venerdì 12 luglio 2019

incontrare Gino Strada

Nel 2004 lavoravo in città. Per andare al lavoro parcheggiavo alle scale mobili, un parcheggio che è indicato come "Pietri", per chi non è aretino. Salivo fino in piazza del Comune, davanti all'ingresso principale del Duomo, e poi andavo da lì a piedi a lavorare. Arrivavo intorno alle 16,30. Bisogna che dica come è bello passare dalle scale mobili. La prima volta che lo feci percorsi i vari tratti, che si possono salire con le scale mobili o con le proprie gambe, e arrivata in cima entrai in un palazzo, che mi pare sia una parte del palazzo vescovile, e percorsi un corridoio a piano terra, al termine del quale c'è una porta. La porta si apre proprio in piazza del Comune, accanto alla scalinata di pietra che sale all'ingresso del Duomo, che si trova a sinistra; davanti ci sono il palazzo medievale del comune e quello novecentesco
della provincia, sulla destra c'è il palazzo del vescovato e sulla sinistra si intravedono gli alberi del Prato, il più antico parco pubblico; insomma: è come entrare in un bel salotto antico. E' sorprendente.  E' la mia città e per quanto per certi versi non la sopporti le appartengo, ci sono nata e la trovo molto bella. Un pomeriggio dell'estate 2004 arrivando in Piazza Duomo, che era abbastanza affollata di turisti, incontrai Gino Strada. C'era Arezzo Wave e lui era stato chiamato a partecipare, questo lo lessi poi sul giornale. Immaginate di andare al lavoro come tutti i giorni di fretta, con tutt'altri pensieri in testa, e incontrare, quasi andandoci a sbattere, quest'uomo molto alto e molto noto, sottobraccio con una signora bellissima, che aveva un bel cappello con la tesa, da sole, di quelli che stanno bene solo alle donne molto eleganti e con una forte personalità. Avevo visto la signora Teresa, la moglie, in televisione e nelle foto, ma mi sembrò così giovane e bella che pensai per un attimo fosse sua figlia. C'era qualcosa di speciale in quella donna, qualcosa di molto lieve e anche molto forte, una grande anima generosa. Feci una cosa che mi capita a volte di fare, dissi a voce alta, "ma lei è Gino Strada!" e gli diedi un bacio sulla guancia, costringendolo a chinarsi. La moglie si mise a ridere, io dissi che ero stupita e felice di incontrarli, e che ammiravo quello che facevano, e lui disse qualcosa sul fatto che se ero d'accordo con loro non restava che sostenerli contribuendo in qualche modo al lavoro di Emergency. Questione di due minuti, me ne andai di corsa per non fare tardi ed ero felice e illuminata dall'incontro, e anche sorridente per tutto il resto della strada. Una coppia bellissima, in armonia, sottobraccio, sorridenti. 5 anni dopo, nel 2009, Teresa sarebbe morta per malattia. 
Arrivai al ristorante e c'era il mio datore di lavoro a cui raccontai quello che era successo, raggiante. Volevo solo condividere un momento di felicità, ma lui ebbe una reazione che non mi aspettavo. Disse, alzando parecchio la voce, che quello, Gino Strada, era uno che si era potuto permettere di fare l'eroe, che si vede che aveva tempo da perdere, che non doveva aver avuto problemi nella vita, che cavolo ci andava a fare in giro per il mondo a salvare la gente, che voleva dimostrare, e tutta una serie di cose insensate e immotivate, in cui tutto ciò che veniva fuori era rabbia e frustrazione, perfino odio nei confronti di chi riesce a fare cose buone e nobili e mobilitare energie umane intorno a obbiettivi importanti e difficili da raggiungere. Poveretto, c'era da chiedersi cosa lo avesse portato a quel punto dove si trovava. Assalita in quel modo rimasi male, ma quello mi dava da lavorare e non potevo mettermi a litigare, oltretutto sarebbe stata una lite inutile in cui ognuno sarebbe rimasto delle sue idee, e di sicuro ci saremmo tutti e due molto arrabbiati, tanto valeva non iniziare nemmeno. Stetti zitta, e da allora è una cosa che ho fatto moltissime volte. Non piacevole per me che ho idee precise e forti e sono abbastanza focosa. 

Ci ripenso spesso in questo triste periodo in cui si vuole deviare tutta l'attenzione pubblica sulle ONG che pattugliano il mare alla ricerca di gente che scappa da torture e morte andando incontro ad una morte diversa  o a innumerevoli altre difficoltà, soltanto differenti, nella speranza che siano almeno affrontabili. I cattivi sono diventati quelli si impegnano a favore dell'umanità, c'è proprio una campagna contro di loro, la capitana della nave Sea Watch è definita dai giornali di destra una pirata, una che viola le leggi.  Con un Parlamento come il nostro ci vuole niente a far approvare leggi che contrastano con le leggi umane fondamentali, basta ricordarsi che anche quelle razziali erano leggi. Il problema è che gli umani non hanno neanche in testa, o almeno non tutti, le tre leggi della robotica che Asimov si era inventato per i robot. Sarebbe utile per davvero. Da qui al totalitarismo c'è proprio solo un passo. 

C'è un ribaltamento completo che si giustifica in parte col fatto che gli stranieri, "lo straniero", fa paura, è diverso, ha abitudini non igieniche, come chi piscia per strada contro i cespugli, e ad Arezzo ne ho visti anche tre tutti in fila uno accanto all'altro. Oppure ha pratiche qualche volta crudeli e disumane, come quelli che fanno infibulazione e circoncisione in casa ai propri bambini, con coltelli da cucina, con la massima naturalezza, come facevano al paese loro, ma qui ci sono ospedali e regole, come quella sacrosanta e universale per cui il corpo femminile non si può menomare. Qualche volta lo straniero delinque, come fanno spesso quelli che vengono dai paesi dell'est, o quelli delle varie mafie cinesi e nigeriane; si comporta in modo non adatto, è avvertito come invasore. Obbliga a cambiare, ad alzarsi dalla posizione magari neanche comoda, ma nota, conosciuta, che fa meno paura e questo in un paese di vecchi è faticoso. Obbliga a ricominciare daccapo, avevamo smesso noi da poco di fare certe cose sbagliate, e ora arrivano tutti questi che non sanno niente. Separazione dei rifiuti, corretto smaltimento, regole, leggi piccole e grandi a cui noi ci sottomettiamo di malavoglia per loro sono spesso solo sciocchezze incomprensibili. Sciocchezza incomprensibile, per esempio, anche questo fatto che si condanni l'alcolismo, a parole, perchè poi i giovani, giovani italiani, si invitano continuamente a bere e consumare stupefacenti, considerandoli solo consumatori di un grande mercato lecito e illecito, carne da macello per le organizzazioni criminali come manodopera e soprattutto come "utenti" da spremere. 

Ci sono popolazioni che bevono moltissimo, in tutte le feste, e anche a casa propria, e non ci trovano niente di male, e se parli con questi di dipendenza si mettono a ridere, salvo poi arrivare facilmente alla cirrosi. Oppure causare problemi seri e incidenti nei luoghi di lavoro o alla guida di veicoli perchè sono ubriachi. Il mio collega filippino, che ammira moltissimo il proprio presidente Duterte, che descrive come un misto inquietante fra San Francesco e Mussolini, dice che nella Filippine c'è moltissima droga, che sono i cinesi a diffonderla e guadagnarci, ma che è una cosa che si fa di nascosto, non come qui, che in piazza Sant'Agostino, salotto buono di Arezzo, la sera se la scambiano, droga e soldi, senza vergogna e sotto gli occhi di tutti. 

Ah no, da me non aspettatevi che sia buona a priori, io con gli stranieri ci ho lavorato e ci lavoro e ne ho viste abbastanza per pensare che tutto vada bene e se ne debbano accogliere all'infinito. Ma tanto ci toccherà che lo vogliamo o no, perché l'Africa, per esempio, resta una terra di rapina per molte aziende che vogliono pagare poco le materie prime, che hanno interesse che in molti paesi governino piccoli crudeli dittatori con cui trattare più vantaggiosamente. E davanti a tutto questo si risponde con l'irrigidimento, la chiusura, la violenza, ma poi questi stranieri si fanno entrare nelle case, come badanti, come personale di servizio, e si dice che sono bravi, che puliscono bene, perchè non importa che sia vero, solo non lo vogliamo più fare noi e vogliamo anche spendere poco. Così come vogliamo pagare poco il cibo, e non ci importa, non vogliamo sapere che a produrre questo cibo non caro sono nuovi schiavi, in luoghi d'italia dove le leggi sul lavoro non contano niente, e neanche quelle umane fondamentali, perché le ragazze vengono violentate, si rialzano e tornano a lavorare, e non hanno gabinetti e neanche acqua potabile a disposizione, e posti puliti e decenti per dormire e va bene così perchè in questo modo il cibo che troviamo sul banco del supermercato e che mangeremo oggi e domani costerà poco, un prezzo forse adeguato alla piccola pensione che abbiamo, anche se è così pesantemente inquinato non tanto dai pesticidi ma dall'ingiustizia che non può farci davvero bene, non può essere davvero sano. Va bè, è una sparata lunga e inutile, che ne dite? Io lo penso davvero, che sia un'analisi poco utile, e anche approssimativa, solo un'immagine contraddittoria ma credo reale, eppure una cosa è sicura come la morte, che siamo in un periodo abbastanza di merda.
Non me la sento di finire così questo post e mi viene in mente una trasmissione televisiva su Emergency, dove si vedeva la sede di allora e i volontari che ci lavoravano. L'intervistatore chiedeva che stavano facendo e una signora diceva che stava ritagliando tutti gli articoli comparsi sui giornali che parlavano dell'associazione, e un'altra prendeva nota delle donazioni. Diceva, questa donna, che si trattava di un lavoro molto lungo e noioso e che aveva detto alla Teresa (Teresa Sarti, moglie di Gino) che lei quel lavoro lì se la pagavano non l'avrebbe mai fatto, per quanto era noioso. Lo faceva perchè era gratis! Mi fece morir dal ridere, e questa è l'Umanità, fare cose che non faresti mai, e invece le fai perché hai un grandioso motivo. Si nasce animali, che di per sé non sarebbe male, se non che siamo fra i peggiori animali, e se siamo bravi e ci si impegna si diventa Umani. La vita è un cammino di Umanizzazione, come dicevano al mio corso per consulente famigliare. Diventiamo umani, non c'è altra via.

domenica 7 luglio 2019

"a volte ritornano" e l'estate dei ragni

Tempo fa avevo fatto un post che avevo intitolato "l'impostore". L'Impostore è un gatto nero che sembrava proprio Roger, uno dei nostri due fratelli neri spariti due anni fa. Non pensavo che fosse davvero Roger, avrebbe avuto anche lui una bella età, ma gli somigliava tantissimo, miagolata e tutto, però i gatti neri si somigliano molto, a volte anche in un'altra città, distantissima da casa nostra, proviamo questa strana emozione nel vederne uno che è uguale al nostro, sembra proprio lui. C'era però una cosa che era tipica di Roger. A un certo punto della primavera perdeva il pelo a chiazze. Non era tigna o qualcosa del genere, ci avevano detto che era forse una malattia autoimmune. Ma siccome poi con l'arrivo dell'autunno tornava normale non ci era sembrato di doverci addentrare in complicate cure con risultati per niente sicuri. Una mattina, all'inizio del grande caldo, l'Impostore è arrivato al finestrone di cucina e aveva una chiazza spelata. Ora è molto spelato. E' Roger. Ogni tanto gli chiedo perché diavolo è stato via tutto questo tempo. Fra poco, alla fine dell'estate o anche prima, rimetterà il pelo e tornerà il gatto un pò nervoso ma bello lucido e in carne che ricordiamo. Della serie: a volte ritornano.
Per il resto è l'estate dei ragni. Mai viste tante ragnatele tese da tutte le parti, anche un  solo filo lunghissimo in cui però ti impigli passando e ti da fastidio, dopo un po' ti ritrovi appiccicato e  ce le hai perfino nel naso.  In giro ci sono ragnatele veramente dovunque come trappole per prendere insetti, magari prendessero le zanzare, e intanto si riempiono di foglie secche e petali  caduti e fanno disordine e caos. Sono tutti ragnetti della stessa specie, chissà se succede anche a qualcun altro, come per esempio succede con i bruchi della limantria, una farfallina che parassita le querce e che quest'anno sta facendo tanti danni. Uno di questi ragnetti è entrato in casa e ha fatto la tela sul vetro del finestrone. Dopo un pò aveva acchiappato un tafano molto più grosso di lui  e se lo mangiava. Bravo.

mercoledì 19 giugno 2019

Oggi faccio un annuncio con un post di "servizio". Domattina 20 giugno, alle 9,35 circa, presenterò il libro nuovo, "i misteri della porta accanto" a Radio Fly, un'emittente locale che tanto locale non è perché si sente dappertutto in streaming. Le frequenze sono 98,500 e 106,100 nella nostra zona.

www.radiofly.cloud

tunein.com/radio/RadioFly-985-s292304

anche col telefonino!
La signora che vi appare sul link NON sono io. Radio fly è la radio dove trasmette musica Mauro, mio marito, martedì e venerdì dalle 15 alle 18, e domenica dopo cena dalle 22 alle 24

martedì 11 giugno 2019

I MISTERI DELLA PORTA ACCANTO, il mio secondo libro

Dopo 6 anni viene pubblicato il mio secondo libro. E qui, in questo spazio che considero casa mia, posso raccontarlo per benino. Avevo questo romanzo breve, o racconto lungo, nel cassetto/computer da tre anni. L'avevo mandato a alcune case editrici ma non avevo ricevuto non solo risposta, ma neanche il vago segnale che l'avessero ricevuto. Come una goccia nel mare. A inizio anno ho trovato una casa editrice di Firenze, Porto Seguro editore. Ho mandato il testo e mi hanno risposto gentilmente che l'avevano ricevuto e che per avere una risposta ci sarebbe voluto più di un mese. A me è sembrato un miracolo già soltanto aver ricevuto quella risposta lì. Gentile, educata, umana. Si apriva una speranza. Ma il mese è passato, poi due, poi tre...mia figlia ha detto che potevo sollecitare, al massimo avrei ottenuto una rispostaccia. Invece mi hanno chiesto di rispedire il testo e poi hanno detto che andava bene e ci si poteva incontrare. Sono tutti giovani e penso sarà bello lavorare con loro. 

Il libro si intitola "I misteri della porta accanto". Io avrei voluto chiamarlo in un altro modo, i Tarocchi di San Bartolo, o i Tarocchi della Donnina, ma va comunque benissimo così. 

Giovedì 13 giugno, dopodomani, ci sarà una presentazione collettiva a Firenze, al circolo "La rondinella del Torrino", e se qualcuno che sta nei dintorni legge questo annuncio e ci va, mi fa felice. Io però non ci sarò, perchè al lavoro per questa giornata non mi possono sostituire. Ci saranno però Mauro, mio marito, e Gaia, mia figlia. E forse Andrea Martini, un mio vecchioamico. Se tutto andrà bene ci saranno altre occasioni perchè ho altri libri quasi pronti nel cassetto. Altrimenti resteranno lì a dormire. Il libro si può ordinare in libreria, con il titolo, l'autrice (Lorenza Maria Mori) e l'editore Porto Seguro. Oppure direttamente online cercando in rete la casa editrice. Dette tutte le cose pratiche, cosa che mi imbarazza sempre molto, posso provare a dire qualcosa sul libro senza togliere il gusto di leggerlo. 

Tutto nasce da un fatto che mi era realmente accaduto i primi tempi che eravamo sposati e abitavamo in una casina isolata in piena campagna, ma nelle immediate vicinanze della città. Ero spesso sola e quella mattina d'estate passò una donnina. Si vedeva subito che era una vagabonda, "senza fissa dimora", come si dice di solito. Mi chiese da bere, le offrii qualcosa da mangiare, poi, siccome mi aveva inquadrato bene, mi chiese se le facevo fare un bagno. Questa richiesta mi turbò parecchio, forse si può immaginare, oltretutto ero sola in casa, ma le dissi di sì. Lei fece il bagno, ringraziò in malomodo, (era anche molto poco amichevole), e se ne andò. Non la rividi più, ma quell'incontro mi aveva parecchio turbato e interrogato. L'avevo catalogato e messo da parte, ma volevo anche scriverlo. A me piace scrivere sulle cose scomode, o che interrogano, o che ribaltano la visuale. Quando l'ho fatto ho cominciato ad attaccarci altre cose e da dieci pagine iniziali sono diventate più di cento. Ne è venuto fuori un ritratto immaginario della vita in campagna in quegli anni, ma anche della città di Arezzo, che potrebbe non piacere a molti.
L'ho riletto e mi sono accorta che avevo scritto un giallo. C'era dentro un'indagine, e un quadro indiziario. Sono rimasta piuttosto sorpresa. Poi Massimo Acciai, che è stato il mio editor per la casa editrice, ha detto che si poteva chiamare un "noir". Dategli il nome che volete, dopo e se avrete avuto la pazienza di leggerlo. 

Ci ho pensato molto in questi giorni, per scrivere qualcosa di presentazione che Gaia potesse leggere o le potesse servire come canovaccio per dire qualcosa lei stessa giovedì. E ho capito di aver scritto un libro sul Male. Non è una cosa originale, lo so, oltretutto, l'ho già detto tante volte, le storie umane sono sempre le stesse, e questa è una delle tante...ma posso assicurare che è difficile scrivere sul Male. Su come all'inizio sia sottovalutato e ci si passi sopra, su come poi cresca e si gonfi. Su come si reagisce al male e si prova a resistere, e su come il male cambia le persone, si insinua nella società umana e la cambia. Tutto ci cambia, e siamo sempre in evoluzione, ma il male può corrompere e cambiarci in peggio, cacciarci nel buio e nella solitudine.  Quando ci si ha a che fare si perde qualcosa, io credo: un pezzo di noi, nel peggiore dei casi, o qualcosa che ci appartiene a cui dobbiamo rinunciare per salvarci.

E' anche un libro sul tema dello Straniero, oggi così importante. Lo straniero è il matto dei Tarocchi, che irrompe perturbante, ma è più straniero lui o quello autoctono che vive nella casa accanto?
Nel libro ci sono anche un sacco di bestie, ma chi legge le mie storie sa che gli animali, per me e per i miei, hanno la stessa dignità degli umani e sono ugualmente protagonisti. C'è il dialetto, far parlare alcuni personaggi in italiano sarebbe stato un falso.

Questo libro, come quello che lo precede, non ha una morale e non vuole insegnare niente a nessuno, se ci trovate una morale mi fa piacere, ma è una cosa vostra. 

Quando Massimo Acciai l'ha letto ha detto che è bello ma molto amaro. Per me è anche pieno di amore per la campagna e le persone e bestie che compaiono, salvo alcuni. Così ho pensato di aggiungere una piccola storia luminosa, per compensare. 
Il libro si compone di due parti separate e collegate, il primo racconto lungo, "I misteri della porta accanto", e il secondo più breve, che si intitola "Lisa e una torta rovesciata di pesche".
 Anche questo racconto ha una piccola storia, la Paola, mio primo  editore, mi disse "Scrivi un libro di ricette, che quelli si vendono bene! Ricette e piccoli aneddoti, con tutte le cucine che hai girato in questi anni! Scrivine una e me la fai leggere!"
Tutto giusto, sia per quel che riguarda storie e cucine, che per il vendere libri. Per me la Paola è un'autorità e le ho obbedito. Ma il racconto non le è piaciuto, la ricetta era secondaria, irrilevante. Aveva ragione. Perché io, mi rendo conto, scrivo per una necessità personale, e seguendo uno schema di cui non sono del tutto consapevole, infatti avevo praticamente scritto il seguito della storia di San Bartolo, il luogo immaginario dove tutto si svolge. Un luogo di fantasia in cui gli aretini potranno riconoscere di volta in volta, che ne so? Santa Firmina, Tregozzano, Antria, Santa Flora, Santa Maria, Agazzi o San Polo... Nella prima storia c'è una voce narrante esterna, nella seconda faccio parlare Lisa, la protagonista di prima, in prima persona, e lei racconta cose accadute dopo aver lasciato San Bartolo, fra cui la storia di un altro straniero, fino ad una torta rovesciata di pesche un pò speciale, con un ingrediente imprevisto, come a dire che certe volte i rovesciamenti hanno successo. Ma di questo me ne accorta, come al solito, solo dopo aver finito di scrivere, come se fosse stato qualcun altro a scrivere dentro di me e io controllassi alla fine il suo lavoro.

martedì 28 maggio 2019

piante che camminano

Delle piante, soprattutto degli alberi, si sa che sono ancorati a terra. A me sembra, in certe visioni rovesciate che mi capita di avere, che emergano dalla terra, ne siano una diretta espressione, la Terra viva fa emergere una propria creatura, qualcosa che le appartiene, per alzarsi attraverso di essa verso il cielo, approfittare della luce del sole, giocare col vento. Ma anche essere offesa dalla grandine, bruciata dal calore estremo...
Ci sono però piante che camminano, l'ho notato nella mia esperienza. Un modo semplice per camminare è fare i semi, e questo è scontato, semi che volano col vento, che hanno uncini per attaccarsi alle pellicce degli animali e camminare con loro, semi buoni da mangiare per gli uccelli, e allora nascono piantine nuove dove depongono le loro feci... 
Qui da me c'è un susino spontaneo, un alberello che fa prugne gialle allungate e anche buone, ma ne fa poche da fartele sospirare, e si ammala anche, l'alberello, e muore, pensi che non ci sia più e rispunta un pò più in là, anche due o tre metri più in là. Lo lascio fare e dopo due anni è un nuovo alberello con bei fiorellini e queste rare prugne gialle. Ora è nato e cresciuto in cima a un greppo (greppo, cioè declivio ripido fra due livelli differenti ) e in un altro paio di posti e sta lì piuttosto bene. Ciò che è molto attivo e vitale, in questo susino, sono le radici. Un susino che cammina e si espande, fa come vuole e non c'è verso di programmare una piantagione nei suoi dintorni perchè spesso dove volevi mettere una pianta ci rinasce lui.

Ho anche un paio di rose che camminano. Una era qui da prima che arrivassimo noi, dietro la casa, in ombra, una rosa antica, di quelle che fioriscono abbondantemente una volta all'anno, poi raramente un fiore qua e là,  doppio, rosa acceso con i petali esterni più chiari, bellino. Ne presi un pezzettino scavando, per provare a riprodurla in giardino, e in pieno sole è venuto un grosso cespuglio indomabile che si espande molto intorno. Sono un pò di anni che l'ho riprodotta, in inverno ho cercato di contenerla con una zappatura un pò energica e il taglio alla base di tutti i rami più esterni. Adesso sembra più grossa dell'anno scorso. Anche questa in qualche modo cammina, perché si allarga moltissimo. Pensavo fosse una "Roxburghii plena" apparsa sull'ultimo Gardenia, ma non credo, anche se le somiglia molto. Certe rose per me è impossibile identificarle. 

la rosa senza nome
Poi c'è una "Nuits de Young", comprata a Mondo Rose. Antica, una muscosa del 1845, molto spinosa, di un bellissimo viola scuro a centro giallo, difficile da potare, non so se accorciare o diradare, faccio quello e quell'altro. E' innestata, ma lo stesso è rispuntata da sopra e sotto l'innesto, da sotto escono qua e là rami di un portainnesto non identificato che cerco di tagliare tutti, da sopra esce fitta anche a due metri di distanza la Nuits de Young, che ora fiorisce anche in queste propaggini. Cammina e spunta fra i rami della Pat Austin, che le è vicina e è molto disciplinata, sta al posto suo e subisce le invasioni come una madonnina penitente.

la Pat Austin e dietro la Nuits de Young
La Perowskia, questa pianta molto aromatica che chiamano anche salvia dell'Afganistan, cammina moltissimo. La mia è vissuta e invecchiata in un posto molto asciutto, d'altra parte qui da me quando non piove è molto asciutto dappertutto,  e questa pianta è adatta, viene da posti semi desertici. Poi si vede che lì aveva un po' esaurito le risorse e ha cominciato a spuntare in giro anche a notevole distanza. Il risultato con queste piante invadenti è che quelle più tranquille subiscono l'attacco e piano piano spariscono. Il giardiniere, secondo la mia visione, deve difendere i più deboli e rari, in giardino come nella vita, e se necessario tutelarli e spostarli, se non vuole finire per coltivare solo i prepotenti. Riguardo alla capacità di espandersi delle piante, uno degli esseri viventi più grandi al mondo e nello stesso tempo più antichi è un bosco di pioppo tremulo nello Utah, USA, a cui ricercatori hanno dato il nome di Pando. Un bosco che ha camminato parecchio, si è espanso e è sopravvissuto a moltissime avversità grazie alla capacità rigenerativa delle radici, nel corso di 80000 anni, forse molto di più.



 

venerdì 17 maggio 2019

il maggio freddo del 2019

Il 25 aprile è bell'e passato, e anche il primo maggio, io non ho potuto andare a nessun incontro o manifestazione, perchè al solito lavoravo, e ora mi lamento di nuovo un pochino, ma insomma, dopo aver lavorato per anni 6 giorni su 7 in piedi 6/7 ore al giorno, di corsa, nell'orario che di solito ci si riposa e dopo altro lavoro a casa, mi pare legittimo e abbastanza normale non farcela tanto bene ad andare in giro, neanche alle mie amate mostre di giardinaggio, figuriamoci alle manifestazioni. Sinceramente il mio corpo non ne ha voglia, è proprio stanco. Solo pochi anni fa, sempre facendo questo lavoro, la mattina ero in grado di prendere prima la macchina fino alla stazione, poi il treno, andare a Firenze, scarpinare fino al giardino degli iris, godermi i fiori, comprare un paio di vasetti e tornare abbastanza felice a Arezzo, prendere di nuovo la macchina e andare a lavorare fino a mezzanotte e oltre. Ora no.
un gruccione, lontano e sbiadito
Finiti i lamenti. Non so quando è stata l'ultima volta che ho parlato della primavera asciutta. Be', ora non lo è più. Però è fredda. Sconcertante questo freddo, preoccupante anche, ma questo aspetto in questo momento non lo considero, voglio evitare visioni apocalittiche, anche se si sono bruciate le vigne e i frutteti per il gelo, sono morte tante api e ci sono state le ormai normali alluvioni. Diciamo che, se si riesce a prescindere dai danni e osservare soltanto, possiamo rendersi conto di come è la primavera in Inghilterra, per esempio. Proprio come ora qui. Il giorno è bello, piove un pò, a volte molto e la notte fa freddo.  Quello che è fiorito si è conservato molto, molto a lungo, come se le piante di notte fossero state messe in un locale col fresco cantina, che non le ha sciupate, ma le ha conservate. Così un iris invece che un giorno ne dura tre, e le mie peonie fucsia sono in fiore da tre settimane, invece che sbiadire e appassire in 7 giorni. Avevo curato diversi iris, li avevo anche concimati, e mi ripagano con una fioritura molto bella e duratura. Ho ritrovato dei rizomi, e quindi dei colori, che credevo di aver perso. E il freddo da maggiore intensità ai colori. E' uno spettacolo che non si ripeterà facilmente quindi me lo godo. Girello tutti i giorni, annuso, fotografo. Mercoledì ho pulito e vangato un pezzettino della zona dell'orto. La mattina dopo alzandomi dal letto sentivo male alle gambe. Che sarà mai? mi sono chiesta. Ma la vangatura del giorno prima! Ero sola e avevo lavorato dalle 4 del pomeriggio fino quasi alle 9, senza troppa fatica e senza accorgermi dell'orario. Poi il sole se ne è andato e non ci vedevo quasi più. Ho dovuto smettere! 
Alle 9 è rientrato anche Mauro e ha detto che c'era stato un bel tramonto. Vero! 
E poi: che si mangia? 
Ma niente, non c'è niente di pronto, si scartoccia dal frigo. E' primavera, mi si è riacutizzata la giardinite!
A un certo punto la Holly, che mi faceva compagnia mentre vangavo, ha rizzato le orecchie e guardava con intensità fuori della rete. Le ho chiesto sottovoce chi stava arrivando e dopo qualche minuto è arrivato un cinghialotto. Lei ha abbaiato e lui è scappato via. Se non ci fosse la rete li avremmo in casa. 

Sono arrivati anche i gruccioni! Non li conoscevo fino all'anno scorso quando Gianni Brunacci, un amico fotografo e scrittore, pubblicò una foto su facebook. Ce ne sono tanti, come un piccolo stormo, lungo una strada qua vicino. Sono coloratissimi, come uccelli tropicali, se Mauro farà delle belle foto le metterò qui.  Quella che trovate

è mia col telefonino e si vede proprio poco. Tutte le foto sono mie, caricate prima su Facebook e poi messe qui


sabato 27 aprile 2019

22 aprile 2019, lunedì dell'Angelo, la Gwendy, la nostra micia anziana malata da tempo, è morta. Ha fatto l'ultimo respiro quando mi sono svegliata, sono scesa al piano di sotto e l'ho chiamata. Era distesa a terra accanto al finestrone in una posizione scomposta, e i gatti non stanno mai scomposti. Aveva gli occhi già di vetro, ma quando l'ho chiamata ha respirato per l'ultima volta. Sarà una suggestione, ma ho l'impressione che abbia aspettato che mi svgliassi per andarsene, per salutarsi l'ultima volta.

E' stata capogatto per molti anni, prima di lei era la Nelly. Nelly Moser, avevo preso il nome da una bella varietà di clematide, e anche la Nelly  è stata una gran gatta. Di queste cose hanno tenuto il conto le mie figliole, di chi fosse il capo dei gatti e dei loro ruoli, spesso ne discutevano, io era troppo presa da tutte le varie cose della vita, assai più frenetica in quegli anni, e queste storie dei gatti restavano, come si può dire?, al margine del mio campo di attenzione. 
Cosa significa "capogatto"? Significa ovviamente capo dei gatti, leader. E da cosa si vede che un gatto è il capo? Premetto che non sono un'etologa e che le mie sono solo osservazioni sul campo. 
La prima cosa che si nota è che quando si mette il cibo a disposizione e arrivano tutti i gatti della famiglia a fiondarsi sulle ciotole, ecco che arriva il capo, con passo lento e sicuro, e tutti si allontanano. Lei si mette a mangiare con calma e tutti stanno distanti, non solo dalla ciotola dove mangia lei, ma da tutto il cibo, e aspettano, anche se la fame li divora. Hanno un atteggiamento rispettoso e perfino timoroso, qualche volta la Gwendy ha dato uno schiaffone a chi si avvicinava senza rispettare la precedenza. Mi faceva venire il nervoso, questa gattina magra e pelacchiona, che si guardava intorno con aria autorevole, ma anche minacciosa, e mangiava piano, prendendosi tutto il tempo, senza nessuna fretta, senza considerare che anche gli altri avevano fame, e nessuno osava andarle nemmeno vicino, anche se c'era più di una ciotola a disposizione, finchè non aveva finito e cominciava a leccarsi le zampa e pulirsi il muso. Tollerava un po' di più Lama Fulmine, la sua sorella.
Era il capo e non si discuteva, neanche gatti più grossi o prepotenti ce la facevano con lei, a volte si sentivano miagolii terribili in giardino e era lei che cacciava gli intrusi. Però non era un capo ingiusto, sembrava davvero convinta, prima di tutto lei stessa, e poi gli altri, e come avvenga questo fatto di diventare un capo non so. Ci vuole senz'altro carisma.
Pagava per questo dei prezzi, come certe brutte ferite riportate nelle lotte, e anche con un certo isolamento rispetto alla "ciurma", e anche a noi, non si è mai troppo concessa affettuosità speciali o atteggiamenti infantili come gli altri gatti. Me, mi seguiva in giardino e a volte mi dava dei gran cozzi sulle gambe o veniva in mezzo quando lavoravo, o stava a guardarmi  quasi a controllare.

La diagnosi l'avevo avuta a fine gennaio, e pensavo, intorno al 23 gennaio, che fosse questione di giorni. La dottoressa aveva detto di riportarla per sopprimerla, ma quando? Avevo detto io. Quando non mangerà più e non la potrai più vedere. Allora è una cosa mia, soggettiva, non riguarda la micia, è la mia tolleranza del suo dolore. Eh sì. Aveva detto la dottoressa Batazzi. L'inverno ha finito di trascorrere freddo e asciutto, è arrivata una primavera avara, poi è piovuto e tutto è stato più normale, hanno fiorito i narcisi, poi i tulipani, le notti fredde, come succede per i fiori dei negozi, che di notte li mettono in frigo, hanno conservato a lungo le fioriture. Mauro ha cominciato a potare gli olivi, da solo, io sono troppo stanca per aiutarlo. E' fiorita la grande clematide, poi il gelsomino di San Giuseppe e il primulinum e ogni mattina scendevo le scale e c'era la Gwendy, magra, allucinata, che mi veniva incontro facendo le fusa. E ogni mattina aprivo una scatoletta o  prendevo dal frigo quella avviata la sera prima e con un cucchiaino invogliavo la micia a mangiare, perchè chiedeva il cibo, ma poi riusciva a mangiare solo pochino. Poi mentre io sfaccendavo lei si metteva in un quadratino di pavimento scaldato da un raggio di sole, o sulla sedia dei gatti, col cuscino. Più tardi usciva un po', se c'era bel tempo, e stava sotto un arbusto a godersi ancora un pochino il mondo. La notte tornando dal lavoro veniva alla porta a accogliermi e di nuovo c'era questo rito del cibo. Sono stati tre mesi, dopo la diagnosi, di una speciale intimità, nei quali lei ha imparato il suo nome. Credo che fino ad ora non sapesse come noi avevamo deciso di chiamarla, non le interessava per niente.  Intorno il mondo continuava a girare, Salvini e Di Maio, e i morti in mare, e l'inferno in Libia e i conti stretti dell'economia italiana, il reddito di cittadinanza e ancora le mafie.

Questo rapporto che abbiamo con gli animali è un legame di anima, indagato molto bene nel "La bussola d'oro" , che racconta di un universo vicino al nostro in cui gli umani nascono con un daimon, l'anima, che in quell'universo si può vedere e ha la forma di un animale di sesso opposto al proprio. I maschi hanno un daimon femmina e le femmine un daimon maschio. In questo universo le persone sono accompagnate ognuno da questa anima/animale, i bambini non hanno un daimon stabile fino alla maturità, il loro daimon cambia continuamente, perché la personalità è in formazione, solo il nome è già stabilito e quando una persona muore si scrive sulla lapide il suo nome e quello del daimon. E' una storia bellissima che attinge ai miti, agli studi di Jung e degli antropologi e ai simboli che abitano la nostra mente e che sono ognuno come un pozzo infinitamente profondo che è bellissimo esplorare. Così è il nostro rapporto con gli animali, soprattutto con quelli domestici, compagni di vita per tanti anni. Misterioso, coinvolgente. Un grande aiuto per la vita di ogni giorno. Abbiamo a volte la sensazione che sappiano molte cose di noi, senz'altro più di quelle che sappiamo noi stessi. 
La morte della Gwendy è stata naturale, nell'ordine delle cose, ma lo stesso, dopo che è avvenuta, una signora ormai anziana, io, si è ritrovata a piangere mentre scavava una piccola fossa accanto ad una quercia e sotto un piccolo lillà bianco, e ci metteva dentro una grande amica con sopra un pietrone perchè nessuno venisse a disturbare. Ora il giardino è in quella fase bellissima dell'attesa, prima di esplodere, qua e là fioriscono le peonie arbustive, subito invase da coleotteri, e le rose sono in boccio e pure le iris, e la banksiae è una cascata gialla sulla rete di recinzione,  il glicine forma una galleria color lilla subito fuori della porta di casa e il maggiociondolo sventola fiori giallissimi. La temperatura è ideale e è anche piovuto. E' arrivato in dono un gatto nero che si è accasato e oramai sta qui. Dopo aver pensato di averlo perduto abbiamo risentito il nostro amico merlo, forse non proprio lui ma un suo nipote, colla sua frase musicale caratteristica,  noi fischiamo la frase e lui risponde. Il daimon della Gwendy ogni tanto passa a controllare.