L'Erba salvia
27 settebre 2026
Nel 1989 o 90 mio padre mi suggerì un paio di libri: "I limiti dello sviluppo", pubblicato dal MIT, e il rapporto annuale per l'anno in scorso, l'89 o 90, del Worldwhatch Institute, fondato da Lester Brown,
che conteneva studi e ricerche sullo stato delle cose per l'anno appena
trascorso e previsioni per il futuro riguardo alle questioni
ambientali. Lessi questo secondo libro, ce l'ho ancora in biblioteca da
qualche parte, che parlava di rischi di eventi clematici estremi,
alluvioni, disastri, insetti e malattie delle piante che si sarebbero
diffusi, malattie umane che si sarebbero spostate geograficamente e
diffuse anche quelle, rischi di pandemie, tutto su rigorose basi
scientifiche; e misure da prendere per scongiurare questo panorama.
Vederlo scritto nero su bianco mi spaventò parecchio, ma anche mi
rassicurò. Se lo sapevano negli Usa qualcosa avrebbero fatto. Negli USA
erano già molto sensibili alle tematiche ambientali, più di noi e sicuramente molto più di ora. Ci fidavamo degli USA.
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L'erba salvia, vendere ecologico, logistica e tutela del gallo cedrone
Di
seguito ai vari disastri ecologici, soprattutto a quello recente di Cernobyl, nel 1989, il 4 marzo, dopo tanto lavoro anche
manuale, con due socie aprimmo un negozio bio e certamente Cernobyl
determinò questa scelta. Lo chiamammo "L'erba salvia". Io e le mie colleghe ci sentivamo umane di categoria A, impegnate per l'ambiente,
e un po' bisogna riconoscere che avevamo ragione, ci eravamo messe in
gioco con i nostri soldi, il lavoro, la vita, non come quelli che
chiacchieravano soltanto. Ne parlo anche qui.
Avevo avuto chiari segnali di non imbarcarmi in quell'avventura, ma non
gli diedi retta. Era evidentemente una specie di missione impossibile
in una piccola città chiusa e diffidente: poteva funzionare, ma ci
voleva del tempo, forse troppo. Subito mi si affacciarono mille domande.
Intanto: vendere bio, ma come farlo? Il compagno della mia socia più
giovane ci aveva aiutato a metter su il negozio, era venuto a aiutarci
anche per l'apertura e aveva invitato delle sue colleghe. Appena
arrivate le strinse in un angolo per convincerle, o costringerle, a
comprare qualcosa, in un modo veramente sgradevole, sommergendole di
chiacchiere. Se ne andarono imbarazzate, erano venute solo per
congratularsi e dare un'occhiata. Un'annusatina. Era quello che volevo?
Costringere la gente a comprare qualcosa? E dopo la prima volta
sarebbero tornati? No di sicuro. A partire da quella e altre esperienze
precedenti mi si formarono delle idee sull'ecologia dei rapporti. Poi
negli anni successivi degli amici/clienti, Roberto Secci e la Daniela,
parteciparono a dei seminari per facilitatori, sulla comunicazione e la
gestione pacifica dei conflitti.
Un'altra
domanda sorgeva sulla logistica di tutta la faccenda, che all'epoca non
sapevo minimamente che fosse. Questa merce bio, soprattutto il fresco,
viaggiava su e giù per l'Italia, in parte senza mezzi refrigerati,
arrivava a Sarzana, perché all'inizio frutta e verdura ce la forniva
Biofrutti che aveva sede lì, e poi viaggiava verso altre città. Biofrutti non compare su Internet, quindi credo che non esista più. Tutto
questo traffico inquinante su strada...la grande distribuzione
trasportava più merci in un solo viaggio, a noi arrivava roba
frammentata in tante spedizioni separate, quindi contribuivamo di più al
caos e all'inquinamento generale. Andavamo a prendere frutta e verdura a
Firenze, caricando l'auto dal camion di Biofrutti, o della Farnia,
in mezzo al traffico, sui viali, fra auto che sfrecciavano e ci
suonavano il clacson, vicino o davanti a un altro negozio/associazione
culturale che si trovava in un seminterrato raggiungibile solo con una
scala a chiocciola. Si chiamava, mi pare, "La raccolta" e per qualche
tempo ci aveva lavorato la mia socia più grande. Immaginate di portare
casse di mele e patate da 20 kg giù per quella scaletta: da matti veri.
Immaginate gente con borse della spesa cariche salire per la scaletta:
scoraggiante e pericoloso, basta uno che scivola e si fa male per rovinare
un'attività. Eppure vendevano molto più di noi, ma era Firenze. Per noi,
avessimo dovuto caricare sul prezzo finale al cliente il viaggio,
l'ammortizzazione del mezzo e il nostro lavoro, sarebbe uscito un prezzo
improponibile, ma restava poco proponibile comunque. Restava un negozio
per benestanti progressisti, nonostante a me ripugnasse. Non mi
ripugnava vendere a chi ha soldi, mi ripugnava che chi ne aveva pochi
non potesse far la spesa da noi. Qualche volta Biofrutti arrivava fino
da noi. Una volta presi coraggio e mi decisi a fare una rimostranza
perché la frutta ci arrivava in parte marcia o rovinata, invendibile, e
la stessa cosa carote, patate e le verdure. Il tipo, non ricordo più il
nome, mi aggredì gridandomi che ero un'ambientalista a cui interessava solo la tutela del gallo cedrone.
Me ne urlò una fila senza lasciarmi rispondere, risalì sul camion e
partì di volata. Se fosse ora lo tratterei come meritava, ma allora ci
rimasi solo molto male. Probabilmente, poveraccio, trovava difficile
giustificare il servizio scarso che forniva. La mia socia più grande
quando glielo raccontai si mise a ridere e in effetti quella storia del
gallo cedrone faceva ridere. Con Biofrutti il rapporto finì presto, si
consolidò quello con la Farnia e con Guido, un uomo gentile, che ci
portava la merce.
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Tracciabilità
C'erano cose positive, una fra tutte era la tracciabilità della merce. Di questa cominciarono a parlare e poi la resero obbligatoria solo dopo qualche anno nel mercato "normale". Noi avevamo scritto sulle etichette delle cassette di vegetali chi aveva prodotto la merce e dove era stata confezionata, già dall'inizio. Significava che se ci fosse stato un prodotto non biologico o non conforme si poteva risalire al produttore che ne era direttamente responsabile, mentre nei mercati ortofrutticoli convenzionali certe verdure risultate inquinate da pesticidi avevano scritto sulla cassa genericamente "mercato di Fondi, Latina", e il produttore non lo trovavi più. Ci furono dei casi di verdure non bio inquinate, e siccome le compravano per le prime pappe dei bambini i pediatri avrebbero potuto consigliare di acquistarle biologiche da noi, per le piccole quantità necessarie, ma di noi non si fidavano e preferivano indirizzare le neo mamme ai prodotti industriali liofilizzati, tipo Nestlè. La Nestlè in quegli anni introduceva con campagne incalzanti l'uso del latte artificiale nei paesi del terzo mondo causando anche parecchi morti, perché le mamme per diluire il latte in polvere usavano acqua non sanificata nè controllata, ma naturalmente questa questione umana e politica per i pediatri era secondaria e per la Nestlé inesistente. Nestlé restava Nestlé, una garanzia e uno scarico di responsabilità per i medici, e il cibo biologico veniva a contatto con tutti gli altri piani e esaltava le contraddizioni.
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Immaginando il chilometro zero
Pensando
alla nostra merce che viaggiava per il mondo (quinoa , amaranto,
diversi tipi di fagioli arrivavano dal sud America, per esempio) e per
l'Europa su aerei o navi e grossi camion, mi dicevo che non c'era niente
di ecologico in questo, che non bastava produrre bene, a patto che poi
tutti davvero lo facessero, ma avremmo dovuto sviluppare produzioni
locali, vicine, il famoso km zero di cui parlò anni dopo Carlo Petrini.
E avremmo dovuto pensare, come nazione, a un minimo di autosufficienza alimentare. Nel
frattempo avevamo, come famiglia, da gestire problemi con dei vicini di
casa pericolosi, e le nostre bambine crescevano e avevano bisogno di
serenità: certamente non dedicavo al negozio tutta l'attenzione e
l'energia necessari per farlo funzionare bene.
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Gente che ti fa venire il nervoso
Ogni tanto capitavano in negozio tedeschi o svizzeri che vivevano stabilmente sulle nostre montagne. Alcuni sono diventati amici per la vita.
Compravano sacchi da 25 kg di fiocchi di avena, riso integrale, muesli,
qualche chilo di miglio e orzo, raramente farina, perché quella bio la
trovavano dai mugnai di Casentino e Valtiberina. Alcuni di loro
diffidavano di noi come fossimo a priori disoneste in quanto
commercianti. Un'uguaglianza: commercio uguale disonestà. In più ci
trattavano con superiorità come le ultime arrivate: nei paesi del nord
Europa l'agricoltura bio faceva già parte della cultura e noi italiani
sembravamo scoprirla solo ora. Alcuni di questi venivano a proporci di
acquistare prodotti dei loro orti, ma volevano dettare le condizioni:
non intendevano produrre per noi quello che ci serviva, ma venderci le
loro eccedenze quando le avevano, quello che gli avanzava, in estate
pomodori e altre poche verdure, in inverno cavoli, e volevano spuntare
un prezzo come quello che pagavamo ai fornitori, che però avevano le
spese di trasporto e immagazzinamento. Volevano scegliere la roba
migliore per sé, portarci scarti e eccedenze e farseli pagare molto
bene. In estate tanti facevano l'orto e a tutti quelli che lo facevano
avanzava roba. Certe volte davanti all'arroganza e alla chiusura sprezzante di questa gente mi innervosivo parecchio. Non
ci siamo mai messi d'accordo, anche per questioni burocratiche, nessuno
di questi aveva un'zienda agricola e poteva fare fatture e documenti di
accompagnamento. In quegli anni era relativamente facile tenere gli
orti: c'era qualche cimice verde, ma nell'orto non arrivava a fare
danni, nessuna cimice asiatica, niente parassiti strani tipo la popilia e
quella strana cocciniglia che fa festoni, niente verme nei pomodori,
qualche afide che poi spariva, bastava un po' di rame per le poche
malattie fungine. Niente ondate di calore estremo.
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Le mele bianche
Dopo qualche anno le cose erano cambiate, avevamo qualche fornitore locale, più vicino, e a un certo punto uno di loro ci informò, correttamente, che un negozio di frutta e verdura convenzionale gli aveva chiesto di fornirlo. Volevano creare un "angolo del biologico". Gli chiesi come poteva essere sicuro che una volta finita la sua verdura, perché venduta o non più vendibile, non aggiungessero all'angolo del biologico roba "convenzionale" per venderla come bio. Mi rispose che certo non poteva essere sicuro, ma aveva bisogno di vendere e voleva provare. Dopo un po' uscì sul giornale una notizia: un negozio di frutta e verdura di città era diventato famoso per le mele bianche. Mele bianche era il nome dato alla cocaina che vendevano sotto banco: era il negozio dell'"angolo bio". Dopo un altro po' la proprietaria di questo negozio si propose alle amministrative come sindaco, sostenuta anche dal fratello che in città è tuttora una celebrità. Arezzo è una città incredibile.
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La mia socia più grande
La mia socia più grande aveva 11 anni più di me e aveva un gregge in Casentino, col marito. Producevano formaggi di pecora, yogurt e ricotte, qualche volta raviggiolo e cacioricotta. Lui veniva da Milano e lei dal Trentino, da una famiglia benestante di commercianti. Avevano avuto una storia quasi incredibile di vita in una comune che a raccontarla era difficile crederci e ora stavano in un podere di loro proprietà sulle pendici di un monte sopra Poppi. All'inizio lei non sapeva niente di latte di pecora e formaggi, aveva imparato da un pastore e letto dei libri. Faceva formaggi e ricotte che neanche un pastore da dieci generazioni li faceva così buoni, ma non le bastava, a volte faceva nuove prove di formaggi non tradizionali toscani, perché le piaceva sperimentare e le venivano sempre bene. Aveva un vero dono.
Avevo
cercato produttori biologici che abitassero dalle nostre parti e avevo
trovato loro due, avevo telefonato e eravamo andati a conoscerli con la
nostra bambina, la seconda non era ancora nata. Avevo un'idea di
un'azienda bio, un'immagine mentale stereotipata e edulcorata, mi
immaginavo di incontrare una donna con un foulard legato dietro la
testa, tradizionale, paziente...Arrivammo lì per una
strada che mise molto alla prova l'auto e trovammo loro due che stavano
accomodando un'aspirapolvere. Ci degnarono di poco più di uno sguardo,
anzi lei mi diede un'occhiata di traverso, fulminante. Aveva i capelli
corti rosso henné, il corpo asciutto, senza fianchi, forte, il viso con i
lineamenti duri, tutta piuttosto maschile salvo la voce, dolce, con
quell'accento trentino gentile. Solo finita l'operazione di aggiustatura
ci presero in considerazione, poi lei mi disse che le ero sembrata una
specie di bella addormentata. Aveva ragione. Non so perché mi parve così
strana quella faccenda dell'aspirapolvere, forse pensavo che in
un'azienda bio non si usasse tecnologia, che i pavimenti si spazzassero
solo con le scope. Mi sembrò un po' irreale e incoerente arrivare in
cima a un monte del Casentino con nell'aria il profumo del timo
selvatico e trovare due tutti presi da un'aspirapolvere. Dopo il primo
momento l'incontro fu molto piacevole, tutti e due erano veramente molto
accoglienti. Diventammo amiche, anche se non mi pareva di
piacerle tanto. Era attratta dalle persone che fanno scelte estreme,
difficili, che rischiano, che si trovano senza risorse, senza saper
nemmeno dove dormire, certe volte. Oppure da chi è in balìa del fato,
strapazzato dagli eventi che gli si abbattono addosso. Queste persone le
ospitava in casa, come aveva fatto a Milano quando lei e il marito
facevano parte di Soccorso Rosso, gli dava da mangiare e da dormire e ne
lodava il coraggio, che il più delle volte era incoscienza, ma se ne
accorgeva solo dopo parecchio tempo. Per un po' ebbe un'infatuazione, un
innamoramento vero senza risvolti sessuali, per una ragazza che aveva
un figlio senza avere un compagno. La ospitò in casa per dei mesi, poi
questa ragazza potè comprarsi casa da quelle parti, perché nel frattempo
un partner l'aveva trovato. Allora la mia amica scoprì che avevano i
soldi perché il compagno spacciava, non cose troppo brutte, marijuana e
qualcos'altro, non sono un'esperta, e questo le fece storcere il naso.
Poi scoprì che il ragazzino, il figlio senza padre, veniva trattato
abbastanza male dalla madre e dal suo compagno e neanche questo le
piacque. Saltò fuori che il ragazzino aveva anche i vermi intestinali e
questa fu la goccia che fece traboccare il vaso perché tutto poteva
accettare meno l'incuria dei figli, e litigò con questa sua amica che le
piaceva tanto. Però poi ci ricascò quasi subito con un'altra persona.
Una volta ospitò un tipo omosessuale che le faceva molta pena, ma dopo
quattro o cinque giorni le era venuto a noia, era uno parecchio lagnoso, uno che si lamenta ma non vuol lasciar andare i propri problemi.
Una mattina mi telefonò, era agitata e irritata, mi chiese se potevo andare io a aprire il
negozio, perchè, mi disse, devo accompagnare questa checca stremata alla stazione.
Fra un po' mi butto in terra dal ridere. Non ne poteva proprio più e le
era uscita un'espressione che se fosse stata meno nervosa non le
sarebbe passata per l'anticamera del cervello. Le persone come me le
piacevano meno, le prendeva poco in considerazione in primo luogo perché
mi considerava noiosa e conservatrice e poi, credo, perché pensava ce
la potessimo fare da sole, non avessimo bisogno di aiuto. E non era
vero, ora dico una banalità, ma nessuno ce la fa da solo. Questa mia socia più grande prima di fare il negozio con noi
vendeva i suoi prodotti a Firenze, lei e il marito facevano parte della
neonata associazione di produttori biologici e conoscevano tutti, ma
proprio tutti, come racconto qui.
La prima o la seconda estate del negozio, 1989 o 90, lei disse che
c'era una fiera del biologico a Vallombrosa il fine settimana per tutta
l'estate e dovevamo partecipare. Non mettevamo in discussione le sue
decisioni, era l'unica che aveva esperienza e anche età. Facemmo il
mercatino una volta per uno, un fine settimana a testa: la mattina del
sabato caricavamo l'auto e andavamo a allestire il banco a Vallombrosa, di
cui in quell'occasione non vidi niente se non il tendone che ci
ospitava e gli alberi. Quando di recente ci siamo tornati non avrei
saputo dire dove cavolo fosse questo tendone. Per fortuna c'erano alberi
immensi intorno, l'estate non era ancora bollente come queste ultime e
eravamo in un posto bellissimo di montagna, anche se di pomeriggio
l'odore di plastica scaldata della copertura era nauseante. C'eravamo
noi, la Sandra e Viviano che allora facevano parte della cooperativa di
Paterna, e poi misero su una ditta propria che si chiama Radici.
Nel link trovate anche una foto della Sandra e Viviano come sono ora,
togliete 36 anni e ci siamo. C'erano altri produttori che non ricordo
più e c'era la Lucia dei necci, col marito. La Lucia veniva dalla
montagna pistoiese con una bombola del gas e un fornello, un recipiente
pieno d'acqua, (che serviva per impastare la farina di castagne), un
altro contenitore con la farina, l'aggeggio per cuocere, le posate e
poco altro. I necci
sono delle ciaccine di farina di castagne cotte con un attrezzo a forma
di grossa forbice che alle estremità invece delle lame ha due piastre.
Si riscalda sul fuoco vivo e si versa una piccola quantità di pastella
su una piastra, si sovrappone l'altra e si fa rapprendere. Non so se mi
sono spiegata bene. I necci sono buonissimi, da soli o accompagnati da
ricotta fresca o una fettina di pecorino. Non facemmo soldi, non ne
abbiamo fatti in dieci anni, ma fu un'estate molto bella in compagnia di
persone speciali. Di pomeriggio veniva Mauro con le bambine. Sembra
niente lavorare con persone perbene, oneste e motivate, autentiche, ma
non si immagina che differenza può fare e quanto può costruirci come
persone.
La Piazza
Il negozio era in piazza Sant'Agostino nella zona sopra la balaustra. La piazza non era grande ma nella parte vicina al Corso Italia era ancora zona chic, mentre da noi c'era il degrado. Un bar frequentato da tossici e alcolisti, pochi negozietti, una birreria aperta solo la sera. Poi però c'era anche la sede del partito comunista, poi Olivo, infine Partito democratico. E il circolo Aurora con il Chico. C'erano dei pioppi vetusti, potati tante volte, con tronchi enormi, che facevano ombra. Piante sciatte, non curate, ma belle. Li tagliarono prima che spostassimo il negozio in un'altra zona per un nuovo inizio e non ci fu più neanche l'ombra.
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La Biofiera
Il sabato nella piazza davanti al negozio si teneva il mercato grande cittadino. A noi non ne veniva niente di buono, piazzavano due camion davanti alla nostra vetrina e per mezza giornata stavamo quasi al buio, in alcuni periodi accendevano i generatori diesel che facevano puzzo e chiasso e toccava tenere chiusa la porta. All'una era finito e c'era un sudicio nella piazza da far paura. Poi per questioni di viabilità e ordine pubblico spostarono il mercato. Uno dei motivi fu che se qualcuno si sentiva male non c'era modo di far entrare velocemente dei mezzi di soccorso. Gli altri commercianti della piazza si arrabbiarono parecchio; organizzarono una riunione per protestare e prendere qualche iniziativa per riavere il mercato, che a loro portava clienti, ma era chiaro che non c'era possibilità. Al solito le mie colleghe mandarono me alla riunione, in quell'occasione alzai la mano e modestamente, sottovoce, pensando che sarei stata ignorata come sempre, proposi una fiera del biologico una volta al mese. Fui quasi acclamata come una salvatrice, non mi è mai più capitato. La proposta ebbe successo. Insomma finii a organizzare questa piccola fiera, a nome dell'Erba Salvia, con lavoro mio tutto gratuito e delle mie socie che mi sostituivano nelle ore passate a lavorare fuori dal negozio. In Comune mi misero a disposizione un'impiegata che normalmente si occupava di rinnovo delle patenti di pesca e caccia e poco altro. Aveva una macchina elettronica da scrivere ultimo modello, ma non la sapeva usare, non le serviva mai. Accanto alla macchina da scrivere aveva un assortimento di smalti per unghie impressionante, tutti in ordine, la scrivania pareva il banco prova di un negozio di cosmetici. Lime e forbicine e simili. Doveva annoiarsi parecchio. Per me che mi mangio le unghie e ho sempre le mani nella terra era strano. Sbalordita, ma anche senza giudicare, mi calai nella situazione. Quello c'era e con quello bisognava fare. Per scrivere una lettera di invito ai produttori a nome del Comune ci vollero delle ore, due intere mattinate. Non perché non sapessi cosa scrivere, perché la signora, l'impiegata, aveva bisogno di prendere confidenza con la sua macchina. Ora la capisco, certi tasti di questo computer ancora non so a che servano e ho timore di indagare. Dovevo trovare produttori disposti a partecipare, e produttori ce n'erano, ma alla nostra piccola fiera non volevano venire. Soprattutto le prime volte questi mercatini erano una gran perdita di tempo nelle piazze come Arezzo, dove ancora si riteneva il biologico una cosa strana e pericolosa.
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Le erboriste
La mia socia più grande conosceva mezzo mondo e oltre alle amicizie consolidate, quelli con cui avevamo fatto il mercato estivo a Vallombrosa, trovò altri nomi, fra cui anche delle ragazze che producevano oleoliti e cosmetici, ma non avevano le etichette in regola. I vigili sanitari, con cui avevo avuto già a che fare per una fornitura alle mense delle scuole comunali che ho raccontato nel link, dissero di stare attenti, che avrebbero fatto i controlli, che va bene il biologico, si può tollerare, ma almeno secondo le normative! Queste ragazze di normative non ne volevano sentir parlare, in certi mercati nelle città più grandi non controllava nessuno, anzi chiudevano un occhio, o tutti e due, e ...mica produciamo roba velenosa, anzi! E' molto meglio, più sana, dei cosmetici industriali pieni di chimica...e pure la socia più grande, che era anarchica per natura, si irritò e prese la parte di queste, lasciando a me quella della conservatrice rompicoglioni. Risulto insopportabilmente conservatrice negli ambienti molto/troppo innovativi o poco rispettosi delle regole, anarchica negli ambienti conservatori che fanno finta di non esserlo e rivoluzionaria negli ambienti fascistoidi. Pazienza. Però la Biofiera, se si voleva fare a Arezzo, città falsamente moralista, bisognava farla rispettando leggi e leggine. Non ricordo più come andò a finire, ricordo solo la grandissima rottura di scatole e le discussioni, cercando di prenderle per il verso del pelo, con queste donne che erano anche loro convinte come noi di salvare il mondo, e fare qualche soldo, con 4 vasetti di cosmetici casalinghi. Servì soprattutto a ridimensionarmi, mi fece da specchio. La questione delle regole in questo caso si riduceva principalmente a quella della tracciabilità che dicevo sopra. Oleoliti, creme casalinghe e tinture madri si possono produrre in casa e usare senza farsi del male, basta tener presenti alcune indicazioni che ora si trovano anche in rete e ricordarsi che siccome non ci mettiamo conservanti bisogna usarle in breve tempo. Ma se si vogliono vendere oltre a avere un laboratorio autorizzato, e costoso, con certe caratteristiche, bisogna scrivere sulle etichette diverse cose, per prima chi le ha fatte, e deve essere chiaro, perchè se qualcosa non va bisogna poter trovare il produttore, che è responsabile davanti alla legge e a chi le ha usate. Bisogna scrivere anche ingredienti e data di scadenza, eventuali allergie che possono provocare e sicuramente qualcos'altro, e queste ragazze avevano scritto poco più di quello che la boccettina o il barattolino conteneva, tipo: tintura madre di achillea, o olio di iperico.
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Imbrogli veri
Poi ci fu il caso di un'azienda locale, grossa in proporzione alle altre che erano quasi tutte ditte individuali, di proprietà di una famiglia nota e ricca, che chiese di partecipare e gli dicemmo di no. Non ricordo le motivazioni che portai, non potevo dire che avevo saputo da uno che ci aveva lavorato per anni che imbrogliavano, non erano biologici affatto, avrei rischiato una querela. Il responsabile, un giovane agronomo sicuramente in buona fede, che era arrivato in azienda da pochissimo, insistette parecchio prima di arrendersi, ma dopo qualche mese lasciò il lavoro, chissà perché. Non mi andava proprio di fare da vetrina a attività poco oneste, anzi mi faceva venire una gran rabbia. Era un caso totalmente diverso da quello delle ragazze erboriste, questi avevano soldi di famiglia, avevano annusato l'affare e lo cavalcavano da anni, infatti in Italia non erano conosciuti, vendevano all'estero dove il biologico era apprezzato, peccato che fosse un imbroglio. Sarebbe bastato andare a vedere quanto coltivavano e quanto vendevano e notare la sproporzione: poca produzione, tanta vendita. Nella zona dell'azienda lo sapevano tutti, ma stavano zitti perché le aziende agricole convenzionali li rifornivano. Anzi erano un fiore all'occhiello del territorio. Era una situazione molto più seria di quelle delle erboriste, tutto sommato recalcitranti alle normative, ma innocue, perché oneste. Ed era una delle cose che permetteva alla gente di dire che il biologico era una truffa, mentre c'erano tanti produttori e commercianti bravi che ci mettevano la faccia e la propria vita, noi comprese. Oltretutto questi rischiavano pochissimo, niente controlli, o controlli dietro avviso, nessuna sorpresa, e protezioni in alto loco. Facemmo barriera.
La Biofiera, le avevamo dato questo nome, durò poco, forse un annetto, però fu divertente e bello, alcuni produttori che venivano erano amici, come ho detto, altri lo diventarono e trascorremmo insieme bellissime stancanti giornate di lavoro in cui il gabinetto del negozio si stressava perché tutti venivano a fare i bisogni da noi o a rinfrescarsi. In particolare ricordo con affetto un tedesco che conoscemmo in quell'occasione, Peter mi pare, che montava un grande banco di formaggi di pecora che produceva lui stesso, aromatizzati, messi a maturare nella paglia, nelle vinacce, freschi e stagionati. Veniva dai dintorni del lago Trasimeno. Era un uomo pieno di umanità, molto simpatico, di cui potrei raccontare un paio di storie poco edificanti ma spassose che è meglio mi tenga per me. Soffriva di narcolessia e i suoi racconti sui sonni improvvisi facevano morire dal ridere. Chissà che fa Peter. La Biofiera naufragò per insufficienza di clienti. Il comune, dopo che eravamo servite a abbassare la tensione con i commercianti della piazza, aveva perso interesse e potevamo andare al diavolo, per quanto li riguardava.
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Dal negozio ho imparato una cosa: fare attenzione alle persone troppo gentili e cordiali, di solito ti vogliono fregare. I rappresentanti delle ditte, o venditori che si presentavano con grande, esagerata cordialità e apprezzamento dandoti la mano e stringendola con entusiasmo erano quelli che ti volevano vendere qualcosa che non ti serviva, e lo sapevano benissimo, oppure direttamente una fregatura. Quelli che sapevano che la loro merce era valida, insostituibile e utile erano molto più pacati e distaccati, gentili, ma in modo normale, ricordo gradevoli conversazioni telefoniche con una ragazza del Baule Volante, mentre facevo l'ordine. In un altro post dicevo di un tipo che al tg magnificava le nuove (inesistenti) centrali nucleari di quarta generazione: come se parlasse del riso in bianco da preparare per cena, innocuo, se ben condito un "comfort food" come dice mia figlia gallese, non può far male e tutti lo digeriscono. Attenzione massima a questi. Fregano.
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