C'era una cosa anche ad Arezzo e io ci sono andata, per fare numero, superando la fatica e quel pizzico di disillusione che provo. Non c'è molto altro che si può fare, dopo l'orto e il giardino biologico, dopo il compost, dopo aver modificato alcuni comportamenti personali, dopo essere noi stessi e testimoniare con la nostra vita. Dovevo esser lì alle tre di pomeriggio, ma siccome poi dovevo stare tutta la sera fino a notte tarda in piedi al lavoro, ci sono andata mezz'ora più tardi. Che strana impressione! Mi sono trovata proiettata indietro nel tempo, fra persone che venticinque anni fa erano clienti del mio negozio di alimenti bio,( l"erba Salvia" , si chiamava), però ovviamente tutti invecchiati come me. C'erano anche tanti giovani, anche se nel complesso c'erano poche persone, forse un centinaio, a esagerare. 
Io credo che questa faccenda del clima interessi molta più gente, anche qui ad Arezzo. Ormai è una cosa macroscopica, ogni volta che piove ci sono frane e alluvioni, e trombe d'aria. Io non ricordo di aver mai visto trombe d'aria, da piccola. Le alluvioni erano sporadiche, avvenivano molto di rado. La prima tromba d'aria l'abbiamo vista passando sul golfo di Genova forse vent'anni fa, un filo scuro che ballava sulla superficie del mare, e non ci sembrava vero. Ora le trombe d'aria, le tempeste elettriche, le bombe d'acqua, sono frequentissime. Una notte, qualche tempo fa, che tornavo a casa dal lavoro, il cielo era talmente lampeggiante di fulmini che mi pareva di andare verso l'inferno. 
Non so se qualcuno abbia ancora bisogno di farsi convincere che il clima è cambiato e continua a cambiare con risultati disastrosi, nel senso che si producono proprio disastri.
Ormai anche i potenti della Terra hanno capito, metterci mano superando gli immediati interessi economici è difficile, anche se è molto chiaro che l'interesse economico di lungo periodo  è di agire subito. Si rischia di non aver più un'economia. I cambiamenti non vengono mai da soli, sembra che cambi una sola piccola cosa, lontana da noi, poi ci si accorge che, passettino per passettino, il cambiamento duro da accettare è arrivato fino a te, magari distruggendoti la casa o impedendoti di coltivare il tuo campo. 
Inutile che continui, i mezzi d'informazione sono pieni di notizie su questo, adesso, per i quindici giorni della COP 21. Dopo non si sa.
Insomma domenica sono andata in piazza. Non c'erano politici di nessuno schieramento, loro hanno l'arroganza di "sapere" cosa va fatto, e infatti si vede. Ognuno nel proprio pollaio.
C'era tanta gente diversa e qualcuno imbarazzato di trovarsi insieme a persone tanto diverse da lui. Un mio vecchio amico ha detto: "E' una testimonianza, peggio non sarà, semmai sarà meglio..." 
Mi sono guardata intorno: ogni persona ha fatto un lungo tratto di strada, dall'ultima volta che l'ho vista, uno ha vissuto per un lungo periodo a Findhorn, una è diventata un'artista della calligrafia cinese, una ha scritto un libro... a raccontarle tutte non ci si crede, che queste persone abbiano seguito tutte la propria stella. Buona fortuna e vento a favore, a tutti, a tutto il mondo, buona fortuna e buona vita, per questo Natale e il tempo che verrà, ai nostri figli, ai figli di tutti, a quelli che hanno una casa e a quelli che ne cercano una nuova e sono per strada, a cercare un posto pacifico per vivere.

martedì 1 dicembre 2015

Ignorare il Natale

Dunque: in questi giorni, ad un preside di un paese del Nord Italia, è venuta l'idea di ignorare il Natale nella sua scuola. Non voglio fare polemica, voglio ragionare. Quest'uomo, visto tutto questo casino dell'Isis e delle varie guerre e la presenza massiccia di immigrati e dei loro figli nella scuola, ha pensato di fare la sua parte eliminando quella che, secondo lui, può essere una causa di emarginazione, separazione, polemiche e alla fine, odio. Ignoriamo il Natale e facciamo una bella festa d'Inverno, però lontana dalle festività. E' venuto fuori un casino quasi internazionale, io seguo i notiziari e hanno ripetuto e fomentato la scintillina iniziale fino a creare un vero incendio, finché alla fine il preside, che sicuramente è una bravissima persona, si è sentito in dovere di dimettersi. Perché dico che, quasi di sicuro, è una brava persona? Perché si è posto il problema del rispetto, diversamente dalla maggioranza. E anche perché si è dimesso, chi è che si dimette, qui da noi? Solo le persone perbene, quegli altri hanno la colla al sedere, una colla speciale che si attiva quando trovano un posticino redditizio. 
Però io non sono d'accordo con lui. E' un discorso lungo, comincia da lontano, da quando i nostri antenati vedevano, in questo periodo dell'anno e alle nostre latitudini, diminuire la luce solare, e si spaventavano, sarebbe mai tornato a crescere, il Sole? Si sarebbero di nuovo allungate, le giornate, e la vita avrebbe di nuovo preso il sopravvento sul freddo e lungo inverno? Lo sapevano bene che sarebbe successo, ma quando fa freddo e buio non si sa mai, è meglio celebrare la luce, per essere quasi certi che torni in tutto il suo splendore! 
Ed ecco le feste d'inverno, che i romani celebravano come Saturnali, andate a vedere il post di Grazia di questo mese, blog "senza dedica". In queste feste che, svolgendosi fra il 17 e il 21 dicembre, precedevano il nostro periodo di Natale, che allora non esisteva, si "liberava Saturno", Dio pericoloso e inquieto, che stava tutto l'anno legato per i piedi, e si lasciava che si sbizzarrisse sulla terra. Poi c'erano i riti di Mitra del Sol invictus, le celebrazioni dei Celti e su tutto questo, arrivato il Cristianesimo, si è innestato il Natale cristiano, stabilendo che la nascita del Cristo fosse avvenuta proprio intorno al solstizio d'Inverno e saldando la rinascita del Sole all'Avvento della luce spirituale.
Il Natale, cancellando tutto il baraccone commerciale, è questa stratificazione di significati che ci accompagnano da millenni. Veramente pensiamo di cancellarli o ignorarli? Impossibile.  Tutti sentono il Natale, anche quelli che lo soffrono perché li obbliga, come festa della famiglia e degli affetti, luce delle nostre vite, a rivedere i propri comportamenti. Il Natale può essere vissuto anche solo con qualche candela, ornamenti naturali e non costosi, e offerto a chi è diverso da noi come un piccolo o grande dono, magari poi celebrando con bambini e adulti di altre tradizioni le loro credenze e festività. Questa è l'unica via per andare d'accordo, così penso io.

Invece abbiamo scelto di litigare anche per Natale, è arrivato Salvini col presepio a cavalcare la tigre di Natale, senza dimenticare che la tigre per Natale non c'è, c'è l'asino, e il bue. Lascio sospesi i significati. Ed è arrivato un signore a cui piace litigare facendo finta di voler bene a tutti, che ha distribuito ai bambini fuori della scuola, gratis, s'intende, cappellini da Babbo Natale, senza sapere che quella è piuttosto una pubblicità della Coca Cola... se io fossi stata lì come mamma l'avrei mandato dove si può immaginare, lui e i suoi cappucci rossi. E' meglio che io stia sola a Ciggiano, dappertutto troverei da leticare.

domenica 22 novembre 2015

Affari nostri

Gli uccellini fuori del finestrone di cucina cantano, mentre scrivo. Il sole è caldo e forte, dopo la notte di pioggia e temperature basse finalmente adeguate alla stagione. Il vento ha fatto cadere le foglie del glicine e lo stelo tenace a cui sono attaccate, il pavimento è coperto di foglie e fili marroni. Tutto sembra normale, finalmente, e normale non è, dopo quello che è successo a Parigi e dappertutto qui in Europa. Sono affari vostri, dicono gli uccellini cantando, solo vostri, siete voi ad aver intessuto una rete di interessi, intrighi, denaro, armi, che ora vi si ritorce contro in certi modi che non avete saputo immaginare. Affari vostri, come genere umano, di cui una parte, la maggior parte, non ha voluto e neanche immaginato queste cose, ma ora ne subisce le conseguenze. Ricordo una mattina di tanti anni fa, andai con la mia bambina più piccola ad una manifestazione contro la guerra nel Golfo Persico, la piazza del Comune di Arezzo era piena di gente, che diceva "non nel mio nome" come ora. Non nel mio nome, era questo che sentivo, la responsabilità grande verso questa creatura che mi era nata, e verso l'altra, che quella mattina era alla scuola materna; basta guerra, basta orrore, per la responsabilità che abbiamo verso i nostri bambini, verso il futuro, ma la voce si perde, e sembra inutile dirlo. La notte scorsa, tornando a casa dal lavoro, ascoltavo radio 24, Alessio Maurizi e Carlo Gabardini, che mettevano in croce un giovane musulmano. In croce: si fa per dire, naturalmente, ma ora tutte le parole pesano più del solito, e si deve stare attenti a tutto quello che esce di bocca e dalla penna, o dalla tastiera del computer. Quando è così, già una gran fetta di libertà è persa. Chiedevano al giovane musulmano di stare su un filo sottile di parole, in equilibrio, come uno che cammina su una corda sospesa molto in alto e può cadere da un momento all'altro.
In ogni modo questo ragazzo musulmano, rappresentante delle comunità che hanno partecipato alla manifestazione di ieri, diceva tante cose, che si piangono i morti di Parigi, ma si ignorano quelli in Siria, o in tanti altri posti dove dittature e guerre uccidono ogni giorno. Diceva che i francesi, occupando il Mali, o intervenendo militarmente, hanno seminato odio. Come negarlo? E questi due, Gabardini e Maurizi, ogni secondo a rettificare, a distinguere, a mettere i puntini sulle i.  Per la correttezza, certo. Ma la correttezza non è cosa di questi giorni, e il terrorismo di strada si distingue male da un terrorismo di regime. Il risultato finale è identico. Alla fine ho spento la radio, disgustata. Avevo già sentito ondate di parole in questi giorni, che ascolto con avidità, per capire, o provarci. Io sto molto zitta perché in realtà sento di non avere  parole, e sono comunque affari nostri, che scottano.

venerdì 30 ottobre 2015

Progetti d'autunno: mancanza, desiderio, limite









Frutti e fiori: non è questo l'autunno?
Se potessi concordare col Principale un modello di autunno da ripetere nei prossimi anni per la nostra zona ( solo per la nostra, escludendo tutte le varie alluvioni che, negli stessi giorni, hanno devastato tante parti d'Italia) questo ultimo che stiamo vivendo  sarebbe desiderabile. Acqua in misura giusta, temperature accettabili, va bene anche un pochino più fresco, già dalla fine di agosto ho di nuovo un pratino verde e avrei tanti fiori in più se avessi potuto dedicarmi alla semina. Tante piantine sono nate da sole, verbena bonariensis, gaillardia, teucrium hircanum, campanule ... e dovrò trovare per loro dei posti adatti. Espandere il giardino. Colori, i colori sono cibo per l'anima, e fra poco ci sarà molto grigio, così  ora bisogna fare il pieno, per affrontare l'inverno. Tutto questo ha contribuito a tenermi il morale un pò sopra il limite di guardia. Sono stata malata qualche giorno. Ma naturalmente sono andata lo stesso a lavorare, non spiego perché. Poi è venuta la mia amica Antoinette a trovarmi. Le sue visite mi fanno bene, perché siamo in sintonia; se è critica, lo è in modo incoraggiante e in generale condividiamo lo stesso modo di pensare riguardo al giardino. Ogni volta osserva che tutto è cresciuto, si è allargato, è maturato. Lo vedo anch'io, ma attraverso i suoi occhi sembra più vero. Il giardino, ad un certo punto, sembra che diventi un essere vivente autonomo, che comincia ad esprimere una propria "volontà": va per di qua e non per di là dove vorrei io,  fa vedere dove sbaglio, ma dove faccio bene il risultato sorprende. 

Un paio di sabati fa ho seguito una lezione ...antropologica? filosofica? tutt'e e due? Comunque molto appassionata, tenuta da Padre Alfredo Feretti, sull'uomo. 

L'uomo è mancanza. Chi non ha sperimentato il vuoto interiore che chiede di essere riempito? Un buco, sembra di avere dentro un buco senza fondo, non sempre doloroso, ma avido di contenuti, poi dipende dalle persone, c'è chi lo riempie cucendo cuscini a forma di cuore, c'è chi va a volare col deltaplano. 

L'uomo è desiderio. Il desiderio viene dopo la mancanza, appena cominci a riempire il tuo spazio vuoto cominci a desiderare. Io di solito dico che siamo sognatori pieni di progetti, fino alla fine; se uno smette di sognare, e quindi di desiderare, significa che è seriamente depresso, oppure certo di morire fra breve. 

La sensazione del buco incolmabile dentro di sé, e il desiderio  fanno soffrire, per questo il buddismo dice di lasciare i desideri. Ma non c'è dubbio, il desiderio fa parte di noi, è la spinta che ci anima. Mancanza, desiderio, e limite. Anche il limite ha un grande significato da esplorare, per cercare il proprio, superandolo continuamente, anche di un solo millimetro, ma anche per conoscerlo, per non imbarcarsi in imprese oltre i nostri limiti che ci fanno disperdere le forze oppure ci fanno perdere letteralmente, come quando Ulisse ripartì da Itaca per trovare il confine del mondo e andare oltre. Non tornò più a casa. 
L'autunno per me è la stagione dei desideri, riguardo al giardino. Mi nascono in testa tanti progetti, alcuni li realizzerò, forse, altri resteranno come polverosi strati di sogni inutili, che ritroverò negli anni prossimi e mi stupirò del lavorio che ho dedicato a quell'idea abbandonata.






giovedì 29 ottobre 2015

Stapelia e suggestioni di inizio autunno









 Nella prime due foto si vede il fiore di una stapelia. La prima è mia, la seconda foto l'ho trovata in rete, bellina, vero? Non resisto, quando trovo una pianta molto stramba la devo comprare, e questa è proprio stramba, con quel fiore con la ciambella che sembra di plastica. La prima stapelia che ho avuto me la regalò la Concetta, una mia amica molto cara che portava dalla Sicilia, alla fine dell'estate, piante grasse di ogni genere. Erano tanti anni fa, più di trenta. Una volta fiorita il fiore era bello e strano, sembrava una stella tagliata da un sarto in una pelle di rospo, e puzzava. Puzzava di marcio e venivano perfino le mosche. Trovai le prime informazioni: le stapelie infatti vengono impollinate non dalle gentili e pulitissime api, ma dagli insetti necrofagi, o necrofili, insomma quelli a cui piacciono cacche e cadaveri. 
Ricordo il mio babbo che rideva, stupito dalla bellezza del fiore e divertito, quando gli raccontavo il modo di vivere opportunista e per niente leggiadro  della bella stapelia. Doveva ricordargli certi suoi conoscenti, gente che, pur di arricchirsi. metteva le mani nelle cose più schifose. (Mi viene in mente quel giro di mazzette che venivano chiamate antinfiammatori... parlavano di medicine, invece erano soldi e, sotto un certo aspetto, merda. )  Tornando alle stapelie la loro strategia è di far affidamento sull'impollinatore che sarà certamente presente al momento della fioritura e chi più affidabile delle mosche?  Le mosche ci sono sempre, dappertutto, il loro incarico è di smontare la sostanza vivente appena l'anima parte o il progetto vitale è concluso. Come si fa ad attirare le mosche? Si prende l'aspetto di qualcosa che si sta decomponendo e si puzza.
Lo scorso anno ho avuto una stapelia che aveva il fiore marrone scuro e odore di olio rancido. Trés chic. Ma l'ho persa. Si perdono in inverno, con grande facilità, avrebbero bisogno di un posto luminoso, asciutto ma non secco, moderate annaffiature, molta attenzione, luce, per svernare. Da me spesso qualcosa va storto e le perdo. 

lunedì 12 ottobre 2015

Libellula mimetica.

Non si chiama libellula mimetica, ma lo è! Dovunque si posi si confonde nello sfondo e non si vede più. Per tutto il periodo caldissimo sulla vasca dei pesci non c'erano più libellule, solo vespe e calabroni che venivano a bere. Ora sono tornate, quella rossa e questa che è molto grande, almeno dieci centimetri, e curiosa.  Ci segue come un animale da compagnia, o forse come un poliziotto di pattuglia, e viene  a vedere che si fa in casa. Da bambina avrei avuto paura o ribrezzo di questi animali, ora perfino mi attirano!
Vengono perché c'è la vasca che si vede nelle foto, con la superficie dell'acqua ormai quasi coperta dalle foglie delle ninfee.  Prendono subito possesso dello spazio e si vede che si sentono padroni, volano in perlustrazione e combattono con altri individui della stessa specie che provano a insediarsi nello stesso posto. Poi volano intorno a vedere che si fa. E' proprio bello averle qui. Nell'ultima foto vedete lo stagno com'era all'inizio: come può evolvere un giardino.

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giovedì 1 ottobre 2015


L'estate è appena conclusa, e la mia presenza in giardino è stata limitata, a causa del caldo e della presenza massiccia di zanzare di ogni tipo e dimensione, che non si riesce a tenere lontane neanche con gli spray repellenti. Lavorare diventa davvero difficile, fra il caldo, i pizzichi e il prurito. Quindi non so come sia potuto succedere, ma ora il mio giardinino è veramente molto bello. Ci ho lavorato solo un pò, non tanto come sarebbe stato necessario, ma ci sono state alcune piogge al momento giusto e ora ripaga con un aspetto  verde e pieno. E' il momento dei settembrini, che sono presenti in molte sfumature dal rosa al viola, sfumature che si sono create a partire da tre colori iniziali. Nelle foto non si possono vedere bene, ma si vede quest'effetto di ordine e ripetizione delle forme che è molto grazioso.





 

giovedì 24 settembre 2015

Lamentele paure e storie disastrose

Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, paure, storie disastrose e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua spazzatura, fa sì che non sia la tua mente.

Questa cosa l'ha detta il Dalai Lama. La diceva sempre anche Silvano Zoi. Ora l'ha pubblicata Renato. Siccome io ho la tendenza a farla, ma poi mi sento in colpa, e anche "sbagliata", ho finito per stare molto zitta. Ma la condivido, altroché, e cerco di evitare di diventare un secchio della spazzatura psichica altrui  o di farci diventare gli altri, anche se devo dire che non sempre mi riesce. Soprattutto di questi tempi, in cui oscillo quotidianamente fra paura e pietà, terrore e patetici tentativi di autodifesa, non che non ce ne siano motivi.

Il Dalai Lama ha detto anche questo:
Questa è un'epoca in cui tutto viene messo alla finestra per occultare il vuoto della stanza.

giovedì 17 settembre 2015

Mangiare un'idea, la giornata del grano monococco al Bagnoro

La notizia: sabato 19 settembre 2015, ore 16,30, locali della Proloco del Bagnoro, Arezzo, ci sarà una GIORNATA dedicata al grano MONOCOCCO:
 Archeologia e potere nutritivo di un grano antico.
Saranno presenti:
Gian Piero Laurenzi (centro studi sul Quaternario ONLUS Sansepolcro) che parlerà di archeologia e diffusione del grano monococco: l'alimentazione di una piccola comunità dell'Alta Valtiberina nell'età del bronzo.

Cinzia Rocca (vicepresidente confederazione italiana agricoltori di Lodi) che parlerà delle caratteristiche e proprietà nutrizionali del monococco, da cui si ricavano gli stessi prodotti che si ricavano dal grano comune: farine, pasta, pane, dolci e birra.

Ci sarà un laboratorio di cucina per preparare alcuni cibi col grano monococco e la possibilità di assaggiare con prenotazione e una spesa di 12 euro, telefonando prima a Giovanni Nocentini 3282587049

Da dove comincia questa storia? Ci sono molti possibili inizi...Se ci riferiamo alla linea temporale potremmo iniziare da alcuni millenni fa, quando ancora i luoghi non avevano nomi, o nessuno li sapeva scrivere, da un fuoco acceso sulla riva di un piccolo corso d'acqua, e da un gruppo di persone molto diverse da noi, ma già homo sapiens sapiens, capaci di cucinare i propri cibi. Stanno proprio cucinando, mentre noi li osserviamo, ma è una visione di un attimo.

Arrotoliamo il tempo molto velocemente, e questo è un altro inizio: ora siamo nello stesso luogo, solo qualche anno prima del presente, e il luogo ora ha un nome, precisamente "Gorgo del ciliegio", sulla riva del torrente Afra, nei pressi della città di Sansepolcro. E' tutto cambiato: il torrente, nel corso dei secoli, si è scavato l'alveo più in basso e il posto dell'accampamento preistorico è rimasto in alto rispetto alla riva scoscesa. C'è un altro gruppo di persone, che questa volta scava pazientemente per cercare le tracce di quell'antichissima comunità e trova il focolare, e perfino dei resti di cibo carbonizzato. Fra quegli alimenti ci sono frutti di corniolo, favino selvatico e semi di un cereale antenato non solo del grano, ma perfino del farro. 
Il farro è molto antico, è  dal suo nome che deriva la parola "farina", era presente nel primo corpo di leggi scritte e non scritte dei Romani, nel rito della confarreatio... Questo grano antichissimo, più antico del farro, è in effetti il primo ad essere stato coltivato dagli uomini, in molte zone del mondo; si chiama triticum monococcum e in certi luoghi, sul pianeta, è ancora in uso, in alcune zone dell'Africa e perfino sulle montagne della Provenza. I ricercatori del centro studi sul quaternario di Sansepolcro sono degli appassionati, e studiano i componenti riconoscibili della dieta di quei lontanissimi progenitori: propongono ad una signora che vive con la famiglia nella foresteria di un convento di cucinare una zuppa preistorica, con gli ingredienti ritrovati. Sarà buona quella zuppa, la zuppa del "Gorgo del ciliegio", che è il luogo del ritrovamento?  
La signora si  impegna, e cucina la zuppa preistorica, e la cosa ha un notevole successo. Quella signora è la nostra amica Margherita, e per questo, quando Giovanni mi racconta la storia, o le storie che convergono sul monococco, comincio ad emozionarmi. Mi emoziono anche perché il luogo del piccolo insediamento preistorico è un posto bellissimo lungo il torrente Afra, dove siamo stati nell'estate del 2014 con nostra figlia, una giornata che ricordo anche quella con grande emozione.
Il grano monococco è uno dei primi semi addomesticati dall'uomo: era presente nello stomaco della mummia dell'uomo di Similaun, risalente a 3350 anni prima di Cristo, per esempio. Ha caratteristiche nutritive del tutto speciali: basso contenuto di glutine, ricchezza di vitamine e sali minerali, che lo rendono adatto alle persone intolleranti al glutine e alla prevenzione dei tumori, soprattutto al seno e alla prostata. 
La sua coltivazione fu abbandonata intorno al mille avanti Cristo a favore del farro, più produttivo, che fu poi a sua volta sostituito dal grano tenero e duro. Immagino che, per le sue caratteristiche, sia particolarmente adatto alla coltivazione biologica.

Molti anni fa io ho avuto un negozio di alimenti bio e ricordo ancora la riscoperta del farro, proposto come  un cibo antico, ricco di storia, ma anche di un'energia che ormai i cereali moderni, di cui si privilegia la produttività, hanno perduto. Questo grano monococco viene proprio dai primordi dell'umanità...Il mio amico Giovanni Nocentini è venuto a trovarmi nel posto dove lavoro per portarmi la locandina dell'iniziativa di sabato 19 e lì per lì ho avuto una sensazione di rifiuto, anche perché da qualche mese, per via dell'EXPO,  siamo invasi da messaggi sul cibo. Poi ho ripensato che Giovanni ha coltivato un piccolo campo di monococco e ci ha fatto il pane, dei dolci, la pasta....Quando avevamo il negozio c'era gente che si congratulava, ci diceva "bene, bravi, ci voleva proprio un negozio così", ma non compravano niente. Condividere un'idea non serve a niente, se non si pratica, se non ci si mette in gioco, se non si coltiva , non si vende o non si compra.
Mi è tornata in mente una canzone di Giorgio Gaber: "Un'idea, un concetto, un'idea, finché resta un'idea, è soltanto un'astrazione, se potessi mangiare un'idea, avrei fatto la mia rivoluzione".
Perciò, per chi è interessato alle poche pratiche rivoluzionarie e pacifiche ancora praticabili, sabato ci sarà questa giornata del monococco. Io non potrò esserci, perché lavoro, ma presto assaggerò il monococco , perché Giovanni si è impegnato a portarmi un pò di farina, per cominciare.

venerdì 4 settembre 2015

le cascate del Saent

Sono andata a fare un pò di compagnia ad una cara, carissima amica, che si trova in ospedale ed ha addosso talmente tanti buchi e fili che non sa più come dormire. Uno attaccato su un lato del collo, uno per ciascun braccio, uno in un fianco, l'ossigeno nel naso. Trovare una posizione per dormire diventa una faccenda seria. Ho detto che, in questi casi, sarebbe bello avere un dispositivo antigravità di quelli dei racconti di fantascienza, dove stai disteso su un materasso di energia che non si vede, che ti tiene su senza alcun attrito e senza dover neanche pensare ai fili. 
"Il mare."Ha detto lei con espressione sognante. "Per me questo dispositivo antigravità è il mare. Lo sogno: ascoltarlo, odorarlo, e poi entrarci e sentirmi sostenuta e sospesa... L'ho chiesto a mio marito, perché non andiamo a vivere al mare...non mi ha detto che ero matta, tutta legata e piena di fili come sono, mi ha guardato con tanta...non so.. forse pietà, forse amore.."
Il mare è nei desideri della mia cara amica, in questa delicata situazione che sta attraversando, e nei desideri di molti, che in questa caldissima estate 2015 sono tornati numerosi in vacanza sulle spiagge. Togliendo tutti gli orpelli è l'acqua la principale attrazione. Si contrappone il mare alla montagna e la differenza è evidente a tutti: ma anche in montagna c'è Acqua. 



Acqua all'Inizio, acqua discesa dal cielo, ieri o molti anni fa e tornata nella sua forma solida di ghiaccio, l'acqua è presente quasi solo come ghiaccio, fuori dal nostro pianeta; è il ghiaccio a resettare e pulire, l'acqua di ghiacciaio torna pura, completamente insapore e anzi leggermente amara al gusto,





acqua bambina, che salta e rumoreggia fra le rocce e quando è in quantità sufficiente forma non solo rivoli e ruscelli ma torrenti e cascate, come questa del Saent, che è stata la meta del primo giorno di vacanza in Trentino. In albergo, l'hotel Arcangelo di Pellizzano, la Monica ci aveva dato, con le chiavi della camera, un pacchetto di carte: "C'è da studiare!" aveva detto, e infatti c'erano tutte le iniziative, cose da vedere e da fare, anche troppe, nella nostra settimana di vacanza e subito, la mattina dopo, c'era quest'escursione alle cascate con la guida. 
Una guida! Mai avuta, noi, una guida! Solo cartine, che mi piacciono tanto, perché io sono come una talpa, anzi peggio, non ho proprio la capacità di orientarmi e la cartina è un supporto essenziale, poi mi fa immaginare... Vale la pena andare alle cascate?
Direi di sì, ci ha risposto la signora dell'hotel: pensate che sono state scelte come immagine simbolo della Val di Sole. 
Così siamo andati e io non ricordo quasi niente della Cascate, lo confesso, perché ero presa dai compagni di escursione, soprattutto una deliziosa famiglia di Roma, babbo mamma, Alex e Cinzia, e due ragazzine, anzi una ragazza, la Federica, e una bambina, la Marta, e da Roberto, la guida, e da altre persone, di Modena, di Orvieto. Sapete già come mi interessi la gente. E' stato molto più che piacevole camminare e conoscere persone nuove facendo fatica (parecchia?) insieme, che è sempre il modo migliore di fare conoscenza. Conoscersi in montagna o al mare è diverso, al mare la gente, anche se espone la maggior parte del corpo, nasconde moltissimo di sé, in montagna, molto più vestiti, quando abbiamo fatto fatica per un paio d'ore siamo  più disposti, o obbligati,





 a mostrarci come siamo per davvero. E' solo una mia opinione? Se andate in Val di Sole, andate anche in Val di Rabbi, dove il torrente Rabies, proprio all'inizio, forma le cascate del Saent. Oltre tutto la Val di Rabbi è bellissima, intatta, quasi niente turismo. Arrivati alla malga che potete vedere nella foto Roberto ci ha invitato a fare una cosa che di solito non si fa, per imbarazzo o per qualche altro motivo: sguazzare a piedi nudi nel torrente. Non si fa anche perché il primo impatto è difficile: l'acqua è veramente molto fredda, e il fondo di sassi fa un pò male ai piedi, ma dopo poco eravamo tutti,  compresa la prof di latino di Orvieto, con i piedi a mollo nell'acqua ghiacciata e un sorriso un pò stupido in faccia. Un sorriso rapito di felicità. Evviva Roberto, che ci ha regalato anche la parte, come dire, "fisica", dell'esperienza!

Eravamo saliti come un gruppo di estranei, provenienti da diverse parti d'Italia, e siamo ridiscesi che eravamo già amici. Ma devo dire che ha ragione Mauro Corona, in montagna bisogna andarci quasi da soli, se si vuole che la  montagna ci parli, perché veramente le cascate del Saent quasi non me le ricordo e ci dovrò tornare. per fortuna che Mauro ha fatto le foto.



lunedì 31 agosto 2015

L'ultimo giorno in Val di Sole

Siamo stati una settimana in Trentino, in Val di Sole, paese di Pellizzano. Non ci eravamo mai stati, di solito abbiamo privilegiato, delle Alpi, località più note, che offrono, diversamente da questo paese, un panorama mozzafiato. Immaginate di svegliarvi, la mattina, con davanti le Pale di San Martino, oppure, sulla destra, il Sassolungo. E' una cosa impagabile. Questa montagna della Val di Sole è meno spettacolare, e questo va detto, ma è molto "vera". I paesi sono molto belli e molto veri, non cartoline allestite per i turisti. La gente ci abita tutto l'anno, il turismo è importante, ma c'è anche altro: le case di Pellizzano sono vive, ancora esistono edifici storici, col fienile a fianco all'abitazione, e non, come in altre valli, al di sopra; ci sono  orti ordinati e quasi opulenti, e fra le insalate e i cavoli crescono gigli di tanti colori, e delphinium, e lupini...tutto quello che non cresce da me.  Il Trentino da quest'idea, che alle persone che ci vivono importi non solo del proprio piccolo spazio, ma di tutto il territorio, e questo significa che si sentono "appartenenti" al luogo e anche alla comunità. E' una bella sensazione che si comunica a chi viene come turista. Sento il bisogno di armonia e pace, quella che fatico a trovare dentro di me, nel confronto quotidiano con una realtà caotica e in rapido, continuo, violento mutamento. 
Stare qualche giorno in Trentino, in Val di Sole, mi ha fatto sentire in un'oasi, una specie di bolla incantata, un mondo separato e pacifico di cui non avevo voglia, per quei pochi giorni, di scoprire i confini, dove tutto questo finiva. Comincio da qui, dall'ultimo giorno di vacanza, e mio marito dirà, come ha già detto, che io non mi accontento mai, e vedo sempre il pelo nell'uovo, ma non è così, è solo che il mio cervello rimane acceso  anche in vacanza. 
In una  passeggiata avevamo lasciato l'auto vicino ad un forte della prima guerra mondiale. Un forte di granito durissimo, pietra di questi luoghi, "roccia magmatica intrusiva", cioè nata dai vulcani a grande profondità, spaccata e trasportata da soldati e muli per strade impervie che fanno impressione a percorrerle anche ora con le auto. Ora il forte è crollato, restano le mura esterne, intorno un prato rasato  e tanti fiori, un panorama sulla valle e dei puntatori per vedere gli altri forti sull'altro versante della montagna.
Più in là, sulla sinistra, un brutto paese. Che roba è quel posto? Ho chiesto a Roberto, la nostra guida. "Il Tonale".
Che brutto posto il Tonale, ho pensato, e siamo andati su verso il rifugio Denza.
Il Forte della prima guerra mondiale, sulla sinistra Roberto Marzucchi, la nostra guida. Sulla destra, piccolo piccolo, il Tonale.
L'ultimo giorno avevo del tutto scordato quell'immagine dall'alto del Tonale e abbiamo pensato di andarci con l'auto, a vedere questa località sciistica, che è anche un famoso passo di montagna, sarebbe un pò come andare a Parigi e non vedere la Senna... Già dagli ultimi tornanti si vedevano i due o tre orribili palazzoni, che credo siano  residence per sciatori, in mezzo ad un paese anonimo e triste, anche se battuto dal vento e dal sole di una giornata estiva che ha portato fin quassù l'estate africana. Pensate di prendere alcuni scatoloni di cemento da una qualunque periferia (Milano, ma anche Roma o Arezzo) e schiaffarli fra le montagne delle Alpi: orribile. E tutto il resto anche: anonimi, enormi hotel in stile alpino e confusione, sporco e degrado, e non saprei dire del tutto perché. Forse per il confronto con gli altri posti della Val di Sole. Mentre con l'auto proseguivamo in mezzo al paese, a cui manca un'anima, non è proprio un paese, ma un agglomerato a scopo economico, o questa è la mia percezione, abbiamo visto che c'era, lungo la via, un mercatino e ci siamo fermati. Un mercatino come tanti, abbigliamento e alcuni banchi di russi, con cannocchiali e matrioske e tutta la loro mercanzia. Accanto ai russi c'erano banchi di nordafricani, chissà?, marocchini o qualcosa del genere, con merce quasi certamente cinese, tutti vicini, tutti d'accordo, dall'est dell'Europa fino alle alle sponde infuocate del Mediterraneo, a vendere la loro merce in cima alle Alpi.... 
"Ecco qua il mondo reale." Ho detto a Mauro, con una sensazione di strappo e e di risveglio non del tutto sgradevole.Una valanga di informazioni, che ci hanno seguito fin quassù, tante guerre e conflitti e distruzioni e decapitazioni e una punta di senso di colpa per essermi goduta la vacanza. Mi ero quasi dimenticata com'è il mondo per davvero.  

Fiori intorno ai resti di una guerra lontana



Il Tonale, il dito lo indica.

venerdì 21 agosto 2015

Incontro notturno, violento e molto ravvicinato con un cinghiale


La notte scorsa ho investito un cinghiale. Penserete che sia successo qua in campagna, per una di queste strade secondarie con i campi o il bosco intorno. No. 
Uscivo tardi dalla pizzeria, era quasi l'una e percorrevo un viale di città dove di sabato c'è il mercato della frutta e dei fiori. Io non corro mai e forse potevo andare ad una velocità di sessanta chilometri l'ora, più o meno. Non l'ho visto arrivare, mi sono resa conto che NON SI VEDONO e te li trovi fra le ruote. C'è stato un urto forte e la sensazione di trascinare e far rotolare qualcosa o qualcuno... neanche il tempo di aver paura che ho visto un animale rotolare davvero dall'altra parte del viale, chiaro alla luce dei fari. Per prima cosa mi è venuto in mente il mio caro cane Chicco, morto nel 2010, e non poteva essere lui; poi il cane della signora con cui lavoro che, uscendo dalla pizzeria, lo porta proprio a quell'ora a fare la pipì. "Ho investito il cane della Giusi!" Poi la mia mente ha finalmente smesso di interpretare e ho visto che era un grosso cinghiale che avevo urtato con violenza e  fatto rotolare lontano. Ero ferma e non potevo neanche scendere dalla macchina e andare a vedere come stava, magari mi mordeva.  Intanto quello si è rialzato, non so con quanto dolore addosso, ed è sparito nel buio oltre il fascio di luce dei lampioni. Non so dire com'ero, non tanto spaventata, è stata una cosa di pochi attimi, anche se lì per lì sembrava un tempo sospeso e lunghissimo, ma impressionata sì, parecchio. Ho cercato di ripartire e non mi entrava la marcia. Poi sono partita e solo dopo un pò mi è venuto da piangere, per quella bestiona travolta e non so quanto danneggiata. E' vero, ce ne sono troppi, vengono fino in città e qualcun altro direbbe "Bene! Lo dovevi ammazzare!" Conosco gente che fa questo genere di discorsi. Ma una creatura è una creatura e mi sono sentita molto male per questo incidente. Molti anni fa, questa cosa l'ho già scritta, dissi in un incontro pubblico che si doveva ribaltare  il concetto di parco naturale, o area protetta: si dovevano chiudere gli uomini, che producono tanti danni, nelle loro aree protette, che sono le città, e lasciare il resto alle altre creature. 
Per questo Enrico Valentini mi disse che ero una verde komeinista.
Mi viene ancora un sorriso e un pensiero affettuoso per Enrico.
Ecco che ci siamo arrivati : abbiamo la fauna selvatica fino in città con tutte le conseguenze del caso. E fra poco Mauro andrà a vedere se non si è danneggiata l'auto.

mercoledì 22 luglio 2015

Calore

Siamo stati qualche giorno in Trentino, ma ne parlerò un'altra volta, quando Mauro avrà sistemato le foto in modo che io possa mostrarle. Faceva tanto caldo anche lì, a paragone degli altri anni, ma i boschi erano freschi e ombrosi, i sentieri bordati di fiori e niente di paragonabile al calore e al secco del mio giardino, poverino. Le ragazze in nostra assenza hanno annaffiato e le piante sono sopravvissute quasi tutte, ma è mera sopravvivenza. L'unica pianta che proprio se la gode, piuttosto indifferente al clima, è l'echinops ritro, o echinops bannaticus, che io chiamo le palline blu. Stamani presto, mentre annaffiavo, ho visto che stava proprio bene, visitata da tanti impollinatori. Il fiore è blu, ma le api avevano le borse  delle zampe posteriori cariche di un polline giallo chiarissimo.  Siamo ormai al 22 luglio, quando ero bambina dicevano che Sant'Anna, il 26, portava sempre un'acquazzone che spezzava l'estate e permetteva di arrivare meglio al solleone. Chissà se Sant'Anna ci guarderà quest'anno? Mi raccomando, Sant'Anna, si sa che ci sono tante cose più importanti, ma anche i giardini, i boschi, gli oliveti e gli animali che li abitano sono creature e ora avrebbero proprio bisogno di acqua e un pò di fresco. Con questo caldo le piante esprimono altri aspetti della loro personalità. Le buddleie sono enormi e assetate, hanno l'aspetto di belve in gabbia. I ceanothus, che a primavera sono palle ricurve, ora sono scarichi di fiori e umidità e tutti sollevati da terra... sembrano quasi qualcos'altro. Mi torna in mente "La mia Africa", in un brano Karen Blixen dice che le rondini, che noi in Europa consideriamo un simbolo della famiglia, con i loro nidi e il nutrimento che portano ai piccoli con i becchi spalancati, in Africa vivono in gruppi e in totale libertà dai vincoli familiari, in stormi quasi aggressivi: ecco che fa il calore africano! Cambia anche le rondini!
La rosa Pierre de Ronsard ha fiorito di nuovo, ma sotto la vampa del sole le rose ingrigiscono subito. Il giardino è pieno di secco nonostante l'avessi pulito prima di partire.  Quando si annaffia ci si deve coprire di repellente per le zanzare che non serve quasi a niente. Mauro è convinto che le attira. Io mi sto squagliando anche in casa e di notte dormo immersa nel mio sudore. Ma si può? Si può, purtroppo si può. Stasera sono previsti temporali, speriamo non ci porti via la grandine. Sabato torno al lavoro. Mi preoccupa parecchio lavorare in cucina con questo caldo.

domenica 12 luglio 2015

Sergio e Margherita

Abbiamo un amico, Sergio, che ha la passione dei motori. Come tutte le storie umane ha degli aspetti contraddittori e sono quelli che fanno sorridere. Sergio e sua moglie, la Margherita, dopo sposati hanno aderito, come laici, ad una specie di ordine religioso, non saprei come chiamarlo altrimenti,  e ora vivono nella foresteria di un convento e si occupano dell'accoglienza. Sergio non lo vedo da anni, benché abitino non tanto lontano da qui. La Margherita, l'ultima volta che l'ho vista, mi ha lasciato una magnifica impressione, quelle impressioni di un attimo, quando cogli quasi solo l'essenziale ed è un senso di pienezza, di pace e di maturità che configura una bellezza profonda e conquistata.  Proprio così. 
Sergio aveva la passione dei motori fino da ragazzino e con mio marito, ragazzo anche lui, modificavano i motori dei motorini e delle moto, li "truccavano", ma loro dicevano che li allargavano. Sergio ha un temperamento collerico, di quelli che prendono fuoco in un attimo, ha anche i capelli rossi, e quando non gli riusciva di svitare un bullone o ottenere il risultato che voleva, prendeva a martellate il motore su cui stava lavorando. Questa cosa la faceva anche una delle mie figliole da piccola, quando non le riusciva di far funzionare un giocattolo meccanico, si arrabbiava subito e lo sbatteva forte per terra. Ogni volta che Mauro racconta di Sergio ride e poi piange dal ridere. Dice che era come un piccolo dio Thor arrabbiato. La nonna di Sergio, a sentire tutte quelle botte e quel fragore metallico, arrivava piagnucolando a vedere che succedeva e Sergino la mandava via imprecando. Ora capite che fa ridere uno che, tanti anni fa, mandava via la nonna bestemmiando e ora vive nella foresteria di un convento e in sagrestia tiene la moto, nascosta, si fa per dire, sotto un panno. Ogni tanto fa un giro o un vero viaggio, pare che sia stato a Santiago di Compostela, ma siccome era in moto, ci ha messo pochissimo a fare il tragitto e non si capisce che l'abbia fatto a fare. Una volta Mauro gli ha chiesto che c'entra la moto con la chiesa e con Dio, insomma con la vita che si è scelto, e Sergio ha detto che anche nei motori c'è Dio.
E' così, è una storia che avevo già raccontato tanto tempo fa, ma ora mi torna in mente. Gli uomini sono animali, gli animali sono parte della natura, natura anche loro; questa natura, per chi crede, proviene da Dio, Dio quindi pervade ogni attività umana, anche quelle che sembrano più lontane da Lui, e, per Sergio, Dio è nei motori, nello smontaggio e rimontaggio delle macchine. Nell'attenzione amorosa con cui ci si dispone al lavoro c'è Dio. 
Leggere "lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta".
Per me questo succede col giardino. E anche con altre cose. 

Ciao Sergio e ciao Margherita.

lunedì 25 maggio 2015

Giardini d'autore 2



faceva molto freddo....








queste bestioline di metallo riciclato sono la mia passione....






....  ma naturalmente preferisco le bestiole in carne ed ossa: questa ragazza e il suo gufo non sono una meraviglia?