lunedì 23 marzo 2015

conversazioni difficili

Prima cosa: voglio fare gli auguri alla Loretta, che oggi è il suo compleanno. La Loretta venne a trovarmi un paio di anni fa e mi portò delle piante: stanno tutte bene e la clivia in vaso davanti alla finestra di cucina, quest'inverno è fiorita. Un fiore bellissimo che ogni giorno ci ha fatto pensare a lei. Mi mandò anche in regalo delle bandierine tibetane: le mettemmo attaccate a due olivi vicino a casa. Su ogni quadrato di stoffa, coloratissimo, ci sono scritte delle preghiere e il vento e la pioggia le portano in giro per il mondo. Il giorno dopo che le avevamo attaccate grandinò. Raccontai alla Paola della grandine e delle bandiere di preghiera, senza metterle in relazione, lei mi disse "Ma te lo sai cosa c'è scritto sopra? Bisogna accertarsi di cosa c'è scritto, perché magari poi grandina..." Avrei dovuto conoscere il tibetano. Mi fece schiantar dal ridere. 
Ora le bandierine sono tutte stinte, ma ancora intere. Le preghiere sono andate e vanno ancora in giro, che ce n'è tanto bisogno, nel "piccolo" (microcosmo) come nel grande.
Buon Compleanno Loretta, un abbraccio forte!

Il tema di oggi, che, sottolineo, con la Loretta non c'entra niente, è l'incapacità, o la mancanza di volontà, di capirsi.
Ieri la Holly abbaiava e Mauro, che potava un grosso olivo vicino alla strada, mi ha chiamato. C'era una signora lungo la via che voleva sapere come si chiama la Clematis Armandii che è fiorita. La Clematis Armandii in fiore è uno spettacolo, ora poi è diventata molto grande, occupa alcuni metri quadrati sulla recinzione. Immaginate due metri quadrati ( almeno) di fiori sopra una rete. La signora ne aveva colto un fiore, e questo già mi ha innervosito. Mi disturba che si colgano i miei fiori senza chiedere il permesso. E aveva anche un grosso ramo di una mimosa che non è mia, ma è vicino a noi, non importa, strappato via senza forbici. E anche un sacchetto di insalata di campo, che, ha detto, avrebbe buttato via perché troppo dura. Allora perché coglierla?
Con un atteggiamento piuttosto arrogante mi ha chiesto se quella pianta era un ciclamino. Sapete quando le relazioni vanno storte dall'inizio? 
D'altra parte la comunicazione non verbale è molto più efficace di quella verbale e le facce dicono più delle parole.
Non è un ciclamino, ho detto io, altrimenti sarebbe alta così, ho fatto segno con le mani, cioè una ventina di centimetri al massimo. Fra una ventina di centimetri e due metri c'è una certa differenza.
"No, non volevo dire ciclamino, ma gelsomino, io ce ne ho due, uno azzurro, e uno bianco, ma quello azzurro è morto."
"Se era azzurro e si arrampicava allora sarà stato un solanum, non un gelsomino, perché, che sappia io, gelsomini azzurri non ce ne sono."
" Accidenti, lei è come la mia amica, che si ricorda tutti i nomi dei fiori, io non me ne ricordo nessuno! Mi fa rabbia!"
"E' un guaio, signora, perché non si può parlare di piante senza sapere i nomi, almeno all'ingrosso, comunque questa è una clematide.. che le posso dire.. parente della vitalba!"
"AH!- finalmente le è passato un lume negli occhi- La vitalba, mi pareva un gelsomino, gli stessi fiori.!"
No, per niente, se li osserva i fiori sono completamente diversi, ma sorvoliamo sui fiori, speriamo solo che si impegni ad osservare cose più importanti per la sua vita, forse lo farà, forse sarà un'osservatrice migliore di me dei suoi figlioli, di suo marito. 
Abbiamo parlato per un pò e la signora continuava ad avere l'atteggiamento di chi ti vuole sopraffare, affari suoi e motivazioni sue, ma comunque che fastidio. Alla fine le ho regalato una piantina di emerocallis e lei ha detto che non si sarebbe mai ricordato il nome. Ci credo. Perché raccontare quest'episodio insignificante?
Perché è un simbolo, o un paradigma. In questo luuungo periodo va così.


domenica 22 marzo 2015

Primavera

Valentino

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: invece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d'un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.

Alberto ha scritto il primo verso di questa poesia di Giovanni Pascoli e io sono andata a ricercarla. Ha il sapore delle cose di altri tempi, considerando che il poeta poteva essere il mio bisnonno (era nato nel 1855) e io sono arrivata ai 60. E' una delle poesie che mi ricordo, ma solo fino al pollaio che canta. Oltre ad avercela insegnata la maestra, la mia mamma ce la declamava, e insisteva sul cocco: un cocco, un cocco, ecco un cocco per te! Il "cocco" è l'uovo di gennaio, perché gennaio è "ovaio" e chi sta in campagna dovrebbe saperlo...ma soprattutto la felicità, che è una cosa né tanto grande né tanto difficile da ottenere, sta molto nel beccare cantare e amare, ognuno secondo la sua specie.

domenica 15 marzo 2015

SYM 25

 luglio 2013: PASSEGGIARE 


Giulia e Alan passeggiavano tenendosi per mano, in una caldissima serata domenicale. Per sfuggire al caldo opprimente avevano trascorso il pomeriggio nelle vaste sale fresche di uno dei musei che Giulia ancora non aveva visitato, e ora che il calore diminuiva lentamente vagabondavano per i vialetti di un parco cittadino. A vederli da lontano erano belli, semplici e innamorati, nessuno avrebbe detto che i due giovani erano “contagiati” e nemmeno avrebbe immaginato qual era il loro lavoro. Il SYM in loro poteva dissimularsi completamente. 
Giulia disse: “Però non capisco, davvero, Alan, non capisco...questi che noi ascoltiamo, di cui registriamo le conversazioni, che considerano il SYM un problema e vogliono eliminare i Primi, cioè quelli che come noi hanno vissuto l'Arrivo nelle varie parti del mondo, che gente sono? 
Non so: è arrivato qualcuno o qualcosa che può veramente farci cambiare rotta, salvarci dal disastro ambientale che noi stessi, come specie, abbiamo provocato, aiutarci a mettere in campo le nostre migliori energie e tenere sotto controllo le nostre parti peggiori, e anche migliorarci fisicamente, farci sentire meno caldo e freddo, meno fame... e questi vorrebbero distruggere quest'opportunità con l'unica alternativa di correre dritti verso l'autodistruzione...”
Non devi aspettarti di trovarci un senso, sai?” Disse Alan mentre camminava con le mani in tasca e ogni tanto tirava un calcetto a un sasso.
Non c'è senso, io non ce l'ho mai trovato. Prendi i commercianti di droga: lasciano dietro di sé una lunghissima scia di morti, morti ammazzati, morti per la droga, gente che ne dipende e si distrugge la vita, distrugge quella delle proprie famiglie... ma ai trafficanti non interessa. Se poi vai a vedere come vivono, sì, hanno moltissimo denaro a disposizione, ma non fanno una buona vita, finiscono travolti anche loro dal male che creano. Ci sono immersi e non concepiscono un modo diverso di esistere. ”
Non ho mai incontrato gente così, voglio dire che non li ho mai conosciuti.. gente mediocre, sì, ma così ...crudeli e indifferenti alla sorte degli altri, tutti gli altri...”
Già. Indifferenti. Per questa gente perfino la parola amore ha un altro significato, vuol dire solo possesso. Prendi le donne nelle organizzazioni della malavita...”
Sì, o i loro figli. E' questo che mi rimane incomprensibile. Chi non vuole un mondo migliore per i propri figli? Forse non per i figli degli altri, ma almeno per i propri...e se non un mondo migliore almeno un mondo, un mondo e basta, per viverci. Questa gente contribuisce con più energia di tutti gli altri a distruggere l'unico mondo che abbiamo. Ti immagini se avessimo un figlio nostro? Vorremmo il meglio di tutto per lui..”
O lei..” disse Alan passandole un braccio intorno alla vita.
Lei? Perché? Hai pensato ad una figlia?”
Perché no?” disse lui baciandola sul collo.
Oh.” Giulia arrossì. “Una bambina?” disse, e sorrise. “Ma non è presto?”
Ti pare presto? Aspettiamo, allora. Io ho trentacinque anni e finora non mi aveva sfiorato l'idea, ma sei tu che mi hai parlato di figli..”
Figli in generale, dicevo. Però sarebbe bellissimo...che dici, possiamo?”
Chi ce lo impedisce?- Alan rise- Siamo grandi abbastanza, no? Ci vogliamo bene e il mondo sta andando in rovina, sì, ma abbiamo il Sym con noi, e forse ce la faremo. Non credo che i figli si facciano per riflessione, si fanno per un impulso, per un moto improvviso, se si riflettesse con qualche strumento culturale forse non se ne farebbero mai... Io non ne ho mai voluti, ci sono state delle donne, ma non le ho mai pensate come madri. Ora ci sei tu. Tu vai bene per questo.”
Ah! Sarei una bestia da riproduzione? “
Stupida!” Alan rise.
Comunque la mia domanda, se possiamo avere figli, si riferisce alle nostre capacità di educare, crescere e proteggere... e mi chiedo anche se è giusto far nascere un bambino se il mondo rischia realmente di modificarsi così tanto da essere inadatto alla vita umana..”

Agosto 2013

Un giorno di agosto arrivò una mail di Giulia che diceva:
Nthanda M'baye, nata nel 1973 in Senegal, si sposta per studiare, laureata nel … in biologia, collabora con il prof Severini e quando comincia la guerra si sposta col marito e il figlio di un anno, se ne perdono le tracce, alcuni suoi colleghi la cercano da anni, si trovano tutti a Marsiglia e alcuni lavorano, precari con contratti a termine, per la locale Università. La dottoressa M'Baye è nota per lo studio sul pesce “diavolo” delle profondità oceaniche.
Gigliola chiamò sua figlia: “Allora era tutto vero...Potremmo farle una sorpresa, che ne dici? Una telefonata su Skype? Un incontro con questi amici che la cercano?”
Provo ad organizzare, mamma.” 
“Ma come hai fatto a trovare queste informazioni? Io ho cercato su Internet...”
Mamma! E' il mio mestiere! E comunque non è così semplice, digiti il nome e non compare sulle prime pagine, si deve approfondire la ricerca.”

Un pomeriggio Gigliola fece sedere Nthanda e Abu davanti al computer. Si era procurata una webcam.
Nthanda era sorpresa e vagamente incuriosita, Abu era allerta, seduto diritto e concentrato accanto a lei. Gigliola attivò la comunicazione e sullo schermo apparve l'immagine di cinque persone di colore sedute anche loro. Una donna pianse, gli uomini si alzarono, quasi potessero raggiungere la persona che vedevano attraverso lo schermo, un'altra donna toccò la webcam come per toccare lei, e per un attimo si vide solo il palmo della sua mano: Nthanda aveva gli occhi pieni di lacrime. Si sentirono voci commosse dire, in francese: “E' lei? E' cambiata...è invecchiata... più seria, più bella... e il bambino è il piccolo Abu? Tandie, sei viva, sei tu, proprio tu?”
Dietro di loro un uomo bianco, alto e più anziano degli altri, disse con un bel sorriso “ Ben trovata, dottoressa M'baye. E' proprio il caso di dirlo, ben trovata! Felice di conoscerla! Sono Charles Latouche, insegno qui e sono responsabile di un progetto di ricerca che potrebbe interessarle. Sono anni che questi cinque la cercano, avevamo perso le speranze. “ 
Gigliola si alzò per lasciare la stanza in punta di piedi, ma Nthanda la fermò. 
”No, la prego, Gigliola, rimanga, mi aiuti a sopportare questa emozione, senza di lei non ci sarebbe stato niente...” 
Gigliola si sedette di nuovo. Era presa da tanti pensieri. La chiamavano Tandie, lei non l'aveva mai detto di avere avuto questo nomignolo affettuoso, ed ora compariva il nomignolo insieme con l'altra vita... dottoressa M'Baye... e lei che le aveva offerto di lavorare come colf, ora se ne vergognava...no, non sarebbe rimasta con loro, doveva tornare alla sua vita vera.
Cosa fai, Tandie, devi raccontarci tutto...dove ti trovi?”
Giulia era in comunicazione anche lei e fece apparire sullo schermo la mappa di Google dove si vedeva la Chianella: “Ma è un posto piccolissimo!”
Sì, ma meraviglioso.”disse Nthanda.
Oh!- una delle donne rise- Ma che ci fai lì?”
La colf.”
“Colf? Cos'è la colf?”
La donna di servizio.”
Oh no! Non mi dire che...?”
Te lo dico invece, è una storia talmente lunga che ci vorrebbero giorni a raccontarla, da quando ci siamo visti l'ultima volta e io stavo partendo, anzi fuggendo via con Abu e Assam... siamo stati anche in un paio di campi profughi, poi Assam è morto, e noi siamo finiti nei campi di accoglienza in Italia, persi come in un mare umano, ma ora mi sono fermata, non scappo più e ho un lavoro.”
Tutti parlavano in francese , ma per Gigliola, grazie al suo SYM, capiva tutto perfettamente.
Oh! Tandie!” la donna piangeva per lei, per se stessa, per l'Africa, per tutto quello che era successo.
Ma tu non puoi fare quello, non tu..”
Posso, posso invece, e anche voglio farlo. Voi non capite. Per me vedervi è capire che è esistita davvero una vita che credevo di aver solo sognato, lontanissima ed estranea.”
No, non dire così. Devi venire, Tandie, devi venire a Marsiglia, ti troveremo qualcosa, puoi stare da noi, nel nostro alloggio, ti troveremo un lavoro vero, adatto...”
Ma io ce l'ho, non capite, qui stiamo lavorando ad un doposcuola, con le pulizie ho ritrovato la dignità di lavorare e mantenere il mio bambino...”
Basta, Tandie, non ti voglio più ascoltare, mi fai male al cuore, vieni, torna a casa..”
Gigliola ascoltava e si sentiva mortificata, commossa e sorpresa... certo quella donna non era mai stata una colf. E ora se ne sarebbe andata. Quando la conversazione finì Nthanda piangeva. 
Gigliola le accarezzò la spalla. “Mia cara...” le disse. 
Da quando aveva il SYM diceva spesso alle altre donne “mia cara”. Nthanda la guardò “Oh, Gigliola! Erano secoli che nessuno mi chiamava più dottoressa! Nei viaggi, negli innumerevoli controlli dei documenti, poi quando i documenti li perdi, finisci per non essere più nessuno...non conta ciò che hai fatto, se hai studiato, cosa hai vissuto..” 
Nthanda piangeva lacrime trattenute interi anni e Gigliola restò con lei finché non le ebbe piante tutte. 
Con Giulia organizzarono la partenza. Nthanda non aveva denaro sufficiente per il viaggio per sé e Abu, e Giulia disse che se aveva pazienza qualche giorno le avrebbe trovato un passaggio per Marsiglia con dei colleghi.
 

sabato 14 marzo 2015

SYM 24

IL SIGNOR BARBETTI

Il bar della Chianella come ogni pubblico esercizio della più sperduta campagna si era dato un nome esotico. Questo alludeva alla furbizia, Foxy bar. Fra i nuovi avventori ce n'era uno che si sedeva al più interno dei quattro tavolini e guardava spesso sia l'orologio da polso che l'ingresso del locale, come se stesse aspettando una persona o una chiamata. Era un omino piccolo e di media corporatura, vestito di abiti insignificanti, con pochi capelli molto lisci e brizzolati pettinati col riporto a coprire la calvizie. Aveva una faccia qualunque e chiunque, dopo averlo visto, se lo sarebbe subito dimenticato. Però sorrideva molto, con un sorriso aperto che infondeva fiducia, quando non guardava preoccupato l'orologio o il telefonino. Ogni tanto gli arrivava un messaggio, e dopo uno di questi messaggi si alzava di fretta, pagava e usciva. Capitava al bar tre volte alla settimana. Il barista, dopo la seconda volta, si era informato. “Fretta, signore?”
Sì, grazie, un appuntamento di lavoro. Ci vedremo spesso, questa è da poco la mia zona, sono un rappresentante.” 
Il barista non avrebbe saputo dire che accento avesse, sicuramente non era del posto e neanche di Arezzo.
C'era anche una signora strana, che guardava tutti con aria ossessiva, quella che aveva parlato con la Giulia del dottore. Povera donna, chissà che aveva per la testa, si diceva il barista, ma insomma, fra questi due che venivano spesso, altri che capitavano per il doposcuola della signora Giusti e i clienti dell'agriturismo, oltre ai soliti che capitavano per l'ospedale, il bar si era ripopolato e il barista era contento. Sembrava che la gente avesse ritrovato la via della Chianella. Il signore piccolo disse di chiamarsi Barbetti, ragionier Barbetti, Sergio, disse al barista, mi chiami Sergio. Un pomeriggio attaccò discorso con la donna strana. Si presentò e le disse qualcosa sul tempo, che era bellissimo.
Quella rispose sgarbatamente, continuando a fissare la porta del bar. “Bello, -disse- sarà anche bello, ma chissà che estate infernale ci aspetta, con questo clima impazzito. Per fortuna io sono come una lucertola, il caldo mi piace, peggio per tutti gli altri.” 
L'uomo le sorrise approvando, aveva in mano un telefonino di ultima generazione e scrisse qualcosa. La donna non poteva vederlo, lui scrisse: solitaria, aggressiva.
Davanti al bar passò l'africana che lavorava dai Giusti e la donna sogghignò. Il ragionier Barbetti le disse, gentile: “Non le piace?”
Chi, non mi piace?” disse Daniela sulla difensiva.
Quella donna nera?”
A me mi piaccion tutti e non mi piace nessuno. Quel colorino perla le sbiadisce la pelle nera, non pare anche a lei?” 
L'uomo sorrise, mite, e le chiese se poteva offrirle qualcosa. Un caffè?
Figuriamoci! Chissà come lava le tazzine, quello lì! No no! Qualcosa bisogna prendere per star qui dentro- disse a voce più bassa- ma io non mi fido, alla fine, sa che prenderò? Un succo di frutta alla mela, che è il frutto più sano...con la roba confezionata si rischia di meno. Basta non bere alla bottiglia, non avere contatto col vetro esterno. Ci vuole una cannuccia.”
L'uomo ordinò il succo di frutta con la cannuccia e scrisse: paranoica. La donna bevve il succo di mela e il ragionier Barbetti si alzò e la salutò: “Ci incontreremo ancora – disse - io sono qui spesso, ho perso il mio lavoro di ragioniere e ora faccio il rappresentante in questa zona...” Nei giorni seguenti il signor Barbetti incontrò di nuovo Daniela e cominciò a tessere la sua tela. Aveva teso le reti anche in altri posti, ma immaginava che il raccolto sarebbe stato buono solo lì, vicino alla casa dei Giusti. Quella donna era l'ideale. Aggressiva, paranoica, fobica... bastava questo. Mentre l'aspettava guardò il ragionier Barbetti, cioè la propria immagine riflessa nel vecchio specchio del bar, che doveva risalire agli anni cinquanta, perché c'era una scritta con la pubblicità di una bibita fuori commercio da tanto tempo. Sorrise al ragionier Barbetti, la sua ultima creazione, con un sorriso buono che ispirava fiducia. Ricordò il testo di diritto privato dell'Università: la diligenza, o il comportamento, del buon padre di famiglia. Eccolo là, il ragioniere “buon padre di famiglia”, che aveva perso da poco il lavoro e faceva il rappresentante per mantenere i figli disoccupati. 
Dentro di sé gongolava: gli piaceva interpretare i suoi ruoli, se li inventava da solo, si metteva allo specchio e creava il personaggio. Il barista lo vide e pensò ”Pover'uomo, si sorride da solo, una brava persona..”
Entrò Daniela. La salutò affettuoso, facendole segno di sedersi sulla sedia vicino a lui, ormai erano in confidenza, era una donna molto diffidente, difficile, a volte dubitava di poterla manovrare, ma la sfida era quella, il suo lavoro non era mai facile, mai scontato.
Era evidente che aveva terrore del contagio.
Mi scusi se glielo dico, se oso intromettermi, ma … che ci viene a fare qui? -chiese il ragioniere, premuroso- E' proprio qui che c'è stata la maggioranza dei casi di SYM, è un centro di diffusione! Non se ne parla, perché si vuole evitare il panico...”
Perché, - disse Daniela allarmata- c'è qualche novità?”
No, per ora niente, poi che vuole che ne sappia, faccio il rappresentante e passo di qui, mi fermo al bar perché mi hanno assegnato questa zona, gliel'ho detto, ma non sono un esperto...certo è chiaro che vogliono stendere una cortina di fumo su tutta la faccenda... anch'io sono un padre di famiglia, e sono preoccupato per i miei figlioli, oltre alla crisi economica ci voleva anche questa storia del contagio.” Tirò fuori dal borsello un paio di foto di due ragazzi e di una donna, una donna qualsiasi, sorridente. I miei figlioli e mia moglie, disse, riponendo religiosamente le foto. “Non si finisce di preoccuparsi e non ci vogliono informare sugli sviluppi. - abbassò molto la voce- Dal mio punto di vista, non so lei come la pensa, magari è favorevole al SYM, io sono molto preoccupato e penso che avrebbero dovuto eliminarli tutti all'inizio...Brutto da dire, meglio non farsi sentire, ma è così.”
Daniela lo scrutò diffidente, aveva trovato uno che la pensava come lei. Allora non sono matta! Al diavolo la dottoressa Ridolfi!

GIULIA

Giulia viveva con Alan a Londra, in una casa molto piccola in un quartiere periferico. In casa, però, stavano pochissimo, il tempo trascorreva quasi per intero al lavoro. Ufficialmente Giulia si occupava di traduzioni. Non si sarebbe mai immaginata di finire a lavorare nell'Intelligence e passare le giornate ad ascoltare o leggere conversazioni trascritte da altri e tentare di ricavarne informazioni utili. Si stava facendo un'idea delle cose: c'era un mucchio di gente che non amava “il contagio”, come ancora veniva chiamato da quelli che non l'avevano preso. Non amavano l'idea che ci fosse questa nuova cosa per cui le persone sentivano meno freddo e caldo, si ammalavano di meno, anzi certe malattie, nella popolazione contagiata, stavano sparendo del tutto; avevano meno bisogno di cibo, e quello che chiedevano era cibo non inquinato, perché il SYM era molto sensibile all'inquinamento, che richiedeva, per utilizzare il cibo e renderlo innocuo e poi utile, molta energia. Nelle zone di infestazione c'era anche stata una diminuzione delle conflittualità sociali, cosa che i produttori di armi avevano giustamente interpretato come una minaccia alla loro attività. Inoltre c'era la questione delle droghe e delle dipendenze: il SYM non andava da chi aveva delle dipendenze, ma c'erano delle eccezioni, e in questi casi le persone guarivano. I trafficanti di droga vedevano minacciata la propria attività nel lungo periodo. Intere categorie di “mercanti” erano in allarme: i produttori di petrolio, di armi, farmaci e droghe prima di tutto. Erano i gruppi più potenti al mondo e agivano continuamente in modo più o meno nascosto per pilotare le cose a proprio vantaggio. C'erano laboratori segreti finanziati dalle mafie e dalla malavita che lavoravano incessantemente per combattere il contagio, laboratori e ricerche di cui non si sapeva niente, l'Intelligence riusciva a raccogliere qualche notizia, come vaghi segnali di un'attività frenetica e tuttavia completamente celata all'opinione pubblica. Erano state registrate con metodi altrettanto segreti e illegali alcune conversazioni fra rappresentanti di gruppi industriali e delle mafie, che erano incerti su come agire, non essendo nota la natura del contagio, per cui non era chiaro con chi o con cosa si aveva a che fare. Intanto però si poteva indirizzare la pubblica opinione, questo sì. Screditando i portatori del contagio, facendoli apparire pazzi o pericolosi. Eliminandone alcuni, creando allarme e paura. Poi c'era stato il giovanissimo coreano che aveva inventato le equazioni di previsione. Ora lavorava anche lui per l'Intelligence. Giulia rifletteva sul fatto che, mentre sua madre alla Chianella metteva su il doposcuola, piena di speranza e buona volontà, altrove c'era chi ci avrebbe buttato una bomba, se fosse stato utile ai propri scopi. Il matematico coreano aveva elaborato una previsione su dove e nei confronti di chi si sarebbe potuto verificare un primo attentato alla vita dei portatori di SYM: sembrava il ritratto della famiglia Giusti e del paese della Chianella, e l'unica cosa che restava misteriosa era l'identità dell'attentatore, di cui si definiva un ritratto vago. Più probabilmente femmina, con una patologia psichiatrica border line, che si sottrae alle cure e vede nel SYM una minaccia per la salute, età fra i 38 e i 53 anni, cultura media, solitaria. C'era una sola consolazione, pensava Giulia, che di posti piccoli come la Chianella in cui era arrivato il SYM all'inizio ce n'erano diversi e non era detto che toccasse proprio a loro.















mercoledì 11 marzo 2015

SYM 23

DAVIDE


Davide conosceva Giulia dall'università. Era passato parecchio tempo. Giulia era diventata famosa per un po' come una delle prime ospiti del parassita, ma l'interesse era sfumato e svanito nel contenitore della memoria mediatica, che tutto digerisce rapidamente. Troppo rapidamente. Davide si era chiesto perché le cose fossero state dimenticate, se non ci fosse una volontà occulta di calare il sipario su quella storia che all'inizio era apparsa come un cambiamento epocale. Aveva chiesto a Giulia di intervistarla per una radio e un sito web con cui collaborava. 
“Stupido - aveva detto lei - cosa vuoi intervistare? Sono sempre la tua amica e non vedo l'ora di incontrarti.” 
Si erano dati appuntamento in un bar di Piazza della Repubblica, si sarebbero seduti ad un tavolino di un bar all'aperto, come avevano sognato di fare da studenti tante volte e avrebbero parlato come gli adulti senza problemi economici che vedevano sedersi lì da ragazzi. Un caffè, in quei bar, costava almeno tre volte che altrove. Era curioso di vedere che effetto gli avrebbe fatto rivedere Giulia, e doveva concentrarsi sulle domande che aveva preparato, cosa voleva dire avere addosso il parassita, rabbrividiva al pensiero, lui non l'aveva preso, nonostante fosse stato a contatto con dei contagiati, ed era molto meglio così. 
O almeno lui ne era convinto. Se non era cambiato nulla Giulia avrebbe avuto almeno dieci minuti di ritardo. Si guardò intorno, la vide arrivare, era in orario! E stava parlando al telefono, il vento soffiava contro il vestito e le scompigliava i capelli biondo scuro con il caratteristico riflesso luccicante del parassita... gli sembrò bellissima. Nei pochi attimi che trascorsero finché lei gli arrivò accanto Davide pensò alcune cose: che era bellissima, ma “diversa”, in qualche modo aliena, come non appartenente a tutto il resto della scena, anche se qua e là altre persone erano come lei. 
Che lui, Davide, era ancora un po' innamorato di lei ed era bastato vederla per capirlo. 
Che gli faceva paura. Sì, gli faceva un po' paura. Giulia chiuse il telefono, buttò la borsa sulla sedia, aprì le braccia e lo strinse forte, mentre gli diceva come fosse stato imbarazzante arrivare fin lì sempre sotto gli occhi della scorta che Alan le aveva fatto assegnare, che non si sentiva più così libera come quando erano ragazzi e passavano di qua senza mai sedersi ai tavolini... poi lo guardò in faccia e gli disse “Dio come sono felice di essere qui!” e si sedette di schianto. Questo sedersi di schianto era abitudine di Giulia, ma questa volta Davide notò che lo “schianto” non era avvenuto, che era come volata sulla sedia, con una grazia che non ricordava.
Davide le chiese se voleva ordinare qualcosa al cameriere che si stava avvicinando. 
“Un gelatone? Che dici?” Dopo qualche minuto due coppe di gelato col ricciolo stavano sul tavolino, mentre loro avevano cominciato a chiacchierare: Giulia che raccontava l'arrivo del SYM, Davide che chiedeva se non si sentiva ormai diversa da tutti gli altri esseri umani.
Ma certo che mi sento diversa! Sono diversa! Nel mio sangue sono presenti particelle luminose, le mie ossa sono rinforzate e rese più elastiche e resistenti agli urti, la mia pelle è mille volte più efficiente di prima, e oltretutto luccica debolmente... ti basta?”
Ma sei ancora umana?”
Non mi vedi? Ti pare che mi scappi qualche tentacolo da sotto il vestito? Benché potrebbe ...Guarda un po'..”
Col gioco delle figure di polvere fece spuntare un piccolo tentacolo dall'orlo del vestito. Davide, con gli occhi spalancati per lo stupore, le fece segno di smettere, la gente li guardava già con interesse. 
Giulia rise e il suo riso era completamente umano e uguale a quello che ricordava. Davide era perplesso e imbarazzato. La guardava e pensava che era ancora e sempre la sua Giulia con qualcosa in più, ma niente in meno, niente di particolarmente inquietante, a parlarci, se non questo non so che di alieno che permaneva... glielo disse. Lei raccontò.
I primi giorni era un dialogo ininterrotto, interno, fra me e “lui/loro”. E' strano sentirsi abitati da qualcun altro...”-Davide rabbrividì-” ..ma con un grande rispetto, qualcuno che vuole il tuo bene.. Io l'ho accettato subito e gli ho chiesto di farmi sentire i pensieri degli altri, di connettermi con il resto del mondo.”
E l'ha fatto? Come è stato?”
Non ti puoi immaginare. Io credo che mi sia arrivata come un'eco, perché lui/loro funzionano come antenne, che captano tutto, senza scegliere... credo. Pensi che le persone ti passino pensieri importanti, ma la maggior parte, colti in un qualsiasi momento, pensano solo che hanno fame, paura, che gli scappa la pipì o la cacca, che stanno facendo tardi, che soffrono, pensieri così banali, e orientati sulla sofferenza... e poi è un muro di voci, terribile. Sono svenuta. Ha imparato da me, e si è ritirato da me, c'era ma era in completo silenzio, senza connessione con il sistema neurologico. Lo può fare, se vuole, come anche può lasciare l'ospite, o saggiare e non entrare. Sai quelli che lo desiderano ma non ce l'hanno? Penso che siano loro che in realtà non lo vogliono. Non so bene, ma credo che vada dove l'ospite ha un buon rapporto con se stesso. Con ospiti che non si danneggiano, intanto. Non va dove c'è uso di droghe o alcol. Mio padre ha smesso di fumare, con il SYM. E' quella che chiamiamo l'Affinità. Comunque starne senza è terribile, dopo che l'hai provato e avuto con te. Ora c'è, ma non apre mai i miei canali verso l'esterno, non sono ancora pronta. Provo a dirti... è come se potessi all'improvviso parlare con la tua anima e la sentissi sempre viva e presente. Rinunceresti a questo?”
 Davide era in allarme. Giulia gli sembrava il personaggio di un film di fantascienza, un brutto film in cui alieni senza forma avevano preso possesso dell'umanità e glielo disse. 
“ Non posso evitare di provare ribrezzo, perdonami se te lo dico apertamente. Ribrezzo e paura. Che ne sai che quest'idillio fra te e quella... “cosa”... non finisca all'improvviso e ti trovi in suo possesso, finita tutta la tua libertà di scegliere, finito... finito il genere umano, una lenta, subdola invasione?”  
Lei lo guardò con uno sguardo intenso, le sopracciglia aggrottate. Lui disse: “Che c'è, qualcosa non va?”
Cerco le parole adatte.” Disse lei.
Mettiamola così: se fosse accaduto cinquemila anni fa. Prova a pensare a questo. Oppure diecimila anni fa. Ora sarebbe normale, forse tutti avrebbero il Sym. Il Sym e l'uomo sarebbero una coppia inseparabile, simbionti, capisci? La storia avrebbe avuto un altro svolgimento, che possiamo difficilmente immaginare. Forse non ci sarebbero state guerre tanto sanguinarie, non ci sarebbero stati le due guerre mondiali e i campi di concentramento … forse. Per come vivo io col Sym ti dico che è molto probabile. Ma soprattutto ora il Sym sarebbe la normalità.
Prova a pensare adesso che una cosa del genere, diversa ma simile, potrebbe essere già successa. Poni che prima dell'epoca storica ci sia stata una o più mutazioni indotte da elementi esterni, radiazioni solari anomale, un microrganismo, magari un batterio, che ci ha fatto cambiare e diventare quello che siamo ora. Questo tu non lo sai, né io né te lo possiamo sapere, ma potrebbe essere successo, anzi, è successo certamente, moltissimi piccoli eventi che causano il cambiamento e noi siamo qui, siamo quello che siamo, grazie a quegli eventi, non più solo primati ma uomini.” 
La mente di Davide era in ebollizione.
Tu dici che dobbiamo accettare il Sym, come lo chiami te, come un fenomeno naturale, né più né meno di un evento cosmico che se fosse accaduto migliaia di anni fa avremmo subito senza porci domande e ora, invece ci inquieta?”
No, - disse Giulia- migliaia di anni fa ne saremmo stati terrorizzati, come ora, come te adesso. Ne hai un' enorme paura.”
Perché? -Davide alzò la voce, ma la riabbassò subito guardandosi intorno- Ho torto secondo te? Dico stupidaggini? Ci stanno invadendo, neanche li vediamo, sono scaglie di silicio sulla pelle e parlano con le nostre menti, potrebbero essere l'avanguardia di un esercito di alieni spaventosi e secondo te non c'è da aver paura? Ma come ragioni? Vedi che sei posseduta?”  
Giulia lo guardò con affetto e si abbandonò sulla sedia. Gli voleva bene eppure era così difficile comunicargli ciò che viveva. Come aveva detto Alan? Che lei era l'araldo del SYM. Invisibile, doveva essere invisibile e lasciare tempo al SYM di aggiustare le cose.

martedì 10 marzo 2015

SYM 22

 In questo capitolo si parla di traslochi. Quanto può essere difficile un trasloco? Anche se qualcuno ha girato mezzo mondo, appena trova un luogo da chiamare casa, per quanto scomodo, gli rimane subito difficile separarsene.
Si parla anche di razzismo, prendendolo molto alla larga. Tutto questo attraverso la figura di un bambino molto lungo e molto nero. 
I primi tempi che vivevamo qui girava per il paesino un trio di ragazzini: uno "nativo" del posto, biondo dalla pelle chiara, uno indiano Sik e uno africano, molto lungo e molto nero. Amici per la pelle per anni. Ora che sono cresciuti non li vedo più, credo che le due famiglie straniere si siano trasferite.

ABU

Abu era il figlio di Nthanda, aveva nove anni ed era un ragazzino magro e lungo, molto nero. Era talmente lungo che a vederlo sembrava una marionetta scoordinata e sua madre lo chiamava anche Dede, che in swahili vuol dire cavalletta. Sembrava abbastanza allarmato dal fatto di cambiare casa. La casina che avevano messo a disposizione Paolo e Gigliola gli piaceva, era graziosa e circondata dal giardino, ma la “stamberga” era stata la prima vera casa da anni e faceva fatica a lasciarla. Si sentiva in pericolo e inquieto. Un pomeriggio Gigliola gli chiese di andare con lei al fosso della Chianella, per fare una passeggiatina.

Può venire con me, mamma Nthanda?” chiese Gigliola, e ottenuto il permesso dalla mamma andarono insieme. Faceva tanto caldo e si sedettero lungo il rio in un punto che a Gigliola piaceva molto, all'ombra di un ontano, in una curva dove l'acqua era più profonda. Era molto bello, se non si consideravano le zanzare e i tafani che ronzavano continuamente intorno posandosi su di loro senza riuscire a bucare la pelle che il SYM aveva reso impenetrabile, ma era lo stesso molto fastidioso, perché, non trovando altro accesso, venivano tutt'intorno alle narici, agli occhi e alle orecchie, dove la protezione SYM era meno spessa. Continuavano a scacciarle con le mani.
Gigliola disse: “Sei contento di venire a vivere qui? Non cambi molto, sei vicino al paese lo stesso...”
Sì.” Rispose serio il bambino strappando fili d'erba con una mano e con l'altra allontanando gli insetti.
Cos'è che non ti piace? Perché si vede bene che qualcosa non ti piace, sai?”
Non mi piace che la mamma lavori.”
Ah. E perché?”
Nei posti dove siamo stati le mamme non lavoravano, lavoravano i babbi. Le mamme facevano da mangiare e stavano con i bambini. Nessuna lavorava.”
Ma la tua mamma ha lavorato, se non in questo lungo periodo che ha dovuto fuggire da tanti pericoli. E tu il babbo non ce l'hai, quindi è lei che deve lavorare. “
Sì, ma non mi piace che faccia i mestieri da te. I bambini dicono che è un brutto lavoro, dicono che è fare la serva. ”
Oh!” -disse Gigliola e rimase per un po' senza parole. Poi disse: “Proverò a dirti quello che penso, ma devi stare attento, perché è un discorso da persone grandi, non da bambini. Sei pronto ad ascoltarlo?”
Sì...” disse Abu, un pò intimorito.
Tu sei un bambino un po' speciale, perché all'età tua non tutti hanno visto quello che hai visto tu, o hanno vissuto nei campi profughi, o tutte le cose che sono capitate a te e alla mamma e io ancora non so... magari ce le racconti un po' per volta, a me e agli altri bambini.. che ne dici?”
Forse.” disse Abu.
Comunque tu sei un po' speciale e anche la tua mamma lo è. Scommetto che pochissime mamme che hai incontrato erano intelligenti come la tua. Il tuo babbo non c'è più e lei ha dovuto fare da mamma e da babbo. Ora siete qui e qui per vivere si deve lavorare, ma la tua mamma lo faceva già in Africa. Lo faceva in un posto dove le donne lavorano quasi solo in casa, per la famiglia. E allora qualche volta sono quasi schiave. Serve, come hai detto tu. La tua mamma in più, ha studiato. Studiare fa la differenza, una donna che ha studiato non sarà mai una serva. E lavorare si deve. Altrimenti si vive di elemosina.”
Cos'è elemosina?”
E' quando altri ti danno soldi, ma tu non li guadagni, li devi chiedere. Non guadagni il tuo diritto di avere soldi per vivere, dipendi da altri che potrebbero non darteli più, magari per darli a qualcuno che ha più bisogno di te. Forse non ti danno mai quanto ti serve.”
Mmmhh..”fece Abu rimuginando. Gigliola si disse che gli stava dicendo troppe cose, alcune delle quali non erano facili da spiegare. Chissà se riusciva a cogliere il significato del suo discorso?
Vedi, io ho solo questo lavoro da offrire, quello di fare le pulizie. So che la mamma può fare molto di più, ma non ho un'Università, solo una casa. E la tua mamma dovrebbe lavorare in un'Università o in una scuola, come faceva all'inizio in Africa. Ma lei vuole lo stesso questo lavoro, perché vivere senza lavorare fa male, ci si sente inutili, ci si sente di non valere e di non guadagnare il denaro che ci serve. Forse capirai meglio da grande, ma intanto mi devi credere. Perché l'ho provato anch'io. Alla fine di una giornata di lavoro, qualunque lavoro onesto, ci si sente bene e in pace, di aver fatto qualcosa di buono per se stessi e per tutti gli altri. Il lavoro ti collega col resto del mondo, un po' come fa il SYM: hai presente?”
Ah!” fece Abu più attento. Poi disse:
Sì, ma i bambini mi dicono muso nero figlio di serva.” 
Questi bambini sono veramente....meglio non dire la parola che ho sulla punta della lingua! -esclamò Gigliola. - I bambini sanno essere molto crudeli, a volte. La tua mamma non è affatto una serva, è una donna che lavora. Ora mi aiuta anche nel doposcuola e lì è una maestra, un'insegnante... lo vedrai da te se verrai con noi. E la tua pelle ha un bellissimo colore. Meglio della mia. Non lo vedi?" Disse Gigliola accostando il braccio a quello di Abu.
Non lo so... ma io, anche se mi chiamano così, non voglio più andare via di qui. Qui ci sono i miei amici, quelli che mi vogliono bene, i compagni di scuola. Io da grande voglio fare il contadino, come il nonno del mio amico Gino.”
E perché vuoi fare il contadino?”
Perché ha detto il suo nonno che il contadino non va mai via, non va nemmeno in vacanza, ha sempre delle cose da fare, le mucche, i conigli, le galline, il campo e l'orto. Voglio fare quello e stare sempre in un posto!”
Eh sì.. -pensò Gigliola- Quel bambino ne aveva avuto abbastanza di viaggi, permanenze in campi profughi, spostamenti con mezzi di fortuna...Aveva bisogno di pace e stabilità.”

Nei giorni seguenti si misero in moto parecchie cose. Gigliola e Nthanda imbiancarono la casina, e i genitori di alcuni bambini del doposcuola le aiutarono. Gigliola si divertì moltissimo a scegliere in casa propria dei mobili da mettere nella casina, che non era del tutto arredata. Poi si accorse che stava esagerando e disse a Nthanda di continuare da sola, di aggiustarsi come voleva, che in quella casina doveva starci lei col suo bambino. Quando Gigliola andò a prendere le poche cose di Nthanda alla stamberga, come la chiamava mentalmente, trovò che invece era diventata un alloggio grazioso. Suggerì alla Cristina di assegnarlo alla famiglia di Chen, che viveva con molti altri parenti e che fu felice di andare a stare per conto proprio. Pare che non vedessero l'ora, avevano l'intenzione di andare a vivere a Prato, per allontanarsi da quella famiglia opprimente. Al posto loro arrivarono altri parenti cinesi. “Il mondo si muove!” Pensò Gigliola.

SYM 21

In questo capitolo arriva padre Giulio. Padre Giulio mi serve a ragionare sul sentimento religioso e la Novità che sempre si presenta nella vita.

seconda metà di giugno 2013: ALLE CELLE


Era da poco finita la scuola e una mattina di giugno Gigliola e Paolo, col signor Berti e un paio degli insegnanti volontari, accompagnarono i ragazzi a visitare Le Celle. Le Celle è un monastero fondato da San Francesco che si trova poco sopra Cortona, un luogo sorprendente, ma nonostante sia vicino alla Chianella, molti bambini non c'erano mai stati. Arrivandoci sembra di trovarsi all'improvviso in Tibet o in Ladakh. Le casette dei frati sono costruite intorno ad una forra di grandi rocce in cui, nella stagione favorevole, scorre un piccolo torrente. Alle Celle in quel periodo viveva un giovane frate con la passione della pittura che era stato a scuola con Giulia, da ragazzo: padre Giulio, che ricevette con gioia i bambini. Li guidò nella visita, parlò con loro e poi, quando si sparpagliarono a giocare lungo il ruscello, si sedette con Gigliola.
"Allora, Giulio, sei felice qui?” gli chiese lei.
A Gigliola, forse perché aveva il nome e l'età di sua figlia, pareva di parlare con un nipote o un figlio. Il viso di frate Giulio si oscurò. 
“Sì, certo, ma c'è una cosa che mi turba tanto...che però vedo che voi accettate così serenamente..ne parlo con lei perché ci conosciamo da tempo e qui, non so con chi confrontarmi...”
E cioè?” fece Gigliola curiosa.
Questo parassita...mi spaventa.”
Oh...ma perché? Non fa niente di male, non vedi, ce l'abbiamo quasi tutti, alla Chianella, e...come posso dirti? Tutto è migliorato, la salute, e anche i rapporti fra le persone. Insomma; non voglio dire che sia una cosa miracolosa...restano tanti problemi, anzi.. sono quasi tutti aperti. Ma c'è tanta speranza di risolverli. E' come se avessimo cancellato dal vocabolario la parola rassegnazione.” 
Intanto Paolo si era seduto sulla panca, accanto a loro, al limitare del prato.
Disturbo?” chiese.
No, no, dottore, anzi.. stavo dicendo a Gigliola della mia difficoltà ad accettare la presenza del parassita..”
Che tipo di difficoltà?” chiese Paolo interessato. 
Ah, ehm..di tipo..religioso, intellettuale, teorico..insomma: le Scritture non hanno mai previsto l'arrivo di una creatura dallo spazio!
Ed è una creatura che interviene nel modo di approccio alla realtà, che fa sentire amati, fa emergere le parti migliori, le qualità; favorisce, come diceva lei, Gigliola, le relazioni umane e perfino la correttezza delle relazioni...”
E il problema dove sta?” domandò Gigliola.
Proprio qui! - esclamò Paolo- Nel fatto che padre Giulio considera il parassita come uno scivolo verso la santità...- Paolo rise - una facilitazione immeritata, che non ci siamo guadagnati, che non trova collocazione e sistemazione nella dottrina...o sbaglio?”
Qualcosa del genere. - il giovane si sforzava di spiegarsi – La sua presenza cambia le carte in tavola, modifica certi presupposti della fede, o forse no, forse semplicemente è una novità che disorienta, che ...sposta i punti di riferimento...Questo da un punto di vista generale, ma poi c'è l'aspetto personale..”
Capisco- disse Paolo- perché tu hai il SYM, vero?”
Oh... – il fraticello arrossì. -Si vede tanto?” Chiese guardandosi intorno come se qualcuno potesse scoprire il suo segreto.
Non preoccuparti, lo nascondi molto bene. Ma non dimenticare che sono un medico, sono abituato a valutare i segni. Noi due, mia moglie e io, siamo stati fra i primi a prenderlo. E poi il mio SYM se ne è accorto subito.” Paolo era intenerito dal giovane.
“Con voi sento di poter parlare. - Padre Giulio abbassò la voce - Mi sembra quasi come se fossi fidanzato.”
Sembrava una cosa buffa, ma negli occhi gli si leggeva la paura. Gigliola lo guardò con curiosità affettuosa.
Immaginate, vero?, che per un frate giovane sia possibile provare attrazione verso le ragazze, altrimenti non saremmo umani...ma io ho fatto voto di castità e non ho difficoltà a tenergli fede. Però sono stato contagiato. Da quando è successo mi sento amato, coccolato e curato, come se mi fossi innamorato e fossi ricambiato, ma non potessi dirlo a nessuno. Ho questa creatura con cui ho un rapporto amoroso e devo far finta di niente, mi capite?”
Perché, qual è la posizione ufficiale della Chiesa su questa faccenda?”
Lo sapete anche voi, la Chiesa prima di assumere una posizione, giustamente, osserva...prende molto tempo e ora sta osservando l'evoluzione. Una posizione ufficiale non c'è, direi che ce n'è una ufficiosa.. secondo loro si tratta di un contagio che ha delle conseguenze sul sistema nervoso e produce effetti di benessere quasi come una droga..”
L'ho pensato anch'io, i primi giorni.” Disse Paolo sorridendo.
Io sono preparato all'eventualità di innamorarmi, so come reagire, mi metterebbe in difficoltà, ma la saprei gestire...questa cosa qui, invece, non son stato capace di rifiutarla, di allontanarla da me! E' arrivata e l'ho ...subita, e accettata, forse. Il nostro padre superiore prima ha detto che si trattava di un contagio, come un virus, una malattia, poi però considera chi l'ha preso responsabile, come se si fosse infettato volontariamente, e non è così! Disapprova chi ha il SYM! Ma se fossimo malati di lebbra, che colpa ne avremmo? E' la stessa cosa. Per questo cerco di non farmene accorgere. Mi sono inventato di averne preso una forma lieve...”
Paolo scoppiò a ridere.
Non esistono forme lievi di SYM!”
Ecco, infatti io, da quando ce l'ho, dico anche tante bugie e non è una bella cosa!”
Paolo scosse la testa “Direi che hai ragione: ci sono questi due aspetti che dicevi tu. Quello generale, per cui forse conviene regolarsi ricordando gli altri casi in cui la dottrina della Chiesa fu messa in discussione. Per esempio mi viene in mente il passaggio dalla visione geocentrica a quella eliocentrica che ha portato a rendersi conto che non siamo al centro dell'universo, ma al margine di una delle tantissime galassie...Anche quell'aggiustamento culturale fu doloroso. Ora quelle nozioni sono state integrate, anche se è rimasta una certa diffidenza nei confronti della scienza senza briglie..senza limiti etici. Diffidenza spesso condivisibile. E in fondo per la chiesa non è cambiato granché: Gesù viene sempre per salvare il mondo, ma ora sappiamo che potrebbero esserci molti mondi come il nostro...che racconteremmo agli abitanti degli altri mondi se li potessimo incontrare? Ecco che arriva davvero qualcuno da un altro mondo, questo essere di scaglie che ci si attacca addosso come un'altra pelle...cosa gli raccontiamo, qual è il succo della buona novella di Gesù? Forse è questo che la Chiesa dovrebbe chiedersi? E non dimenticare che la cosa vale per tutte le religioni. D'altra parte questo essere sembra sappia molto più di noi riguardo all'amore universale...Poi c'è l'aspetto personale. Ma, benedetto frate, che responsabilità hai tu se hai preso il SYM? E' come hai detto, in fondo è un innamoramento, se conosci il concetto di Affinità..”
Affinità? Certo che lo conosco..”
Ma non conosci l'Affinità SYM. L'Affinità SYM è una specie di superconcetto che comprende molte cose...Ti suggerisco una cosa: lasciati andare, parla col tuo SYM. Capirai presto che non è una fidanzata, è un essere che ti ama, che ama ogni creatura vivente con cui viene a contatto, che sceglie per Affinità, e ama l'umanità in generale, anche se questo mi resta a volte difficile da capire.. è un essere razionale e ti farà capire molte cose, troverete insieme soluzioni e modi di comportamento. Non lasciarlo in silenzio; lui, la creatura, ha pazienza, ha tutto il tempo del mondo, ha fatto un viaggio di migliaia o centinaia di migliaia di anni terrestri, non lo sappiamo, e può aspettare, ma tu no! Tu hai bisogno di aiuto ORA e lui, il tuo SYM, te lo può dare: insieme ce la farete, da solo sarebbe molto difficile. Affidati, abbi fede, prova a pensare che se il tuo Dio ha permesso che il SYM arrivasse da te ci sarà pure qualcosa di buono ...”
Si stava avvicinando un frate più anziano e Giulio arrossì, si alzò subito in piedi e gli presentò Paolo e Gigliola. “Questi signori sono i genitori di una cara amica che fu mia compagna di scuola al liceo... parlavamo di quei tempi lontani..”
Oh bene, bene..”
Il frate si allontanò con una benedizione e Giulio disse “Sentite quante bugie dico? Un pessimo segno!”
Ma no!- disse Gigliola - E' solo uno smarrimento temporaneo.”
Padre Giulio sorrise: “Vi devo ringraziare tanto! Credo che oggi Dio mi abbia mandato voi come un dono...mi avete parlato con una dolcezza che non trovo fra i confratelli, sono tutti piuttosto impauriti dal SYM e non sanno darmi aiuto, anche se mi vogliono bene.” Si abbracciarono e i loro SYM si fusero e tornarono sui propri ospiti, che era un modo tipico del SYM di incontrare i propri simili.

In auto, tornando, Paolo e Gigliola erano soli, i ragazzi erano saliti sui due pulmini per stare insieme. Paolo disse che gli dispiaceva aver trovato Giulio così disorientato: certo che la chiesa non aiutava chi aveva preso il SYM. La chiesa era composta, in teoria, da uomini di fede, eppure in casi come questi si arroccavano su vecchie posizioni per paura del nuovo. Ma se avessero davvero fede penserebbero che anche queste novità vengono dal loro Dio onnipotente e sarebbero sereni e fiduciosi. Invece manifestano solo la paura di vedere crollare l'edificio teorico che sostiene la struttura. Gigliola lo guardò con affetto:
Ma come sei bravo, Paolo! Ogni tanto, da quando abbiamo il SYM, scopro nuove cose di te che mi fanno sentire più fortunata per essere tua moglie...sei stato così gentile con Giulio, così capace di entrare in sintonia!”
Paolo brontolò qualcosa.
”Non capisco cosa dici..” disse Gigliola.
Ho detto che non mi piacciono i complimenti.. Chi credevi di aver sposato, lo Yeti?”
Ma no! Solo che oggi eri tanto diverso dall'altro giorno quando gridavi col Benedetti!”
E te che ne sai?! “ Fece Paolo sorpreso.
 Gigliola si sarebbe mangiata la lingua.
”Ho sentito per caso la conversazione in ospedale..non avevi spento il cellulare!”
Ah. Con quello lì l'empatia non serve. Ero certo che nessuno avesse ascoltato e invece no. Mi sono fregato da solo...non avevo spento il cellulare, dici? Per fortuna che c'eri tu al telefono...era un colloquio molto privato. E' che sono stufo di stronzate. Sì sono proprio stufo di discorsi su ciò che è opportuno...questo è opportuno, questo non lo è. Significa solo che una cosa fa comodo o scomodo a qualcuno che ha potere e a me, a noi gente normale, non resta che abbassare la testa.”