martedì 19 gennaio 2016

Colonia integrazione violenza confusione

Colonia, notte dell'ultimo dell'anno. Mille uomini molestano altrettante donne, che sul momento non denunciano tutte, per vergogna, o forse pensano che si tratti di ubriachi? Di gente che festeggia? Un modo veramente orribile di festeggiare. Le denunce sono concordi, si è trattato di uomini con tratti somatici e colore della pelle di nordafricani o arabi. Le molestie sono state gravi, le donne sono stata spogliate, fino a togliere loro le mutande e mettere le dita nella vagina (!), ci sono stati stupri, e rapine. Tutti insieme, come coordinati. Una specie di flash mob della violenza. 
Poi viene fuori che la stessa cosa è avvenuta anche in altre città del nordeuropa. La cronaca si può trovare sui siti internet e sui giornali. Io non sono una giornalista, ma solo una che lascia qui opinioni e pensieri, e devo dire che questa storia, anche solo a riportarla a grandi linee, mi fa star male. Ovviamente la cosa produce conseguenze nell'opinione pubblica e ne viene fuori una confusione,  una colla vera e propria, da cui è quasi impossibile formarsi un'idea limpida e non equivoca. Ci sono femministe che minimizzano l'accaduto perché pensano altrimenti di risultare sessiste, o razziste, e di prendere posizione contro l'accoglienza. Non sembra opportuno dire che si è trattato di uomini con tratti somatici da nordafricani. Ma è quello che è! Sì, ma non è opportuno dirlo. Non sia mai, allora meglio minimizzare. Ci sono altre donne, tipo le italiane della destra, che non perdono l'occasione di cavalcare la tigre "Fuori tutti gli immigrati!".
  
Poi c'è l'altro caso, delle donne molestate in piscina in Germania, da cui consegue il divieto di accesso alle piscine per gli immigrati finché non avranno imparato come comportarsi. Sembra violento, eppure quando arriva così tanta gente tutta insieme con un altro modo di vedere le cose qualcosa bisogna pur fare. Qualche punto fermo bisogna metterlo. 
Mi vien da dire: che gran casino!
Ci metterei anche l'assassinio della giovane americana a Firenze, che, ubriaca e forse drogata, ma basta anche solo ubriaca, si è portata in casa e poi a letto un bellissimo senegalese da poco arrivato in Italia e subito reclutato per la sua avvenenza nel locali notturni come PR. Che cavolo fa un PR? Me lo sono sempre chiesto, ma la risposta non è di vitale importanza.
La ragazza è stata uccisa dal giovane senegalese, ma prima di dire  come erano davvero andate le cose sono state fatte ipotesi di vario genere su eventuali pratiche erotiche estreme, tutte esposte nei telegiornali, e i telegiornali li  vedono anche i bambini. Che opinione si formano?  Che è normale e non criticabile avere rapporti con l'altro sesso in cui si rischia la vita? Che può piacere essere strozzati fino a perdere i sensi? Che è una questione di libertà?
La ragazza è morta e non si parla male dei morti, ma se io fossi la sua mamma non sarei per niente contenta della vita che faceva prima. E poi che pena una creatura così giovane e bella, che aveva tutto quello che si può desiderare e ha buttato via tutto così. Infatti il suo babbo arrivato dall'America ha rifiutato le interviste. Sarà stata simpatica e avrà avuto un bel cagnolino, ma non la proporrei come esempio. Altrettanto il ragazzo senegalese.
Facciamo un collage e mettiamo accanto tutte queste foto e vediamo cosa ne scappa fuori. Poniamo di essere un giovane musulmano poco istruito che per formazione considera le femmine della specie inferiori. Arriva qui e vede casi come quello della giovane americana, poi va in piscina e vede donne quasi nude che fanno il bagno in compagnia degli uomini. Saranno tutte disponibili? Ci si potranno prendere confidenze intime? Difficile che comprenda le sfumature dei nostri comportamenti. Probabilmente un corpo seminudo è un corpo offerto? Ascolto la radio nel colmo della notte e in un breve passaggio su radio 24 sento uno che dice che non tutti quelli che usano cocaina, o bevono oltremisura, e poi fanno sesso con sconosciuti, fanno una brutta fine. Noo! Sono cose che si possono fare senza timore! Devo pensare che bisogna incoraggiarle? O dire che chi lo fa, fa bene in nome della libertà personale? 
Non so. Veramente non so. Da una parte ho timore di apparire, ma forse di più di essere moralista, dall'altra mi pare che ci siamo bruciati il cervello.
Per trarre un senso da questi fatti ci vorrebbe un tempo lunghissimo, nel frattempo accadono un sacco di altre cose, tutte ugualmente spiazzanti; ma forse basta tracciare fra l'uno e l'altro delle linee di collegamento, fra queste cose che accadono e le altre numerose che in questo caso sono di contorno, ma sono preponderanti, tipo i continui episodi di terrorismo. Le linee di collegamento mi aiutano a conservare una visione più ampia, solo quello. 
Mi torna in mente una cosa di moltissimi anni fa: un amico del babbo, professore, negli anni settanta aveva preso l'abitudine di andare con la famiglia in vacanza in Calabria con la roulotte o la tenda. Non c'erano quasi strutture turistiche, non c'era quasi turismo. Lui andava con le due bambine e la moglie, che era una bella donna più giovane di lui, bionda con gli occhi azzurri, che poteva sembrare una scandinava. Lei in spiaggia si metteva in costume. Gli uomini del posto, al bar, dicevano "Dove vai ora?" "A vedere la bottana del nord." 
La moglie del professore, per esibire il suo corpo seminudo come ormai avveniva da anni senza scandalo sulla riviera Adriatica, lì in Calabria, pur avendo lei una vita molto morigerata, veniva chiamata la "Bottana del nord". Vedo ancora il mio babbo che piange dal ridere, ma fra l'Italia del nord e quella del sud c'era un scalino culturale difficile da superare. 
Mi torna in mente un'altra cosa successa a me alcuni anni fa, quando lavoravo in un piccolo ristorante  e il proprietario aveva trovato come lavapiatti un giovane del Bangladesh. Era piccolino e parlava italiano malissimo, quasi niente, ma siccome era molto poco istruito era convinto di comunicare bene, parlava un miscuglio di inglese, francese (era stato un paio di mesi con dei connazionali a lavorare in un ristorante a Bruxelles) e italiano. Ne ho parlato qui .
Poteva essere mio figlio, lo incoraggiavo ad imparare meglio la lingua e nei momenti di pausa scrivevo le parole e gli insegnavo la pronuncia, a volte scrivevo le parole nelle tre lingue, quando me le ricordavo, ma mi accorsi presto che non gli era utile: la sua era una conoscenza approssimativa che non passava affatto dallo scrivere. 
Una sera mi chiese gentilmente dei soldi in prestito, poi me li rese. Un'altra sera, sempre gentilmente, mi disse che da giovane (avevo in quel momento 49 anni) dovevo essere carina. Gli dissi di sì, che ero stata carina. Mi disse che ero abbastanza carina anche ora. Mi disse se volevo andare a letto con lui, e la cosa mi disturbò molto. Glielo feci capire: sono molto più vecchia di te. Non mi importa, disse come se dovesse comprare una merce un tantino avariata. Cominciai a arrabbiarmi sul serio: potrei essere tua madre. Ma non sei mia madre. In ogni modo qui non funziona così. Funziona così! Disse lui. Qui donne tutte così, puttane. 
Una gentilezza normale e veramente non esagerata, era stata completamente travisata? Avevo sbagliato io? Avevano ragione quelli che a priori maltrattavano gli stranieri? 
Il ragazzo del Bangladesh fu mandato via perché c'era poco lavoro, dopo un pò si seppe che era stato arrestato in una città di mare, non so per cosa. Io non ho cambiato modo di fare, gli stranieri per me restano umani, e in seguito ho fatto altre esperienze di tutt'altro tipo e qualità. Resto dell'idea che l'integrazione sia complicata e richieda grande impegno, intelligenza, fatica, attenzione, prudenza, sopportazione....da entrambe le parti. E' sempre una relazione con molti più ostacoli di quelli che troviamo con chi condivide regole e modi di pensare.


martedì 12 gennaio 2016

agricoltura anacronistica

Seguo un blog, nuovo per me, Agricoltore anacronistico. Mi piace molto.  Il mestiere di coltivare la terra è quello con cui gli uomini sono diventati civili e che continueremo sempre a fare, ma per molti aspetti resta anacronistico,  se non altro per un aspetto importantissimo, che è molto difficile, facendolo, procurarsi il denaro sufficiente per vivere. Anche altri lavori sono  così, ma ci sono, per essi, alcune tutele, per cui, anche ammalati, anche se c'è un incidente, si sopravvive finché l'emergenza non è superata. 
Gli agricoltori, se sono piccole aziende familiari, devono stare sempre bene, perché non c'è che una o due persone a lavorare, e se ci sono bestie, quelle mangiano tutti i giorni, e devono essere pulite e accudite nelle tante cose da fare per tenerle in dignità e in salute, tutti i giorni, anche a Natale. Si sa. E anche se c'è una pioggia molto forte ci sarà da uscire a bagnarsi perché è con la terra che si lavora e si vive, e i fossi devono essere liberi. Succederà anche in certi giorni che ti fanno male le ossa oppure hai già la febbre. E tante altre cose che non mi vengono in mente.

Qualche volta mio marito torna in casa con la spesa e mi dice che ha trovato delle arance ad un prezzo proprio basso, in offerta! Se non sono arance sono altri prodotti alimentari. Subito mi viene da pensare a chi ha coltivato e raccolto quelle arance, o  lavorato quel formaggio, e le facce dei lavoratori neri che dormono nelle baracche ( qui in Italia, non in Africa) o all'aperto me le vedo davanti e penso cosa c'è dietro quel prezzo basso. Io credo sinceramente che le  cose che dovremmo pagare un prezzo equo sono i prodotti alimentari. Se costano troppo poco c'è qualcosa che non funziona, per chi li produce e per chi li consuma.
Penso alla carne di pollo, che costa davvero poco: ma cosa c'è dentro in termini di medicine, ormoni e rapidità di crescita della bestiola è veramente meglio non saperlo. Come fa a farti bene e essere un buon cibo la carne di un animale cresciuto in un capannone con luce artificiale e una densità di popolazione altissima? E' possibile mangiare tutti un cibo davvero buono ad un prezzo equo, o per mangiare tutti dobbiamo per forza tutti un pochino avvelenarci e avvelenare la terra? Nonostante quello che assicurano le autorità. Sono domande da un milione di dollari.

In questi giorni l'"agricoltore anacronistico" raccontava di cosa fa per evitare di inquinare e chiedeva di partecipare al dibattito. Siccome scrivere una risposta per forza breve sul suo blog mi risulta difficile, ne scrivo qui una più lunga, come l'argomento richiede.  Chi legge, legge, chi si annoia smette, d'altra parte questo è il mio ripostiglio dei pensieri e dei ricordi. 
Ho parlato spesso di questo genere di cose e segnalo i post : quello sulla mosca olearia, quello sulla grandine, quello sul pozzetto sgrassatore, questi tre ( uno, due e tre), questo sugli agricoltori custodi, questo sull'eco-nomia. Non voglio mica obbligare a leggerli. Ma siccome questo blog è diventato un mare, è difficile orientarsi. 

Qui vorrei ricordare altre cose della mia esperienza che è comunque parziale. 
Dibatti, agricoltore anacronistico, cerca il confronto, ma non eccedere. Potresti accorgerti, come mi sono accorta io, che alcuni, sottolineo alcuni, che  accettano di dibattere con te, e magari contestano la tua scelta dura e bella di vita, perché non abbastanza assoluta, non del tutto perfetta, non ne sanno niente, e non avrebbero mai la tua costanza e il tuo coraggio, e nonostante questo ti criticano e vengono a cercare il pelo nell'uovo tuo, quando per sé fanno solo teorie.
Parla con queste persone, ma non lasciarti mettere in discussione, dopo un pò lasciali perdere, prima possibile. Non vale la pena. Si tratta di persone il cui vero mestiere è teorizzare una vita intera; qualcuno di questi può farsi perfino un piccolo orto, di quaranta metri quadrati, in cui calcoleranno la distanza precisa fra le file degli ortaggi e faranno tutte le consociazioni e semine col calendario biodinamico possibili, ma non cambieranno niente della propria vita veramente e non si metteranno mai in gioco con i propri soldi e il proprio lavoro e i propri sentimenti: non sono questi i tuoi interlocutori. Questi esigeranno da te la perfezione in ogni tuo atto, la stessa che applicano poco tempo al giorno in una piccola attività marginale, quasi un distintivo del loro essere verdi, ma se chiederai loro di abbassare la temperatura di casa in alcuni periodi davvero freddi dell'inverno ti diranno di no. Li riconoscerai perché non sono generosi e sono molto chiusi, ma certe volte capirai solo dopo molto tempo che le vostre strade sono lontanissime. Altri ancora, una piccola parte, vivono di rendita, e nonostante questo vengono a farti lezione, loro che non hanno mai avuto veramente il timore di non avere di che vivere. Faccio solo degli esempi e non mi riferisco a situazioni particolari, solo un miscuglio di cose incontrate per la mia strada.

Io non posso confrontarmi con la tua scelta, che ammiro molto. Tanti anni fa feci anch'io una scelta del genere, non totale come la tua. E i primi tempi che avevamo il negozio di alimenti biologici i primi ad arrivare furono questo tipo di critici. Non ricordo più neanche le facce. Avevamo fatto un negozio piccolissimo, era il 1989, e pieno di difetti, non avevamo una specifica competenza come commercianti, che sarebbe servita. Ma fin dall'inizio fu un vero negozio di alimentari bio: tutto ciò che c'era di bio mangiabile sul mercato cercavamo di procurarcelo, non solo roba confezionata, ma soprattutto prodotti freschi. Si chiamava l'Erba salvia, perché i latini chiamavano la salvia "salvia salvatrix" per le sue proprietà, e mi pareva bello che il nostro negozio contenesse nel nome quest'idea di salvezza per tutti con la coltivazione biologica del terreno. 
Ma naturalmente la maggioranza pensava che si trattasse di un'erboristeria, che non era, con ogni evidenza. 
C'era un banco frigo con tanta roba: anche burro, formaggio, ricotta e latte fresco, di capra, di mucca, e yogurt. 
Ricordo persone che venivano a farci la paternale perché il burro non lo dovevamo  tenere! Il burro e i latticini erano il male personificato!
Discussioni lunghe, con questi piccoli maestri che per sé avevano paura, qualche volta, ad attraversare la strada. La faccia della Fulvia, la mia socia più grande, è indimenticabile, diceva senza parole "Ma vai in mona" in trentino. 
Con questa gente ci ho discusso anche troppo. Semplicemente proponevamo tutto quello che si poteva trovare, senza per forza volerci legare ad una qualche religione del cibo, tipo macrobiotica: che ognuno si scegliesse il proprio credo, se gli serviva, se ne aveva bisogno. A noi piaceva anche mangiare con gusto del burro buono e non ci sentivamo in colpa per quello.

Altro esempio: ad un certo punto avemmo la fornitura di alimenti bio alle mense delle scuole materne della città. Non perché fossimo raccomandate, il fatto era che c'eravamo solo noi e un altro fornitore a partecipare alla gara, e quell'altro aveva solo tre prodotti dei dieci (poniamo fossero dieci) che venivano richiesti. 
Avrei molto da raccontare anche su questo, ma ora mi concentro sulla pasta integrale che fornivamo: non era granché buona, aveva un leggero odore di balla (sacco di iuta) e in cottura si rompeva molto facilmente. Era il meglio che si poteva trovare al prezzo migliore, ma non era un granché. Le cuoche delle scuole, che non erano per niente convinte di usare questi prodotti, facevano notare tutti i difetti. Io però con loro non ci potevo parlare, neanche avere un contatto, né suggerire usi o ricette, per un'estrema concezione etica ( del comune, che era molto etico con noi e con altri non so) del rapporto fra fornitore e cliente. In altri posti d'Italia si facevano queste forniture in collaborazione costante fra fornitore e utente, perché non si voleva solo mettersi un fiore all'occhiello, si voleva che le cose funzionassero. 

In un  incontro con altri negozianti  e produttori come noi, appartenenti ad un'associazione di cui non ricordo più il nome, feci notare questi difetti della pasta. Era una cosa importante: da una nicchia minima di mercato, attraverso queste forniture alle scuole si poteva arrivare nelle case, alle famiglie che non conoscevano questo modo di alimentarsi, e cominciare ad entrare nel mercato "vero"; era davvero essenziale migliorare i prodotti, ma la risposta che ottenni, da un altro commerciante con un'aria ascetica e una sciarpetta minimal/creativa al collo, fu questa "Puoi dire alle cuoche di non usare mestoli di metallo per girare la pasta, ma di legno. Con il legno la pasta non si rompe..." 
Mi sarebbe scappato un'altra volta "ma vai in mona". Provai una grande frustrazione, ma ora penso che anche il tipo ascetico avesse le sue motivazioni, magari non gli interessava che il biologico si estendesse davvero, o considerava l'aspetto economico "sporco", o forse abitava in uno di quei posti del nord dove la gente mangiava religiosamente ogni cosa, anche non buona, purché bio...

Parte terza: la biofiera e i cosmetici.
Il negozio stava in una piazza della città dove il sabato c'era il mercato: schiaffavano davanti alla nostra vetrina dei camion molto grandi che ci mettevano al buio, e in inverno accendevano i generatori diesel, così che dal puzzo non ci si stava. La piazza era piena di gente, ma il negozio non ne traeva alcun beneficio, tuttavia non provavamo nessun risentimento, la situazione era quella e basta. Ad un certo punto spostarono il mercato e ci fu una protesta generale degli altri commercianti, con un incontro in Comune a cui dovetti partecipare. Tutti si lamentarono di questo spostamento del mercato del sabato e io alzai una mano:
"Non si potrebbe fare, in alternativa, almeno una volta al mese, una specie di mercatino del biologico? Come fanno in alcune rare città...si potrebbe chiamare "biofiera"..." 
Con mia grande sorpresa fui subito acclamata come salvatrice e immediatamente mi fu affidato del lavoro, gratuito ovviamente, aggiuntivo, per organizzare la Biofiera. Lavoro che intrapresi con entusiasmo, e avrei dei racconti anche su quello. Anno 1991 o 92. Arrivo al punto: prendemmo contatto anche con delle ragazze che conosceva la mia socia grande (sempre lei, che conosceva il mondo) che producevano in un piccolo laboratorio casalingo dei preparati di cosmetica naturale, con etichette molto approssimative. C'era scritto il nome del prodotto ma non tutti gli ingredienti che conteneva, mancavano parecchie indicazioni, ma anche le leggi che regolavano la materia erano difficili da interpretare. Si formarono subito due fazioni: io, che volevo evitare che arrivassero i vigili sanitari a sequestrare i prodotti, mettere i produttori in croce e porre la fiera appena nata sotto una cattiva luce. Volevo che le cose funzionassero. L'altra fazione comprendeva: 
A) le ragazze produttrici, che videro in me una nemica, favorevole solo alle produzioni industriali, e non era così. Loro, per sé, pensavano di fare già abbastanza a produrre cosmetici bio, che tutto il mondo doveva riconoscere loro l'impegno, la novità e l'essere veramente ecologiche, e premiarle, invece di rompere le scatole con delle regole assurde. 
B) la mia socia più grande, che era abituata a Firenze, dove nei mercatini c'era una generale tolleranza e si chiudeva un occhio. Cosa che ad Arezzo, città falsamente moralista, non c'era proprio da aspettarsi. Non ricordo neanche come andò a finire, forse le ragazze non parteciparono.

Cito un altro episodio, accaduto da poco, che non ha più a che fare col negozio. Tempo fa mi telefonò una cliente /amica che ogni tanto si fa viva, mi chiese che facevo di bello e le dissi che stavamo potando gli olivi ( una novantina di olivi) e bruciando la frasca. 
"Come- mi disse scandalizzata e amareggiata- proprio te bruci la frasca? Dovresti sminuzzare le frasche con le forbici, lo sai che bruciando produci anidride carbonica! Ti ci vorrà un pò di tempo, ma lo dovresti proprio fare..." 
Eh sì, ogni tanto questo tipo di persone si rifà vivo con proposte che dicono chiaramente come non ne sanno niente di vita in campagna, non si sono mai sporcate le mani e nonostante questo ti vogliono indirizzare...Santa pazienza.

Con ciò cosa voglio dire? Che secondo l'interlocutore che hai davanti puoi passare per integralista, innovatore o conservatore, capitalista, visionario, stronzo o santo. Difficile fregarsene. Ma opportuno farlo. Questi lavori che stanno su una frontiera (di idee, di esperienze, di concreta possibilità di farli) devono essere fatti con una certa dose di leggerezza, è necessario prendersi sul serio, perché tu, che vivi del tuo lavoro e non hai ferie e malattie pagate se non in misura minima, immagino, devi per forza prenderti molto più sul serio di un altro che può fare una telefonata e dire "oggi sto male, sostituitemi". Ma il peso di questo, soprattutto se c'è una famiglia che dipende da te, può schiacciarti.
Questi lavori hanno questa parte bella che è il confronto con l'esterno, senza esagerare e senza farsi mettere in crisi e paralizzare, se si desse retta a tutti ci si paralizzerebbe per davvero. 
Poi a volte, nell'ansia di far tutto e tutto molto bene ci si dimentica di noi e di chi ci sta accanto. Allora si deve prendere del tempo per sé, per fare le cose che ci piacciono di più e sono gratuite, non riceveranno mai un pagamento se non la gioia di farle. Sognare, ascoltare musica, disegnare, camminare, fare yoga, scrivere, pregare, meditare, fare un giardino. Lady Walton, che ha fatto con suo marito e con Russell Page il giardino della Mortella di Ischia, diceva che non voleva frutti nel suo giardino, niente di commestibile. Solo bello. Niente che ti facesse pensare ad aspetti economici.
Ci vuole, per andare avanti, uno spazio così, fisico o immateriale, solo bello.

giovedì 7 gennaio 2016

Inoltrarsi nel 2016: lo so, Gianni, che non si può evitare, che non possiamo scegliere se farlo o non farlo e neanche fermarsi a guardare e a riflettere: andate avanti voi, io vengo fra pochino... Mi piaceva l'immagine, di tutti noi che ci teniamo in contatto e ci inoltriamo in un mare che conosciamo solo bracciata dopo bracciata, un'acqua che diventa familiare solo mentre la percorriamo e facilmente può diventare tempesta e sommergerci per sempre. Questo anno nuovo comincia mica tanto bene: stanotte non riuscivo a addormentarmi,  il coreano matto che fa scoppiare atomiche causando terremoti, ma gli americani dicono che non è vero, e come fanno a saperlo. Mille uomini, nordafricani o no, importa poco, che molestano derubano e stuprano donne in piazza per l'ultimo dell'anno a Colonia, chissà perché, trovo questa notizia orribile. USA: una fuoruscita di gas metano da un serbatoio di stoccaggio che da novembre scorso emette tonnellate di questa roba: ma non avevamo fatto un accordo sul clima?
La mia figlia grande riparte per studiare: sarà lontanissima, non la vedremo per mesi, se non nello schermo del computer. L'ho sempre incoraggiata io ad andarsene, ma non ho mai detto che non mi avrebbe fatto male. E tutto il resto. Cercherò di tenere in vista un ricordo del Natale: un talismano per l'anno nuovo.

sabato 2 gennaio 2016

il primo dell'anno

Il primo dell'anno abbiamo creato una piccola tradizione, invece di stare insieme la sera prima, stiamo insieme a pranzo dell'1 gennaio con delle amiche con cui siamo state compagne di scuola, al liceo. Per me è di buon augurio stare insieme il primo giorno dell'anno, a casa della R. , a cui voglio tanto bene, a lei, e a suo marito, che è anche lui uno dei miei più cari amici. E' venuta anche la L. , che è un'altra di noi, non cè bisogno di dire quanto le vogliamo bene, e la C. ha mandato una foto di quando eravamo giovani, ed era come se fosse lì, e poi ha telefonato la P., ma, ancora più bello e importante, c'erano parecchi dei nostri figlioli. Quasi tutti, mancava il penultimo della R., che ne ha quattro.
Loro non lo sanno, ma anche se loro, i ragazzi, chiacchieravano per conto loro e apertamente e abbastanza male, di noi genitori, per noi che chiacchieravamo per conto nostro era una gioia averli lì e vederli parlare come se si conoscessero da sempre, che non è del tutto vero. Non sono vecchi amici, come noi, ma sono i nostri figli,e questo rende possibile una comunicazione agevole e franca.  Abbiamo mangiato, io mi sono impegnata, ma quanto son venute bene le cose che ho preparato non so, è un periodo che sono fortemente autocritica. Comunque non eravamo lì per mangiare, eravamo lì per fare il pieno di altro, di energie affettive. Si può dire "energie affettive"? Forse sì. Ha funzionato. Grazie ai ragazzi che sono stati a pranzo e hanno iniziato l'anno con noi. Grazie alle mie amiche e ai nostri mariti.  Anche se saremo distanti allungando la mano potremo trovarci e rassicurarci del nostro affetto. Qui saluto tutti quelli che passano a leggere e quelli che non passano, Sari, Loretta, e Grazia e Cinzia, e  Gianni e Alberto e Ommarì....E di nuovo buon viaggio a tutti: inoltriamoci nel 2016.

le maestre di campagna

Mentre preparo il pranzo, in televisione, su rai tre, c'è una trasmissione che si intitola "il tempo e la storia" e io la ascolto, più che guardarla, perché intanto lavoro. E' il tipo di fruizione del mezzo televisivo delle casalinghe, fra il rumore degli elettrodomestici e i passaggi da una stanza all'altra. 
Uno di questi giorni si parlava dell'alfabetizzazione e del ruolo delle maestre negli anni del secondo dopoguerra. Mi ha fatto tanta tenerezza: io le ricordo, queste maestre, in famiglia ne avevamo due, che ormai non ci sono più. La zia Giovanna di cui ho parlato qui, e la zia Anna.  Qui parlo della zia Anna. Era una zia molto carina, cugina della mamma, figlia di una sorella del nonno che era stata violentata e uccisa durante il passaggio del fronte, nel luglio del 1944, dai soldati tedeschi. Il suo nome e la storia compaiono nei verbali redatti dall'esercito inglese e in alcuni libri. 
La zia Anna somigliava tanto al suo babbo, lo zio Adalindo, che aveva anche da vecchio gli occhi chiarissimi e un bel sorriso. Si era risposato e abitava con la seconda moglie in un posto bellissimo e isolato dell'Arezzo vecchia, la piazzetta San Niccolò. Adalindo: ma si può dare a un figliolo un nome così?
Lo zio Adalindo me lo ricordo come un uomo semplice e buono, mentre i suoi figlioli avevano tutti e tre una certa superbia, e la convinzione che la vita dovesse rendere loro qualcosa che gli spettava, ma gli era stato tolto alla nascita. La mamma diceva: "Hanno una gran spocchia, ma che si credono di essere? In fondo il loro babbo vendeva le saracche!"
Le saracche sono le sarde sotto sale. La mamma non diceva mai saracche se non quando parlava di questo zio, che trattava come un bottegaio, ma in realtà lui era un commerciante all'ingrosso molto benestante. E qui si entra nel campo delle dinamiche degli affetti, degli odi e delle invidie familiari, che lasciano le tracce fino a me, tracce che colgo, ma mi è difficile interpretare. Per fortuna.
La zia Anna compare nella mia memoria una mattina nella casa dove stavamo quando ero piccola, in via dell'Agania. Avevamo una camera degli ospiti, che la mamma chiamava la camerina verde, per via della coperta del letto, a righine verdi e bianche. Non ci aveva dormito mai nessuno, ma una mattina la mamma, in silenzio e in punta di piedi, mi portò a salutare questa zia che non si era ancora svegliata. Doveva essere lì dalla sera prima, arrivata dopo che io mi ero addormentata. Una sorpresa trovarla lì! Una specie di magia: la camerina verde era sempre vuota e all'improvviso c'era una zia dentro!
La zia Anna aveva questa storia tragica della madre di cui non parlava mai e un'altra storia, di un fidanzato medico che aveva promesso di sposarla a suo fratello che partiva per le Americhe. Poi però aveva sposato la figlia di un altro dottore, che gli aveva lasciato la condotta. Il matrimonio doveva essere compreso nell'accordo. Il medico anziano, lasciando la condotta, si era premurato di sistemare insieme la figliola. 
La zia Anna, che era tanto bellina e aveva studiato, ci rimase malissimo e forse anche la sua reputazione ne fu intaccata. Non parlava mai neanche di questo fidanzato. Da lì in poi continuò a fare la maestra e diventò una donna indipendente: a modo suo, perché, pur lavorando e mantenendosi, per certi versi faceva una vita molto libera, per altri continuava a sognare di fare un bel matrimonio.
La zia, come tante maestrine giovani, nei programmi di alfabetizzazione statale, veniva mandata a insegnare in posti sperduti delle campagne e delle montagne toscane. Scuoline dove c'erano pochi bambini, in classi miste,  alcuni di loro raggiungevano la scuola camminando per ore fra i boschi e i campi. Diceva che arrivavano in classe con in tasca uova di uccello prese in un nido che visitavano lungo il tragitto, o fiori, o ghiande, o piccoli animali. Qualcuno portava qualcosa da mangiare per la maestra, mandato dalla mamma. La maestra andava curata, tenuta di conto. 
Ogni tanto ricordava questi posti dove, per lavorarci,  doveva prenderci una camera, perché era impossibile ogni giorno fare avanti e indietro con la città.  Erano stanze in case private, con una stufa a legna per cucinarsi qualcosa e il bagno forse non esisteva, se non come latrina. Nominava soprattutto, come posto sperduto, San Gianni. Mi sono sempre ricordata questo nome e qualche tempo fa ho capito dov'è. 
Una donna è sparita, forse uccisa, nel paese di Sestino, che è un'estrema propaggine della Toscana incuneata nell'Emilia Romagna, fra i monti dell'Appennino. San Gianni è una frazione di Sestino, l'ho scoperto perché ad un certo punto in un telegiornale, nominarono il suo cimitero pensando di aver trovato i resti di questa famosa Guerrina. Ecco dov'era San Gianni! Un viaggio lunghissimo in corriera, a quei tempi, e anche ora, quando la corriera fa tutte le fermate. 
La zia faceva la maestra senza grande passione, come un mestiere dignitoso, che si deve fare bene, ma i bambini non le piacevano tanto. Negli anni in cui c'era in Toscana Don Milani, la maestra Maria Maltoni all'Impruneta, Mario Lodi al nord e nella scuola un gran fermento di novità ed esperienze, la zia Anna faceva questo mestiere come un'impiegata un pochino annoiata, ma ligia, perché era da lì che venivano le sue risorse per vivere. 
Quando ero grande e andavo al liceo, un paio di mattine all'anno andavo a scuola con lei, che allora insegnava a Ponte Buriano. Si era molto avvicinata, ma a lavorare in città non ci è mai arrivata. Mi piaceva tantissimo andare nella sua scuola, avevo letto tanti libri e facevo ripetizione in un istituto di suore, il Thevenin di Arezzo, ed ero entusiasta. Aveva in classe bambini di campagna, figli di contadini, alcuni di famiglie agiate, che erano quelli che lei preferiva: di solito parlavano meglio, quindi scrivevano anche meglio, erano più educati, e le facevano fare meno fatica. Ce n'era uno che invece era figlio di gente talmente povera che ancora nel 1972/73 lo facevano lavorare, era l'unico bambino lavoratore: tutti i giorni andava a "parare le pecore", parlava una lingua poco comprensibile, frequentando soprattutto animali, e aveva le piccole mani di bimbo callose, dure e segnate di sporco vecchio come un adulto che lavora duramente. Diciamo che si chiamasse Domenico. Se c'era qualcuno che aveva bisogno di un piccolo aiuto speciale,  che era la cosa che io ero venuta a fare, era lui. Mi sedetti accanto. La zia  disse che tirassero fuori l'album da disegno e disegnassero qualcosa, a piacere. Il bambino sorrideva imbarazzato. Gli chiesi cosa voleva disegnare e lui aprì il suo libro di scuola e mi indicò un vaso di ceramica greco antico, con il disegno di una caccia. Era un obbiettivo irraggiungibile. Sei capace di rifarlo? Gli chiesi. 
Lui disse di sì e cominciò a fare la sagoma del vaso, ma gli venne tutta storta. L'aiutai a raddrizzare un pò e poi gli proposi di disegnarci sopra, invece di quelle cose difficili, qualcosa che conosceva e che gli piaceva molto; potevamo fare delle righe su quel vaso, e metterci dentro delle cose in fila. Gli si illuminarono gli occhi :"Le saregie!" disse tutto contento. Le saregie sono le ciliegie.
Disegnò una fila di ciuffetti di ciliegie mentre io lo aiutavo a stare nei bordi e a colorare perbene. In ogni spazio disegnò cose che conosceva, il vaso alla fine rappresentava la sua vita. Il disegno era  bello e gli aveva dato soddisfazione, lo rimirava tutto felice e anche i suoi compagni dovettero convenire che se l'era cavata bene. Come succede nei gruppi umani il bambino più debole veniva messo alla berlina e preso in giro, ( la tesi della mia figliola piccola tratta anche di questa cosa quando parla dell'Ombra collettiva). Il bimbo era talmente abituato al suo ruolo di capro espiatorio, che ne rideva e lo accettava, meglio così che essere ignorato;  ma quel giorno il piccolo pastore aveva trovato un forte alleato, che ero io, la nipote della maestra in persona. 
La zia guardò il disegno un pò scocciata e infastidita, ma le scappò un mezzo sorriso "Oggi vuol dire che si attaccherà il disegno di Domenico. Ma per ottenere questo risultato tutti i giorni ci vorrebbe una persona persa dietro a lui." disse rivolta a me. Chissà che vita ha avuto il piccolo Domenico.
Un'altra volta la zia chiese ai bambini di cantare una canzoncina che avevano imparato in casa, una canzone popolare che gli piaceva e che si ricordavano. Una bella bambina, figlia di un artigiano che si avviava a diventare un piccolo industriale, alzò la mano. La zia le sorrise: quella bimba era una delle sue preferite. Cominciò a cantare con una bella vocina limpida e intonata.

"Lassù per le contrade, 
di qua e di là si sente, 
cantare allegramente, 
è lo spazzacamin.

S'affaccia alla finestra, 
una bella signorina, 
con voce graziosina, 
chiama lo spazzacamin. 

Prima lo fa entrare, 
e poi lo fa sedere , 
gli da mangiare e bere, 
allo spazzacamin.." 

La zia sorrideva e ascoltava soddisfatta. 
La bimba continuò a cantare.

"E dopo aver mangiato, 
mangiato e ben bevuto, 
gli fa vedere il buco, 
il buco del camin"

La zia all'improvviso impallidì e disse, tutta agitata, che bastava così, tossì imbarazzata e cercò un'altra cosa da fare. La bambina ci rimase male, per lei era solo una canzoncina imparata nella cucina di casa dalla nonna, e ci rimasi male anch'io. Ero un pò tonta.
Dopo capii che la canzoncina, come tante da noi, conteneva riferimenti più o meno espliciti ad un rapporto sessuale, infatti, per chi non avesse capito le premesse, continua così "E dopo nove mesi, gli è nato un bel bambino, assomigliava tutto, allo spazzacamin"
La zia era preoccupata che qualche famiglia, o magari il direttore didattico in persona, le venisse a chiedere conto dell'episodio. Spesso, mentre lavoro, canticchio la canzoncina dello spazzacamino e mi ricordo la vocina melodiosa e precisa della bimba.
Nella trasmissione di rai tre "Il Tempo e la storia" hanno fatto vedere un filmato realizzato nella classe di una città del nord dove, negli anni sessanta e settanta, c'erano tanti bambini figli di immigrati. La voce della maestra, (il viso non si vede) chiede ai bambini, mostrando una mela, di dire il nome del frutto: "In italiano si chiama mela, e in siciliano, Bruna, come si dice?" "Pumo" dice la bambina. 
E in calabrese? "Milu"
E in piemontese? "Pomme" pronunciato come in francese. 
E via così, una classe di trenta bimbi italiani, di trenta lingue diverse e trenta modi di dire mela. Figuriamoci il resto! 
Dice più quel filmato di un trattato di antropologia. Anche in classe della zia Anna si parlava il dialetto e le ciliegie di Domenico erano saregie.
E ora ci risiamo, solo che invece di rimescolare l'Italia si rimescola il mondo intero e in certe classi ci sono cinesi, rumeni, pakistani, indiani, africani...
La zia Anna faceva il suo mestiere non così volentieri, ci era stata costretta, perché il suo sogno era stato quello, in gioventù, di essere la moglie del dottore. Per le ragazze era così, il bel matrimonio era il primo obbiettivo, e allora la maestra forse l'avrebbe fatta, ma senza tanto impegno, o il marito ricco l'avrebbe fatta stare a casa, invece di mandarla a lavorare in quei posti sperduti, o avrebbe ottenuto, con qualche raccomandazione, di farla lavorare in città. La zia Anna non sapeva che, col suo lavoro di donna che lei stessa aveva valutato come poco importante, aveva fatto la storia d'Italia, contribuito all'alfabetizzazione e all'unità del nostro paese. La zia Anna, bionda, bella, con gli occhi azzurri, nubile, con un sorriso asimmetrico che le faceva arricciare con grazia il nasino, arrivava nelle scuoline di campagna come una fata severa. Una mia amica mi ha raccontato di recente un suo caro ricordo della sua maestra, bionda, bella, vestita abbastanza alla moda, con lo smalto alle unghie e un filo di trucco, che negli anni sessanta insegnava in Casentino. I bambini la guardavano incantati. Mi sono dimenticata di chiederle se per caso non si chiamava Anna Domestici.

giovedì 31 dicembre 2015

la Banca

E' tanto che non scrivo, ma leggo i vostri post e sopravvivo al Natale e alle cattive notizie. L'anno scorso, qui, scrissi un post in cui compariva la Banca Popolare dell'Etruria, che era, ai tempi della nostra infanzia, Banca Popolare Aretina. Le banche sono un'istituzione molto antica; quando studiavo giurisprudenza diedi l'esame di diritto commerciale, in cui si narrava l'invenzione della cambiale e dell'assegno, cioè del denaro che, da merce che era all'inizio, diventò solo simbolo di essa e si trasformò in altri oggetti che consentivano di portarselo dietro in lunghi viaggi e situazioni difficili: è una storia meravigliosa, quella del denaro e degli strumenti finanziari, una storia della capacità immaginifica dell'uomo. Pensate ai tempi dei grandi mercanti di spezie, di Marco Polo. Le banche nascono lì. Queste nostre piccole banche popolari, invece, credo che siano nate nel dopoguerra, potrei andare a vedere in Internet, ma riporto solo i miei ricordi: la Banca nascendo ce l'avevo trovata, e i miei genitori ne parlavano con un certo rispetto, perché il denaro duramente guadagnato dal babbo finiva lì, custodito e incrementato. La Banca Popolare Aretina,(all'inizio si chiamava così) era una vera istituzione in città, e aveva, ed ha ancora, una sua sede molto bella, con un salone che ora si vede spesso in televisione, con un soffitto di vetro colorato e le pareti affrescate, e intorno una specie di porticato interno con gli sportelli degli impiegati. Un gradevole monumento al denaro. Quando da grande ho rivisto il film Disney di Mary Poppins ho notato che tutta la storia della Banca, di cui il signor Banks era dipendente, somigliava molto a quella della nostra banca di città, compresi i salvadanai in cui venivamo incoraggiati a mettere da parte i soldini.

Per i giovani di molte generazioni è stato un sogno, quello di entrare a lavorare in banca, era un posto sicuro, e molte persone l'hanno fatto, spessissimo raccomandate.
Credo che chi ci lavora sia quasi sempre raccomandato, d'altra parte è un'istituzione privata e credo che i criteri di accesso non debbano essere per forza quelli delle istituzioni pubbliche. Ora si salvaguardano i posti di questi lavoratori. Non c'è qualcosa di stonato? 
Molte persone che avevano affidato i risparmi alla banca sono state truffate: qualcuno, ai vertici della banca, ha fatto operazioni azzardate, che sono state sostenute col denaro buono messo da parte dai risparmiatori, che sono stati indotti a comprare obbligazioni che finanziavano proprio quelle operazioni, ma quali siano state in concreto quelle operazioni non l'ho capito.
In ogni modo: denaro sano in cambio di carta straccia. Una piccola operazione sporca che è la miniatura dei "mutui subprime" che hanno causato la crisi finanziaria internazionale in cui siamo ancora impaludati.
Gli antichi mercanti che inventarono la cambiale non lavoravano così, anche se le truffe esistevano anche allora, ma erano punite molto duramente. A volte si tagliavano le mani del colpevole, o la lingua.
La mia famiglia non è cliente della Banchetruria ma negli anni dal 1998 in poi ho dovuto averci a che fare e ho incontrato sempre comportamenti al limite della legalità. 
Nel 1998 un'impiegata, forse la direttrice, di un'agenzia di città, rifiutò di farmi vedere le documentazioni riguardanti i conti del mio babbo, dopo la sua morte, anche se avevo le carte che dimostravano la mia posizione di erede legittima. Fui trattata molto male, a voce alta, in mezzo alla sala, davanti agli altri clienti, e mi fu detto che se volevo vedere qualcosa dovevo tornare con una lettera di un avvocato. Quasi come se volessi commettere un atto illecito. Potete immaginare il mio imbarazzo. Non ci si immagina di dover andare in un posto del genere, in fondo un luogo pubblico, accompagnati da testimoni, per tutelarsi.
La volta successiva fu nel 2012, quando il direttore della stessa agenzia tentò di indurmi a rinunciare all'eredità legittima della mia mamma dopo la sua morte. Se non avessi avuto quelle cognizioni di diritto che ancora conservo ci sarebbe riuscito.  In seguito, sempre per una questione legale, mi rivolsi ad alcuni studi di avvocati della città. Una volta saputo che, per difendermi, sarebbero state necessarie indagini presso la banca, tutti gli avvocati si rifiutarono di farlo, dicendomi che sarebbero stati in imbarazzo, in quanto tutti loro facevano affari con la banca. Capii che se volevo intraprendere quella causa dovevo trovare un avvocato in un'altra città e abbastanza coraggioso e forte da fronteggiare la banca. Non ne feci nulla, tanto più che comunque non era proprio quella la mia intenzione. 
Mi capitò di parlarne con qualche amico: qualcuno non mi ha creduto, qualcuno ha dato per scontato questo comportamento e mi ha trattato come una persona ingenua. Certo io sono un'aretina puro sangue, ma sui generis, vivo praticamente isolata, casa e lavoro e pochi amici, ho una mia visione personale, e certe volte mi illudo che si possa ottenere giustizia in modo lineare. Non è così. 
Di solito tengo per me queste cose brutte che mi capitano, ne parlo solo con qualche amico, appunto. Non reagisco, mi sento a volte umiliata, provo senso di frustrazione, ma lascio perdere. Per esperienza so che, se non si hanno santi in paradiso, è meglio soccombere alla prepotenza. In questo caso racconto questi episodi, non per fare la vittima, e neanche perché mi consideri il centro del mondo, ma insomma dei comportamenti scorretti ripetuti saranno pure segno di qualcosa che non va, di un controllo insufficiente, di una disinvoltura colpevole. Si può capire che non ho grande simpatia per la Banca Etruria. E' un vecchio rancore legato  alla morte del mio padrino, che ho raccontato nel post citato all'inizio. L'impressione è che l'istituzione si sia degradata col degradarsi della città. C'è qualcosa di stonato e sgradevole anche nelle persone che si rivolgono al Papa per veder difesi i propri risparmi.   E' legittimo e giusto chiedere che i propri diritti siano difesi, ma di fronte ai problemi enormi che il mondo si trova ad affrontare risulta stonato rivolgersi ad un'autorità religiosa. Ad un giudice sì, non al Papa. Ma in Italia c'è la brutta abitudine di mescolare i piani e dare sempre la colpa allo Stato, e tutto finisce in una nuvola di polvere, o di nebbia. 
Non so come andrà a finire. Sarebbe bello che, per una volta, chi ha sbagliato pagasse di tasca propria e non dovessimo pagare un soldino per uno gli errori di altri, che francamente, di questo siamo stanchi. La parola errori è sbagliata: dai miei studi di giurisprudenza, si tratta di dolo, e non di negligenza. 

martedì 15 dicembre 2015

Memoria olfattiva, dove ti porta un sedano rapa

Ieri ho cucinato un sedano rapa. Strano ma vero, l'avevo comprato qui a Ciggiano, nell'unico negozio che abbiamo, che, dopo la chiusura del gruppo Despar, si è dato un nome: la Bottega. Prima c'era scritto Despar, ma la Despar è fallita, e questo nome io lo interpreto così: che si esiste, come attività commerciale, indipendentemente dalle varie catene, che si ha una propria dignità e soprattutto una propria clientela affezionata.
E' una bottega dove c'è dentro di tutto, uno specie di spaccio del Far West, l'ultimo avamposto della civiltà qui da noi, gestito da una famiglia intera, babbo e mamma e due figliole grandi gemelle: una delle due ha avuto due gemelle anche lei  e le bambine, che avranno forse 4 o 5 anni, sono spesso in negozio, cosa che da una sana idea di continuità della vita. Oltre alla bottega a Ciggiano c'è una farmacia e parecchi anni fa c'era un bar. Nei locali del bar ora hanno aperto un ambulatorio medico. Anche Ciggiano è un paesino con tanti vecchi. Il figliolo dell'Antoinette ha osservato : "Dove c'era il bar c'è il dottore: s'ha a andar bene!"
Insomma ho comprato un bel sedano rapa. E' strano trovare un sedano rapa a Ciggiano, parecchia gente non sa neanche cos'è, figuriamoci se lo mangia! 
Quando li vedo non resisto, ma non perché mi piacciano alla follia. Mi ricordano cose del passato, quando, i primi anni che avevamo aperto l'Erba Salvia, arrivavano questi vegetali  bio sconosciuti: sedano rapa, daikon, cavolo rapa, cavolo cappuccio rosso, cavolo cinese, pomodori canestrini, mele di tante varietà, carciofi sardi spinosissimi, questi ultimi vere armi, che era difficile maneggiare. Il quel buco di negozio arrivava una gamma di verdure e frutta ( le prime carambole, o babaco, le abbiamo avute noi) che Arezzo non aveva mai visto neanche col binocolo, venivano da tutta Italia, e perfino da tutto il mondo, raccolte da Biofrutti, poi da Farnia e poi da Ecor, e commercializzate. Assaggiavamo tutto, perché se volevamo vendere vegetali sconosciuti dovevamo saper consigliare un modo per cucinarli.
Erano tempi non facili, ma le bambine erano piccole ed eravamo abbastanza felici.
Non resisto al sedano rapa. Ne abbiamo mangiato un pò grattato nell'insalata, il resto l'ho lessato a grossi pezzi. Mentre si cuoceva si spargeva in cucina e fuori il suo odore, che è, sì, odore di sedano, ma più acuto e penetrante, perfino un pò fastidioso, un odore che ti arriva diretto alla testa, e quando è cotto, si sente di meno.

Quest'odore mi ha di nuovo riportato indietro, risucchiato al 1990, almeno credo, o forse 1991. Avevano organizzato una delle prime assemblee dei Verdi a Cortona. Una delle mie socie era la Fulvia, una donna trentina con ascendenti slavi più grande di me di 11 anni, con i capelli corti rosso henné, magra, col fisico di un felino, maschile, brusca, e in certi momenti dolcissima,  sempre dolce la voce, con quell'accento gentile. La Fulvia ci metteva un pò soggezione, a me e all'altra ragazza, perché era più grande e perché aveva lavorato in un negozio del biologico a Firenze, un negozio che stava in un seminterrato e per arrivarci bisognava scendere una piccola scala a chiocciola, nell'androne di un grande palazzo dell'800, ed era scomodissimo. Quando noi aprimmo era gestito da persone che avevano ancora meno di noi una vocazione commerciale e quando servivano i clienti sembrava pensassero sempre ad altro, persi nell'empireo. Nonostante questo il negozio era sempre pieno.
Ma certo, era Firenze, e non Arezzo. 
La Fulvia aveva esperienza, e conosceva tutti, nel settore, in Toscana, e anche molti in Italia. Era un ambiente, quello del biologico di quegli anni, di poche persone e poche aziende agricole, ma quasi tutte mitiche.
 Telefonò da Firenze Giannozzo Pucci, un leader storico dei Verdi toscani, quello che ha fondato la Fierucola, per intendersi , che è stato uno dei primi mercati del biologico, dell'artigianato, dei lavori ecosostenibili in generale.
La Fulvia dava del tu a Giannozzo, che le chiese se potevamo presenziare all'assemblea dei Verdi che si teneva al teatro Signorelli di Cortona, con un banchino all'ingresso. Anche se avevamo aperto da poco eravamo, alla fine, il negozio bio più vicino. Non saremmo stati soli, ci sarebbero stati con noi anche altri, con artigianato e altre cose, ma ora che è passato tanto tempo mi ricordo solo la Lucia con suo marito, che giravano i mercati facendo i Necci, una specie di crepes di farina di castagne che si mangiano così o ripieni di di ricotta, caldi,  e sono buonissimi. La Lucia veniva da un paesino della montagna pistoiese e io la conoscevo già, avevamo fatto insieme un altro mercato a Vallombrosa, un anno prima, per tutti i fine settimana dell'estate. 
Organizzammo questo banchino e la Fulvia era il leader incontestato della faccenda: per quel fine settimana restammo al freddo, un vero freddo penetrante e insidioso del mese di febbraio, se la memoria non m'inganna. Il banchino il venerdì ebbe uno scarso successo, era più una testimonianza che altro, senonché il sabato telefonò di nuovo Giannozzo Pucci chiedendo se era possibile organizzare una specie di pranzo per la domenica. La domenica infatti i partecipanti all'assemblea avrebbero dovuto votare e non potevano allontanarsi troppo per mangiare: gli si poteva offrire noi un pranzo bio a costo molto contenuto, magari vegetariano?
Ma certo che sì, disse la Fulvia. La Fulvia era difficile che dicesse di no, le difficoltà erano tutte, per lei, superabili.  Così organizzammo anche quel pranzo, con delle pentole a pressione, col coperchio ermetico, piene di fagioli, e altre piene di riso integrale, che venivano, almeno due, dalla cucina di casa mia, mentre la Fulvia portò appunto anche del sedano rapa lessato a fette. Avevamo una cassa si sedano rapa difficile da smerciare. Ecco perché il sedano rapa.
Mi ricordo che faceva un freddo cane e la Lucia ci aveva prestato il fornello dei necci con la bombola del gas per scaldare le pentole, e noi servivamo, per una cifra irrisoria, dei gran piatti di riso, fagioli e fette di sedano rapa con olio extravergine. Imbacuccate per il vento gelido, in piedi, in mezzo alla strada, (ora sarebbero venuti i vigili sanitari e ci avrebbero portate via di forza), offrivamo un mangiare, a ben guardare, che neanche il padre guardiano della Verna avrebbe consumato con tanta gioia, ma siccome i delegati non si potevano allontanare finimmo quasi tutto. Quello che avanzò si mangiò noi, probabilmente, perché il sapore del sedano rapa mi riporta sempre lì, a quelle giornate fredde e ventose, ma belle. Questo tipo di mangiare era comune fra gli ecologisti, allora. C'era un delirio di integrale, fatto a mano, macrobiotico, senza grassi animali, una specie di nuova religione del cibo che m'inquietava un pò, di cui ho parlato altre volte, a cui io non ho mai aderito, ma ci sono rimasta invischiata lo stesso.
Ad un certo punto entrai nel teatro, in cui speravo si parlasse di cose essenziali per il nostro futuro di abitanti del pianeta Terra, e c'erano giovani, soprattutto giovani come noi, di tutti i tipi, colorati, vestiti in modo approssimativo, che discutevano animatamente e con grande fervore: ci doveva essere, fra loro, Alexander Langer, e Grazia Francescato e tanti altri. Uno salì a parlare, con un golf tipo tirolese e una sciarpetta ed era molto determinato, mi sembrò un pò diverso dagli altri, si chiamava Alfonso Pecoraro Scanio.
Che nome! Pensai io. Un nome da avvocato, o da nobile decaduto. 
Tornai al nostro banchino. Loro dentro a parlare e noi a lavorare in uno dei mestieri verdi. Quando tornai a casa, la sera, e mi potei scaldare bene, guardando la mia piccola famiglia ebbi la sensazione di aver partecipato ad una cosa utile per tutti noi. In che modo utile non lo sapevo dire, ma era per quel genere di cose che si modificava in meglio il futuro.

Ho incontrato la Lucia dei necci ad una fiera un paio d'anni fa. L'ho salutata con affetto e ho visto che non mi riconosceva. Le ho detto che avevamo fatto dei mercati insieme tanti anni prima. "Sai, mi dispiace, ma ne ho fatti tanti, di fiere e mercati, che non mi ricordo più di tutti."
I suoi Necci sono ancora buonissimi.
La Fulvia se ne è andata l'anno scorso. Abbiamo lavorato insieme cinque anni in un rapporto non sempre facile, (io con le donne non avevo rapporti facili, ero molto condizionata da quello con la mia mamma, che tendevo a ripetere, ora va meglio), ma le ho voluto tanto bene. L'ho sognata tante volte, ultimamente.