giovedì 18 agosto 2016

Alice Munro: lavorare per vivere. Ma anche Vita con gli orsi

Ho comprato un librone di Alice Munro. Mi aveva incuriosito questo post comparso nel blog di Emilia de Rienzo "pensare in un'altra luce".
Il librone è intitolato "Mobili di famiglia", come uno dei racconti. Lei scrive racconti brevi, intorno a trenta pagine, di cui sono protagoniste delle donne.
Questo "lavorare per vivere" parla di una donna, della sua famiglia, di come vivevano in Canada al tempo che lei era piccola e prima ancora. Non sono capace di scrivere recensioni, l'ho già detto diverse volte, sono solo capace di dire cosa l'autore riesce a suscitare in me, in cosa mi rispecchio o cosa trovo sorprendente, o anche cosa risale alla superficie della coscienza mentre leggo, storie, esperienze,  pezzi di vita. Non è già abbastanza che un libro faccia questo?

Il Canada mi incuriosisce. 
Da piccola il babbo mi diede un librino da leggere, un'edizione economica, che è ancora in casa da qualche parte: "Vita con gli orsi". Consumato, molto ingiallito, ma c'è.
Era la storia di due giovani appena sposati che, nei primi anni del '900, andarono a vivere nei boschi vicino a Seattle, che allora era una città al confine fra la civiltà e i territori selvaggi. Non proprio Canada, ma quasi. Vivevano in una quasi totale solitudine, salvo la presenza degli animali selvatici e visite rarissime di umani, in una capanna di tronchi che avevano costruito, che all'inizio era fatta di una sola stanza. Si vede che già allora, all'età di 10 o 11 anni, tutta la faccenda della casa, del posto a cui si finisce per appartenere, dei problemi di organizzazione e sopravvivenza mi interessavano tanto: forse sarà davvero questione di segno zodiacale? Mi appassionò la questione della conservazione delle uova per tutto l'inverno. I due giovani tentarono le cose più disparate, come affogarle in un grasso e metterle in una fossa scavata nel pavimento della stanza. Una volta usarono la calce. In questi tentativi non avevano sempre successo, e spesso si trovavano, i primi anni, senza provviste sufficienti.
Un pò come dei Robinson Crusoé volontari, si riaffacciavano alla vita alla fine del lungo inverno del nord, insieme agli orsi che uscivano dalle tane. Gli orsi, diceva il libro, prima di andare in letargo si purgano mangiando delle rocce che contengono allume. Sanno bene come fare, sono cose che la madre orsa insegna ai figli; se non si purgano, durante il sonno invernale, in cui tutte le funzioni sono ridotte, i parassiti intestinali se li mangiano vivi e si svegliano debolissimi o non si svegliano per niente. E se un cucciolo perde la madre, anche se è grande e sopravvive bene alla prima stagione, può non superare l'inverno, perché nessuno gli ha insegnato a purgarsi. Vedi quante cose mi ricordo. Sono stupita! Sarà perché le ho lette da piccola. Gli indiani, che andavano a trovarli ogni tanto, li chiamavano, dal nome del posto dove avevano costruito la capanna, "la signora e il capo Kwalate" o qualcosa del genere. Chissà poi come si legge. 
C'è poi il periodo in cui lui, per sopravvivere, fece il taglialegna con una squadra ed ebbe anche un brutto incidente. Cose raccontate con leggerezza, grossi guai considerati parte naturale della vita. Poi naturalmente ci sono gli orsi, che da quelle parti sono Grizzly, orsi grigi enormi e pericolosi, ma a modo loro socievoli, che capitava andassero a visitarli, attratti da odori di cibo o anche solo curiosi.

Mia figlia a fine primavera  è stata a Yosemite, sì, proprio negli USA, con altri studenti del suo master of  Science. Di notte dovevano chiudere tutto ciò che profumava o odorava in certi armadietti fuori dalle tende, per evitare la visita degli animali selvatici; lei personalmente ha allontanato un procione. Ha dovuto farlo lei, perché le sue compagne di tenda erano più giovani e più piccole fisicamente. Anche molto impaurite, quando hanno sentito i rumori fuori. Ha dovuto farsi coraggio, perché non era sicuro, da dentro la tenda, che si trattasse di un procione. Una ragazza coraggiosa. Il procione aveva frugato dappertutto.

Insomma questo "Vita con gli Orsi" me lo sono portato dietro quando mi sono sposata, anche se era della biblioteca del babbo, e anche ora è qua in giro. La parte iniziale di "Lavorare per vivere" mi ha ricordato "Vita con gli orsi". Il padre della narratrice, molto giovane,  ad un certo punto decide di lasciare la scuola e occuparsi della campagna, ma non come lo facevano i suoi genitori, a modo suo, cacciando animali da pelliccia. Ha letto molti libri sulla vita selvaggia, di cui le biblioteche americane sono ricche, e comincia a esplorare il territorio che tanto selvaggio non lo è più, da quelle parti. Gli agricoltori lo hanno disboscato, addomesticato, piegato ai loro bisogni. Restano delle fasce di bosco lungo  il fiume, residui della grande foresta originaria, ed è lì che comincia a mettere le trappole. Nel continente nordamericano tutti hanno messo trappole per animali da pelliccia, i primi sono stati gli indiani, per vestirsi. Tanti animali diversi, splendidi animali: martore, linci, visoni, volpi, castori, donnole, topi muschiati. La donnola, dice Alice Munro, raggiunge il candore assoluto intorno al 20 dicembre, ed è allora che si caccia. 
Una pelliccia naturale di un candore assoluto! Una vera meraviglia. Con pellicce simili si facevano i mantelli dei re.

Non so se capita anche agli altri, ma quando un racconto parla di cose che conosco o conoscevo bene mi prende di più.
La matrigna della mia mamma, che chiamavo zia Emma, aveva una pellicceria. 
Ci andavamo spesso, quanto spesso non lo so più. Fino a che non cambiammo casa, l'anno della terza elementare, dovevamo andarci quasi tutti i giorni, perché era vicinissima a casa. All'inizio c'era anche il nonno, morì quando avevo 3 o 4 anni. La pellicceria era fatta di due stanze separate da una porta: un negozio e un laboratorio in cui venivano confezionate le pellicce.
Entravo, salutavo la zia e la Lilli, che era la sua "lavorante", e, come se fossi in casa mia, andavo ad aprire gli armadi del negozio, e a strusciare il viso sulle pelli riposte, attaccate a mazzi ad un palo. 
Castoro, marrone molto scuro e lucente, come le castagne, di più. Morbido e vellutato, ma ogni tanto bucava, come se fra i corti peli serici fossero nascosti degli spilli invisibili. I visoni erano meno morbidi, ma non bucavano mai. Le volpi: potevi affondarci la faccia, per quanto era lunga e soffice la pelliccia. 
Le pelli di ocelot, (che è un felino del sud america, tipo un piccolo giaguaro), invece, erano solo belle da vedere, ma non tanto morbide, maculate. Si accarezzavano solo per un verso. Perché erano macchiate lo imparai su un libro di storie di Kipling, non me l'aveva ancora detto nessuno. Per molto tempo in vetrina ci fu una pelle di leopardo, quella aveva la testa con i denti scoperti, come se stesse per mordere. Doveva costare una fortuna.
Astrakan e ramoschè.
La mamma diceva: è sportivo il ramoschè, non è impegnativo, come pelliccia. 

All'inizio del racconto la narratrice dice che il padre a scuola aveva imparato una poesia a memoria e la ripeteva spesso così come l'aveva imparata, senza molto senso. Un giorno un insegnante la scrisse alla lavagna e lui capì cosa realmente diceva quella poesia. Fino a quel momento aveva accettato che gli avessero insegnato una cosa quasi incomprensibile, che ci fossero cose, in generale, che gli sfuggivano completamente. 
Per me la parola "ramoschè", per esempio. La zia, la mamma, la Lilli, dicevano ramoschè, (rami e mosche, per me piccina) in realtà "rat musqué", parola francese, perché il Canada è francofono. Topo muschiato. Se mi avessero detto che quelle erano pellicce di topo muschiato, avrei capito che si trattava di un animale, ma dicevano ramoschè. Erano pellicce e non animali, per me. Erano cose meravigliosamente morbide e setose con un bellissimo colore, non animali. Restava, degli animali che erano state, un accenno delle zampine dei visoni e delle volpi, mentre a quel quasi niente che restava delle teste si infilava il gancio o il nastro che li teneva attaccati all'armadio. Ancora, a volte, la zia Emma preparava una specie di sciarpe fatte con la pelle intera del visone: due visoni, attaccati per la testa, e allora si preoccupava di ricostruire la testa mettendole anche degli occhi di vetro, che mi piacevano molto. Gli occhi mi piacevano, ma le vecchie signore barbogie con le pelli drappeggiate al collo mi facevano senso e più tardi, quando cominciavo a capire, rabbia. Poi per fortuna questo modo di indossare le pellicce passò definitivamente di moda. Il padre della protagonista era uno di quelli che mandavano le pellicce per il mondo, perfino in Italia, fino negli armadi della zia Emma. Trenta anni prima che io nascessi.  Se le avessi chiesto da che parte del pianeta veniva ognuna di quelle pelli chissà se avrebbe saputo rispondere. Credo che conoscesse solo il nome del rivenditore all'ingrosso.
Il padre della protagonista cacciò animali con grande attenzione per non sciupare le pellicce finché non gli venne l'idea di allevarli. 
Volpi, per l'esattezza, e non volpi comuni. Nelle nidiate nascevano eccezionalmente volpi dal manto scuro, nero, con rari peli bianchi. Le chiamavano "volpi argentate". Anche le pelli pregiatissime di volpe argentata erano custodite negli armadi della zia Emma. Lui seppe che qualcuno allevava volpi argentate da pelliccia e comprò la prima coppia, iniziando una vera attività da imprenditore. Si sposò e nacquero i figli. La moglie era una lontana cugina, maestra. Ma le cose, fra crisi e guerre, per il commercio delle pellicce, erano destinate a cambiare. Un anno lui aveva talmente pochi soldi da temere seriamente di non poter più andare avanti la famiglia.

Qui il racconto fa un salto. La narratrice, sposata, è in viaggio col marito in auto; si fermano ad un distributore di benzina e lei riconosce il posto. "Credo di essere già stata qui, forse da piccola, ma non riesco a ricordare..." Cerca nella memoria ed emerge un'emozione: una delusione. Ma che tipo di delusione? Un gelato, ecco, si tratta di un gelato.
Questo percorso dall'emozione, al recupero del ricordo completo, è una cosa che capita anche a me. Per la protagonista c'è prima il gusto del gelato, deludente, un gelato della stagione prima, o prima ancora, invecchiato nel freezer del distributore, che non ha il buon sapore che aveva immaginato ed è fatto di cristalli d'acqua separati da tutto il resto. Era stata lì con il padre, durante un altro viaggio in auto, fatto nell'infanzia, insieme dovevano raggiungere la madre, che era andata a vendere di persona le pellicce già confezionate e le pelli in un grande albergo di montagna aperto per l'estate e pieno di turisti. Alla madre era venuta quest'idea da imprenditrice, di proporre lei stessa i prodotti di famiglia, senza intermediari. E aveva funzionato. Sporchi, stanchi per il viaggio, la bambina spettinata, il padre impaurito per i problemi economici, la incontrano nella hall dell'hotel: la figlia quasi non la riconosce, per il vestito a fiori, per l'aria disinvolta, per la sicurezza e la tranquillità che emana, per la dolcezza con cui si rivolge a lei. Quella non è la mamma, non può essere, che è successo? 
Le racconta del cattivo gelato e la direttrice, che è lì con loro, gliene fa portare uno molto grosso e buono, in una coppa, coperto di salsa di cioccolato. 
"Un affogato al cioccolato? Questo si chiama affogato?"chiede la piccola estasiata.  
"Affogato? Credo di sì"- dice la signora facendole una carezza, poi si allontana affaccendata.
C'è quindi questa foto della madre, che, piena di soddisfazione, spiega come riesce a vendere le pellicce: ha messo un cartello dove c'è scritto qualcosa tipo "Il lusso firmato Canada" e si propone non come una che chiede per favore di comprare qualcosa, ma come una donna che condivide begli oggetti e non ha bisogno di implorare nessuno. Insomma, si direbbe quasi: moderne tecniche di marketing. Il padre prende fiato, sollevato: sua moglie ha i soldi, e lui può intanto riparare l'auto che ha rischiato di lasciarli a piedi. Sua moglie li ha salvati tutti.
All'epoca e sempre nella storia le donne sono state Yin, e gli uomini Yang, le donne lunari e passive, e gli uomini solari e attivi. Le madri accoglienti e ferme, a rassicurare nelle difficoltà, e i padri a risolvere i problemi.
Ma spesso invece le donne si attivano, mettono in piedi attività e le fanno funzionare e, quando le cose vanno, la soddisfazione esce da tutti i pori e ci si sente in pace col mondo e con noi stesse. Ci si sente Yin e Yang, tutto insieme.
Alice Munro scrive tanti racconti e non tutti sono autobiografici, questo lo è, è un pezzo di vita della sua famiglia, e io l'ho capito solo dopo averlo letto. Sua madre purtroppo si ammalò presto di Parkinson e la sua attività di venditrice in proprio finì. Il padre chiuse l'allevamento di volpi e tolse ogni traccia, eliminando i recinti e le gabbie, poi andò a lavorare in una fonderia.
Parlando con la figlia di questa esperienza di allevatore le disse di aver saputo che in Oriente credono che anche gli animali abbiano un'anima e che ci sia anche per loro un aldilà. 
"Io, troverò schiere di volpi arrabbiate pronte a sbranarmi, quando morirò, e una mandria dei cavalli che ho ucciso per dar loro da mangiare..." Disse anche che quando si fanno certe cose si fanno e basta, e non ci si sofferma a pensare tanto. Perché forse poi non se ne farebbe niente? 

Un anno dopo la morte della mia mamma mio fratello mi ha dato delle cose sue, fra cui due sacchetti di tela chiusi da un laccio con dentro dei colletti di pelliccia, di ocelot, di astrakan, che è poi una pelle di agnellino,  e dei ritagli di visone. Ciò che resta della pellicceria. Non so che farmene. I colli non si adattano alle cose che indosso. Ma non posso neanche pensare di liberarmene, anzi ho messo dell'antitarme per conservarli. Sono ancora morbidi come allora, le pellicce ben tenute si conservano molto a lungo. Non è solo che mi ricordano l'infanzia, questo semmai è secondario, è che li trovo oggetti preziosi, inutili, nel senso che non so come usarli, ma preziosi. Sono sempre pellicce di creature che furono vive, e quando sono ben conciate non ci sono molte cose più belle al mondo. Inoltre mi appartengono, fanno parte di me, se si considera che da molto piccola ero in grado di riconoscere le pellicce e dar loro il giusto nome. La mamma non volle mai una pelliccia, ebbe invece questi colli per i cappotti. Non volle una pelliccia perché con la matrigna e col padre aveva sempre avuto un cattivo rapporto, migliorato con la mia nascita (ero la prima figlia). Quando entravamo in pellicceria lei non era mai tranquillamente sorridente, fiduciosa, aperta. Era sempre sul chi va là, sempre all'erta, sempre pronta a pungere. Non era facile averla come mamma. E non voleva dover dire grazie alla matrigna, né per un dono né per uno sconto. Inoltre amava gli animali più delle persone e probabilmente trovava difficile, come me, indossare una pelliccia. La pellicceria fu chiusa in una data che non ricordo: per me era successo negli anni della scuola elementare, per la moglie del fratellastro della mamma, la nuora della zia Emma, era stata chiusa nel 1970. Tutte e due, la nuora della zia e la mamma, dicevano ognuna di aver chiuso la pellicceria, cioè di aver aiutato la zia a farlo. Ognuna ricordava di aver fatto lei il grosso del lavoro. Io ricordo che la mamma usciva ogni giorno dicendo che andava in pellicceria, ci lasciava con la donna di servizio e era molto contenta perché aveva da fare. Però ho idea che in realtà la fatica vera l'abbia fatta la zia Emma.
Non ho mai voluto pellicce, neanche colletti, ma quando mi dovevo sposare, ed era gennaio, la mamma mi disse che forse avrei dovuto mettere una giacca sul vestito rosso che mi aveva fatto la sarta, la signorina Ada. Una giacca di pelliccia, disse, sarebbe andata bene, mi avrebbe tenuto caldo...io dissi di no, poi mi lasciai convincere e andammo in una pellicceria in città. Mentre aspettavamo che ci servissero c'erano vicino a noi due donne: una più anziana si provava una pelliccia davanti ad uno specchio, la figlia seduta a guardare come le stava. Erano due mogli di orafi aretini, industriali molto ricchi e spesso ignoranti. Parlavano in dialetto, la figlia disse : "Un te sta bene, te se vede le polpe" 
Tradotto: "Non ti sta bene, perché è corta, ti si vedono i polpacci"
Questa frase mi svegliò, mi guardai intorno e  dissi a mia madre: "Che ci facciamo qui? Non voglio una pelliccia, non l'ho mai voluta, andiamo via."
Che dire: ho viaggiato in molte storie con Alice Munro e mi piace moltissimo: un'altra grande scrittrice.
Ora per me le pellicce son quelle, indossate dal vivo, della Holly e dei gatti. Qualche volta dico a Orazio, gatto nero dalla pelliccia folta e lucida, che se non fa il bravo lo vendo ai cinesi che se lo mangiano e con la sua pelliccia ci faccio un colletto come quelli della zia Emma. Ovviamente non capisce le parole, ma sa che voglio dire l'esatto contrario e mi fa le fusa.


sabato 13 agosto 2016

Pane integrale

Nel 1989, di marzo, aprì "L'Erba salvia", il nostro negozio di prodotti biologici, nostro perché eravamo in tre donne. Volevamo vendere non solo prodotti secchi e a lunga conservazione, ma, da subito, volevamo avere quello che di fresco poteva offrire un mercato ancora povero di varietà. Latte fresco, tofu, perfino carne, arrivarono solo dopo: all'inizio c'era un pò di frutta, verdura, yogurt, latticini e PANE. E le buone cose che produceva la Fulvia: una ricotta meravigliosa e del meraviglioso pecorino, più, ogni tanto, qualche formaggio esperimento, sempre ottimo tipo la cacioricotta o il raviggiolo. 
Come fare con il pane, come procurarselo? Bisognava averlo fresco tutti i giorni, perché non eravamo a Firenze, dove la gente si leticava, nei negozi del biologico, anche un pezzo di pane magari di tre giorni. Eravamo ad Arezzo, nella provincia più conservatrice, e il nostro pane bio doveva essere comune pane toscano, fatto con farina da grano biologico, sciocco, cioè non salato, come da tradizione, e fresco tutti i giorni. Ci sarebbe stato anche il pane integrale, ma solo come alternativa. All'inizio la Fulvia comprava il grano da qualche produttore locale e lo portava a macinare al Mulino Grifoni, che ora è famoso, in Casentino. Una volta ci andai con lei a ritirare la farina ed era un gioiello, un mulino antico, quasi intatto, mosso dall'acqua di un torrente, ancora in funzione dopo centinaia d'anni dalla costruzione. Dopo un paio d'anni cambiammo mugnaio. Dopo un rapido passaggio dal mulino che era sulla strada fra Palazzo del Pero e Molinnuovo, andavamo dal Tortelli, a Bibbiena. Il signor Tortelli, Natale di nome, era un omino piccolo e anziano, esile, che si caricava sul groppone balle di farina da 50 kg e me le metteva nel portabagagli della macchina. Non faceva una piega, ci era abituato, ma lo stesso barcollava sotto il peso e ogni volta mi sembrava che cadesse. Gli andavo intorno allarmata (come se fossi stata capace di tenerlo se cadeva, lui e la balla) e lui rideva."Non cado, non cado!" Il Tortelli non ci costringeva a cercarci il grano, aveva sempre partite di grano bio per i numerosi stranieri e italiani che vivevano in Casentino e si facevano il pane in casa. Per il fornaio ci rivolgemmo ad uno di città che era noto per fare un pane discretamente buono in un forno a legna. Prendemmo accordi: acqua farina e lievito, senza aggiunte. La lievitazione non era naturale, c'era anche un pò di lievito di birra, oltre alla pasta madre, perché seguire una procedura separata e accurata gli creava problemi. Comunque alla fine avevamo del pane fresco tutti i giorni, bio, con farina macinata a pietra e cotto in uno degli ultimi forni a legna di Arezzo. Ne portai una pagnotta in regalo alla moglie di un caro amico; le spiegai cosa stavamo facendo, col negozio. Neanche lo guardò, quel pane. Qualche anno dopo, una volta che ero andata a trovarli, mi offrì una fetta di un altro pane simile,che però non era bio, e mi sciorinò tutta una filippica sul fatto che era un pò scuro, perché era macinato a pietra, e a lievitazione naturale. Sembrava che fosse la prima volta che sentiva parlare di quelle cose. Me, quella volta, non mi aveva neanche sentito. Provai una gran rabbia, mista a rassegnazione. Ci sono persone che sono sensibili solo alle mode: quando le cose, ogni genere di cose, diventano di moda, le annusano nell'aria, ma non c'è un vero interesse profondo, qualitativo, sono pronte a lasciare rapidamente quella moda per la prossima, perfino opposta.
Comunque questo pane che avevamo non mi soddisfaceva del tutto. Arezzo non era certo il posto giusto per proporre il pane nero del nord Europa, salato, fatto con farina di segale e semi. Io stessa lo apprezzavo, ma per cucinare certe cose della nostra tradizione occorre il pane sciocco toscano: con quello siamo cresciuti e quello resta per noi il vero pane. Con quello si fa la minestra di pane, più nota come Ribollita, e la Panzanella, quello si accompagna ai pecorini saporiti, alle acciughe, alle aringhe e soprattutto al nostro prosciutto. Io non sono una che storce il naso e mi piace molto assaggiare i cibi degli altri, quando vado in giro mangio il cibo del posto, che è anche un modo per conoscere veramente il mondo, e mi piace molto mangiare; però poi, a casa mia mangio volentieri le cose della tradizione e il nostro pane. 
Una sorpresa invece era stato il nostro pane integrale: il fornaio lo cuoceva nelle cassettine, ed era proprio buono. 

La Fulvia, la mia socia più grande, magnificava il pane di Pelago. Pelago è un posticino in cima ai monti del Pratomagno, alla Consuma. Lì c'era, e c'è ancora, un fornaio che aveva cominciato da ragazzo, a rifare il pane di una volta nel vecchio forno di casa. Si chiama Stefano Borselli, e il forno si chiama "Forno la Torre" e dal vendere il pane alle prime fierine del biologico ha finito per fornire i panettoncini biologici monoporzione alla British Airwais per Natale.
Il suo pane e anche tutto il resto, è una favola. Se lo scrivo io bisogna crederci, non sono affatto propensa ai complimenti in questo genere di cose. Abbiamo avuto, ogni tanto, anche altri pani, e per fortuna non ricordo più niente, soprattutto chi li faceva, pani zeppi e poco lievitati, pagnottone salate e grigiastre, brutte anche da vedere. Se non c'è scelta ogni tanto proponi anche cose meno buone. 
Per un certo tempo in negozio abbiamo venduto, solo una volta alla settimana, per la difficoltà di procurarselo, il pane di Pelago, anzi di Diacceto.
Diacceto: perché si vede che in inverno ci fa un freddo boia. Avevamo trovato un fornitore che passava da Diacceto il martedì e ci faceva il piacere di caricare il sacco e portarcelo quando di pomeriggio tornava in città.
Direte voi: non siete mica lontani dalla Consuma. No, ma quando qualche volta bisognava andare a prendere il pane perché c'era stato qualche disguido andava via tutta la mattinata.
Un paio di giorni fa Mauro ha portato a casa due pezzi di pane fresco: uno tutto integrale, un integralone zeppo e poco interessante e un altro pezzo che ho messo in bocca e ho avuto una sorpresa. Il gusto era del pane di Pelago! Ogni boccone mi riportava lì, ma non c'era, come nelle madeleines di Proust, il gusto delle cose perdute o dell'infanzia. Perché il pane di Pelago aveva, per me, il sapore maturo di un cibo legato al lavoro e a tanti problemi concreti che riguardavano il negozio ma anche la mia vita privata e ora, non so se sia una fortuna, sono alle mie spalle. Per tanto tempo, dopo aver chiuso il negozio, è stato come se avessi chiuso una porta e fossi andata avanti senza guardarmi indietro; le persone e le cose legate al negozio si erano perse nella nebbia ed era un pochino come aver perso una parte di me. Ora penso che sia arrivato il tempo di riprendere in mano quel passato che mi appartiene e che posso guardare con tanto affetto e con soddisfazione.

mercoledì 10 agosto 2016

San Lorenzo

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

Di questa poesia di Pascoli ricordavo solo la prima strofa, che è poi quella che veramente mi piace. In questi giorni dell'anno si possono alzare gli occhi, di notte, e vedere i meteoriti che bruciano a contatto con l'atmosfera, gli sciami delle Perseidi, le stelle cadenti. 
Ho conosciuto una persona che ne negava l'esistenza, come se fossero solo un mito, alla stregua delle fate o dei folletti. Che non avesse mai alzato gli occhi nelle notti estive?
Si dice che quando se ne vede una si può esprimere un desiderio: io ne ho tanti, che riguardano tutti noi e qualcuno per alcune persone in particolare, li affiderò alle scie luminose. Se non oggi, domani,le Perseidi passano per un pò di giorni, perché forse stasera piove. 
Mi torna in mente un vecchio amico che non c'è più, Nanni De robertis. Quando in estate andavamo in montagna in pulman con Don Sergio ci trastullava, anche se non era tanto più grande di noi, con certi racconti che venivano da Torrita di Siena, dove aveva i parenti e aveva trascorso parecchio tempo nell'infanzia. Erano racconti su preti e messe e anche processioni, perché veniva da una famiglia molto religiosa. Ci raccontò dell'omelia di un prete per la Messa di San Lorenzo. San Lorenzo è un martire che fu messo a "cuocere" su una graticola.
Il prete disse "Sento odor di pollo arrosto? Nooo! 
Sento odor di patatine? Nooo! 
Ah! Sei tu, bistecca santa!"
Ciao Nanni.

domenica 7 agosto 2016

Il sogno di Theimer

Ieri ho avuto una bella giornata. Tanto bella che è giusto lasciarne una traccia. Sono uscita con mia figlia, quella che è qui. L'altra, chi passa di qui non lo sa perché forse non l'ho mai scritto, è all'estero, in Scozia, per studiare ancora. Grazie a Dio fra un pò finisce. Per la terza volta. Dopo la triennale e la magistrale ora c'è il master. "Non dire master, mamma. Devi dire Master of Science" Facciamo come dice lei. E' stata molto brava e fra poco il voto sulla tesi lo confermerà.
 Ci sono stati alcuni mesi duri. Ieri però abbiamo, o almeno io ho avuto una bella giornata. Io di sicuro, meglio sempre parlare per sé. Intanto ho potuto godere della  compagnia della mia figliola, mentre magari lei si annoia un pò in giro con la mamma. Siamo andate insieme alla fiera, cioè la fiera antiquaria di Arezzo e abbiamo incontrato tante persone. Prima la signora dell'ottica, che mi aveva fatto degli occhiali nuovi "da vicino". Per lontano, nuovi, mi servono anche quelli, ma costano talmente tanto che bisogna aspettare un pò. Poi, una volta tanto che uscivo, sembrava che il passato fosse venuto a visitarmi e a ricordarmi tante cose belle. Ci siamo fermate al banco di un'amica di tanti anni fa, e poi di un'altra amica e poi di un giovane senegalese con cui abbiamo chiacchierato a lungo, con quale costrutto non so, ma è stato molto piacevole e alla fine ho comprato da lui una cosa che desideravo da anni. Un oggetto che sarebbe piaciuto molto al mio babbo. Vedi, le chiacchiere!
Poi abbiamo trovato Thomas, tedesco, che veniva in negozio ogni tanto, e produceva e vendeva erbe officinali. Erano tanti anni che non lo vedevo, forse venti, era ed è un tipo originale, fuori da schemi e regole, che ci ha parlato di come abbia, adesso, lui che lavorava da solo, ventitre dipendenti, e io ho detto con stupore che è diventato un uomo d'affari, senza perdere tutto quello aveva già: mi ha guardato con profondità e ha detto "Lo spero", poi si è lanciato in un discorso su "Ildegarda di Bingen" e sul fatto che è stato a Bingen dalle suore e ha trascorso con loro un giorno intero, parlando con la superiora dell'ordine, e ora dovrà fare un intervento pubblico su Santa Ildegarda, che era una erborista, e non era santa fino a pochi anni fa, o almeno nessuno l'aveva riconosciuta come santa, perché il clero tedesco si era sempre opposto, ma papa Ratzinger aveva fatto un colpo di mano e l'aveva santificata, e tutto questo fa pensare a chissà quali intrighi e litigi avvenuti in vita di Ildegarda che hanno prodotto propaggini fino da noi. Gli innovatori, e gli illuminati, si fanno spesso tanti nemici. Avrei chiacchierato con Thomas un giorno intero. Gli ho detto che è tanto che voglio trovare un libro su Ildegarda, un personaggio che mi interessa molto.
Ad Arezzo c'è adesso una mostra fino al 23 ottobre e consiglio di vederla, agli aretini e agli altri. L'unica pecca della mostra è che l'ha "curata" Sgarbi. Io, poveretto, non lo posso soffrire, la sua immagine pubblica è pessima e riunisce tanti difetti odiosi, ma forse di persona sarà meglio. La mostra è di un'artista che si chiama Ivan Theimer, cecoslovacco, vissuto a Parigi, fuggito dal blocco sovietico nella giovinezza. Io non lo conoscevo, e mi ha completamente preso. Mi telefonò la mia cara amica Concetta, dicendomi che dovevo, o dovevamo andare insieme  a vedere questa mostra, che era bellissima e che le aveva ricordato, per la potenza, quella che avevamo visto tutte insieme da ragazze, al tempo dell'Università al Forte Belvedere a Firenze. Era la mostra dello scultore Moore. Il fatto che vedendo la mostra avesse pensato a me mi ha commosso. Ho rivisto noi ragazze, tutte ancora amiche,  e quel periodo della vita. Anche questo Theimer è uno scultore e la mostra sarebbe già bella di per sé, ma è anche più forte per il fatto di essere collocata nella Fortezza della nostra città, che è stata quasi del tutto restaurata. Hanno dovuto scavare molto, perché la parte interna era stata quasi del tutto interrata e ci hanno trovato, c'era da aspettarselo, resti di una chiesa medievale dedicata a San Donato, il patrono di Arezzo, e altri resti di pavimenti a mosaico di età romana. Qui da noi dove scavi trovi cose antiche o antichissime, il passato è forte e si impone. Anche nelle sculture di Theimer. Ci sono bambini con dei gran cappelli ispirati a quelli dei dipinti di Pier della Francesca.
Cappelli a tronco di cono, di cui si possono dire molte cose, ma importante è ciò che suscitano in chi osserva. A me sono sembrati cappelli da sacerdote, corone da re, antenne di ricezione di messaggi dall'universo e anche contenitori del passato, tutto il passato che gli uomini si trovano ad avere in testa e in eredità e può schiacciarli; ma queste figure non sono oppresse, ma forti, per il passato che hanno nella testa e che è scritto sui grandi cappelli. Hanno in mano pesci, e camminano su tartarughe. Mi sono ricordata dei cappelli che disegnava mia figlia da bambina, da cui uscivano oggetti e fiori: esplosivi enormi cappelli a fontana da cui il mio babbo era affascinato. Ci sono molti obelischi nella mostra, direi che è soprattutto una mostra di obelischi, inquietanti e pieni di simboli. I simboli parlano direttamente all'inconscio e se ne esce molto rimescolati. A me poi, la tartaruga ha fatto compagnia per tanti anni. Mauro ha fatto delle foto e un paio gliele ho fatte io a lui, che dice sempre che non ci sono foto sue. Così ci ricorderemo di come era a sessantatre anni Al termine di questo post non so se ne scriverò altri, forse sì, e non è un cattivo segnale, ma intanto ci sono, sono viva. 







 





giovedì 4 agosto 2016

Passaggio in India

Ho in casa tanti libri che ho letto tanto tempo fa. Sono convinta di  ricordarmeli, di possederli in qualche modo, ma non è vero. O almeno non è più vero, era vero anni fa; ora, se provo a dire di che parlano, a rientrare nella storia, mi sembra di rovistare in un ripostiglio abbandonato dove le memorie riposte sono state mangiate dalla polvere e dal tempo. E' rimasta solo una struttura fragile che si disfa quando tento di osservarla. Fino a poco tempo fa pensavo di avere una memoria infallibile, memoria dei libri, delle canzoni, delle cose imparate e accadute a scuola, di ciò che era accaduto nella vita, poi mi sono accorta che avevo dimenticato tantissime cose di cui, all'epoca, mi pareva di avere il pieno possesso, come la trigonometria, studiata al liceo. Questa cosa mi sgomenta, perché mi rendo conto che non posso fidarmi completamente di me stessa. Per mettere rimedio a questa perdita ogni tanto  rileggo uno di questi libri quasi dimenticati e provo un gran piacere come se fosse una nuova lettura: certamente lo è, abbiamo tutti sperimentato che le cose ci sembrano nuove perché intanto noi stessi siamo cambiati, non siamo più quella persona che lesse lo stesso libro molti anni fa. Ho ripreso in mano "Passaggio in India", di Edward Morgan Foster. Ecco cosa scrive a pagina 7 riferendosi al cielo dell'India, sopra la città di Chandrapore.

Il cielo regola tutto- non soltanto i climi e le stagioni, ma anche il momento che la terra deve essere bella. Da sola lei può far poco, appena qualche debole erompere di fiori. Ma quando il cielo lo decide, la gloria può erompere nei bazar di Chandrapore o una benedizione passare da orizzonte a orizzonte. Questo il cielo può fare perché è forte e così enorme. La forza gli viene dal sole, che gliela infonde ogni giorno: l'immensità della terra prostrata. Nessuna montagna frastaglia quella curva. Per miglia e miglia la terra è piana, si solleva un poco, è nuovamente piana. Quell'infinita distesa è interrotta solo a sud, dove un ammasso di pugni e dita balza fuori dal suolo. Quei pugni e quelle dita sono i monti Marabar, che contengono le straordinarie grotte.

Il cielo, o la luce. La luce crea il mondo nuovo ogni giorno e se lo decide può far bello il luogo più infimo. 

La storia si svolge nei primi anni del secolo scorso. La signora Moore arriva nella città di Chandrapore insieme con Adela Quested. Sono entrambe inglesi, e Adela conosce già il figlio della signora Moore, magistrato della città, e ha compiuto il viaggio per incontrarlo  e forse sposarlo, ma anche per conoscere l'India. 
Non è facile conoscere l'India; gli inglesi che la dominano e la governano ci vivono, ma la rifiutano. Subito nelle prime pagine Foster descrive la città di Chandrapore.

Più rasentata che bagnata dal Gange, si trascina per circa due miglia lungo la riva e a stento la si riconosce dai detriti che il fiume deposita con tanta abbondanza. Tutto ciò che lo sguardo incontra è così fatiscente, così squallido, che quando scendono le acque del fiume Gange ci si aspetterebbe di vederle travolgere quell'incrostazione nella terra. Le case crollano, la gente annega ed è lasciata imputridire, ma il profilo generale della città sussiste, qua gonfiandosi, qua ritraendosi, come un'infima ma indistruttibile forma di vita.

Gli inglesi arrivano in India e diventano velocemente angloindiani. Si tratta di un processo indotto da due cose che accerchiano il nuovo arrivato: una è effettivamente l'India e la sua identità sfuggente e mutevole, fatta del clima, del territorio e delle persone; l'altra è la comunità angloindiana che accoglie l'ospite solo in cambio di un'identificazione incondizionata, altrimenti si è fuori, reietti e rifiutati, in un paese tutto sommato estraneo.

La signora Moore appena arrivata conosce per caso il dottor Aziz, medico indiano musulmano che ha studiato in Inghilterra.  Lo conosce di notte, in una moschea, dove lui si è fermato per riposare e lei invece ci è arrivata imprudentemente, da sola, allontanandosi da un noioso spettacolo teatrale allestito dalla comunità angloindiana. Da questo incontro casuale ha inizio la vicenda. Adela desidera conoscere l'India, e per questo deve conoscere gli indiani. Il suo promesso fidanzato è irritato e infastidito da questo desiderio, che considera il capriccio di una nuova arrivata, ma lo asseconda, chiamando ad aiutarlo il signor Fielding, l'insegnante dell'istituto governativo. 
Ci sarà una gita alle grotte dei monti Marabar, organizzata e offerta dal dottor Aziz. Durante la gita Adela, rimasta sola all'interno di una grotta, sarà molestata, o crederà di essere stata molestata, e accuserà il dottor Aziz. Ci sarà un processo, ma alla fine Adela ritirerà le accuse e il dottor Aziz sarà liberato. Questa la storia in brevissimo. Ma si sa, le storie sono solo strutture, scheletri, e ciò che le rende belle, come per le persone, è tutto il resto, muscoli e carne e legamenti e la pelle sopra, il suo colore e la morbidezza, e il luccicore e il colore degli occhi e dei capelli che rendono unico l'individuo.  
Edward Morgan Foster, lo scrittore, nacque a Londra nel 1879 da una governante di origini modeste e da un architetto che morì prima che il bambino compisse un anno. Edward crebbe in una famiglia fatta solo di donne, parenti e amiche della mamma, con la quale stabilì un rapporto affettuoso e molto forte che lo influenzò tutta la vita. Mi ricorda un saggio di Freud su Leonardo Da Vinci,  mi pare, nel quale studiava il rapporto fra una forte figura materna e l'emergere, nel figlio maschio, dell'omosessualità. 
Foster fu effettivamente omosessuale, anche se gli ci volle molto tempo per accettarlo, e la sua scrittura è sensibile, delicata nel raccontare i pensieri dei personaggi e la loro mutevolezza. Niente è rapido come il pensiero, nella nostra esperienza, e niente cambia con tanta rapidità, un momento si può pensare una cosa e un momento dopo il contrario, e comportarsi di conseguenza. 
Foster racconta questo, i pensieri, e lo fa a volte con una punta di acrimonia,  a volte con distacco. I pensieri delle sue figure femminili sono esaminati senza pietà, salvo quelli della signora Moore. I dialoghi esprimono un conflitto permanente, che mi è familiare. Come mai, quando ho sentito questo tipo di cose? mi sono chiesta. Non ci è voluto tanto per ricordarlo. Per esempio, già quando ero bambina, il rapporto fra bambini di città e bambini di campagna, o anche adulti di città e adulti di campagna. Le persone di campagna parlavano male, una specie di dialetto, in genere erano meno educate, ma soprattutto meno disinvolte, meno moderne, impacciate dall'essere quello che erano, campagnoli, e si sentivano a disagio in presenza di gente di città, ma desideravano piacere ed essere accolti e accettati. Le persone di città si sentivano un pò superiori, ma sapevano che si trattava di una posizione sempre da conquistare, e certe volte manifestavano magnanimità  nei confronti dei campagnoli, più spesso disprezzo o indifferenza.
Oppure: gente del sud e gente del nord. O, a scuola, bambini ricchi e bambini poveri. Qualcuno sa di che parlo? Ma sì! E anche ora quanti conflitti, espressi e inespressi, covano come fuochi sempre pronti a divampare nella polvere della nostra società umana. Ora abbiamo anche il conflitto fra autoctoni ed emigrati, oppure fra cristiani e musulmani...Questo "Passaggio in India" serve a comprendere i conflitti, a vederli dentro di sé.
Virginia Woolf apparteneva al gruppo di intellettuali amici di Foster e dice di lui: "La sua ammirevole capacità d'osservazione lo serve troppo bene.. se fosse meno scrupoloso, meno sensibile alle molteplici facce di ogni questione, potrebbe arrivare con forza maggiore ad un risultato preciso."
In questo libro però Foster raggiunge il risultato in pieno. Racconta l'eterna disputa fra inglesi dominatori e indiani dominati, racconta il rapporto fra Adela e il quasi fidanzato Ronny, che finirà per disfarsi completamente, racconta della signora Moore che scivola verso la morte, racconta del mite e gentile dottor Aziz, racconta dell'onestà e della libertà del signor Fielding, l'unico inglese che sta dalla parte degli indiani. E racconta delle grotte Marabar e della loro eco.

Ci sono echi raffinatissimi in India; c'è il sussurro intorno alla cupola di Bijapur, ci sono le lunghe compatte frasi che a Mandu viaggiano attraverso l'aria e tornano indenni a chi le ha suscitate. Ma l'eco in una grotta Marabar è del tutto indistinta. A qualunque cosa si dica risponde lo stesso rumore monotono, e vibra su e giù per le pareti finché il soffitto non lo assorbe. Bum, è il suono, fin dove l'alfabeto umano può renderlo, o bu-um, o u-bum, completamente ottuso. Speranza, gentilezza, soffiarsi il naso, una scarpa che scricchiola, tutto fa "Bum". E se molte persone parlano insieme, comincia un boato di suoni incalzanti, da eco nasce eco e la grotta è tutta piena di un serpente composto di tanti serpentelli che si torcono ognuno per suo conto.

La signora Moore, al chiuso della grotta completamente buia salvo un fiammifero acceso per un attimo, si sente soffocare per il lezzo delle altre persone e prova sgomento per l'eco.

La folla e il lezzo poteva dimenticarli, ma l'eco, stava cominciando a minare la sua presa sulla vita in chissà quale indescrivibile modo.
"Il pathos, la pietà, il coraggio... esistono, ma sono identici, tale e quale il sudiciume. Tutto esiste, niente ha valore." 
Se in quel luogo avesse proferito un'infamia o recitato versi sublimi, il commento sarebbe stato lo stesso: "u-bum". 
Se uno avesse parlato le lingue degli angeli o chiesto grazia per tutta l'infelicità e l'incomprensione del mondo, passata presente e futura, forse il risultato sarebbe stato lo stesso, il serpente sarebbe disceso per poi tornare al soffitto...nessuno avrebbe potuto rendere romantico il Marabar, perché spogliava l'infinito e l'eterno della loro immensità, l'unico attributo capace di adattarli al genere umano.

La signora Moore pensa queste cose, e si spaventa, poi pensa anche di essere vecchia e stanca e che forse sta per ammalarsi. 

Ma d'improvviso, sulla soglia della sua mente, apparve la Religione, il povero piccolo cristianesimo ciarliero, e lei seppe che tutte le sue divine parole si riducevano a "Bu-um". Allora si sentì atterrita su un'estensione più vasta; l'universo, sempre incomprensibile al suo intelletto, non offriva riposo alla sua anima, l'inquietudine degli ultimi mesi prese infine una forma precisa e lei si rese conto che non voleva scrivere ai suoi figli, non voleva comunicare con nessuno, nemmeno con Dio. Perse interesse a tutto e le parole gentili che aveva rivolto al dottor Aziz non le parvero più sue, ma dell'aria. 

Credo che sia difficile trovare una descrizione migliore dell'inizio, subitaneo e sconvolgente, di una depressione, che nasce sempre da un pensiero.









venerdì 10 giugno 2016

Piove


Piove. Ma quanto piove!
Uno di questi giorni, in un momento che non pioveva, ho alzato gli occhi al cielo momentaneamente libero da nubi e ho visto volare degli uccelli: storni e piccioni, come sempre, che abitano le mura di una chiesina semidiroccata del paese. Fra di essi un uccello con delle grandi ali: un falco, diciamo noi, ma non sappiamo se sia un nibbio, un gheppio, o davvero un falchetto. Intorno a lui volava un piccolo, un figlio; non avevamo mai visto un rapace diurno accompagnato da un figlio che gioca in volo. Si sono improvvisamente separati, l'adulto è andato verso Verniana, il piccolo è tornato indietro, incontro all'altro genitore che è comparso nel nostro campo visivo e anche con quello ( madre o padre) giocava allegramente nell'aria. Si vedono sempre nuovi spettacoli, Mauro è andato a prendere la macchina fotografica, ma tutto era già finito.

martedì 29 marzo 2016

Harper Lee: Va', metti una sentinella

Per un lungo viaggio in treno avevo portato un libro "Va, metti una sentinella" di Harper Lee, che avevo già letto uno dei giorni scorsi. Ci ero caduta dentro, come succede quando un libro mi prende e non riesco a smettere di leggerlo, saltando a volte dei passaggi un pò dolorosi o appena noiosi. L'avevo ingoiato in un boccone solo e lo volevo rileggere perbene, avevo il dubbio di essermi persa qualcosa di importante; non c'era occasione migliore di questo viaggio, perché mi ero formata un'idea e volevo scriverci qualcosa. Avevo letto o sentito per radio dei commenti piuttosto negativi: dopo "Il buio oltre la siepe", della stessa autrice, questo qui, che in realtà pare che lei abbia scritto prima dell'altro, sembrava essere pessimista e esprimere una grande disillusione nei confronti del padre. Non ho proprio bisogno di leggere storie negative o piene di pessimismo, ma ho amato troppo Harper Lee per rinunciare a leggere un altro suo libro. Non so se sbaglio, ma credo che siano solo due, i suoi libri. Nonostante questo è considerata, con ragione, una grandissima scrittrice. Nel 2007 ricevette la più alta onorificenza degli Stati Uniti, la medaglia presidenziale della libertà. Questa la motivazione, scritta nella seconda pagina di copertina del libro: "Ha influenzato il carattere del nostro paese in meglio. E' stata un dono per il mondo intero. Come modello di buona scrittura e sensibilità umana questo libro verrà letto e studiato per sempre." 
Ci si riferisce a "Il buio oltre la siepe" che in inglese ha un altro titolo, tipo "uccidere un uccellino". Mi pare che questa motivazione dica già tutto. Se sulla mia tomba si potesse scrivere che sono stata un dono per il mondo intero, morirei in pace. Ma è improbabile che accada.
Questo "Va, metti una sentinella" è un altro libro della vita.  Contiene la complessità della vita, le sue sfaccettature che spesso sembrano inconciliabili, ed è un vero dono per questo momento che stiamo vivendo, fra milioni di persone che si spostano e si impongono alle nostre vite, e noi proviamo sentimenti contraddittori, paura e desiderio di accogliere e proteggere; e altre persone, di meno, che cercano di ucciderci in casa nostra, mentre anche noi andiamo a bombardare in casa loro. Ci sono scrittori che scrivono decine di libri, Harper Lee, per essere grandissima, ha dovuto scriverne solo due.
Questo pensiero, che questo libro sia un dono utile, mi si è formato, mentre lo leggevo, e mi ha commossa, ma non è facile spiegare il perché.
La mia impressione è che può essere riletto mille volte e ogni volta ci si troverà qualcosa di buono per noi, per quello che stiamo vivendo.

Jean Louise Finch torna a casa in vacanza, durante l'estate, nella cittadina di Maycomb, Alabama. Viaggia in treno, viene da New York, dove lavora durante tutto l'anno. Jean Louise, detta anche Scout, è la bambina del "Buio oltre la siepe" che è diventata grande, ha ventisei anni e, dopo un college per signorine, il suo babbo, l'avvocato Atticus Finch, l'ha spedita fuori di casa a cercarsi un lavoro, per essere sicuro che sarebbe stata indipendente anche senza di lui. Il viaggio in treno è bello, fra il panorama che si vede dai finestrini, il capotreno, e i ricordi che si affacciano alla memoria come vecchi amici, e soprattutto, come frammenti di un'identità molto forte. In questo libro Harper Lee vuole parlare di segregazione e razzismo, dell'Alabama e degli stati del sud negli anni cinquanta del '900,  ma vuole anche parlare di padri e figlie, di quel particolare padre e di quella particolare figlia, allevata "da un uomo bianco e da una negra", così dice lei stessa. Calpurnia, la negra, è la cuoca, ma di più è una madre supplente, perché Jean Louise la mamma non ce l'ha mai avuta, morta prestissimo nella sua infanzia, tanto che non ne ha mai sentito la mancanza. Ha assorbito la figura del padre, un uomo retto e saggio, da lei idealizzato, fatto diventare più grande, più alto, più forte di quello che è. Molti di noi fanno questo con le figure dei propri genitori, soprattutto del padre. Harper Lee vuole anche parlare della storia fra Jean Louise e Henry Clinton, amico di suo fratello e ora suo quasi fidanzato. Vuole parlare anche di quella volta, che, da bambini, lei, suo fratello Jem e il loro caro amico Dill, giocarono al "revival", un  rituale che vedevano celebrare alla scuola metodista, e si litigavano i ruoli: Jem, in virtù dell'essere il maggiore dei tre, faceva il pastore che tuona dal pulpito descrizioni dell'inferno, Dill faceva la questua e Jean Louise veniva battezzata. No, diceva Dill, sono io il battista (appartenente alla chiesa battista), quindi credo di essere io quello che deve essere battezzato.

Sentimi bene, (gli diceva Scout decisa), per tutta la mattina io non ho fatto un beato cavolo di niente.Tu hai recitato gli amen, tu hai cantato un assolo e tu hai fatto la questua. Ora tocca a me. 

Finirono a battezzarla dentro lo stagno della zia di Dill, e per di più arrivarono il babbo Atticus e perfino il pastore metodista, invitato a pranzo.
Queste storie sono esilaranti, e mi ricordano certi giochi che facevo da bambina. E certi altri giochi che facevano le mie bambine.
Ci sono tanti personaggi, Atticus, la zia Alexandra, Henry, detto Hank, Dill che nel presente non c'è, ma riemerge dal passato, Jem, che nel presente del libro è morto da un paio d'anni, Calpurnia, i suoi figli e parenti neri e tanti abitanti della cittadina di Maycomb. C'è un bagno notturno di Jean Louise e Hank, completamente vestiti, nelle acque del fiume Alabama, nel luogo che qui si chiama Finch's Landing, nella lingua originale, e nell'altro libro viene tradotto con "l'approdo dei Finch". Jean Louise ama molto l'Approdo dei Finch, che è stato la casa della famiglia, dove sono nati Atticus e i suoi fratelli, anche se ora tutti vivono altrove, e la proprietà è stata smembrata e venduta pezzo per pezzo.  La notte del bagno con i vestiti Jean Louise scopre che anche l'ultimo pezzo è andato e lei lì non è più in casa propria.

"Hanno  venduto l'ultimo lotto cinque mesi fa."dice Hank.
"A me non hanno detto una parola."
"Ma a te non importa, vero?"
"No...vorrei solo che me l'avessero detto."
"Il signor Finch è un giovanotto di settantadue anni e tu una vecchia di cento quando si tratta di una cosa come questa."
"Io non voglio semplicemente che il mio mondo venga messo a soqquadro senza preavviso."

Già, quando si vive a New York, o in qualunque altro posto lontano da casa, si vorrebbe, quando si torna, che tutto fosse rimasto intatto come ce lo ricordavamo. E le nostre proprietà sempre nostre, senza estranei in mezzo.

"Non so se posso dirtelo, carino. Quando abiti a New York hai spesso l'impressione che New York non sia il mondo. Voglio dire: ogni volta che torno a casa, io mi sento come se questo fosse il mondo, e quando lascio Maycomb è come lasciare questo mondo. E' stupido: non posso spiegarlo, e ciò che lo rende più stupido è che diventerei pazza furiosa se vivessi a Maycomb."

L'Alabama  bigotta e razzista è la casa amata e odiata di Scout, dove il mattino dopo il  bagno notturno, ci si premura di telefonare a casa Finch per dire che Jean Louise e Hank hanno fatto il bagno NUDI! Qualcuno li ha visti; forse è più esatto dire che qualcuno li ha spiati. In certi posti qualcuno vede SEMPRE, si fa sempre gli affari degli altri.

Intorno a pagina 100 Jean Louise trova in casa un opuscolo e lo legge. Resta allibita e chiede spiegazioni alla zia Alexandra.

"..in quell'opuscolo ci sono molte verità." disse la zia.
"Sì davvero.- disse sardonica Jean Louise-Mi è piaciuta in particolar modo la parte dove dice che i negri, poveri cari, non possono fare a meno di essere inferiori alla razza bianca perché il loro cranio è più spesso e la scatola cranica meno capace e dunque tutti dobbiamo essere molto gentili con loro e non permettere che si facciano del male e tenerli al loro posto. Buon Dio, zietta..."
Alexandra era rigida come se avesse ingoiato un palo.
"Allora?" disse.
"E' solo che non sapevo che ti piacesse la letteratura oscena, zietta."

Questo tipo di risposte mi ricordano me, da ragazza. Da qui in poi  Jean Louise compie un viaggio dentro di sé, difficile, che nel racconto viene compresso in un tempo abbastanza breve e nella vita richiede una più lunga elaborazione. Intanto, per prima cosa segue suo padre e Hank che sono andati ad un consiglio dei cittadini. Jean Louise assiste alla riunione dallo stesso posto, la galleria destinata alla gente di colore, da cui, bambina, andava a vedere i processi in cui il padre lavorava. E' uno shock vedere il padre e Hank, con cui dovrebbe sposarsi, seduti ad ascoltare O'Hanlon. 

Che aveva capelli color castano chiaro, occhi celesti, un viso caparbio, un'orribile cravatta, ed era in maniche di camicia. Si sbottonò il colletto, si allentò il nodo della cravatta, batté le palpebre, si passò una mano fra i capelli e venne al sodo. Era nato e cresciuto nel sud, era andato a scuola nel sud, aveva sposato una donna del sud e passato tutta la sua vita nel sud e oggi il suo principale interesse era sostenere il modo di vivere del sud e nessuna corte suprema avrebbe detto, a lui o a chiunque altro, cosa fare... quella razza di teste di legno..sostanziale inferiorità...zucche dai capelli crespi e lanosi...ancora sugli alberi... unti e puzzolenti... sposare le vostre figlie...imbastardire la razza..imbastardire.. imbastardire..salvare il sud... Lunedì nero...peggio degli scarafaggi... Dio ha creato le razze...nessuno sa il perché, ma Lui voleva che fossero discriminati...se non avesse voluto così ci avrebbe fatto tutti dello stesso colore...tornassero in Africa...

Jean Louise udì la voce di suo padre, una vocina che le parlava da un passato accogliente e cordiale. Signori, se a questo mondo c'è uno slogan in cui credo, è questo: uguali diritti per tutti, speciali privilegi per nessuno.

Fin qui tutto è abbastanza chiaro, il male e il bene sembrano ancora piuttosto ben divisi e separabili, la cosa inquietante, per Jean Louise e per noi che la seguiamo, è la presenza di Atticus e di Hank a quella sordida riunione. La ragazza si sente male, e vomita. La reazione fisica violenta ci dice molto sul suo stato d'animo.  Poi accadranno molte cose, il nipote di Calpurnia, figlio di Zeebo, investe un uomo bianco e lo uccide. Hank dapprima rifiuta di difenderlo, ma Atticus dice che lo faranno, assumeranno la difesa, per evitare che anche a Maycomb arrivino gli avvocati neri dell'Anpgc, un'associazione per il progresso della gente di colore. Jean Louise  va a parlare con lo zio Jack, fratello di Atticus, che cerca di spiegarle alcune cose sulla storia dall'Alabama; poi va a trovare Calpurnia, nel quartiere dei neri, e la trova cambiata, distante, non più la mamma affettuosa dell'infanzia. C'è anche una colazione con alcune vecchie amiche organizzata dalla zia Alexandra.

"Ti interessi di storia, Hester?"
"Oh no, stavo solo dicendo quello che dice il mio Bill.(Bill è suo marito)  E' un gran lettore, lui. Dice che i negri che dirigono la baracca su al Nord stanno cercando di fare come Gandhi, e sai cosa intendo."
"Temo di no. Cosa?"
"Comunismo."
Questa cosa che, in Alabama, negli anni cinquanta del secolo scorso, Gandhi fosse considerato un comunista, mi sembra molto divertente. La colazione delle pettegole in casa Finch, spostata una decina d'anni avanti, compare molto simile nel film "The Help".
Ma forse la parte più scottante del libro è il colloquio di Jean Louise col padre Atticus.

"Mettiamola così-disse suo padre- tu ammetti che la nostra popolazione negra è arretrata, no? Me lo concedi? Ti rendi conto di tutte le implicazioni della parola arretrato, vero?"
"Sì, certo."
"Riconosci che la grande maggioranza dei negri qui nel sud sono incapaci di condividere pienamente le responsabilità della cittadinanza , e perché?"
"Sì, certo."
"Però vuoi che ne abbiano tutti i privilegi."

"Ora rifletti su questo punto.Cosa succederebbe se a tutti i negri del sud venissero riconosciuti improvvisamente i diritti civili? Ti piacerebbe se il governo dello stato finisse in mano a persone incapaci di amministrare? Zeebo potrebbe diventare il sindaco di Maycomb.Vorresti che le finanze cittadine finissero nelle mani di un uomo con le capacità di Zeebo?"

E' evidente che corro il rischio di raccontare tutto il libro. Si capisce che mi è piaciuto molto? Moltissimo, direi. E' pieno di verità e non si vergogna di indagare su pensieri che sembrano meschini, ma che nell'Alabama degli anni cinquanta avevano un senso. Pensieri che anche io, (noi, credo) adesso mi trovo ad avere, qualche volta. Sostituendo ai neri americani degli anni cinquanta del novecento altre categorie di persone. Non mi vergogno di questi pensieri, li accetto, li considero parte di me, debolezze, ma li guardo e non li rifiuto, ci discuto. Se si hanno solo pensieri puri, molto elevati, se si crede ad una realtà ideale si sarà presto disillusi e si correrà il rischio di diventare cinici. Meglio una sana conoscenza e accettazione della natura umana, per quanto certe volte susciti perfino repulsione.
Spero di avervi fatto venire voglia di leggerlo.  Nel quale libro, negli anni intorno al 1955, la realtà si svela ad una ragazza bianca dell'Alabama, privilegiata, libera. Privilegiata, inutile negarlo, in quanto bianca e benestante, ma soprattutto in quanto figlia di un uomo saggio e intelligente, che l'ha amata tanto da renderla libera.
E noi che leggiamo? Noi possiamo vedere le ragioni degli altri, di quelli che certe volte ci sembrano arretrati e egoisti, e possiamo vedere come somiglino a quelle di tanta gente, ora. Possiamo vedere un pezzetto della strada lunga e difficile che ha portato gli Stati Uniti d'America da quel momento descritto nel libro ad eleggere, pochi anni fa, un presidente di colore. Ricordo che, quando venne eletto il presidente Obama, io mi commossi parecchio e ne parlai con la mia amica Antoinette, che viene dalla Costa d'Avorio e vive ancora, qui in Italia e nel tempo presente, il razzismo che resta nella trama della nostra società. Tutte e due eravamo felici di esserci, dopo aver visto nell'infanzia i neri essere trattati come inferiori,dopo aver visto Martin Luther King  e tutto il resto, ora c'era questo presidente di colore, che poi è stato a tutti gli effetti un grande presidente. E noi, ora, dove stiamo andando?