lunedì 19 dicembre 2016

il sentimento religioso

 Pare che il 90% della popolazione mondiale abbia una fede di riferimento, un qualche credo.  E' tipico dell'uomo un sentimento religioso, leggevo che ci sono parti del cervello deputate  a questo, ci sono state persone con tumori al cervello che hanno avuto periodi di intensa religiosità, che poi, una volta operati, si è come dissolta. Il tumore, la massa che si era creata dentro la testa, serviva da stimolo alla formazione di idee mistiche. Quindi il sentimento religioso ha sede in una parte precisa del cervello? E se facessimo una lobotomia in queste aree questo sentimento sparirebbe?
Mentre scrivo, il tg Leonardo spiega come una classe di funghi, gli xilocybe, quelli di Carlos Castaneda  ( a scuola dallo stregone), possono esaltare il sentimento mistico e aiutare gli ammalati ad affrontare l'esperienza dolorosa che li attende, infondendo fiducia e coraggio....
Dentro il sentimento religioso finiscono molte cose, la superstizione per esempio. La superstizione è una della facce, è  la faccia nera del sentimento religioso.
Tanti anni fa mi capitò una cosa: avevo un'amica che si era ammalata di cancro e si era spaventata moltissimo, ovviamente.
Mentre ci trovavamo insieme in un negozio arrivò una donna che conoscevamo bene tutte e due, che diceva di avere una gran fede e andava in chiesa tutti i giorni. Vide la mia amica, di cui sapeva che era ammalata, e le si illuminarono gli occhi: "Non è un caso, non è un caso, che ci siamo incontrate! Ho qui una cosa per lei, una cosa speciale, per caso ce l'ho in borsa, guardi..." Tirò fuori un pezzetto di un indumento che diceva essere appartenuto a Padre Pio, lavato stirato e messo sotto cellophan. Una specie di reliquia, a tutti gli effetti. "Lo tocchi, lo tocchi, lo prenda in mano!..." 
Non so dire ancora bene perché, ma mi venne un brivido dalla base della colonna vertebrale, cosa che mi è successa forse in tutto dieci volte nella vita, e dissi, piena di disgusto "Ma che fa? Questo è feticismo!"
La donna, allarmatissima, si ritirò e gridò "Non è vero, io non adoro nessuno, solo Gesù, solo Gesù!" e da quel giorno non mi ha più potuto vedere. La scena era stata quasi comica e da tutte e due le parti c'era stata una reazione emotiva e fisica molto forte: da parte mia ribrezzo e da parte della signora terrore. Tutte e due riguardavano il sentimento religioso. 
Il mio c'è anche se io non sono andata a cercarlo, e non ho ricevuto un'educazione religiosa.

 La mamma ci aveva insegnato un'unica preghiera, di sua invenzione, rivolta alla Madonna, che era praticamente una richiesta perentoria, quasi un ordine, di far stare bene la famiglia e farci crescere buoni e sani, noi bambini. Poi però, per motivi pratici, perché non ci trovassimo discriminati a scuola e con i nostri coetanei, ci aveva fatto frequentare la dottrina per fare la comunione e la cresima. 

Quindi io ho imparato l'Avemaria e il Padrenostro da grande, e le altre preghiere non le so.  Da piccola avevo una certa confusione in testa. Sono una cattolica marginale, come tanti, cattolica perché sono nata in Italia, ma in una famiglia di non credenti, che non avevano tutto il coraggio che ci voleva per sostenere la propria posizione, o forse non avevano voglia di discutere di questo tipo di cose. Sono stata battezzata in clinica, alla nascita, senza tante cerimonie, ma ho un forte sentimento religioso, che viene urtato e messo sottosopra quando succede una cosa come quella descritta prima, che vedo una donna offrire un oggetto appartenuto a un santo come strumento di guarigione. 

Un conto sarebbe essere toccati da un santo, quante volte nei Vangeli persone ammalate chiedono a Gesù di toccarle, certe che la sua mano le guarirà, e lui dice "La tua fede ti ha salvato."
Un altro conto è portarsi in giro un feticcio, come può un feticcio salvare qualcuno o svegliare la sua fede? Mi si accappona la pelle e provo ribrezzo.

Il sentimento religioso è quello che ti fa rimanere in risonanza estatica di fronte ai fenomeni naturali, per esempio davanti allo spettacolo del cielo, non ce n'è uno più grandioso, sulla terra. Il sentimento religioso è sentimento del sacro, che è complesso da descrivere, si avverte la sacralità dell'amore fra due persone, la sacralità del proprio corpo, della terra e delle creature che la abitano... provo queste cose con grande forza, e provo altrettanto sdegno con chi non rispetta se stesso, il mondo in cui vive, i rapporti fra le persone...

Il sentimento religioso si accende in questo periodo dell'anno, per la luce solare che diminuisce fino al solstizio, e poi aumenta di nuovo, per la sua qualità, nelle giornate luminose e pulite. E' Natale.  E' un sentimento pagano, forse, ma anche i pagani, e gli antichi e antichissimi uomini erano religiosi. Avevano fortissimo il senso del legame, della re-ligio, con l'ambiente naturale e ne percepivano la divinità e la sacralità.

Ma il sentimento religioso è anche una risposta alla paura, quella che cova nel fondo dell'anima di ognuno, di fronte alle grandi domande: chi siamo, dove andiamo, qual è, se c'è, un significato nella vita, un senso nel dolore che tutti dobbiamo prima o poi incontrare... si dice che ci siamo inventati molti dei, e poi un dio solo, per rispondere a questa paura. Siamo forse un'anomalia nel mondo animale con la nostra intelligenza, con la consapevolezza di noi stessi, della vita e della morte, e per questo, si dice, ci siamo dovuti creare una difesa, una promessa di vita dopo la morte, un dio, o molti dei.  Ora cito me stessa, non per autoreferenzialità, ma perché alcune cose le avevo già scritte in questo post sul bosone di Higgs.

 Le religioni possono fare, e fanno, molti danni, quando sono vissute in modo estremo, ma tutto ciò che è estremo fa danni. Tuttavia spesso sono un grande aiuto. Quando ero al liceo girava una frase che dicevano fosse di Ho Ci Min "pur con le gambe e i polsi strettamente legati sento il canto degli uccelli e il profumo dei fiori". Non è fede, questa? 
Penso a chi vive in brutti posti dove neanche il cielo si vede, è in prigione, o fa un brutto lavoro, o vive una vita di qualità scadente, o è malato, o è in uno scenario di guerra... rivolgersi all'interno e trovare una speranza, la luce che solo una fede ti da, perché la ragione intorno non vede che buio, è un grande aiuto. Una stampella, una zeppa nelle difficoltà. E in fondo, perché accanirsi a cercare di togliere anche questa stampella? Mi riferisco a certi post che appaiono su Facebook.. 

Quelli che credono sono in genere persone che non si drogano, non cercano altri surrogati e non hanno dipendenze. Hanno la fede, la fede li tiene in piedi e magari tenendo in piedi loro sta in piedi una famiglia intera, vogliamo togliere anche quella e magari dargli anche una martellata sulle ginocchia? Scherzo. Oppure si potrebbe  dire: signora, guardi che Gesù non è una figura storica, il Natale è un'antica festa pagana, e lei crede a un mucchio di stronzate da una vita, le tolgo tutto e in cambio, come stampella, che proprio le serve, le procuro una canna, cominci a drogarsi che le fa bene. Qui mi ci vorrebbe una faccetta che ride. In un certo senso invidio un pò chi riesce a guardare il mondo senza bisogno di una fede, e anche chi, all'opposto, ha una fede incrollabile. Io oscillo molto.

Tuttavia riconosco perfino ai drogati di qualunque roba si droghino la libertà di farlo, o almeno non mi intrometto, non avendo alcun potere di cambiare le cose in meglio; se potessi mi piacerebbe salvare le persone dal dolore, dalle dipendenze, figuriamoci se non lascio la libertà di fare il presepe e andare alla messa e pregare qualunque buon Dio uno voglia pregare, purché sia buono e non inciti alla violenza. D'accordo, certi libri della Bibbia in cui Dio stermina i nemici sono un pochino fuori da questi confini...qui mi ci vuole di nuovo quella faccetta che ride. 




airone

Tre o quattro giorni fa mentre aprivo il finestrone di cucina ho sentito una specie di CRAC che veniva dal noce, a una decina di metri di distanza. Con la coda dell'occhio ho visto alzarsi un grande uccello, era quello il crac. Per il peso e la spinta che si era dato per il volo, aveva fatto suonare il legno del noce irrigidito dal freddo. L'ho raccontato a Mauro, ormai qui siamo io e lui, i gatti e la Holly, ma a parte noi umani, si sa che gli altri animali si esprimono molto bene ma non parlano. Che sarà? Una poiana?, più facile una cornacchia, ma era troppo grande. Era un airone, ecco chi era.
Avevo già visto che i pesci rossi, i miei bei pesciolini, erano diminuiti di numero, e ora ho capito chi se li mangiava. Con questo freddo si muovono poco e il birbone se ne approfitta. Non ci si salva. Nei campi scorrazzano caprioli e cinghiali. I gentili caprioli strusciano forte le corna sui tronchi giovani di qualunque pianta, e mi hanno distrutto un paio di cachi e un melino, finché non ho messo intorno al legno una rete di metallo. Una mattina qua vicino è venuto un ragazzo a pulire i greppi di un podere col decespugliatore facendo un rumore del diavolo. Nonostante il chiasso, quando ha smesso per bere ha trovato  tre cinghiali che frugavano nella sua roba: uno dei tre aveva in testa la busta di plastica dove teneva bottiglia e panino. Dev'essere stato un vero spettacolo! Qua sotto in una battuta di caccia hanno abbattuto un cinghiale di 170 chili. Un cinghialante! Cinghiale -elefante. Ora arriva anche la vespa che uccide le api...Molti anni fa dissi che avremmo dovuto fare i parchi per gli uomini e il resto libero. Ci stiamo arrivando, le città sono parchi umani assediati dai selvatici e qui in campagna lasciamo perdere, bisogna inventarsi recinzioni robuste e invalicabili, un paio di mesi fa avevamo una volpe in giardino! Con tutto questo spero che qualcuno si mangi le bisce , almeno, se sono ospiti, aironi e compagni non si mangino solo i pesci!

lunedì 28 novembre 2016

La prima domenica di Avvento







Ieri era la prima domenica di Avvento. Non sono una che segue le pratiche religiose, ma mi era venuta voglia di sottolineare questa
giornata. Non so per gli altri, per me è stato un altro anno duro. Sento il bisogno di centrarmi di nuovo, di raccogliermi intorno alla luce, anche visto il lungo periodo fradicio e nebbioso che stiamo attraversando. Quindi, dopo pranzo, sono uscita dalla porta di casa ed ho trovato subito quello che mi serviva. Ho colto, ringraziando molto le piante, qualche rametto di bambù, un paio del grande abete bianco e uno di nandina. In casa avevo le bacche dell'iris fetidissima, di un arancio brillante. In un attimo la corona dell'Avvento







era fatta, ma siccome non sono mai proprio precisa, avevo solo una candela mentre ce ne vogliono quattro, per le quattro settimane prima di Natale. Mi accontento lo stesso. Ecco qua: Natale comincia a irradiare la sua luce prima ancora che dicembre sia iniziato.

sabato 5 novembre 2016

olio nuovo e clima che cambia



fronde di moraiolo
una bella salvia che fiorisce adesso
il nostro olio nuovo









 Stiamo ancora cogliendo le olive. Lavoro lavoro lavoro. La mia vita in questi anni, in questi mesi, è fatta di lavoro e basta. La raccolta delle olive, però, per me è un piacere. Cogliere dagli alberi carichi è una vera soddisfazione, che conclude un ciclo di un anno. Mentre cogliamo io e Mauro ringraziamo gli olivi uno per uno. Naturalmente, come ho detto altre volte, se si dovesse considerare l'aspetto economico, si dovrebbe vendere l'olio caro come l'oro, per quello che ci costa in lavoro nostro e spese varie. Ma lo facciamo per noi ed è un lusso che ci permettiamo. Mauro ormai fa le foto quasi solo col telefonino, a me sarebbe piaciuto che fotografasse con un pò d'impegno gli alberi carichi. Sono una meraviglia di stagione. Invece bisogna correre, quando si colgono le olive c'è sempre il rischio che non si riesca a finire per la pioggia o peggio che arrivi la grandine o qualche altro accidente; allora le olive cadono e buonanotte. Infatti, oggi che piove, siamo fermi e io posso riposarmi un pochino, anche se in realtà dovrei ancora pulire perbene la casa, che se colgo, e la sera vado a lavorare, non me ne posso occupare e sembra ci sia scoppiata una bomba. Avrei voluto far vedere in foto soprattutto quelli che noi chiamiamo olivi bianchi, che potrebbero essere "morconi" (nome di una varietà resistente al freddo coltivata in Valtiberina) con olive allungate molte grosse e polpose che rimangono per lo più verde chiaro e sono bellissime a vedersi e molto pesanti. Non sappiamo come si chiamano  questi tipi di olivi, quando abbiamo comprato questo posto ci abbiamo trovato in maggioranza morelli o moraioli, e poi alcune piante, come queste, che non riusciamo a identificare e i proprietari precedenti non sapevano quasi niente di queste cose, quindi è inutile chiedere a loro.  Queste piante di olivi bianchi hanno un portamento di fittissimi cespugli,  che di solito poto io, cercando di ricondurle alla ragione, facendo una punta e cercando di ottenere una forma a limone di tutta la pianta, che però conservano solo per un paio di mesi e poi tornano al loro aspetto incasinato e fitto, cacciando succhioni dappertutto. Ma fanno le olive e questo basta, e quando sono carichi, non tutti gli anni, sono una specie di albero dell'abbondanza. Alcuni anni fa piantai due piccoli  olivi "leccini", e ora sono diventati grandi e belli e hanno fatto ognuno una cassa di olive, circa venti chili. Non so dire la soddisfazione, sono come due olivi figli, quando vado nell'oliveto vado anche a vederli e a toccare la bella corteccia, che sembra la pelle di un giovane elefante. La stagione fin qui è stata molto poco autunnale, e per questa estate che si prolunga abbiamo raccolto ancora zucchine, pomodori, peperoni e perfino cetrioli. Non cesti interi! Qualche frutto nascosto fra le fronde delle piante quasi del tutto esaurite, come una sorpresa, si pensa sempre che sia l'ultima volta e invece dopo un paio di giorni si può di nuovo fare la pasta con le zucchine e la bruschetta con l'olio nuovo e i pomodori freschi dell'orto. Cetrioli i primi di novembre, e molto buoni!
Solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile, ma ora abbiamo raggiunto queste 400 parti per milione di CO2 in atmosfera e succede anche questo. Oltre alla proliferazione delle zanzare. Vorrei scrivere di tante altre cose, chissà se avrò tempo in seguito...


lunedì 5 settembre 2016

la mia amica Fiorella Iori, ovvero, la ragazza di Cecina che andò a vivere a Milano

Il 24 agosto, il giorno del terremoto, se ne è andata la mia amica Fiorella. La notizia me l'ha data la Paola, che vive a Milano ed era per le vacanze qui dalla sua mamma. Se la Paola non me l'avesse detto io non l'avrei saputo, perché il contatto con la Fiorella era la Fiorella e ormai non sentivo suo marito da anni, ne avevo notizie attraverso lei, mentre suo figlio Lorenzo l'ho visto solo da piccolissimo. Suo figlio si può vedere qui. E' un musicista.
La Fiorella viveva a Milano da tanti anni, ma era toscana, di Cecina, e aveva lì una casa di famiglia, dove si trovava quando si è sentita male e quasi subito pare sia entrata in coma, senza più risvegliarsi, fino a quando, una settimana dopo, se ne è andata. Aveva 67 anni, era in pensione, dopo aver insegnato per tanti anni.  La Paola me l'ha detto pianino, con garbo, ma lo stesso sono rimasta sconvolta. L'idea di perdere la Fiorella e non saperlo neanche mi ha fatto un brutto effetto. Lorenzo ha detto alla Paola che non ci sarebbe stato un funerale, non sono credenti, o almeno che io ricordi non sono mai stati religiosi. 

Per il mio babbo non ci fu un funerale religioso e neanche per la mia mamma. Non lo volevano. Per il babbo però ci fu una specie di cerimonia laica di saluto. Per la mia mamma ci trovammo, per caso, insieme tutte donne e tutte parenti da parte del nonno, davanti alla sua bara, e la salutammo chiacchierando e raccontando cose della sua vita, alcune delle quali non sapevo nemmeno io. Ridemmo anche molto e quelli vicino ci guardarono male. In ogni modo io odio i funerali, li trovo anonimi e freddi, utili solo per ritrovarsi fra persone che purtroppo non si vedono spesso, ma si vogliono bene. Di solito il sacerdote dice cose insipide o insensate, salvo eccezioni; cose che niente hanno a che vedere con la persona che se ne è andata e poco anche col grande mistero della vita e della morte.  Capisco che deve essere complicato essere originali e empatici ogni volta con dei quasi perfetti estranei. 

Un saluto in ogni modo ci vuole. Per me, è necessario. E' un congedo; anche se poi io penso, contro ogni ragione, che ci riincontreremo. E siccome non c'ero alla morte della mia amica, ed era improbabile che ci fossi, visto come è andata, lo faccio qui, di salutarla. So che mi dilungo, è il mio modo e non posso farci niente. Non voglio farci niente. E' il mio modo di tenere ancora un pò la Fiorella con me. Un'altra cosa per cui chiedo di avere pazienza è che racconterò un pò di me, per parlare della Fiorella devo passare da me. Come disse un'amica a uno psicologo: è un pò difficile spostarsi da qui, io sono il mio unico punto di osservazione.

Facevamo l'Università, ero al secondo anno e stavo in Via dei Serragli, di là d'Arno, come dicono a Firenze, in una vecchia casa molto fredda e abbastanza inospitale, se non per la Sandra, che stava in camera con me e che non conoscevo, prima. Era molto cara, la Sandra Terranova, e la saluto con affetto immutato. Veniva dal Valdarno. I miei e i suoi si conoscevano, il suo babbo, il dottor Terranova, l'avevo sentito nominare, in casa. La Sandra suonava la chitarra e cantava certe tristi canzoni di Claudio Lolli e certe altre, meno tristi, di Guccini.
Nei viaggi in treno sentiva dei ragazzini chiacchierare, con l'accento del posto.
Una ragazzina, una mattina si truccava con un piccolo specchio in mano e disse alla sua amica, riferendosi al ragazzo che avrebbe incontrato a Firenze e al colore che si stava mettendo sul viso "Ieri mi so' mess'i' verde, oggi mi mett'i' rosso. Gni garberò?" 
Capisco: senza il sonoro non si apprezza a sufficienza.
Un altro giorno la Sandra sentì questo "Mi so' messa con Samuele. C'ha la vespa colla radio e l'adesivo di Pupo." 
Nonostante la Sandra e la Vespa con la radio ero abbastanza triste. L'università non funzionava per me e mi sentivo come un naufrago. Forse avevo sentore del periodo terribile verso cui mi stavo, poco consapevolmente, avviando. La Paola, con cui avevo convissuto l'anno prima, con lei e altre amiche, intanto aveva trovato un'altra casa. L'aveva trovata tramite Enzo, il suo ragazzo di allora, che faceva l'Accademia d'Arte. Enzo studiava anche con una ragazza di Cecina, la Fiorella, che stava in una casa strana, perché era tappezzata di libri quasi in tutte le stanze. Un appartamento normale di una via normale e borghese di Firenze, fatta di casine a due piani, pieno di carta. Io e la Paola ci siamo sforzate di ricordare il nome della strada ma non c'è stato niente da fare. Invece mi ricordo il nome del proprietario, un professore dell'Università di Enrico, il fidanzato della Fiorella. Il professor Maestro. Ora Enrico mi dice che il professore aveva ereditato la casa dal padre, un anarchico e ebreo di Pisa che viveva in un'altra casa senza serratura. Doveva essere andata così: Enrico aveva sparso la voce che alla sua ragazza serviva un alloggio a Firenze e il professore aveva ricordato di avere quella casa piena di libri, che non poteva proporre quasi a nessuno. Finii per andarci anch'io, seguendo la Paola, come il naufrago che trova un approdo temporaneo. Per la Fiorella era l'anno finale dell'Accademia: il progetto era che avrebbe finito e poi lei e Enrico si sarebbero sposati e sarebbero andati a Milano, dove per lui c'era un buon lavoro. La Fiorella era figlia di gente abbastanza povera. Avrebbe voluto fare l'Accademia, ma non aveva potuto e aveva lavorato per qualche anno. Poi si era decisa a realizzare questo sogno e aveva vissuto a Firenze in casa di una signora anziana scambiando l'alloggio con la compagnia e qualche lavoro di pulizia. L'ultimo anno lo stava trascorrendo nella casa dei libri. Era sorridente e molto accogliente e bella, anche. Quanti tè intorno alla tavola di cucina, tè in foglie, di lunga preparazione. Cuccume teiere e pentolini e tante chiacchiere, di quelle che ti pare di non aver detto niente di consistente, eppure non te le dimentichi e ti fanno star bene. L'aria della casa era carica di polvere dei libri e di energia frizzante dei nuovi progetti di vita, non tanto miei, ma delle altre ragazze. Quel formicolio alla base della colonna vertebrale. 
La casa aveva una particolarità curiosa, un'altra: la finestra del piccolo bagno dava su una corte interna piccolissima. Sotto c'era una pasticceria e quando si andava in bagno non c'erano né puzzi, né odori di detersivo, ma odore di vaniglia e di bombolone. Forse un misto fra puzzi e bombolone. Era una cosa del tutto spiazzante e non sgradevole. 
I libri degli scaffali erano edizioni economiche, giornali, riviste e testi su cui studiare materie scientifiche. Al proprietario doveva risultare difficile separarsene, ma era una follia tenere una casa intera in quel modo e per quell'uso. Frugando trovai due libri che poi sono diventati libri della vita: "Il gruppo", di Mary Mac Carthy, e "Un americano alla corte di re Artù" di Mark Twain, dico solo che la notte che cominciai a leggere questo secondo non riuscivo a smettere di ridere. Se vi capita leggetelo. Di quei mesi ricordo solo che avrei voluto che non finissero più. Un tempo sospeso in cui potevo caricarmi delle forze degli altri e riposare. 

...con la Fiorella e Enzo all'Accademia, a guardare la loro classe dipingere un nudo nelle vecchie stanze fresche. 
Con la Fiorella e la Paola a cena intorno alla tavola di cucina a ridere insieme. 
Con la Fiorella a parlare di ricette di cucina del mondo, venti anni prima di tutto il gran cucinare televisivo di oggi.
Con la Fiorella e la Paola a parlare di pillola anticoncezionale. 
Con la Fiorella a parlare di arredamento bello e che costa poco. Con la Fiorella a parlare di sessualità. 
Con la Fiorella e la Paola a ridere per le barzellette che allora mi piaceva raccontare, ma cominciavo a ridere prima della fine e facevo ridere tutti anche se non avevano capito come andava a finire. Si rideva anche di certi personaggi della famiglia di Cecina, uno fra tutti un nonno che quando andava a fare la pipì cercava l'ammennicolo nelle mutande e diceva "Un do' l'è andato? Eppure era qui.."
Con la Fiorella a parlare di Arte. Con la Fiorella a parlare di come si fa una litografia...Con la Fiorella a parlare di come tutti, all'Accademia, finissero per cercare di dipingere come il Farulli, l'insegnante, pittore toscano degli altiforni, famoso in quel periodo e molto amato dai suoi studenti.


Questo che a me non mi riesce di vedere, ma forse se ci cliccate sopra si vede, è un dipinto di Farulli

La Fiorella aveva una voce dolce con un accento toscano del mare non così forte, un modo di battere la lingua contro i denti tutto suo, che rendeva le consonanti dentali più gentili, e una risata indimenticabile.

Poi la Fiorella si preparò ad andare a Milano e ci si disse addio, anzi arrivederci. La prima volta l'andai a trovare in una casa minima che avevano trovato vicino all'ospedale di Niguarda, che quando uscivi dal portone del palazzo rischiavi che un'ambulanza ti falciasse la gamba fino al ginocchio. Dormii nel sacco a pelo nel corridoio fra l'unica stanza e la cucina, con la sensazione di essere piccolissima in terra e la felicità di esser lì. Doveva essere il 25 aprile perché si andò in Piazza Duomo, di lontano vidi il presidente Pertini, mi emozionai, mi venne da piangere e cercai di non farmene accorgere. 
Un'altra volta io e Mauro ( a quel punto c'era Mauro e le cose cominciavano a migliorare) si fu ospitati in un'altra casa, a Monza, e potemmo vedere le varie mostre dislocate in giro in città, a Milano, su Mirò.
 E la corona di Ferro nella cattedrale di Monza, anche quell'oggetto mi emozionò parecchio, è un manufatto che parla di un'epoca lontana per me più distante di quella romana, sebbene più recente. Un oggetto barbaro. Milano porta tracce profonde dei barbari e dell'impero d'Oriente ed emoziona.
 Mauro e io al Poldi Pezzoli e alla Galleria di Brera e al ritorno ne parlavamo con la Fiorella ed Enrico.
 Una vacanza insieme a Cogne, in una piccola casa in affitto, dove la mattina si cucinava del porridge, che Enrico forse aveva imparato a mangiare in uno dei suoi viaggi di lavoro. Enrico faceva lunghi viaggi per lavoro, in posti davvero lontani, tipo l'Alaska, e raccontava di aver mangiato chele di granchio grosse come un braccio. Il porridge è molto salutare, ma non si riesce a non farlo appiccicare alla pentola e dopo puzzicchia di bruciato. Mangiavamo porridge, poi facevamo delle passeggiate lunghissime studiandole prima sulle cartine dei sentieri. Una volta andammo a Valnontey e di lì al rifugio Sella sul Gran Paradiso. Arrivati ci sedemmo  ad un tavolo all'interno, ma quasi subito il gestore ci disse di alzarci, che preparavano per il pranzo. Gli chiedemmo per piacere di lasciarci stare lì, che tanto volevamo pranzare, e lui gentilmente ci lasciò fare e poi si fermò a chiacchierare. Ci suggerì di tornare a valle per un altra strada, il sentiero dell'Herbetet. All'andata avevamo fatto una certa fatica a salire, la Fiorella aveva dovuto fare diverse soste. Ci sono giorni che le prestazioni fisiche risultano penose, io in quel periodo avevo la cistite e mi dovevo fermare spesso per fare solo un goccino di pipì che bruciava come il fuoco, ma ripartimmo per l'Herbetet piuttosto baldanzosi. Ricordo che avevo le scarpe leggere da ginnastica. Per il sentiero trovammo altri che venivano dalla direzione opposta; chiedemmo com'era e questi, con aria severa, dissero come fosse niente che c'era un pezzo con la corda. Non mi pare che capimmo di che si trattava finché non si fu lì. Il sentiero era crollato e avevano messo un asse a traverso per un paio di metri e una corda alla parete per tenersi: si passava, ma non si doveva guardare di sotto, perché c'era un vero precipizio. Ora sarebbe stato chiuso il tratto, perché siamo diventati super garantisti, sembra che tutti abbiamo bisogno della balia, e anche molte persone sono pronte a portarti in tribunale se  pisciando di fuori nel bagno di casa tua, scivolano sulla propria pipì.
Insomma: passammo tutti, anche Enrico, che qualche giorno prima era stato colto, su un altro sentiero molto più facile, da un improvviso attacco di vertigini. Si era fermato, aveva detto "Aspetta aspetta..." ed era scivolato a sedere con la schiena appiccicata alla parete e gli occhi chiusi, mentre davanti, cioè sul lato del sentiero, c'era un precipizio o almeno una discesa molto ripida e molto lunga. Ci volle un pò per ripartire. La strada dell'Herbetet si rivelò lunga e piena di sorprese, dopo il primo incontro niente più umani, ma qualche stambecco in lontananza, e ancora più lontano, camosci e poi tanti fischi molto forti che sembravano annunciare il nostro passaggio sulla via, ed erano, si capì poi, versi di allarme delle marmotte. Arrivammo a valle che era ora di cena.  Un paio di giorni dopo il giro dell'Herbetet incontrammo il signore del rifugio Sella in paese, a Cogne.  "Sono venuto dal medico, disse, perché non mi sento bene."
E come è venuto, chiedemmo noi, convinti che se stava male qualcuno l'avesse accompagnato con l'auto o un altro mezzo. "Ma a piedi, si capisce!" disse lui. Si era fatto un paio d'ore a scendere e si sarebbe rifatto un paio d'ore e mezzo a salire, e non stava tanto bene.
La vacanza a Cogne continuò con gli arcobaleni della cascate di Lillaz e certe storie del dopocena in cui la Fiorella raccontava che Enrico non poteva dormire in un letto che non fosse ben rifatto e capitava che si svegliasse di notte e svegliasse anche lei per aiutarlo a stendere bene lenzuola e coperte: "Tira Fiorella, tira!" Noi si rideva come matti e anche Enrico rideva. Quando rifaccio il letto ogni volta, anche se sono sola, dico "Tira Fiorella, tira!" e mi viene da ridere!
Enrico era un giovane uomo alto e dinoccolato che quando cominciava a ridere era difficile riuscisse a fermarsi. Per questa allegria congenita e l'accento toscano aveva a Milano un notevole successo. Ai milanesi pareva che bastasse sentire un toscano aprir bocca per ridere. Una sera eravamo a cena da dei loro amici, c'era anche Enzo, che aveva frequentato l'Accademia con la Fiorella.
Questa coppia di Milano ci aveva invitato tutti per il compleanno di Enrico. Era una coppia di Milano molto per modo di dire: lei forse marchigiana e lui, mi pare, valdostano. Lei piccola e tondina,  potevi vedere la casalinga materna e accogliente  che sarebbe presto diventata. Lui alto e ossuto, esponente tipico delle popolazioni di montagna; un bel ragazzo con una lunga faccia che cambiava poco espressione e somigliava a John Travolta della febbre del sabato sera, ma se gli immaginavi un cappellino in testa, somigliava anche ad uno di quei ciclisti che nelle interviste televisive dicevano "Ciao mamma..."
Lei si era tanto impegnata: per far festa ad Enrico aveva cucinato una specie di sformato con una verdura di stagione, che aveva un bellissimo aspetto gratinato e croccantino; ma quando infilò il coltello per tagliare emerse il liquido di cottura delle verdure, che per inesperienza non aveva scolato abbastanza. La crosta croccante fu sommersa da un brodino grigiastro. Lei impallidì e fece una faccia tale che Enrico, come colpito al cuore, cominciò a ridere, piano piano e poi senza riuscire a fermarsi; era seduto, se fosse stato in piedi sarebbe caduto dal ridere. Scivolava lungo sulla sedia e stava per sdraiarsi su pavimento e Enzo, a vedere lui che rideva, non resistette mezzo secondo e cominciò a ridere anche lui. Lei  rimase per qualche attimo sconcertata, poi, poverina, si mise a piangere. Così c'era una persona che piangeva a dirotto, due che ridevano come matte e tre che erano molto imbarazzate e non sapevano bene che fare, a me e alla Fiorella ci si storceva la faccia per non ridere, ma eravamo anche in pena per la povera figliola. Finì bene, le lacrime asciugate, sia quelle vere che quelle dal ridere, e lo sformato mangiato. Era molto buono. Lo scrivo per Isabella, la ragazza di quella sera, che so che è passata di qui e magari ripassa e mi perdona.

La casa della Fiorella e di Enrico era una casa delle novità, anche considerando quella vicina all'ospedale di Niguarda, che era proprio piccola. Era CASA, piena di cose interessanti, ogni volta che ci andavo c'era una cosa nuova, una tenda ricavata da un mezzero indiano, certe ciotoline vietnamite per il tè, lavori della Fiorella iniziati da guardare e discutere, cibi nuovi da assaggiare...casa. Conosco persone che vivono in case totalmente anonime, quelle della Fiorella erano piene di lei, e di Enrico, calde e ricche di personalità, stimolanti. Rivedo Enrico che, con tutte le sue forze, cerca di spremere della pasta frolla cruda attraverso una siringa per fare dei biscotti. Una gran fatica, ma dopo li mangiammo per colazione. Erano biscottini bicolori dalla forma a rosetta che si ottiene appunto passando la pasta per una particolare bocchetta. L'aggeggio tipo "sac à poche" rimase nel mio immaginario per tanto tempo. Riconosco ora quanto è stata importante la loro amicizia per la mia formazione, non per gli aggeggi insoliti, ma per la curiosità, la sperimentazione, per il gusto di scoprire ogni genere di cose nuove, dal cibo in poi. A Milano c'era sempre qualcosa di bello da fare. Quando la nostra prima bambina aveva sette mesi ci portammo anche lei. Scendemmo dal treno alla stazione con lei nel marsupio e fece una cosa strana: si agitò e gridò eccitata e felice. Chissà che le era preso: c'è da pensare che certe attitudini si manifestino presto, lei è sempre stata una gran girellona e anche ora è a Glasgow. Le stazioni doveva trovarle eccitanti già allora.
In quei giorni andammo al Centro Botanico che era in Via dell'Orso. Per me era una specie di pellegrinaggio: era uscito quell'anno il primo numero di Gardenia (per chi non lo sa è una rivista di giardinaggio), e io non voglio farle pubblicità, ma se non li avessi prestati ne avrei tutti i numeri. Da Gardenia aveva saputo del Centro Botanico e insomma la Fiorella mi ci accompagnò in pellegrinaggio. Guardavo tutto con avidità, l'avidità di imparare a fare un giardino per bene e non a caso. Ero molto ignorante: comprai una bustina di semi di Papaver Rhoeas, convinta che fosse uno di quei papaveri giganti di cui avevo visto le foto sulla rivista, e invece dovevo ancora imparare che si trattava del nome del comune papavero dei campi, che nelle aiole strappo come erbaccia. E la Fiorella era con me. Conosceva Gabriella Gallerani, che fu la prima illustratrice a realizzare le copertine di Gardenia. Era una collega, la Fiorella all'inizio aveva trovato un lavoro noioso: faceva i disegni che illustravano i lavori a maglia per certi giornali di lavori cosiddetti femminili.

Durante una visita a Milano andammo ad un concerto di musica classica, un'altra volta a teatro, ad uno spettacolo con un giovane attore mai sentito nominare, di cui si disse che era bravo, chissà se avrebbe fatto fortuna? Era Tullio Solenghi!
Tornati a casa c'era sempre cibo buono e a volte sconosciuto da assaggiare: a noi capitò una volta la carne secca di renna, portata da Enrico da luoghi remoti. Ad una coppia di altri amici di Arezzo capitò di mangiare da loro quando Enrico aveva portato un intero salmone, penso che fosse affumicato, in aereo. Si prepararono al pranzo e aprirono la confezione. Loro due, gli aretini, sbavavano per l'acquolina in bocca, ma pare che ad un'estremità, (loro dissero "in un angolino") ci fosse un unico vermino. Enrico si alzò subito e ritirò il vassoio. Loro glielo presero dalle mani, ma no!, per un solo vermino, scartiamo quella parte e mangiamo il resto! Ma Enrico fu perentorio, non fosse mai che qualcuno si sentisse male!
I due aretini erano da poco sposati e tiravano piuttosto la cinghia; ancora parlano di quel salmone intero buttato nella spazzatura, bisognerebbe conoscerli per capire.

E' inevitabile che nella vita, abitando in città diverse e mettendo su famiglia, ci si allontani. Vedemmo Lorenzo piccolissimo a Castagneto Carducci, un'estate che Enrico e la Fiorella avevano preso in affitto una casina per star soli col nuovo arrivato. In fondo avrebbero potuto stare in casa coi loro genitori, i nonni, che abitavano non tanto lontano da lì, ma avevano scelto così. Stavano insieme, Enrico e la Fiorella, fin da bambini, da nove o dieci anni di età e il figlio era il terzo, fra loro, la novità da accogliere, da amalgamare, da fargli spazio.

Passò qualche anno e la Fiorella e la Paola fecero per me un lavoro da portare al tipografo per la pubblicità dell'Erba Salvia, il negozio di prodotti bio. Gratis, un regalo per me. Il tipografo, il signor Badiali, mi chiese chi aveva fatto quel lavoro. Glielo spiegai. Mi disse"Ringrazi le sue amiche. In particolare quella del disegno. Un lavoro così ben fatto qui l'avrebbe pagato due milioni. " Una cifra che non avrei potuto permettermi. Il bozzetto adesso è incorniciato in casa.

Ruzzolarono via altri anni e una volta che ero dalla Paola si decise di andare a trovare la Fiorella ed Enrico nella casa in cui abitavano già da tempo, che questa volta avevano comprato. Era in un paese della cintura milanese, ed era facile individuarla: scesi dal mezzo pubblico bastava alzare gli occhi sui palazzi davanti, quella del terrazzo verde d'angolo al quarto piano era casa loro. Terrazzo verde: è un eufemismo, perché il verde esplodeva fuori dal perimetro rigido del palazzo. "Il bosco del quarto piano". Non so se qualcuno ha letto un libro dei propri bambini "Clorofilla dal cielo blu". Una cosa del genere, o un'istallazione attuale stile Patrick Blanc. Gli abitanti dei piani più prossimi erano allarmati, quelli di sotto per la possibilità di avere infiltrazioni d'acqua e quelli di sopra per i rami che arrivavano fino a loro. 
Fummo accolte, la Paola e io, nel terrazzo giungla pieno di piante e di fiori, che ovviamente io apprezzai moltissimo.

Ancora anni che ruzzolano e rividi la Fiorella, che ormai nel 2013 era in pensione, in occasione della presentazione del mio libro a Milano. Me la trovai davanti salendo in superficie in una stazione della metro. La Paola mi aveva annunciato una sorpresa, ma io, al solito, non avevo capito e feci una faccia stranita"Oh Fiorella! Che ci fai qui?"
Mi fece un immenso piacere. Lasciò a me e alla Paola due suoi dipinti di volti femminili e due biglietti da visita con disegnato un fiore; un giglio, il mio. Tornai a Milano dopo poco per un altro incontro di presentazione e lei venne anche lì. Considerai che una volta può capitare, ma la seconda era la dimostrazione concreta di affetto vero e di vero sostegno per il mio lavoro di scrittrice. Una presenza discreta, silenziosa, affettuosa, sincera. Dovette andar via prima della fine e ci salutammo in fretta. Mi dissi che appena possibile, appena avessi messo a posto una stanza che abbiamo per gli ospiti, le avrei detto di venire, se le andava, a trascorrere del tempo con noi. Immaginavo noi due in giro in giardino oppure sedute davanti alla stufa accesa, e Mauro che arriva e si siede anche lui, e forse Enrico, se fosse stato libero dai suoi viaggi. E poi magari in giro per i dintorni, a Cortona, a Chiusi, ad Arezzo, a vedere cose d'arte insolite e poco conosciute... Adesso non si può più, il tempo è finito. Non volevo far piagnistei, non erano nel suo stile. Solo dirle grazie per esserci stata, molte cose di me sono sue, o le ho cercate e ottenute grazie a lei. Gli amici, le relazioni, quando funzionano fanno questo, ci costruiscono e diventano parte di noi, anche se poi non ci si vede per tanto tempo. Un bacio, Fiorella.

giovedì 18 agosto 2016

Alice Munro: lavorare per vivere. Ma anche Vita con gli orsi

Ho comprato un librone di Alice Munro. Mi aveva incuriosito questo post comparso nel blog di Emilia de Rienzo "pensare in un'altra luce".
Il librone è intitolato "Mobili di famiglia", come uno dei racconti. Lei scrive racconti brevi, intorno a trenta pagine, di cui sono protagoniste delle donne.
Questo "lavorare per vivere" parla di una donna, della sua famiglia, di come vivevano in Canada al tempo che lei era piccola e prima ancora. Non sono capace di scrivere recensioni, l'ho già detto diverse volte, sono solo capace di dire cosa l'autore riesce a suscitare in me, in cosa mi rispecchio o cosa trovo sorprendente, o anche cosa risale alla superficie della coscienza mentre leggo, storie, esperienze,  pezzi di vita. Non è già abbastanza che un libro faccia questo?

Il Canada mi incuriosisce. 
Da piccola il babbo mi diede un librino da leggere, un'edizione economica, che è ancora in casa da qualche parte: "Vita con gli orsi". Consumato, molto ingiallito, ma c'è.
Era la storia di due giovani appena sposati che, nei primi anni del '900, andarono a vivere nei boschi vicino a Seattle, che allora era una città al confine fra la civiltà e i territori selvaggi. Non proprio Canada, ma quasi. Vivevano in una quasi totale solitudine, salvo la presenza degli animali selvatici e visite rarissime di umani, in una capanna di tronchi che avevano costruito, che all'inizio era fatta di una sola stanza. Si vede che già allora, all'età di 10 o 11 anni, tutta la faccenda della casa, del posto a cui si finisce per appartenere, dei problemi di organizzazione e sopravvivenza mi interessavano tanto: forse sarà davvero questione di segno zodiacale? Mi appassionò la questione della conservazione delle uova per tutto l'inverno. I due giovani tentarono le cose più disparate, come affogarle in un grasso e metterle in una fossa scavata nel pavimento della stanza. Una volta usarono la calce. In questi tentativi non avevano sempre successo, e spesso si trovavano, i primi anni, senza provviste sufficienti.
Un pò come dei Robinson Crusoé volontari, si riaffacciavano alla vita alla fine del lungo inverno del nord, insieme agli orsi che uscivano dalle tane. Gli orsi, diceva il libro, prima di andare in letargo si purgano mangiando delle rocce che contengono allume. Sanno bene come fare, sono cose che la madre orsa insegna ai figli; se non si purgano, durante il sonno invernale, in cui tutte le funzioni sono ridotte, i parassiti intestinali se li mangiano vivi e si svegliano debolissimi o non si svegliano per niente. E se un cucciolo perde la madre, anche se è grande e sopravvive bene alla prima stagione, può non superare l'inverno, perché nessuno gli ha insegnato a purgarsi. Vedi quante cose mi ricordo. Sono stupita! Sarà perché le ho lette da piccola. Gli indiani, che andavano a trovarli ogni tanto, li chiamavano, dal nome del posto dove avevano costruito la capanna, "la signora e il capo Kwalate" o qualcosa del genere. Chissà poi come si legge. 
C'è poi il periodo in cui lui, per sopravvivere, fece il taglialegna con una squadra ed ebbe anche un brutto incidente. Cose raccontate con leggerezza, grossi guai considerati parte naturale della vita. Poi naturalmente ci sono gli orsi, che da quelle parti sono Grizzly, orsi grigi enormi e pericolosi, ma a modo loro socievoli, che capitava andassero a visitarli, attratti da odori di cibo o anche solo curiosi.

Mia figlia a fine primavera  è stata a Yosemite, sì, proprio negli USA, con altri studenti del suo master of  Science. Di notte dovevano chiudere tutto ciò che profumava o odorava in certi armadietti fuori dalle tende, per evitare la visita degli animali selvatici; lei personalmente ha allontanato un procione. Ha dovuto farlo lei, perché le sue compagne di tenda erano più giovani e più piccole fisicamente. Anche molto impaurite, quando hanno sentito i rumori fuori. Ha dovuto farsi coraggio, perché non era sicuro, da dentro la tenda, che si trattasse di un procione. Una ragazza coraggiosa. Il procione aveva frugato dappertutto.

Insomma questo "Vita con gli Orsi" me lo sono portato dietro quando mi sono sposata, anche se era della biblioteca del babbo, e anche ora è qua in giro. La parte iniziale di "Lavorare per vivere" mi ha ricordato "Vita con gli orsi". Il padre della narratrice, molto giovane,  ad un certo punto decide di lasciare la scuola e occuparsi della campagna, ma non come lo facevano i suoi genitori, a modo suo, cacciando animali da pelliccia. Ha letto molti libri sulla vita selvaggia, di cui le biblioteche americane sono ricche, e comincia a esplorare il territorio che tanto selvaggio non lo è più, da quelle parti. Gli agricoltori lo hanno disboscato, addomesticato, piegato ai loro bisogni. Restano delle fasce di bosco lungo  il fiume, residui della grande foresta originaria, ed è lì che comincia a mettere le trappole. Nel continente nordamericano tutti hanno messo trappole per animali da pelliccia, i primi sono stati gli indiani, per vestirsi. Tanti animali diversi, splendidi animali: martore, linci, visoni, volpi, castori, donnole, topi muschiati. La donnola, dice Alice Munro, raggiunge il candore assoluto intorno al 20 dicembre, ed è allora che si caccia. 
Una pelliccia naturale di un candore assoluto! Una vera meraviglia. Con pellicce simili si facevano i mantelli dei re.

Non so se capita anche agli altri, ma quando un racconto parla di cose che conosco o conoscevo bene mi prende di più.
La matrigna della mia mamma, che chiamavo zia Emma, aveva una pellicceria. 
Ci andavamo spesso, quanto spesso non lo so più. Fino a che non cambiammo casa, l'anno della terza elementare, dovevamo andarci quasi tutti i giorni, perché era vicinissima a casa. All'inizio c'era anche il nonno, morì quando avevo 3 o 4 anni. La pellicceria era fatta di due stanze separate da una porta: un negozio e un laboratorio in cui venivano confezionate le pellicce.
Entravo, salutavo la zia e la Lilli, che era la sua "lavorante", e, come se fossi in casa mia, andavo ad aprire gli armadi del negozio, e a strusciare il viso sulle pelli riposte, attaccate a mazzi ad un palo. 
Castoro, marrone molto scuro e lucente, come le castagne, di più. Morbido e vellutato, ma ogni tanto bucava, come se fra i corti peli serici fossero nascosti degli spilli invisibili. I visoni erano meno morbidi, ma non bucavano mai. Le volpi: potevi affondarci la faccia, per quanto era lunga e soffice la pelliccia. 
Le pelli di ocelot, (che è un felino del sud america, tipo un piccolo giaguaro), invece, erano solo belle da vedere, ma non tanto morbide, maculate. Si accarezzavano solo per un verso. Perché erano macchiate lo imparai su un libro di storie di Kipling, non me l'aveva ancora detto nessuno. Per molto tempo in vetrina ci fu una pelle di leopardo, quella aveva la testa con i denti scoperti, come se stesse per mordere. Doveva costare una fortuna.
Astrakan e ramoschè.
La mamma diceva: è sportivo il ramoschè, non è impegnativo, come pelliccia. 

All'inizio del racconto la narratrice dice che il padre a scuola aveva imparato una poesia a memoria e la ripeteva spesso così come l'aveva imparata, senza molto senso. Un giorno un insegnante la scrisse alla lavagna e lui capì cosa realmente diceva quella poesia. Fino a quel momento aveva accettato che gli avessero insegnato una cosa quasi incomprensibile, che ci fossero cose, in generale, che gli sfuggivano completamente. 
Per me la parola "ramoschè", per esempio. La zia, la mamma, la Lilli, dicevano ramoschè, (rami e mosche, per me piccina) in realtà "rat musqué", parola francese, perché il Canada è francofono. Topo muschiato. Se mi avessero detto che quelle erano pellicce di topo muschiato, avrei capito che si trattava di un animale, ma dicevano ramoschè. Erano pellicce e non animali, per me. Erano cose meravigliosamente morbide e setose con un bellissimo colore, non animali. Restava, degli animali che erano state, un accenno delle zampine dei visoni e delle volpi, mentre a quel quasi niente che restava delle teste si infilava il gancio o il nastro che li teneva attaccati all'armadio. Ancora, a volte, la zia Emma preparava una specie di sciarpe fatte con la pelle intera del visone: due visoni, attaccati per la testa, e allora si preoccupava di ricostruire la testa mettendole anche degli occhi di vetro, che mi piacevano molto. Gli occhi mi piacevano, ma le vecchie signore barbogie con le pelli drappeggiate al collo mi facevano senso e più tardi, quando cominciavo a capire, rabbia. Poi per fortuna questo modo di indossare le pellicce passò definitivamente di moda. Il padre della protagonista era uno di quelli che mandavano le pellicce per il mondo, perfino in Italia, fino negli armadi della zia Emma. Trenta anni prima che io nascessi.  Se le avessi chiesto da che parte del pianeta veniva ognuna di quelle pelli chissà se avrebbe saputo rispondere. Credo che conoscesse solo il nome del rivenditore all'ingrosso.
Il padre della protagonista cacciò animali con grande attenzione per non sciupare le pellicce finché non gli venne l'idea di allevarli. 
Volpi, per l'esattezza, e non volpi comuni. Nelle nidiate nascevano eccezionalmente volpi dal manto scuro, nero, con rari peli bianchi. Le chiamavano "volpi argentate". Anche le pelli pregiatissime di volpe argentata erano custodite negli armadi della zia Emma. Lui seppe che qualcuno allevava volpi argentate da pelliccia e comprò la prima coppia, iniziando una vera attività da imprenditore. Si sposò e nacquero i figli. La moglie era una lontana cugina, maestra. Ma le cose, fra crisi e guerre, per il commercio delle pellicce, erano destinate a cambiare. Un anno lui aveva talmente pochi soldi da temere seriamente di non poter più andare avanti la famiglia.

Qui il racconto fa un salto. La narratrice, sposata, è in viaggio col marito in auto; si fermano ad un distributore di benzina e lei riconosce il posto. "Credo di essere già stata qui, forse da piccola, ma non riesco a ricordare..." Cerca nella memoria ed emerge un'emozione: una delusione. Ma che tipo di delusione? Un gelato, ecco, si tratta di un gelato.
Questo percorso dall'emozione, al recupero del ricordo completo, è una cosa che capita anche a me. Per la protagonista c'è prima il gusto del gelato, deludente, un gelato della stagione prima, o prima ancora, invecchiato nel freezer del distributore, che non ha il buon sapore che aveva immaginato ed è fatto di cristalli d'acqua separati da tutto il resto. Era stata lì con il padre, durante un altro viaggio in auto, fatto nell'infanzia, insieme dovevano raggiungere la madre, che era andata a vendere di persona le pellicce già confezionate e le pelli in un grande albergo di montagna aperto per l'estate e pieno di turisti. Alla madre era venuta quest'idea da imprenditrice, di proporre lei stessa i prodotti di famiglia, senza intermediari. E aveva funzionato. Sporchi, stanchi per il viaggio, la bambina spettinata, il padre impaurito per i problemi economici, la incontrano nella hall dell'hotel: la figlia quasi non la riconosce, per il vestito a fiori, per l'aria disinvolta, per la sicurezza e la tranquillità che emana, per la dolcezza con cui si rivolge a lei. Quella non è la mamma, non può essere, che è successo? 
Le racconta del cattivo gelato e la direttrice, che è lì con loro, gliene fa portare uno molto grosso e buono, in una coppa, coperto di salsa di cioccolato. 
"Un affogato al cioccolato? Questo si chiama affogato?"chiede la piccola estasiata.  
"Affogato? Credo di sì"- dice la signora facendole una carezza, poi si allontana affaccendata.
C'è quindi questa foto della madre, che, piena di soddisfazione, spiega come riesce a vendere le pellicce: ha messo un cartello dove c'è scritto qualcosa tipo "Il lusso firmato Canada" e si propone non come una che chiede per favore di comprare qualcosa, ma come una donna che condivide begli oggetti e non ha bisogno di implorare nessuno. Insomma, si direbbe quasi: moderne tecniche di marketing. Il padre prende fiato, sollevato: sua moglie ha i soldi, e lui può intanto riparare l'auto che ha rischiato di lasciarli a piedi. Sua moglie li ha salvati tutti.
All'epoca e sempre nella storia le donne sono state Yin, e gli uomini Yang, le donne lunari e passive, e gli uomini solari e attivi. Le madri accoglienti e ferme, a rassicurare nelle difficoltà, e i padri a risolvere i problemi.
Ma spesso invece le donne si attivano, mettono in piedi attività e le fanno funzionare e, quando le cose vanno, la soddisfazione esce da tutti i pori e ci si sente in pace col mondo e con noi stesse. Ci si sente Yin e Yang, tutto insieme.
Alice Munro scrive tanti racconti e non tutti sono autobiografici, questo lo è, è un pezzo di vita della sua famiglia, e io l'ho capito solo dopo averlo letto. Sua madre purtroppo si ammalò presto di Parkinson e la sua attività di venditrice in proprio finì. Il padre chiuse l'allevamento di volpi e tolse ogni traccia, eliminando i recinti e le gabbie, poi andò a lavorare in una fonderia.
Parlando con la figlia di questa esperienza di allevatore le disse di aver saputo che in Oriente credono che anche gli animali abbiano un'anima e che ci sia anche per loro un aldilà. 
"Io, troverò schiere di volpi arrabbiate pronte a sbranarmi, quando morirò, e una mandria dei cavalli che ho ucciso per dar loro da mangiare..." Disse anche che quando si fanno certe cose si fanno e basta, e non ci si sofferma a pensare tanto. Perché forse poi non se ne farebbe niente? 

Un anno dopo la morte della mia mamma mio fratello mi ha dato delle cose sue, fra cui due sacchetti di tela chiusi da un laccio con dentro dei colletti di pelliccia, di ocelot, di astrakan, che è poi una pelle di agnellino,  e dei ritagli di visone. Ciò che resta della pellicceria. Non so che farmene. I colli non si adattano alle cose che indosso. Ma non posso neanche pensare di liberarmene, anzi ho messo dell'antitarme per conservarli. Sono ancora morbidi come allora, le pellicce ben tenute si conservano molto a lungo. Non è solo che mi ricordano l'infanzia, questo semmai è secondario, è che li trovo oggetti preziosi, inutili, nel senso che non so come usarli, ma preziosi. Sono sempre pellicce di creature che furono vive, e quando sono ben conciate non ci sono molte cose più belle al mondo. Inoltre mi appartengono, fanno parte di me, se si considera che da molto piccola ero in grado di riconoscere le pellicce e dar loro il giusto nome. La mamma non volle mai una pelliccia, ebbe invece questi colli per i cappotti. Non volle una pelliccia perché con la matrigna e col padre aveva sempre avuto un cattivo rapporto, migliorato con la mia nascita (ero la prima figlia). Quando entravamo in pellicceria lei non era mai tranquillamente sorridente, fiduciosa, aperta. Era sempre sul chi va là, sempre all'erta, sempre pronta a pungere. Non era facile averla come mamma. E non voleva dover dire grazie alla matrigna, né per un dono né per uno sconto. Inoltre amava gli animali più delle persone e probabilmente trovava difficile, come me, indossare una pelliccia. La pellicceria fu chiusa in una data che non ricordo: per me era successo negli anni della scuola elementare, per la moglie del fratellastro della mamma, la nuora della zia Emma, era stata chiusa nel 1970. Tutte e due, la nuora della zia e la mamma, dicevano ognuna di aver chiuso la pellicceria, cioè di aver aiutato la zia a farlo. Ognuna ricordava di aver fatto lei il grosso del lavoro. Io ricordo che la mamma usciva ogni giorno dicendo che andava in pellicceria, ci lasciava con la donna di servizio e era molto contenta perché aveva da fare. Però ho idea che in realtà la fatica vera l'abbia fatta la zia Emma.
Non ho mai voluto pellicce, neanche colletti, ma quando mi dovevo sposare, ed era gennaio, la mamma mi disse che forse avrei dovuto mettere una giacca sul vestito rosso che mi aveva fatto la sarta, la signorina Ada. Una giacca di pelliccia, disse, sarebbe andata bene, mi avrebbe tenuto caldo...io dissi di no, poi mi lasciai convincere e andammo in una pellicceria in città. Mentre aspettavamo che ci servissero c'erano vicino a noi due donne: una più anziana si provava una pelliccia davanti ad uno specchio, la figlia seduta a guardare come le stava. Erano due mogli di orafi aretini, industriali molto ricchi e spesso ignoranti. Parlavano in dialetto, la figlia disse : "Un te sta bene, te se vede le polpe" 
Tradotto: "Non ti sta bene, perché è corta, ti si vedono i polpacci"
Questa frase mi svegliò, mi guardai intorno e  dissi a mia madre: "Che ci facciamo qui? Non voglio una pelliccia, non l'ho mai voluta, andiamo via."
Che dire: ho viaggiato in molte storie con Alice Munro e mi piace moltissimo: un'altra grande scrittrice.
Ora per me le pellicce son quelle, indossate dal vivo, della Holly e dei gatti. Qualche volta dico a Orazio, gatto nero dalla pelliccia folta e lucida, che se non fa il bravo lo vendo ai cinesi che se lo mangiano e con la sua pelliccia ci faccio un colletto come quelli della zia Emma. Ovviamente non capisce le parole, ma sa che voglio dire l'esatto contrario e mi fa le fusa.


sabato 13 agosto 2016

Pane integrale

Nel 1989, di marzo, aprì "L'Erba salvia", il nostro negozio di prodotti biologici, nostro perché eravamo in tre donne. Volevamo vendere non solo prodotti secchi e a lunga conservazione, ma, da subito, volevamo avere quello che di fresco poteva offrire un mercato ancora povero di varietà. Latte fresco, tofu, perfino carne, arrivarono solo dopo: all'inizio c'era un pò di frutta, verdura, yogurt, latticini e PANE. E le buone cose che produceva la Fulvia: una ricotta meravigliosa e del meraviglioso pecorino, più, ogni tanto, qualche formaggio esperimento, sempre ottimo tipo la cacioricotta o il raviggiolo. 
Come fare con il pane, come procurarselo? Bisognava averlo fresco tutti i giorni, perché non eravamo a Firenze, dove la gente si leticava, nei negozi del biologico, anche un pezzo di pane magari di tre giorni. Eravamo ad Arezzo, nella provincia più conservatrice, e il nostro pane bio doveva essere comune pane toscano, fatto con farina da grano biologico, sciocco, cioè non salato, come da tradizione, e fresco tutti i giorni. Ci sarebbe stato anche il pane integrale, ma solo come alternativa. All'inizio la Fulvia comprava il grano da qualche produttore locale e lo portava a macinare al Mulino Grifoni, che ora è famoso, in Casentino. Una volta ci andai con lei a ritirare la farina ed era un gioiello, un mulino antico, quasi intatto, mosso dall'acqua di un torrente, ancora in funzione dopo centinaia d'anni dalla costruzione. Dopo un paio d'anni cambiammo mugnaio. Dopo un rapido passaggio dal mulino che era sulla strada fra Palazzo del Pero e Molinnuovo, andavamo dal Tortelli, a Bibbiena. Il signor Tortelli, Natale di nome, era un omino piccolo e anziano, esile, che si caricava sul groppone balle di farina da 50 kg e me le metteva nel portabagagli della macchina. Non faceva una piega, ci era abituato, ma lo stesso barcollava sotto il peso e ogni volta mi sembrava che cadesse. Gli andavo intorno allarmata (come se fossi stata capace di tenerlo se cadeva, lui e la balla) e lui rideva."Non cado, non cado!" Il Tortelli non ci costringeva a cercarci il grano, aveva sempre partite di grano bio per i numerosi stranieri e italiani che vivevano in Casentino e si facevano il pane in casa. Per il fornaio ci rivolgemmo ad uno di città che era noto per fare un pane discretamente buono in un forno a legna. Prendemmo accordi: acqua farina e lievito, senza aggiunte. La lievitazione non era naturale, c'era anche un pò di lievito di birra, oltre alla pasta madre, perché seguire una procedura separata e accurata gli creava problemi. Comunque alla fine avevamo del pane fresco tutti i giorni, bio, con farina macinata a pietra e cotto in uno degli ultimi forni a legna di Arezzo. Ne portai una pagnotta in regalo alla moglie di un caro amico; le spiegai cosa stavamo facendo, col negozio. Neanche lo guardò, quel pane. Qualche anno dopo, una volta che ero andata a trovarli, mi offrì una fetta di un altro pane simile,che però non era bio, e mi sciorinò tutta una filippica sul fatto che era un pò scuro, perché era macinato a pietra, e a lievitazione naturale. Sembrava che fosse la prima volta che sentiva parlare di quelle cose. Me, quella volta, non mi aveva neanche sentito. Provai una gran rabbia, mista a rassegnazione. Ci sono persone che sono sensibili solo alle mode: quando le cose, ogni genere di cose, diventano di moda, le annusano nell'aria, ma non c'è un vero interesse profondo, qualitativo, sono pronte a lasciare rapidamente quella moda per la prossima, perfino opposta.
Comunque questo pane che avevamo non mi soddisfaceva del tutto. Arezzo non era certo il posto giusto per proporre il pane nero del nord Europa, salato, fatto con farina di segale e semi. Io stessa lo apprezzavo, ma per cucinare certe cose della nostra tradizione occorre il pane sciocco toscano: con quello siamo cresciuti e quello resta per noi il vero pane. Con quello si fa la minestra di pane, più nota come Ribollita, e la Panzanella, quello si accompagna ai pecorini saporiti, alle acciughe, alle aringhe e soprattutto al nostro prosciutto. Io non sono una che storce il naso e mi piace molto assaggiare i cibi degli altri, quando vado in giro mangio il cibo del posto, che è anche un modo per conoscere veramente il mondo, e mi piace molto mangiare; però poi, a casa mia mangio volentieri le cose della tradizione e il nostro pane. 
Una sorpresa invece era stato il nostro pane integrale: il fornaio lo cuoceva nelle cassettine, ed era proprio buono. 

La Fulvia, la mia socia più grande, magnificava il pane di Pelago. Pelago è un posticino in cima ai monti del Pratomagno, alla Consuma. Lì c'era, e c'è ancora, un fornaio che aveva cominciato da ragazzo, a rifare il pane di una volta nel vecchio forno di casa. Si chiama Stefano Borselli, e il forno si chiama "Forno la Torre" e dal vendere il pane alle prime fierine del biologico ha finito per fornire i panettoncini biologici monoporzione alla British Airwais per Natale.
Il suo pane e anche tutto il resto, è una favola. Se lo scrivo io bisogna crederci, non sono affatto propensa ai complimenti in questo genere di cose. Abbiamo avuto, ogni tanto, anche altri pani, e per fortuna non ricordo più niente, soprattutto chi li faceva, pani zeppi e poco lievitati, pagnottone salate e grigiastre, brutte anche da vedere. Se non c'è scelta ogni tanto proponi anche cose meno buone. 
Per un certo tempo in negozio abbiamo venduto, solo una volta alla settimana, per la difficoltà di procurarselo, il pane di Pelago, anzi di Diacceto.
Diacceto: perché si vede che in inverno ci fa un freddo boia. Avevamo trovato un fornitore che passava da Diacceto il martedì e ci faceva il piacere di caricare il sacco e portarcelo quando di pomeriggio tornava in città.
Direte voi: non siete mica lontani dalla Consuma. No, ma quando qualche volta bisognava andare a prendere il pane perché c'era stato qualche disguido andava via tutta la mattinata.
Un paio di giorni fa Mauro ha portato a casa due pezzi di pane fresco: uno tutto integrale, un integralone zeppo e poco interessante e un altro pezzo che ho messo in bocca e ho avuto una sorpresa. Il gusto era del pane di Pelago! Ogni boccone mi riportava lì, ma non c'era, come nelle madeleines di Proust, il gusto delle cose perdute o dell'infanzia. Perché il pane di Pelago aveva, per me, il sapore maturo di un cibo legato al lavoro e a tanti problemi concreti che riguardavano il negozio ma anche la mia vita privata e ora, non so se sia una fortuna, sono alle mie spalle. Per tanto tempo, dopo aver chiuso il negozio, è stato come se avessi chiuso una porta e fossi andata avanti senza guardarmi indietro; le persone e le cose legate al negozio si erano perse nella nebbia ed era un pochino come aver perso una parte di me. Ora penso che sia arrivato il tempo di riprendere in mano quel passato che mi appartiene e che posso guardare con tanto affetto e con soddisfazione.

mercoledì 10 agosto 2016

San Lorenzo

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

Di questa poesia di Pascoli ricordavo solo la prima strofa, che è poi quella che veramente mi piace. In questi giorni dell'anno si possono alzare gli occhi, di notte, e vedere i meteoriti che bruciano a contatto con l'atmosfera, gli sciami delle Perseidi, le stelle cadenti. 
Ho conosciuto una persona che ne negava l'esistenza, come se fossero solo un mito, alla stregua delle fate o dei folletti. Che non avesse mai alzato gli occhi nelle notti estive?
Si dice che quando se ne vede una si può esprimere un desiderio: io ne ho tanti, che riguardano tutti noi e qualcuno per alcune persone in particolare, li affiderò alle scie luminose. Se non oggi, domani,le Perseidi passano per un pò di giorni, perché forse stasera piove. 
Mi torna in mente un vecchio amico che non c'è più, Nanni De robertis. Quando in estate andavamo in montagna in pulman con Don Sergio ci trastullava, anche se non era tanto più grande di noi, con certi racconti che venivano da Torrita di Siena, dove aveva i parenti e aveva trascorso parecchio tempo nell'infanzia. Erano racconti su preti e messe e anche processioni, perché veniva da una famiglia molto religiosa. Ci raccontò dell'omelia di un prete per la Messa di San Lorenzo. San Lorenzo è un martire che fu messo a "cuocere" su una graticola.
Il prete disse "Sento odor di pollo arrosto? Nooo! 
Sento odor di patatine? Nooo! 
Ah! Sei tu, bistecca santa!"
Ciao Nanni.

domenica 7 agosto 2016

Il sogno di Theimer

Ieri ho avuto una bella giornata. Tanto bella che è giusto lasciarne una traccia. Sono uscita con mia figlia, quella che è qui. L'altra, chi passa di qui non lo sa perché forse non l'ho mai scritto, è all'estero, in Scozia, per studiare ancora. Grazie a Dio fra un pò finisce. Per la terza volta. Dopo la triennale e la magistrale ora c'è il master. "Non dire master, mamma. Devi dire Master of Science" Facciamo come dice lei. E' stata molto brava e fra poco il voto sulla tesi lo confermerà.
 Ci sono stati alcuni mesi duri. Ieri però abbiamo, o almeno io ho avuto una bella giornata. Io di sicuro, meglio sempre parlare per sé. Intanto ho potuto godere della  compagnia della mia figliola, mentre magari lei si annoia un pò in giro con la mamma. Siamo andate insieme alla fiera, cioè la fiera antiquaria di Arezzo e abbiamo incontrato tante persone. Prima la signora dell'ottica, che mi aveva fatto degli occhiali nuovi "da vicino". Per lontano, nuovi, mi servono anche quelli, ma costano talmente tanto che bisogna aspettare un pò. Poi, una volta tanto che uscivo, sembrava che il passato fosse venuto a visitarmi e a ricordarmi tante cose belle. Ci siamo fermate al banco di un'amica di tanti anni fa, e poi di un'altra amica e poi di un giovane senegalese con cui abbiamo chiacchierato a lungo, con quale costrutto non so, ma è stato molto piacevole e alla fine ho comprato da lui una cosa che desideravo da anni. Un oggetto che sarebbe piaciuto molto al mio babbo. Vedi, le chiacchiere!
Poi abbiamo trovato Thomas, tedesco, che veniva in negozio ogni tanto, e produceva e vendeva erbe officinali. Erano tanti anni che non lo vedevo, forse venti, era ed è un tipo originale, fuori da schemi e regole, che ci ha parlato di come abbia, adesso, lui che lavorava da solo, ventitre dipendenti, e io ho detto con stupore che è diventato un uomo d'affari, senza perdere tutto quello aveva già: mi ha guardato con profondità e ha detto "Lo spero", poi si è lanciato in un discorso su "Ildegarda di Bingen" e sul fatto che è stato a Bingen dalle suore e ha trascorso con loro un giorno intero, parlando con la superiora dell'ordine, e ora dovrà fare un intervento pubblico su Santa Ildegarda, che era una erborista, e non era santa fino a pochi anni fa, o almeno nessuno l'aveva riconosciuta come santa, perché il clero tedesco si era sempre opposto, ma papa Ratzinger aveva fatto un colpo di mano e l'aveva santificata, e tutto questo fa pensare a chissà quali intrighi e litigi avvenuti in vita di Ildegarda che hanno prodotto propaggini fino da noi. Gli innovatori, e gli illuminati, si fanno spesso tanti nemici. Avrei chiacchierato con Thomas un giorno intero. Gli ho detto che è tanto che voglio trovare un libro su Ildegarda, un personaggio che mi interessa molto.
Ad Arezzo c'è adesso una mostra fino al 23 ottobre e consiglio di vederla, agli aretini e agli altri. L'unica pecca della mostra è che l'ha "curata" Sgarbi. Io, poveretto, non lo posso soffrire, la sua immagine pubblica è pessima e riunisce tanti difetti odiosi, ma forse di persona sarà meglio. La mostra è di un'artista che si chiama Ivan Theimer, cecoslovacco, vissuto a Parigi, fuggito dal blocco sovietico nella giovinezza. Io non lo conoscevo, e mi ha completamente preso. Mi telefonò la mia cara amica Concetta, dicendomi che dovevo, o dovevamo andare insieme  a vedere questa mostra, che era bellissima e che le aveva ricordato, per la potenza, quella che avevamo visto tutte insieme da ragazze, al tempo dell'Università al Forte Belvedere a Firenze. Era la mostra dello scultore Moore. Il fatto che vedendo la mostra avesse pensato a me mi ha commosso. Ho rivisto noi ragazze, tutte ancora amiche,  e quel periodo della vita. Anche questo Theimer è uno scultore e la mostra sarebbe già bella di per sé, ma è anche più forte per il fatto di essere collocata nella Fortezza della nostra città, che è stata quasi del tutto restaurata. Hanno dovuto scavare molto, perché la parte interna era stata quasi del tutto interrata e ci hanno trovato, c'era da aspettarselo, resti di una chiesa medievale dedicata a San Donato, il patrono di Arezzo, e altri resti di pavimenti a mosaico di età romana. Qui da noi dove scavi trovi cose antiche o antichissime, il passato è forte e si impone. Anche nelle sculture di Theimer. Ci sono bambini con dei gran cappelli ispirati a quelli dei dipinti di Pier della Francesca.
Cappelli a tronco di cono, di cui si possono dire molte cose, ma importante è ciò che suscitano in chi osserva. A me sono sembrati cappelli da sacerdote, corone da re, antenne di ricezione di messaggi dall'universo e anche contenitori del passato, tutto il passato che gli uomini si trovano ad avere in testa e in eredità e può schiacciarli; ma queste figure non sono oppresse, ma forti, per il passato che hanno nella testa e che è scritto sui grandi cappelli. Hanno in mano pesci, e camminano su tartarughe. Mi sono ricordata dei cappelli che disegnava mia figlia da bambina, da cui uscivano oggetti e fiori: esplosivi enormi cappelli a fontana da cui il mio babbo era affascinato. Ci sono molti obelischi nella mostra, direi che è soprattutto una mostra di obelischi, inquietanti e pieni di simboli. I simboli parlano direttamente all'inconscio e se ne esce molto rimescolati. A me poi, la tartaruga ha fatto compagnia per tanti anni. Mauro ha fatto delle foto e un paio gliele ho fatte io a lui, che dice sempre che non ci sono foto sue. Così ci ricorderemo di come era a sessantatre anni Al termine di questo post non so se ne scriverò altri, forse sì, e non è un cattivo segnale, ma intanto ci sono, sono viva. 







 





giovedì 4 agosto 2016

Passaggio in India

Ho in casa tanti libri che ho letto tanto tempo fa. Sono convinta di  ricordarmeli, di possederli in qualche modo, ma non è vero. O almeno non è più vero, era vero anni fa; ora, se provo a dire di che parlano, a rientrare nella storia, mi sembra di rovistare in un ripostiglio abbandonato dove le memorie riposte sono state mangiate dalla polvere e dal tempo. E' rimasta solo una struttura fragile che si disfa quando tento di osservarla. Fino a poco tempo fa pensavo di avere una memoria infallibile, memoria dei libri, delle canzoni, delle cose imparate e accadute a scuola, di ciò che era accaduto nella vita, poi mi sono accorta che avevo dimenticato tantissime cose di cui, all'epoca, mi pareva di avere il pieno possesso, come la trigonometria, studiata al liceo. Questa cosa mi sgomenta, perché mi rendo conto che non posso fidarmi completamente di me stessa. Per mettere rimedio a questa perdita ogni tanto  rileggo uno di questi libri quasi dimenticati e provo un gran piacere come se fosse una nuova lettura: certamente lo è, abbiamo tutti sperimentato che le cose ci sembrano nuove perché intanto noi stessi siamo cambiati, non siamo più quella persona che lesse lo stesso libro molti anni fa. Ho ripreso in mano "Passaggio in India", di Edward Morgan Foster. Ecco cosa scrive a pagina 7 riferendosi al cielo dell'India, sopra la città di Chandrapore.

Il cielo regola tutto- non soltanto i climi e le stagioni, ma anche il momento che la terra deve essere bella. Da sola lei può far poco, appena qualche debole erompere di fiori. Ma quando il cielo lo decide, la gloria può erompere nei bazar di Chandrapore o una benedizione passare da orizzonte a orizzonte. Questo il cielo può fare perché è forte e così enorme. La forza gli viene dal sole, che gliela infonde ogni giorno: l'immensità della terra prostrata. Nessuna montagna frastaglia quella curva. Per miglia e miglia la terra è piana, si solleva un poco, è nuovamente piana. Quell'infinita distesa è interrotta solo a sud, dove un ammasso di pugni e dita balza fuori dal suolo. Quei pugni e quelle dita sono i monti Marabar, che contengono le straordinarie grotte.

Il cielo, o la luce. La luce crea il mondo nuovo ogni giorno e se lo decide può far bello il luogo più infimo. 

La storia si svolge nei primi anni del secolo scorso. La signora Moore arriva nella città di Chandrapore insieme con Adela Quested. Sono entrambe inglesi, e Adela conosce già il figlio della signora Moore, magistrato della città, e ha compiuto il viaggio per incontrarlo  e forse sposarlo, ma anche per conoscere l'India. 
Non è facile conoscere l'India; gli inglesi che la dominano e la governano ci vivono, ma la rifiutano. Subito nelle prime pagine Foster descrive la città di Chandrapore.

Più rasentata che bagnata dal Gange, si trascina per circa due miglia lungo la riva e a stento la si riconosce dai detriti che il fiume deposita con tanta abbondanza. Tutto ciò che lo sguardo incontra è così fatiscente, così squallido, che quando scendono le acque del fiume Gange ci si aspetterebbe di vederle travolgere quell'incrostazione nella terra. Le case crollano, la gente annega ed è lasciata imputridire, ma il profilo generale della città sussiste, qua gonfiandosi, qua ritraendosi, come un'infima ma indistruttibile forma di vita.

Gli inglesi arrivano in India e diventano velocemente angloindiani. Si tratta di un processo indotto da due cose che accerchiano il nuovo arrivato: una è effettivamente l'India e la sua identità sfuggente e mutevole, fatta del clima, del territorio e delle persone; l'altra è la comunità angloindiana che accoglie l'ospite solo in cambio di un'identificazione incondizionata, altrimenti si è fuori, reietti e rifiutati, in un paese tutto sommato estraneo.

La signora Moore appena arrivata conosce per caso il dottor Aziz, medico indiano musulmano che ha studiato in Inghilterra.  Lo conosce di notte, in una moschea, dove lui si è fermato per riposare e lei invece ci è arrivata imprudentemente, da sola, allontanandosi da un noioso spettacolo teatrale allestito dalla comunità angloindiana. Da questo incontro casuale ha inizio la vicenda. Adela desidera conoscere l'India, e per questo deve conoscere gli indiani. Il suo promesso fidanzato è irritato e infastidito da questo desiderio, che considera il capriccio di una nuova arrivata, ma lo asseconda, chiamando ad aiutarlo il signor Fielding, l'insegnante dell'istituto governativo. 
Ci sarà una gita alle grotte dei monti Marabar, organizzata e offerta dal dottor Aziz. Durante la gita Adela, rimasta sola all'interno di una grotta, sarà molestata, o crederà di essere stata molestata, e accuserà il dottor Aziz. Ci sarà un processo, ma alla fine Adela ritirerà le accuse e il dottor Aziz sarà liberato. Questa la storia in brevissimo. Ma si sa, le storie sono solo strutture, scheletri, e ciò che le rende belle, come per le persone, è tutto il resto, muscoli e carne e legamenti e la pelle sopra, il suo colore e la morbidezza, e il luccicore e il colore degli occhi e dei capelli che rendono unico l'individuo.  
Edward Morgan Foster, lo scrittore, nacque a Londra nel 1879 da una governante di origini modeste e da un architetto che morì prima che il bambino compisse un anno. Edward crebbe in una famiglia fatta solo di donne, parenti e amiche della mamma, con la quale stabilì un rapporto affettuoso e molto forte che lo influenzò tutta la vita. Mi ricorda un saggio di Freud su Leonardo Da Vinci,  mi pare, nel quale studiava il rapporto fra una forte figura materna e l'emergere, nel figlio maschio, dell'omosessualità. 
Foster fu effettivamente omosessuale, anche se gli ci volle molto tempo per accettarlo, e la sua scrittura è sensibile, delicata nel raccontare i pensieri dei personaggi e la loro mutevolezza. Niente è rapido come il pensiero, nella nostra esperienza, e niente cambia con tanta rapidità, un momento si può pensare una cosa e un momento dopo il contrario, e comportarsi di conseguenza. 
Foster racconta questo, i pensieri, e lo fa a volte con una punta di acrimonia,  a volte con distacco. I pensieri delle sue figure femminili sono esaminati senza pietà, salvo quelli della signora Moore. I dialoghi esprimono un conflitto permanente, che mi è familiare. Come mai, quando ho sentito questo tipo di cose? mi sono chiesta. Non ci è voluto tanto per ricordarlo. Per esempio, già quando ero bambina, il rapporto fra bambini di città e bambini di campagna, o anche adulti di città e adulti di campagna. Le persone di campagna parlavano male, una specie di dialetto, in genere erano meno educate, ma soprattutto meno disinvolte, meno moderne, impacciate dall'essere quello che erano, campagnoli, e si sentivano a disagio in presenza di gente di città, ma desideravano piacere ed essere accolti e accettati. Le persone di città si sentivano un pò superiori, ma sapevano che si trattava di una posizione sempre da conquistare, e certe volte manifestavano magnanimità  nei confronti dei campagnoli, più spesso disprezzo o indifferenza.
Oppure: gente del sud e gente del nord. O, a scuola, bambini ricchi e bambini poveri. Qualcuno sa di che parlo? Ma sì! E anche ora quanti conflitti, espressi e inespressi, covano come fuochi sempre pronti a divampare nella polvere della nostra società umana. Ora abbiamo anche il conflitto fra autoctoni ed emigrati, oppure fra cristiani e musulmani...Questo "Passaggio in India" serve a comprendere i conflitti, a vederli dentro di sé.
Virginia Woolf apparteneva al gruppo di intellettuali amici di Foster e dice di lui: "La sua ammirevole capacità d'osservazione lo serve troppo bene.. se fosse meno scrupoloso, meno sensibile alle molteplici facce di ogni questione, potrebbe arrivare con forza maggiore ad un risultato preciso."
In questo libro però Foster raggiunge il risultato in pieno. Racconta l'eterna disputa fra inglesi dominatori e indiani dominati, racconta il rapporto fra Adela e il quasi fidanzato Ronny, che finirà per disfarsi completamente, racconta della signora Moore che scivola verso la morte, racconta del mite e gentile dottor Aziz, racconta dell'onestà e della libertà del signor Fielding, l'unico inglese che sta dalla parte degli indiani. E racconta delle grotte Marabar e della loro eco.

Ci sono echi raffinatissimi in India; c'è il sussurro intorno alla cupola di Bijapur, ci sono le lunghe compatte frasi che a Mandu viaggiano attraverso l'aria e tornano indenni a chi le ha suscitate. Ma l'eco in una grotta Marabar è del tutto indistinta. A qualunque cosa si dica risponde lo stesso rumore monotono, e vibra su e giù per le pareti finché il soffitto non lo assorbe. Bum, è il suono, fin dove l'alfabeto umano può renderlo, o bu-um, o u-bum, completamente ottuso. Speranza, gentilezza, soffiarsi il naso, una scarpa che scricchiola, tutto fa "Bum". E se molte persone parlano insieme, comincia un boato di suoni incalzanti, da eco nasce eco e la grotta è tutta piena di un serpente composto di tanti serpentelli che si torcono ognuno per suo conto.

La signora Moore, al chiuso della grotta completamente buia salvo un fiammifero acceso per un attimo, si sente soffocare per il lezzo delle altre persone e prova sgomento per l'eco.

La folla e il lezzo poteva dimenticarli, ma l'eco, stava cominciando a minare la sua presa sulla vita in chissà quale indescrivibile modo.
"Il pathos, la pietà, il coraggio... esistono, ma sono identici, tale e quale il sudiciume. Tutto esiste, niente ha valore." 
Se in quel luogo avesse proferito un'infamia o recitato versi sublimi, il commento sarebbe stato lo stesso: "u-bum". 
Se uno avesse parlato le lingue degli angeli o chiesto grazia per tutta l'infelicità e l'incomprensione del mondo, passata presente e futura, forse il risultato sarebbe stato lo stesso, il serpente sarebbe disceso per poi tornare al soffitto...nessuno avrebbe potuto rendere romantico il Marabar, perché spogliava l'infinito e l'eterno della loro immensità, l'unico attributo capace di adattarli al genere umano.

La signora Moore pensa queste cose, e si spaventa, poi pensa anche di essere vecchia e stanca e che forse sta per ammalarsi. 

Ma d'improvviso, sulla soglia della sua mente, apparve la Religione, il povero piccolo cristianesimo ciarliero, e lei seppe che tutte le sue divine parole si riducevano a "Bu-um". Allora si sentì atterrita su un'estensione più vasta; l'universo, sempre incomprensibile al suo intelletto, non offriva riposo alla sua anima, l'inquietudine degli ultimi mesi prese infine una forma precisa e lei si rese conto che non voleva scrivere ai suoi figli, non voleva comunicare con nessuno, nemmeno con Dio. Perse interesse a tutto e le parole gentili che aveva rivolto al dottor Aziz non le parvero più sue, ma dell'aria. 

Credo che sia difficile trovare una descrizione migliore dell'inizio, subitaneo e sconvolgente, di una depressione, che nasce sempre da un pensiero.