venerdì 10 giugno 2016

Piove


Piove. Ma quanto piove!
Uno di questi giorni, in un momento che non pioveva, ho alzato gli occhi al cielo momentaneamente libero da nubi e ho visto volare degli uccelli: storni e piccioni, come sempre, che abitano le mura di una chiesina semidiroccata del paese. Fra di essi un uccello con delle grandi ali: un falco, diciamo noi, ma non sappiamo se sia un nibbio, un gheppio, o davvero un falchetto. Intorno a lui volava un piccolo, un figlio; non avevamo mai visto un rapace diurno accompagnato da un figlio che gioca in volo. Si sono improvvisamente separati, l'adulto è andato verso Verniana, il piccolo è tornato indietro, incontro all'altro genitore che è comparso nel nostro campo visivo e anche con quello ( madre o padre) giocava allegramente nell'aria. Si vedono sempre nuovi spettacoli, Mauro è andato a prendere la macchina fotografica, ma tutto era già finito.

martedì 29 marzo 2016

Harper Lee: Va', metti una sentinella

Per un lungo viaggio in treno avevo portato un libro "Va, metti una sentinella" di Harper Lee, che avevo già letto uno dei giorni scorsi. Ci ero caduta dentro, come succede quando un libro mi prende e non riesco a smettere di leggerlo, saltando a volte dei passaggi un pò dolorosi o appena noiosi. L'avevo ingoiato in un boccone solo e lo volevo rileggere perbene, avevo il dubbio di essermi persa qualcosa di importante; non c'era occasione migliore di questo viaggio, perché mi ero formata un'idea e volevo scriverci qualcosa. Avevo letto o sentito per radio dei commenti piuttosto negativi: dopo "Il buio oltre la siepe", della stessa autrice, questo qui, che in realtà pare che lei abbia scritto prima dell'altro, sembrava essere pessimista e esprimere una grande disillusione nei confronti del padre. Non ho proprio bisogno di leggere storie negative o piene di pessimismo, ma ho amato troppo Harper Lee per rinunciare a leggere un altro suo libro. Non so se sbaglio, ma credo che siano solo due, i suoi libri. Nonostante questo è considerata, con ragione, una grandissima scrittrice. Nel 2007 ricevette la più alta onorificenza degli Stati Uniti, la medaglia presidenziale della libertà. Questa la motivazione, scritta nella seconda pagina di copertina del libro: "Ha influenzato il carattere del nostro paese in meglio. E' stata un dono per il mondo intero. Come modello di buona scrittura e sensibilità umana questo libro verrà letto e studiato per sempre." 
Ci si riferisce a "Il buio oltre la siepe" che in inglese ha un altro titolo, tipo "uccidere un uccellino". Mi pare che questa motivazione dica già tutto. Se sulla mia tomba si potesse scrivere che sono stata un dono per il mondo intero, morirei in pace. Ma è improbabile che accada.
Questo "Va, metti una sentinella" è un altro libro della vita.  Contiene la complessità della vita, le sue sfaccettature che spesso sembrano inconciliabili, ed è un vero dono per questo momento che stiamo vivendo, fra milioni di persone che si spostano e si impongono alle nostre vite, e noi proviamo sentimenti contraddittori, paura e desiderio di accogliere e proteggere; e altre persone, di meno, che cercano di ucciderci in casa nostra, mentre anche noi andiamo a bombardare in casa loro. Ci sono scrittori che scrivono decine di libri, Harper Lee, per essere grandissima, ha dovuto scriverne solo due.
Questo pensiero, che questo libro sia un dono utile, mi si è formato, mentre lo leggevo, e mi ha commossa, ma non è facile spiegare il perché.
La mia impressione è che può essere riletto mille volte e ogni volta ci si troverà qualcosa di buono per noi, per quello che stiamo vivendo.

Jean Louise Finch torna a casa in vacanza, durante l'estate, nella cittadina di Maycomb, Alabama. Viaggia in treno, viene da New York, dove lavora durante tutto l'anno. Jean Louise, detta anche Scout, è la bambina del "Buio oltre la siepe" che è diventata grande, ha ventisei anni e, dopo un college per signorine, il suo babbo, l'avvocato Atticus Finch, l'ha spedita fuori di casa a cercarsi un lavoro, per essere sicuro che sarebbe stata indipendente anche senza di lui. Il viaggio in treno è bello, fra il panorama che si vede dai finestrini, il capotreno, e i ricordi che si affacciano alla memoria come vecchi amici, e soprattutto, come frammenti di un'identità molto forte. In questo libro Harper Lee vuole parlare di segregazione e razzismo, dell'Alabama e degli stati del sud negli anni cinquanta del '900,  ma vuole anche parlare di padri e figlie, di quel particolare padre e di quella particolare figlia, allevata "da un uomo bianco e da una negra", così dice lei stessa. Calpurnia, la negra, è la cuoca, ma di più è una madre supplente, perché Jean Louise la mamma non ce l'ha mai avuta, morta prestissimo nella sua infanzia, tanto che non ne ha mai sentito la mancanza. Ha assorbito la figura del padre, un uomo retto e saggio, da lei idealizzato, fatto diventare più grande, più alto, più forte di quello che è. Molti di noi fanno questo con le figure dei propri genitori, soprattutto del padre. Harper Lee vuole anche parlare della storia fra Jean Louise e Henry Clinton, amico di suo fratello e ora suo quasi fidanzato. Vuole parlare anche di quella volta, che, da bambini, lei, suo fratello Jem e il loro caro amico Dill, giocarono al "revival", un  rituale che vedevano celebrare alla scuola metodista, e si litigavano i ruoli: Jem, in virtù dell'essere il maggiore dei tre, faceva il pastore che tuona dal pulpito descrizioni dell'inferno, Dill faceva la questua e Jean Louise veniva battezzata. No, diceva Dill, sono io il battista (appartenente alla chiesa battista), quindi credo di essere io quello che deve essere battezzato.

Sentimi bene, (gli diceva Scout decisa), per tutta la mattina io non ho fatto un beato cavolo di niente.Tu hai recitato gli amen, tu hai cantato un assolo e tu hai fatto la questua. Ora tocca a me. 

Finirono a battezzarla dentro lo stagno della zia di Dill, e per di più arrivarono il babbo Atticus e perfino il pastore metodista, invitato a pranzo.
Queste storie sono esilaranti, e mi ricordano certi giochi che facevo da bambina. E certi altri giochi che facevano le mie bambine.
Ci sono tanti personaggi, Atticus, la zia Alexandra, Henry, detto Hank, Dill che nel presente non c'è, ma riemerge dal passato, Jem, che nel presente del libro è morto da un paio d'anni, Calpurnia, i suoi figli e parenti neri e tanti abitanti della cittadina di Maycomb. C'è un bagno notturno di Jean Louise e Hank, completamente vestiti, nelle acque del fiume Alabama, nel luogo che qui si chiama Finch's Landing, nella lingua originale, e nell'altro libro viene tradotto con "l'approdo dei Finch". Jean Louise ama molto l'Approdo dei Finch, che è stato la casa della famiglia, dove sono nati Atticus e i suoi fratelli, anche se ora tutti vivono altrove, e la proprietà è stata smembrata e venduta pezzo per pezzo.  La notte del bagno con i vestiti Jean Louise scopre che anche l'ultimo pezzo è andato e lei lì non è più in casa propria.

"Hanno  venduto l'ultimo lotto cinque mesi fa."dice Hank.
"A me non hanno detto una parola."
"Ma a te non importa, vero?"
"No...vorrei solo che me l'avessero detto."
"Il signor Finch è un giovanotto di settantadue anni e tu una vecchia di cento quando si tratta di una cosa come questa."
"Io non voglio semplicemente che il mio mondo venga messo a soqquadro senza preavviso."

Già, quando si vive a New York, o in qualunque altro posto lontano da casa, si vorrebbe, quando si torna, che tutto fosse rimasto intatto come ce lo ricordavamo. E le nostre proprietà sempre nostre, senza estranei in mezzo.

"Non so se posso dirtelo, carino. Quando abiti a New York hai spesso l'impressione che New York non sia il mondo. Voglio dire: ogni volta che torno a casa, io mi sento come se questo fosse il mondo, e quando lascio Maycomb è come lasciare questo mondo. E' stupido: non posso spiegarlo, e ciò che lo rende più stupido è che diventerei pazza furiosa se vivessi a Maycomb."

L'Alabama  bigotta e razzista è la casa amata e odiata di Scout, dove il mattino dopo il  bagno notturno, ci si premura di telefonare a casa Finch per dire che Jean Louise e Hank hanno fatto il bagno NUDI! Qualcuno li ha visti; forse è più esatto dire che qualcuno li ha spiati. In certi posti qualcuno vede SEMPRE, si fa sempre gli affari degli altri.

Intorno a pagina 100 Jean Louise trova in casa un opuscolo e lo legge. Resta allibita e chiede spiegazioni alla zia Alexandra.

"..in quell'opuscolo ci sono molte verità." disse la zia.
"Sì davvero.- disse sardonica Jean Louise-Mi è piaciuta in particolar modo la parte dove dice che i negri, poveri cari, non possono fare a meno di essere inferiori alla razza bianca perché il loro cranio è più spesso e la scatola cranica meno capace e dunque tutti dobbiamo essere molto gentili con loro e non permettere che si facciano del male e tenerli al loro posto. Buon Dio, zietta..."
Alexandra era rigida come se avesse ingoiato un palo.
"Allora?" disse.
"E' solo che non sapevo che ti piacesse la letteratura oscena, zietta."

Questo tipo di risposte mi ricordano me, da ragazza. Da qui in poi  Jean Louise compie un viaggio dentro di sé, difficile, che nel racconto viene compresso in un tempo abbastanza breve e nella vita richiede una più lunga elaborazione. Intanto, per prima cosa segue suo padre e Hank che sono andati ad un consiglio dei cittadini. Jean Louise assiste alla riunione dallo stesso posto, la galleria destinata alla gente di colore, da cui, bambina, andava a vedere i processi in cui il padre lavorava. E' uno shock vedere il padre e Hank, con cui dovrebbe sposarsi, seduti ad ascoltare O'Hanlon. 

Che aveva capelli color castano chiaro, occhi celesti, un viso caparbio, un'orribile cravatta, ed era in maniche di camicia. Si sbottonò il colletto, si allentò il nodo della cravatta, batté le palpebre, si passò una mano fra i capelli e venne al sodo. Era nato e cresciuto nel sud, era andato a scuola nel sud, aveva sposato una donna del sud e passato tutta la sua vita nel sud e oggi il suo principale interesse era sostenere il modo di vivere del sud e nessuna corte suprema avrebbe detto, a lui o a chiunque altro, cosa fare... quella razza di teste di legno..sostanziale inferiorità...zucche dai capelli crespi e lanosi...ancora sugli alberi... unti e puzzolenti... sposare le vostre figlie...imbastardire la razza..imbastardire.. imbastardire..salvare il sud... Lunedì nero...peggio degli scarafaggi... Dio ha creato le razze...nessuno sa il perché, ma Lui voleva che fossero discriminati...se non avesse voluto così ci avrebbe fatto tutti dello stesso colore...tornassero in Africa...

Jean Louise udì la voce di suo padre, una vocina che le parlava da un passato accogliente e cordiale. Signori, se a questo mondo c'è uno slogan in cui credo, è questo: uguali diritti per tutti, speciali privilegi per nessuno.

Fin qui tutto è abbastanza chiaro, il male e il bene sembrano ancora piuttosto ben divisi e separabili, la cosa inquietante, per Jean Louise e per noi che la seguiamo, è la presenza di Atticus e di Hank a quella sordida riunione. La ragazza si sente male, e vomita. La reazione fisica violenta ci dice molto sul suo stato d'animo.  Poi accadranno molte cose, il nipote di Calpurnia, figlio di Zeebo, investe un uomo bianco e lo uccide. Hank dapprima rifiuta di difenderlo, ma Atticus dice che lo faranno, assumeranno la difesa, per evitare che anche a Maycomb arrivino gli avvocati neri dell'Anpgc, un'associazione per il progresso della gente di colore. Jean Louise  va a parlare con lo zio Jack, fratello di Atticus, che cerca di spiegarle alcune cose sulla storia dall'Alabama; poi va a trovare Calpurnia, nel quartiere dei neri, e la trova cambiata, distante, non più la mamma affettuosa dell'infanzia. C'è anche una colazione con alcune vecchie amiche organizzata dalla zia Alexandra.

"Ti interessi di storia, Hester?"
"Oh no, stavo solo dicendo quello che dice il mio Bill.(Bill è suo marito)  E' un gran lettore, lui. Dice che i negri che dirigono la baracca su al Nord stanno cercando di fare come Gandhi, e sai cosa intendo."
"Temo di no. Cosa?"
"Comunismo."
Questa cosa che, in Alabama, negli anni cinquanta del secolo scorso, Gandhi fosse considerato un comunista, mi sembra molto divertente. La colazione delle pettegole in casa Finch, spostata una decina d'anni avanti, compare molto simile nel film "The Help".
Ma forse la parte più scottante del libro è il colloquio di Jean Louise col padre Atticus.

"Mettiamola così-disse suo padre- tu ammetti che la nostra popolazione negra è arretrata, no? Me lo concedi? Ti rendi conto di tutte le implicazioni della parola arretrato, vero?"
"Sì, certo."
"Riconosci che la grande maggioranza dei negri qui nel sud sono incapaci di condividere pienamente le responsabilità della cittadinanza , e perché?"
"Sì, certo."
"Però vuoi che ne abbiano tutti i privilegi."

"Ora rifletti su questo punto.Cosa succederebbe se a tutti i negri del sud venissero riconosciuti improvvisamente i diritti civili? Ti piacerebbe se il governo dello stato finisse in mano a persone incapaci di amministrare? Zeebo potrebbe diventare il sindaco di Maycomb.Vorresti che le finanze cittadine finissero nelle mani di un uomo con le capacità di Zeebo?"

E' evidente che corro il rischio di raccontare tutto il libro. Si capisce che mi è piaciuto molto? Moltissimo, direi. E' pieno di verità e non si vergogna di indagare su pensieri che sembrano meschini, ma che nell'Alabama degli anni cinquanta avevano un senso. Pensieri che anche io, (noi, credo) adesso mi trovo ad avere, qualche volta. Sostituendo ai neri americani degli anni cinquanta del novecento altre categorie di persone. Non mi vergogno di questi pensieri, li accetto, li considero parte di me, debolezze, ma li guardo e non li rifiuto, ci discuto. Se si hanno solo pensieri puri, molto elevati, se si crede ad una realtà ideale si sarà presto disillusi e si correrà il rischio di diventare cinici. Meglio una sana conoscenza e accettazione della natura umana, per quanto certe volte susciti perfino repulsione.
Spero di avervi fatto venire voglia di leggerlo.  Nel quale libro, negli anni intorno al 1955, la realtà si svela ad una ragazza bianca dell'Alabama, privilegiata, libera. Privilegiata, inutile negarlo, in quanto bianca e benestante, ma soprattutto in quanto figlia di un uomo saggio e intelligente, che l'ha amata tanto da renderla libera.
E noi che leggiamo? Noi possiamo vedere le ragioni degli altri, di quelli che certe volte ci sembrano arretrati e egoisti, e possiamo vedere come somiglino a quelle di tanta gente, ora. Possiamo vedere un pezzetto della strada lunga e difficile che ha portato gli Stati Uniti d'America da quel momento descritto nel libro ad eleggere, pochi anni fa, un presidente di colore. Ricordo che, quando venne eletto il presidente Obama, io mi commossi parecchio e ne parlai con la mia amica Antoinette, che viene dalla Costa d'Avorio e vive ancora, qui in Italia e nel tempo presente, il razzismo che resta nella trama della nostra società. Tutte e due eravamo felici di esserci, dopo aver visto nell'infanzia i neri essere trattati come inferiori,dopo aver visto Martin Luther King  e tutto il resto, ora c'era questo presidente di colore, che poi è stato a tutti gli effetti un grande presidente. E noi, ora, dove stiamo andando?







sabato 26 marzo 2016

Creatori di paesaggi

fioritura di camassia e tulipani
Quando l'esploratore Vancouver arrivò sull'isola che poi prese il suo nome, davanti alle coste del Canada, pare che rimase incantato dalla bellezza del luogo: boschi radi di quercia bianca, tipica del nord america, inframezzati da prati e radure in cui fioriva la camassia, una specie di giacinto, più somigliante alle scilla, dai fiori azzurri, come pezzetti di cielo caduti a terra. Le querce bianche hanno la corteccia grigia e a primavera le foglie che si aprono vanno dal rosa al al giallo chiaro al verde tenero. Il posto era così bello che a Vancouver sembrò di essere arrivato in Paradiso, una specie di giardino spontaneo e naturale curato e perfetto che sembrava averci messo mano Dio in persona. Dopo tanto tempo gli studiosi hanno compreso che anche quello, che sembrava un paesaggio per l'appunto spontaneo, era invece creato, o almeno modificato e favorito dagli uomini che vivevano lì. Quelle popolazioni raccoglievano sia le ghiande delle querce che i bulbi della camassia, e pur essendo entrambe piante della flora locale, ne favorivano in ogni modo la crescita. Gli uomini  cosiddetti selvaggi erano creatori di grandi paesaggi pacifici e belli. Ho preso l'immagine e la storia da un documentario di RAI 5, uno dei giorni scorsi mentre stiravo. Ho immaginato di essere Vancouver, scendere dalla nave  e trovarmi in Paradiso...anche qui, ora, il giardino abbastanza in ordine sembra un Paradisino, un piccolo spazio dove si cerca in ogni modo di conservare bellezza e civiltà e anche pace. Buona Pasqua  alle mie care amiche Loretta, Sari, Cinzia, Emanuela, ad Adriano che non sento da tanto, ma vedo i suoi post, e a tutti voi che passate di qui .

martedì 1 marzo 2016

Una clivia, profumi e rospi innamorati

Uno di questi giorni asciutti, in una pausa della pioggia, ho lavorato all'aperto. Mauro e la Holly erano a fare un giro, io ero sola in giardino. C'è una quantità di lavoro esagerata e cerco di affrettarmi. Lavoravo in silenzio e a un certo punto ho sentito un rumore di foglie e rami smossi: che succede? Ho chiamato il gatto, pensavo fosse uno dei gatti, ma non mi ha risposto. Di solito rispondono. Sono andata vedere, perché il rumore continuava. C'è della roba ammucchiata accanto al cancello dei campi e in mezzo, al riparo, tre rospi erano ammucchiati anche loro. Una grossa rospa con sul dorso un rospetto più piccolo, ben attaccato, che mentre si accoppiava, perché presumo facessero questo, emetteva un suono gentile molto adatto all'occasione. "Così anche i rospi hanno una voce" ho pensato. Imparo sempre qualcosa di nuovo. Un altro rospetto si stava allontanando. E' primavera, non c'è che dire. Qualche giorno fa mia figlia, che non veniva da un pò, ha osservato che qui era già evidente la nuova stagione, c'erano già dei fiori. Fiori ce n'erano, ma tipicamente invernali; ellebori e lonicera, in piena fioritura. Ma ora anche il mandorlo amaro è fiorito, in rosa, e i narcisi e i giacinti, e le violette mammole. La clematis Armandii, che Dio ce la conservi, apre anche lei i suoi numerosissimi bocci, drappeggiata sulla rete di recinzione. Che meraviglia! Il mandorlo è cresciuto, ha cambiato forma. Stamani sono andata da un'amica: domani è il suo compleanno, e le ho portato in regalo l'ultimo libro di Pia Pera, "Al giardino ancora non l'ho detto". Intanto io leggo "L'orto di un perdigiorno" e mi sembra, come con altre persone, di aver trovato un'altra sorella, certi pensieri scritti li ho avuti anch'io, negli anni, uguali uguali. 
In giardino, dalla mia amica, un profumo forte di miele, che faceva  sciogliere e scaldare il cuore: un susino bordeau, il prunus cerasifera Pissardii. Una nuvola di fiorellini e profumo.
Qualche anno fa la Loretta del Roseto in via Cerreto mi portò una clivia, che anche quest'anno è fiorita al riparo in casa, davanti al finestrone di cucina. Un fiore bello, arancio, pieno e fitto e anche profumato, e già mi rammaricavo perché cominciava appena ad appassire. Stamani la sorpresa: accanto a quello ce n'è un altro che comincia ad uscire dal rifugio delle foglie. Quando ti regalano una pianta succede così, che ogni volta che la guardi pensi alla persona che te l'ha donata: Grazie Loretta!

martedì 12 gennaio 2016

agricoltura anacronistica

Seguo un blog, nuovo per me, Agricoltore anacronistico. Mi piace molto.  Il mestiere di coltivare la terra è quello con cui gli uomini sono diventati civili e che continueremo sempre a fare, ma per molti aspetti resta anacronistico,  se non altro per un aspetto importantissimo, che è molto difficile, facendolo, procurarsi il denaro sufficiente per vivere. Anche altri lavori sono  così, ma ci sono, per essi, alcune tutele, per cui, anche ammalati, anche se c'è un incidente, si sopravvive finché l'emergenza non è superata. 
Gli agricoltori, se sono piccole aziende familiari, devono stare sempre bene, perché non c'è che una o due persone a lavorare, e se ci sono bestie, quelle mangiano tutti i giorni, e devono essere pulite e accudite nelle tante cose da fare per tenerle in dignità e in salute, tutti i giorni, anche a Natale. Si sa. E anche se c'è una pioggia molto forte ci sarà da uscire a bagnarsi perché è con la terra che si lavora e si vive, e i fossi devono essere liberi. Succederà anche in certi giorni che ti fanno male le ossa oppure hai già la febbre. E tante altre cose che non mi vengono in mente.

Qualche volta mio marito torna in casa con la spesa e mi dice che ha trovato delle arance ad un prezzo proprio basso, in offerta! Se non sono arance sono altri prodotti alimentari. Subito mi viene da pensare a chi ha coltivato e raccolto quelle arance, o  lavorato quel formaggio, e le facce dei lavoratori neri che dormono nelle baracche ( qui in Italia, non in Africa) o all'aperto me le vedo davanti e penso cosa c'è dietro quel prezzo basso. Io credo sinceramente che le  cose che dovremmo pagare un prezzo equo sono i prodotti alimentari. Se costano troppo poco c'è qualcosa che non funziona, per chi li produce e per chi li consuma.
Penso alla carne di pollo, che costa davvero poco: ma cosa c'è dentro in termini di medicine, ormoni e rapidità di crescita della bestiola è veramente meglio non saperlo. Come fa a farti bene e essere un buon cibo la carne di un animale cresciuto in un capannone con luce artificiale e una densità di popolazione altissima? E' possibile mangiare tutti un cibo davvero buono ad un prezzo equo, o per mangiare tutti dobbiamo per forza tutti un pochino avvelenarci e avvelenare la terra? Nonostante quello che assicurano le autorità. Sono domande da un milione di dollari.

In questi giorni l'"agricoltore anacronistico" raccontava di cosa fa per evitare di inquinare e chiedeva di partecipare al dibattito. Siccome scrivere una risposta per forza breve sul suo blog mi risulta difficile, ne scrivo qui una più lunga, come l'argomento richiede.  Chi legge, legge, chi si annoia smette, d'altra parte questo è il mio ripostiglio dei pensieri e dei ricordi. 
Ho parlato spesso di questo genere di cose e segnalo i post : quello sulla mosca olearia, quello sulla grandine, quello sul pozzetto sgrassatore, questi tre ( uno, due e tre), questo sugli agricoltori custodi, questo sull'eco-nomia. Non voglio mica obbligare a leggerli. Ma siccome questo blog è diventato un mare, è difficile orientarsi. 

Qui vorrei ricordare altre cose della mia esperienza che è comunque parziale. 
Dibatti, agricoltore anacronistico, cerca il confronto, ma non eccedere. Potresti accorgerti, come mi sono accorta io, che alcuni, sottolineo alcuni, che  accettano di dibattere con te, e magari contestano la tua scelta dura e bella di vita, perché non abbastanza assoluta, non del tutto perfetta, non ne sanno niente, e non avrebbero mai la tua costanza e il tuo coraggio, e nonostante questo ti criticano e vengono a cercare il pelo nell'uovo tuo, quando per sé fanno solo teorie.
Parla con queste persone, ma non lasciarti mettere in discussione, dopo un pò lasciali perdere, prima possibile. Non vale la pena. Si tratta di persone il cui vero mestiere è teorizzare una vita intera; qualcuno di questi può farsi perfino un piccolo orto, di quaranta metri quadrati, in cui calcoleranno la distanza precisa fra le file degli ortaggi e faranno tutte le consociazioni e semine col calendario biodinamico possibili, ma non cambieranno niente della propria vita veramente e non si metteranno mai in gioco con i propri soldi e il proprio lavoro e i propri sentimenti: non sono questi i tuoi interlocutori. Questi esigeranno da te la perfezione in ogni tuo atto, la stessa che applicano poco tempo al giorno in una piccola attività marginale, quasi un distintivo del loro essere verdi, ma se chiederai loro di abbassare la temperatura di casa in alcuni periodi davvero freddi dell'inverno ti diranno di no. Li riconoscerai perché non sono generosi e sono molto chiusi, ma certe volte capirai solo dopo molto tempo che le vostre strade sono lontanissime. Altri ancora, una piccola parte, vivono di rendita, e nonostante questo vengono a farti lezione, loro che non hanno mai avuto veramente il timore di non avere di che vivere. Faccio solo degli esempi e non mi riferisco a situazioni particolari, solo un miscuglio di cose incontrate per la mia strada.

Io non posso confrontarmi con la tua scelta, che ammiro molto. Tanti anni fa feci anch'io una scelta del genere, non totale come la tua. E i primi tempi che avevamo il negozio di alimenti biologici i primi ad arrivare furono questo tipo di critici. Non ricordo più neanche le facce. Avevamo fatto un negozio piccolissimo, era il 1989, e pieno di difetti, non avevamo una specifica competenza come commercianti, che sarebbe servita. Ma fin dall'inizio fu un vero negozio di alimentari bio: tutto ciò che c'era di bio mangiabile sul mercato cercavamo di procurarcelo, non solo roba confezionata, ma soprattutto prodotti freschi. Si chiamava l'Erba salvia, perché i latini chiamavano la salvia "salvia salvatrix" per le sue proprietà, e mi pareva bello che il nostro negozio contenesse nel nome quest'idea di salvezza per tutti con la coltivazione biologica del terreno. 
Ma naturalmente la maggioranza pensava che si trattasse di un'erboristeria, che non era, con ogni evidenza. 
C'era un banco frigo con tanta roba: anche burro, formaggio, ricotta e latte fresco, di capra, di mucca, e yogurt. 
Ricordo persone che venivano a farci la paternale perché il burro non lo dovevamo  tenere! Il burro e i latticini erano il male personificato!
Discussioni lunghe, con questi piccoli maestri che per sé avevano paura, qualche volta, ad attraversare la strada. La faccia della Fulvia, la mia socia più grande, è indimenticabile, diceva senza parole "Ma vai in mona" in trentino. 
Con questa gente ci ho discusso anche troppo. Semplicemente proponevamo tutto quello che si poteva trovare, senza per forza volerci legare ad una qualche religione del cibo, tipo macrobiotica: che ognuno si scegliesse il proprio credo, se gli serviva, se ne aveva bisogno. A noi piaceva anche mangiare con gusto del burro buono e non ci sentivamo in colpa per quello.

Altro esempio: ad un certo punto avemmo la fornitura di alimenti bio alle mense delle scuole materne della città. Non perché fossimo raccomandate, il fatto era che c'eravamo solo noi e un altro fornitore a partecipare alla gara, e quell'altro aveva solo tre prodotti dei dieci (poniamo fossero dieci) che venivano richiesti. 
Avrei molto da raccontare anche su questo, ma ora mi concentro sulla pasta integrale che fornivamo: non era granché buona, aveva un leggero odore di balla (sacco di iuta) e in cottura si rompeva molto facilmente. Era il meglio che si poteva trovare al prezzo migliore, ma non era un granché. Le cuoche delle scuole, che non erano per niente convinte di usare questi prodotti, facevano notare tutti i difetti. Io però con loro non ci potevo parlare, neanche avere un contatto, né suggerire usi o ricette, per un'estrema concezione etica ( del comune, che era molto etico con noi e con altri non so) del rapporto fra fornitore e cliente. In altri posti d'Italia si facevano queste forniture in collaborazione costante fra fornitore e utente, perché non si voleva solo mettersi un fiore all'occhiello, si voleva che le cose funzionassero. 

In un  incontro con altri negozianti  e produttori come noi, appartenenti ad un'associazione di cui non ricordo più il nome, feci notare questi difetti della pasta. Era una cosa importante: da una nicchia minima di mercato, attraverso queste forniture alle scuole si poteva arrivare nelle case, alle famiglie che non conoscevano questo modo di alimentarsi, e cominciare ad entrare nel mercato "vero"; era davvero essenziale migliorare i prodotti, ma la risposta che ottenni, da un altro commerciante con un'aria ascetica e una sciarpetta minimal/creativa al collo, fu questa "Puoi dire alle cuoche di non usare mestoli di metallo per girare la pasta, ma di legno. Con il legno la pasta non si rompe..." 
Mi sarebbe scappato un'altra volta "ma vai in mona". Provai una grande frustrazione, ma ora penso che anche il tipo ascetico avesse le sue motivazioni, magari non gli interessava che il biologico si estendesse davvero, o considerava l'aspetto economico "sporco", o forse abitava in uno di quei posti del nord dove la gente mangiava religiosamente ogni cosa, anche non buona, purché bio...

Parte terza: la biofiera e i cosmetici.
Il negozio stava in una piazza della città dove il sabato c'era il mercato: schiaffavano davanti alla nostra vetrina dei camion molto grandi che ci mettevano al buio, e in inverno accendevano i generatori diesel, così che dal puzzo non ci si stava. La piazza era piena di gente, ma il negozio non ne traeva alcun beneficio, tuttavia non provavamo nessun risentimento, la situazione era quella e basta. Ad un certo punto spostarono il mercato e ci fu una protesta generale degli altri commercianti, con un incontro in Comune a cui dovetti partecipare. Tutti si lamentarono di questo spostamento del mercato del sabato e io alzai una mano:
"Non si potrebbe fare, in alternativa, almeno una volta al mese, una specie di mercatino del biologico? Come fanno in alcune rare città...si potrebbe chiamare "biofiera"..." 
Con mia grande sorpresa fui subito acclamata come salvatrice e immediatamente mi fu affidato del lavoro, gratuito ovviamente, aggiuntivo, per organizzare la Biofiera. Lavoro che intrapresi con entusiasmo, e avrei dei racconti anche su quello. Anno 1991 o 92. Arrivo al punto: prendemmo contatto anche con delle ragazze che conosceva la mia socia grande (sempre lei, che conosceva il mondo) che producevano in un piccolo laboratorio casalingo dei preparati di cosmetica naturale, con etichette molto approssimative. C'era scritto il nome del prodotto ma non tutti gli ingredienti che conteneva, mancavano parecchie indicazioni, ma anche le leggi che regolavano la materia erano difficili da interpretare. Si formarono subito due fazioni: io, che volevo evitare che arrivassero i vigili sanitari a sequestrare i prodotti, mettere i produttori in croce e porre la fiera appena nata sotto una cattiva luce. Volevo che le cose funzionassero. L'altra fazione comprendeva: 
A) le ragazze produttrici, che videro in me una nemica, favorevole solo alle produzioni industriali, e non era così. Loro, per sé, pensavano di fare già abbastanza a produrre cosmetici bio, che tutto il mondo doveva riconoscere loro l'impegno, la novità e l'essere veramente ecologiche, e premiarle, invece di rompere le scatole con delle regole assurde. 
B) la mia socia più grande, che era abituata a Firenze, dove nei mercatini c'era una generale tolleranza e si chiudeva un occhio. Cosa che ad Arezzo, città falsamente moralista, non c'era proprio da aspettarsi. Non ricordo neanche come andò a finire, forse le ragazze non parteciparono.

Cito un altro episodio, accaduto da poco, che non ha più a che fare col negozio. Tempo fa mi telefonò una cliente /amica che ogni tanto si fa viva, mi chiese che facevo di bello e le dissi che stavamo potando gli olivi ( una novantina di olivi) e bruciando la frasca. 
"Come- mi disse scandalizzata e amareggiata- proprio te bruci la frasca? Dovresti sminuzzare le frasche con le forbici, lo sai che bruciando produci anidride carbonica! Ti ci vorrà un pò di tempo, ma lo dovresti proprio fare..." 
Eh sì, ogni tanto questo tipo di persone si rifà vivo con proposte che dicono chiaramente come non ne sanno niente di vita in campagna, non si sono mai sporcate le mani e nonostante questo ti vogliono indirizzare...Santa pazienza.

Con ciò cosa voglio dire? Che secondo l'interlocutore che hai davanti puoi passare per integralista, innovatore o conservatore, capitalista, visionario, stronzo o santo. Difficile fregarsene. Ma opportuno farlo. Questi lavori che stanno su una frontiera (di idee, di esperienze, di concreta possibilità di farli) devono essere fatti con una certa dose di leggerezza, è necessario prendersi sul serio, perché tu, che vivi del tuo lavoro e non hai ferie e malattie pagate se non in misura minima, immagino, devi per forza prenderti molto più sul serio di un altro che può fare una telefonata e dire "oggi sto male, sostituitemi". Ma il peso di questo, soprattutto se c'è una famiglia che dipende da te, può schiacciarti.
Questi lavori hanno questa parte bella che è il confronto con l'esterno, senza esagerare e senza farsi mettere in crisi e paralizzare, se si desse retta a tutti ci si paralizzerebbe per davvero. 
Poi a volte, nell'ansia di far tutto e tutto molto bene ci si dimentica di noi e di chi ci sta accanto. Allora si deve prendere del tempo per sé, per fare le cose che ci piacciono di più e sono gratuite, non riceveranno mai un pagamento se non la gioia di farle. Sognare, ascoltare musica, disegnare, camminare, fare yoga, scrivere, pregare, meditare, fare un giardino. Lady Walton, che ha fatto con suo marito e con Russell Page il giardino della Mortella di Ischia, diceva che non voleva frutti nel suo giardino, niente di commestibile. Solo bello. Niente che ti facesse pensare ad aspetti economici.
Ci vuole, per andare avanti, uno spazio così, fisico o immateriale, solo bello.

giovedì 7 gennaio 2016

Inoltrarsi nel 2016: lo so, Gianni, che non si può evitare, che non possiamo scegliere se farlo o non farlo e neanche fermarsi a guardare e a riflettere: andate avanti voi, io vengo fra pochino... Mi piaceva l'immagine, di tutti noi che ci teniamo in contatto e ci inoltriamo in un mare che conosciamo solo bracciata dopo bracciata, un'acqua che diventa familiare solo mentre la percorriamo e facilmente può diventare tempesta e sommergerci per sempre. Questo anno nuovo comincia mica tanto bene: stanotte non riuscivo a addormentarmi,  il coreano matto che fa scoppiare atomiche causando terremoti, ma gli americani dicono che non è vero, e come fanno a saperlo. Mille uomini, nordafricani o no, importa poco, che molestano derubano e stuprano donne in piazza per l'ultimo dell'anno a Colonia, chissà perché, trovo questa notizia orribile. USA: una fuoruscita di gas metano da un serbatoio di stoccaggio che da novembre scorso emette tonnellate di questa roba: ma non avevamo fatto un accordo sul clima?
La mia figlia grande riparte per studiare: sarà lontanissima, non la vedremo per mesi, se non nello schermo del computer. L'ho sempre incoraggiata io ad andarsene, ma non ho mai detto che non mi avrebbe fatto male. E tutto il resto. Cercherò di tenere in vista un ricordo del Natale: un talismano per l'anno nuovo.

sabato 2 gennaio 2016

il primo dell'anno

Il primo dell'anno abbiamo creato una piccola tradizione, invece di stare insieme la sera prima, stiamo insieme a pranzo dell'1 gennaio con delle amiche con cui siamo state compagne di scuola, al liceo. Per me è di buon augurio stare insieme il primo giorno dell'anno, a casa della R. , a cui voglio tanto bene, a lei, e a suo marito, che è anche lui uno dei miei più cari amici. E' venuta anche la L. , che è un'altra di noi, non cè bisogno di dire quanto le vogliamo bene, e la C. ha mandato una foto di quando eravamo giovani, ed era come se fosse lì, e poi ha telefonato la P., ma, ancora più bello e importante, c'erano parecchi dei nostri figlioli. Quasi tutti, mancava il penultimo della R., che ne ha quattro.
Loro non lo sanno, ma anche se loro, i ragazzi, chiacchieravano per conto loro e apertamente e abbastanza male, di noi genitori, per noi che chiacchieravamo per conto nostro era una gioia averli lì e vederli parlare come se si conoscessero da sempre, che non è del tutto vero. Non sono vecchi amici, come noi, ma sono i nostri figli,e questo rende possibile una comunicazione agevole e franca.  Abbiamo mangiato, io mi sono impegnata, ma quanto son venute bene le cose che ho preparato non so, è un periodo che sono fortemente autocritica. Comunque non eravamo lì per mangiare, eravamo lì per fare il pieno di altro, di energie affettive. Si può dire "energie affettive"? Forse sì. Ha funzionato. Grazie ai ragazzi che sono stati a pranzo e hanno iniziato l'anno con noi. Grazie alle mie amiche e ai nostri mariti.  Anche se saremo distanti allungando la mano potremo trovarci e rassicurarci del nostro affetto. Qui saluto tutti quelli che passano a leggere e quelli che non passano, Sari, Loretta, e Grazia e Cinzia, e  Gianni e Alberto e Ommarì....E di nuovo buon viaggio a tutti: inoltriamoci nel 2016.