giovedì 12 settembre 2019

Bodnant Garden


L'unico rododendro ancora in fiore in questo periodo estivo (fine luglio)


Sulla destra credo ci sia una Rodgersia, a sinistra una bella malvacea...


Coreopsis verticillata Moonbeam


qui abbiamo u accostamento fra eringio e echinops, fiori simili, ma quelli di eringio hanno il "colletto"

martedì 10 settembre 2019

Bodnant Garden : Watch a bird!


Cotinus e hemerocallis
I fiori: crocosmia, monarda, penstemon, helianthus, e salvia sul davanti

Quando si arriva a Bodnant Garden ci si imbatte in un cartello scritto in inglese e gallese. La scritta dice "Guarda gli uccelli" e  dietro c'è una mangiatoia sospesa per uccellini granivori che continuamente vanno a mangiare, ho messo il link del piccolo filmato che ho fatto. Il gallese è lingua parlata e scritta, tutte le informazioni sono bilingue, gallese e inglese. E' curioso come queste zone relativamente piccole conservino un'identità culturale così netta. Alcune parole hanno tante consonanti che ci si chiede come possano pronunciarle. La zona iniziale del giardino è sui toni del rosso, arancio e giallo, fino al giallo molto chiaro e al bruno quasi violaceo. Le foto sono mie fatte col cellulare.






Crocosmia e davanti Coreopsis verticillata
Crocosmia, kniphophia, lilium e un miscanthus zebrinus



mercoledì 4 settembre 2019

La vasca dei pesci rossi di Bodnant Garden













Questa parte di Bodnant Garden è sulla sinistra rispetto all'ingresso, si scopre dopo aver girovagato un pò con in mano la carta che ti danno all'entrata.  E' una zona  più appartata e di dimensioni che sarebbero adatte anche in un piccolo giardino privato. Ci sono altre vasche molto più monumentali, questa è relativamente piccola e ha intorno piante fiorite in azzurro e arancio, uno degli accostamenti più forti ma anche classici perché si tratta di colori complementari. La vasca è in una zona bassa e raccolta e le piantagioni sono da zona mediterranea, da clima caldo, ci sono le escolzie californiane, le salvie ma ci sono anche gigli e piante con fiori scurissimi. Ci si può chiedere perchè, ma si vede dalle foto. Il colore quasi nero dei gigli e di alcune foglie richiama il nero dell'acqua, mentre l'arancio richiama il colore dei pesci. Quando si realizza una vasca il nero è il miglior colore del fondo. Ci sono dei teli appositi, anche se in questo caso la vasca è storica, fatta tanto tempo fa, e credo sia in muratura anche il fondo. Per uno che realizza una vasca per la prima volta è un pò strano usare il nero, viene da usare un azzurro o il color sabbia delle piscine. Ma questi colori chiari si sporcano subito con le impurità dell'acqua, che non deve essere ripulita, bisogna cercare di favorire un ciclo naturale e lasciar fare il più possibile, una volta messa l'acqua non si cambia più , sono le piante a pulirla.I colori chiari danno l'impressione di sporco e disordinato. Il colore nero del fondo fiisce per essere il più bello e gradevole e misterioso, anche. In posti come questo laghetto di Bodnant Garden si impara come giocare con i colori, delle foglie e dei fiori, dell'acqua e del cielo.

sabato 17 agosto 2019

anni novanta del secolo scorso: fili di plastica e altre storie

Erano i primi anni novanta. Avevamo, con altre due donne, un piccolo negozio di prodotti bio, in centro. Si trovava in un edificio che era stato, agli inizi del secolo, l'ospedale di città, ma nessuno se lo ricordava più. Ora ospitava in una parte la sede del partito comunista, con il famoso circolo Aurora;  poi c'era un bar, e dei negozietti. Più in là una pizzeria. C'erano delle gallerie, che portavano nella stradina dietro, via Mannini. Noi eravamo in angolo, con l'ingresso sulla piazza e una vetrina sotto la galleria, dove c'era anche la macelleria equina, l'unica della città. La zona era centralissima, ma abbandonata, in Comune ne erano consapevoli, e ci avevano dato il permesso di aprire il negozio nell'ambito di un progetto di rivitalizzazione del centro storico, che consisteva nel fare aprire attività e lasciarle al loro destino. Il sabato, giorno del mercato grande, davanti a noi si piazzava un camion di ambulanti che ci oscurava completamente e ammorbava l'aria con un generatore diesel.  Davanti al bar, sullo scalino, perchè non c'erano tavolini fuori, anzi c'erano sempre auto parcheggiate, sedevano dei tossici, ormai avanti con l'età. Era proprio un punto di ritrovo. Davanti c'era una balaustra in pietra e tre pioppi, invecchiati, spettinati, con tanti segni di potature feroci, ma belli e vivi, e soprattutto facevano un po' d'ombra. I pioppi sono alberi dalla vita breve e di solito amano l'acqua... a ripensarci molti anni prima c'era stata acqua in piazza Sant'Agostino. C'erano i lavatoi pubblici dove le lavandaie svolgevano parte del loro lavoro, ma da un pezzo erano spariti tutti, lavatoi e lavandaie, e i pioppi furono tagliati tutti, uno per uno, già nei 5 anni che siamo state lì. Ogni tanto la mattina arrivava in vespa un notissimo spacciatore, uno della mia età che non capisco come abbia potuto per tutta la vita vivere vendendo droghe. Pare che lo faccia ancora. C'erano dei ragazzini a aspettarlo, magri, già segnati in faccia, nervosi, con la pelle grigia.  Per un pò si affollavano intorno alla vespa, poi lui se ne andava e i ragazzi si dileguavano, chi verso San Gimignano, chi sotto la galleria, chi in direzione del Corso. Ogni tanto veniva la Polizia, chiedeva i documenti. Una mattina uno dei ragazzi, giovanissimo, forse neanche maggiorenne, si era seduto sulla balaustra. Non avevo seguito tutta la scena, c'era da farsi trattare male a osservarli, ma quando mi riaffacciai all'esterno vidi che aveva pronta la siringa e stava facendo una cosa che mi gelò il sangue, stava affilando l'ago sulla pietra sudicia, lentamente, con metodo, come una vecchia abitudine, come uno che affila un rasoio prima di farsi la barba. Poi si legò un laccio al braccio e con tutta calma e alla luce del sole si fece la sua dose.

Questo era il posto. A descriverlo così sembra una piccola fine del mondo e in effetti lo era. Non so come spiegarlo neanche a me stessa, nella piazza c'era la chiesa di Sant'Agostino, poco più avanti c'era un bar storico, il caffè Sandy, frequentato dall'Arezzo bene, commercianti, liberi professionisti, e appena più in là il Corso Italia, con tutti i suoi negozi di lusso, eppure lì, a una trentina di metri, era tutta un'altra faccenda. Come un corso d'acqua che in un punto forma un gorgo dove finisce tutto il materiale raccolto, e lo sporco. Un posto di naufraghi, di abbandono. Anche il bar era così. C'era una coppia in giro, tutti e due umani venuti un po' male, lui gobbo, con la scoliosi e epilettico, lei pure forse con un handicap di qualche tipo. Diciamo che si chiamassero Poldo e Nunzia. Buoni, gentili, a volte però rabbiosi, vivevano in un alloggio assegnato loro dai servizi e passavano la giornata al bar. Bevevano e consumavano lì la pensione di invalidità. Avevo la seconda bambina molto piccola e a volte quando era con me in negozio la Nunzia mi chiedeva di prenderla in braccio. Gliela davo per un poco, col cuore stretto, mi dispiaceva di dirle di no, ma poi mi sentivo in dovere di lavare le manine alla bambina, perchè la donna puzzava molto di pipì. Ma come si dice, niente di ciò che è umano mi è estraneo. Solo eravamo consapevoli di non poter fare niente, non c'era possibilità di redenzione, di uscirne fuori.  Un giorno dopo aver riscosso la pensione i due pensarono di andarsene al mare. C'erano stati un paio di volte con un centro anziani e gli era piaciuto. In qualche modo arrivarono al mare, con la corriera, e stettero lì qualche giorno, in un albergo. Al bar li cercarono parecchio. Erano spariti. Quando tornarono quelli del bar erano molto arrabbiati. Dicevano di essere responsabili dei due, che non potevano andarsene senza avvisare e cose del genere. La Nunzia e Poldo avevano quasi finito tutti i soldi del mese e erano tornati con la coda fra le gambe. Cercarono di essere riaccolti al bar, ma non ce li volevano più. La Nunzia arrivò a piangere e gridare. Qualcuno mi disse, ma non so se sia vero, che appena riscossa la pensione la consegnavano al bar e per il mese ricevevano più o meno i pasti e da bere, e i soldi per le bollette di casa. Ma ora che avevano fatto quell'alzata di testa non ci si poteva più fidare.  

Una mattina arrivai e in terra c'erano delle macchie scure sull'asfalto irregolare e tutto crepato. Pensai: il macellaio aveva ricevuto il carico di carne e non aveva fatto in tempo a pulire. Le carcasse degli animali sgocciolavano e lui passava sempre con dei secchi d'acqua. Proprio lui venne a raccontarmi. Aveva un po' il gusto dell'orrido. Uno dei frequentatori del bar la notte precedente si era tagliato le vene! ma non lì, per il Corso. Poi era risalito in via Mannini. 
"Venga a vedere, ci sono le pozze! Poi è passato di qua sotto la galleria, ci sono macchie in terra anche qui, ma ormai il sangue l'aveva quasi finito... e ha sgocciolato fino qui. Poi hanno chiamato il 118. Hanno detto al bar che sono venuti bardati con dei guanti fino sopra i gomiti ma quello era arrabbiato e non voleva farsi toccare,  non l'hanno toccato finchè non è caduto, ha capito? Non se ne giovavano!" A vedere le pozze di sangue in via Mannini non ci andai, mi veniva da vomitare già solo a sentirne parlare.
Per diversi giorni parlarono molto male di quelli dell'ambulanza che avevano aspettato che cadesse, che fosse fuori gioco, per toccarlo, come una bestia, dicevano, un animale.  Eh no, non se ne giovavano, temevano per se stessi, perchè pare che il tipo fosse conosciuto e fosse sieropositivo. Dopo un paio di giorni era di nuovo in giro, con i polsi fasciati. Seduto sul solito scalino, a parlare della sua brutta avventura.

Sì, questo era il posto, e a riguardarlo ora che lo descrivo fa un po' paura, ma noi eravamo giovani e portatori di un'idea forte,  e non ci spaventava, anche se ci tenevamo abbastanza alla larga. Al piano di sopra c'era lo studio di G., che era un pittore. Ne ho parlato altre volte. Avrebbe potuto prendere lo studio da un'altra parte ma credo gli piacesse stare lì, in mezzo a quell'umanità così marginale, così fragile e violenta, che gli ricordava tutti i giorni chi siamo e che siamo fatti tutti dello stesso materiale. Era un'umanità che non comprava i suoi quadri, che non li vedeva neanche. Gli acquirenti venivano da altri quartieri, dove i vizi si nascondevano dietro una cortina di rispettabilità e ricchezza. 

Aveva un quadro che ritraeva un tossico che era morto qualche anno prima, lui lo chiamava per cognome, e l'aveva raffigurato seduto sullo scalino solito con la testa quasi affondata fra le ginocchia. Teneva questo dipinto fra i suoi cavalli e i suoi boschi infuocati, in vista. Gli piaceva dipingere alberi e cavalli, sempre con questi toni bollenti, rossi ruggine arancio, facevano venir sete a guardarli.  Certe mattine, ma questo in qualche post l'ho già detto, lui, io e il macellaio portavamo dai nostri orti un pomodoro, il più grosso che avevamo raccolto e si faceva la gara del più pesante, pesandolo sulla nostra bilancia. Era un gioco fra noi, che ci tirava fuori da quelle atmosfere grevi.

La mattina in piazza c'era tutti i giorni un piccolo mercato, frutta e verdura e bancarelle di biancheria e abiti. G. scendeva dallo studio e si sedeva sullo scalino del bar, o su quello del nostro negozio. Uscivo e parlavamo un po', gli ero molto affezionata, come a un altro padre, poi lui si alzava e acchiappava uno dei piccioni che svolazzavano in giro. C'era anche parecchia cacca di piccione, a un certo punto all'inizio, avevamo dovuto mettere dei dissuasori per non farli posare sulla tenda, che si era riempita di cacca. Ci si posavano di notte, dormivano lì.
G. parlava e intanto con una mano teneva il piccione e con l'altra pazientemente liberava le zampe dell'animale. Avevo visto che molti piccioni zoppicavano, ma non mi ero chiesta perchè. Anche quelli belli e giovani, più colorati e graziosi, con gli occhi vivaci, zoppicavano. Ogni giorno alla fine della mattinata di mercato, prima che passasse la nettezza urbana, restava a terra tanta roba, avanzi di cibo, pezzi di pane e panini e schiacciate, e frutta, e anche fili. Già, fili, non ci si immagina quanti fili possano produrre le bancarelle di abiti da poco prezzo, e non si tratta di fili di cotone, no, sono di plastica. Sono quei fili che poi quando stiri l'indumento si induriscono e si spezzano, o si fondono subito col calore, e si aprono le cuciture. Benché, anche se fossero stati di un altro materiale, forse avrebbe fatto poca differenza, ma di certo i fili di plastica tagliano come coltelli. I piccioni, rovistando fra quella roba in cerca di cibo, si legavano le zampe con questi fili che poi camminando a terra le strozzavano finché cadevano via dei pezzi. Si mutilavano da soli. Molti piccioni non potevano più posarsi se non a terra, perchè non avevano più le zampe ma dei monconi. Parecchi avevano i fili legati strettamente e G. li prendeva e li liberava. Tre o quattro per mattina, sapendo che il giorno dopo si sarebbero legati di nuovo. Un lavoro inutile, ma pietoso, quotidiano. Li liberava e scrollava la testa, perché sapeva che era una guerra persa. Ma così non li poteva vedere. Non me ne ero accorta di questa cosa dei piccioni mutilati, con le zampe gonfie e congestionate dove non scorreva più il sangue. G. aveva osservato e non li poteva vedere stare male. Mi chiedo quante cose vedesse, oltre ai piccioni. Ecco, c'era già tantissima plastica in giro, in fili, in pezzi minuscoli, chissà quanta ne mangiavano i piccioni, pensavo a questo in questi giorni vedendo l'ennesima foto di tartarughe e uccelli e pesci imprigionati da sacchetti e fili, o morti con la pancia piena di plastica. Uno di questi giorni un giovane uomo sui quarant'anni mi ha detto, stupito, che non capiva come si fossero potute formare queste isole plastica negli oceani. Era un pochino incredulo e arrabbiato. Ha detto che loro, al nord, fanno la raccolta differenziata. Come se il problema fossero gli ultimi dieci anni.

venerdì 2 agosto 2019

Alluvione ad Arezzo e dintorni



Io e Mauro siamo stati in Galles a trovare la nostra figlia maggiore. Che bel posto dove vive! E che bei giorni assaporando un modo diverso di stare al mondo, come sicuramente in un viaggio organizzato non avremmo potuto fare. Dobbiamo ringraziare questa figlia coraggiosa che si costruisce una vita lontano da qui per avercene fatto parte. Se ci riesco dedicherò un post a questo viaggio in cui, oltretutto, abbiamo preso l'aereo per la prima volta. 

Ma oggi volevo parlare un pò dell'alluvione che ha colpito la nostra città e i dintorni mentre eravamo via. Da noi non ha fatto danni, ma solo a 4 km da qui ha creato tanti problemi. Alla periferia della città è morto un uomo che si è trovato travolto, con l'auto, in una piena e ha dovuto scegliere fra morire dentro la macchina o fuori. Uscito dall'abitacolo per salvarsi è stato portato via dall'acqua e hanno ritrovato il cadavere in un fosso.
Ieri, primo giorno di lavoro, parlavo di questo con un collega che diceva che si fa tanto lunga, ma era solo una pioggia troppo abbondante, e che il problema erano i tombini intasati, che non permettevano il deflusso dell'acqua. Gli ho fatto vedere un breve video che avevo ricevuto in quei giorni. La strada era diventata un fiume in piena. Ci è rimasto male, era evidente che gli scarichi non potevano ricevere quella massa enorme d'acqua. Ma lui forse era al chiuso e non ha visto con i propri occhi, o forse ha interpretato cose sentite dire..

Ci ho ripensato. Per prima cosa molte persone danno la responsabilità agli altri, sempre agli altri. A chi deve tenere puliti i tombini, a chi deve mantenere puliti i fossi, le strade... tutti personaggi senza faccia, non identificati, che devono fare cose. Che veramente non si sa se esistono dappertutto, come figure professionali. Poi il sindaco, la colpa è sempre del sindaco. Anche io lo dico spesso, ma almeno identifico una specifica funzione che gli appartiene. Qui invece la questione è vaga, è qualcun altro che deve fare cose che riguardano la cosa pubblica, ma quello che parla difficilmente compie un atto per cambiarle, le cose, perché non gli spetta, o così pensa; non tocca mai a lui, e pensa anche di passare per coglione se si occupa di un spazio pubblico, di un oggetto comune. O se una volta lo fa, si sente un eroe.  Su facebook c'era un aretino celebrato appunto come un eroe perché pare abbia preso una sbarra di ferro e abbia alzato i tombini intasati in una via della città durante questa tempesta. Bravo, encomiabile, ma, per esempio, in Trentino avrebbe fatto solo il suo dovere.

Poi c'è il fatto che se non lo vedi con i tuoi occhi o non tocca te di persona non ci credi, e non lo ritieni importante, te lo dimentichi con la velocità della luce. Una volta tocca andare sott'acqua a Rigutino, la volta dopo a Camucia, poi a Montagnano, poi a Arezzo, ma solo per una parte. Si attraversa l'emergenza e non si fa più niente. Ci si dimentica, solo che la parte più primitiva di noi quando sente tuonare, si spaventa. Difficile razionalizzare e dimenticare proprio tutto dopo essere passati per un'alluvione. Che sarà, il cervello rettile, a dare questa sensazione di allarme?  A me è successo ormai tre volte e mi sono molto spaventata.  Ora quando sento tuonare mi allarmo, come la Holly che ha paura dei tuoni.

Chi invece ricorda tutti i giorni, batte tutti i giorni sui temi ambientali, si pensa che sia un rompicoglioni. 

Che vi devo dire, faccio delle osservazioni. Qui da me questa volta non ci sono stati danni. Potrei dire che è stata una favolosa superannaffiatura di mezza estate. Ma sarei proprio cretina e cieca a dirlo. Alla figlia di una mia cugina, al Bagnoro, ha provocato gravi danni alla casa... Pensate che la massa delle persone si muoverà e comincerà a chiedere una seria politica ambientale, che a questo punto dovrebbe essere su scala planetaria, sennò non serve a niente?  O rimarremo nel caos in attesa di eventi ancora più gravi?  Che comunque accadranno, sicuro come la morte, perché il cambiamento avviato non può che accelerare. E per esempio gli incendi nell'Artico di questi giorni, così lontani, così invisibili per noi, che mai penseremmo, lontani come sono, che possano danneggiarci, e di cui Putin non si è occupato, a quanto pare, sono un fattore di moltiplicazione. 



Nella foto si vede la Pieve di Sant'Eugenia al Bagnoro, Arezzo, finita sott'acqua. Questa piccola chiesa è stata restaurata forse una


trentina di anni fa, col suo interno spoglio, le colonne storte, eppure tutto così affascinante, una piccola costruzione con una grande anima. Risale al mille dopo Cristo, e fu fondata, se non sbaglio, da una comunità di mercanti siriani. Siriani ad Arezzo nell'anno mille. E poi si parla di migrazioni... Sono accorsi tanti aretini a ripulirla e svuotarla e questa è una gran bella notizia.

venerdì 12 luglio 2019

incontrare Gino Strada

Nel 2004 lavoravo in città. Per andare al lavoro parcheggiavo alle scale mobili, un parcheggio che è indicato come "Pietri", per chi non è aretino. Salivo fino in piazza del Comune, davanti all'ingresso principale del Duomo, e poi andavo da lì a piedi a lavorare. Arrivavo intorno alle 16,30. Bisogna che dica come è bello passare dalle scale mobili. La prima volta che lo feci percorsi i vari tratti, che si possono salire con le scale mobili o con le proprie gambe, e arrivata in cima entrai in un palazzo, che mi pare sia una parte del palazzo vescovile, e percorsi un corridoio a piano terra, al termine del quale c'è una porta. La porta si apre proprio in piazza del Comune, accanto alla scalinata di pietra che sale all'ingresso del Duomo, che si trova a sinistra; davanti ci sono il palazzo medievale del comune e quello novecentesco
della provincia, sulla destra c'è il palazzo del vescovato e sulla sinistra si intravedono gli alberi del Prato, il più antico parco pubblico; insomma: è come entrare in un bel salotto antico. E' sorprendente.  E' la mia città e per quanto per certi versi non la sopporti le appartengo, ci sono nata e la trovo molto bella. Un pomeriggio dell'estate 2004 arrivando in Piazza Duomo, che era abbastanza affollata di turisti, incontrai Gino Strada. C'era Arezzo Wave e lui era stato chiamato a partecipare, questo lo lessi poi sul giornale. Immaginate di andare al lavoro come tutti i giorni di fretta, con tutt'altri pensieri in testa, e incontrare, quasi andandoci a sbattere, quest'uomo molto alto e molto noto, sottobraccio con una signora bellissima, che aveva un bel cappello con la tesa, da sole, di quelli che stanno bene solo alle donne molto eleganti e con una forte personalità. Avevo visto la signora Teresa, la moglie, in televisione e nelle foto, ma mi sembrò così giovane e bella che pensai per un attimo fosse sua figlia. C'era qualcosa di speciale in quella donna, qualcosa di molto lieve e anche molto forte, una grande anima generosa. Feci una cosa che mi capita a volte di fare, dissi a voce alta, "ma lei è Gino Strada!" e gli diedi un bacio sulla guancia, costringendolo a chinarsi. La moglie si mise a ridere, io dissi che ero stupita e felice di incontrarli, e che ammiravo quello che facevano, e lui disse qualcosa sul fatto che se ero d'accordo con loro non restava che sostenerli contribuendo in qualche modo al lavoro di Emergency. Questione di due minuti, me ne andai di corsa per non fare tardi ed ero felice e illuminata dall'incontro, e anche sorridente per tutto il resto della strada. Una coppia bellissima, in armonia, sottobraccio, sorridenti. 5 anni dopo, nel 2009, Teresa sarebbe morta per malattia. 
Arrivai al ristorante e c'era il mio datore di lavoro a cui raccontai quello che era successo, raggiante. Volevo solo condividere un momento di felicità, ma lui ebbe una reazione che non mi aspettavo. Disse, alzando parecchio la voce, che quello, Gino Strada, era uno che si era potuto permettere di fare l'eroe, che si vede che aveva tempo da perdere, che non doveva aver avuto problemi nella vita, che cavolo ci andava a fare in giro per il mondo a salvare la gente, che voleva dimostrare, e tutta una serie di cose insensate e immotivate, in cui tutto ciò che veniva fuori era rabbia e frustrazione, perfino odio nei confronti di chi riesce a fare cose buone e nobili e mobilitare energie umane intorno a obbiettivi importanti e difficili da raggiungere. Poveretto, c'era da chiedersi cosa lo avesse portato a quel punto dove si trovava. Assalita in quel modo rimasi male, ma quello mi dava da lavorare e non potevo mettermi a litigare, oltretutto sarebbe stata una lite inutile in cui ognuno sarebbe rimasto delle sue idee, e di sicuro ci saremmo tutti e due molto arrabbiati, tanto valeva non iniziare nemmeno. Stetti zitta, e da allora è una cosa che ho fatto moltissime volte. Non piacevole per me che ho idee precise e forti e sono abbastanza focosa. 

Ci ripenso spesso in questo triste periodo in cui si vuole deviare tutta l'attenzione pubblica sulle ONG che pattugliano il mare alla ricerca di gente che scappa da torture e morte andando incontro ad una morte diversa  o a innumerevoli altre difficoltà, soltanto differenti, nella speranza che siano almeno affrontabili. I cattivi sono diventati quelli si impegnano a favore dell'umanità, c'è proprio una campagna contro di loro, la capitana della nave Sea Watch è definita dai giornali di destra una pirata, una che viola le leggi.  Con un Parlamento come il nostro ci vuole niente a far approvare leggi che contrastano con le leggi umane fondamentali, basta ricordarsi che anche quelle razziali erano leggi. Il problema è che gli umani non hanno neanche in testa, o almeno non tutti, le tre leggi della robotica che Asimov si era inventato per i robot. Sarebbe utile per davvero. Da qui al totalitarismo c'è proprio solo un passo. 

C'è un ribaltamento completo che si giustifica in parte col fatto che gli stranieri, "lo straniero", fa paura, è diverso, ha abitudini non igieniche, come chi piscia per strada contro i cespugli, e ad Arezzo ne ho visti anche tre tutti in fila uno accanto all'altro. Oppure ha pratiche qualche volta crudeli e disumane, come quelli che fanno infibulazione e circoncisione in casa ai propri bambini, con coltelli da cucina, con la massima naturalezza, come facevano al paese loro, ma qui ci sono ospedali e regole, come quella sacrosanta e universale per cui il corpo femminile non si può menomare. I nostri medici, negli ospedali, si arrabbiano molto e si sentono impotenti davanti a certi scempi. Qualche volta lo straniero delinque, come fanno spesso quelli che vengono dai paesi dell'est, o quelli delle varie mafie cinesi e nigeriane; si comporta in modo non adatto, è avvertito come invasore. Obbliga a cambiare, ad alzarsi dalla posizione magari neanche comoda, ma nota, conosciuta, che fa meno paura e questo in un paese di vecchi è faticoso. Obbliga a ricominciare daccapo, avevamo smesso noi da poco di fare certe cose sbagliate, e ora arrivano tutti questi che non sanno niente. Separazione dei rifiuti, corretto smaltimento, regole, leggi piccole e grandi a cui noi ci sottomettiamo di malavoglia per loro sono spesso solo sciocchezze incomprensibili. Sciocchezza incomprensibile, per esempio, anche questo fatto che si condanni l'alcolismo, a parole, perchè poi i giovani, giovani italiani, si invitano continuamente a bere e consumare stupefacenti, considerandoli solo consumatori di un grande mercato lecito e illecito, carne da macello per le organizzazioni criminali come manodopera e soprattutto come "utenti" da spremere. 

Ci sono popolazioni che bevono moltissimo, in tutte le feste, e anche a casa propria, e non ci trovano niente di male, e se parli con questi di dipendenza si mettono a ridere, salvo poi arrivare facilmente alla cirrosi. Oppure causare problemi seri e incidenti nei luoghi di lavoro o alla guida di veicoli perchè sono ubriachi. Il mio collega filippino, che ammira moltissimo il proprio presidente Duterte, che descrive come un misto inquietante fra San Francesco e Mussolini, dice che nella Filippine c'è moltissima droga, che sono i cinesi a diffonderla e guadagnarci, ma che è una cosa che si fa di nascosto, non come qui, che in piazza Sant'Agostino, salotto buono di Arezzo, la sera se la scambiano, droga e soldi, senza vergogna e sotto gli occhi di tutti. 

Ah no, da me non aspettatevi che sia buona a priori, io con gli stranieri ci ho lavorato e ci lavoro e ne ho viste abbastanza per pensare che tutto vada bene e se ne debbano accogliere all'infinito. Ma tanto ci toccherà che lo vogliamo o no, perché l'Africa, per esempio, resta una terra di rapina per molte aziende che vogliono pagare poco le materie prime, che hanno interesse che in molti paesi governino piccoli crudeli dittatori con cui trattare più vantaggiosamente. E davanti a tutto questo si risponde con l'irrigidimento, la chiusura, la violenza, ma poi questi stranieri si fanno entrare nelle case, come badanti, come personale di servizio, e si dice che sono bravi, che puliscono bene, perchè non importa che sia vero, solo non lo vogliamo più fare noi e vogliamo anche spendere poco. Così come vogliamo pagare poco il cibo, e non ci importa, non vogliamo sapere che a produrre questo cibo non caro sono nuovi schiavi, in luoghi d'italia dove le leggi sul lavoro non contano niente, e neanche quelle umane fondamentali, perché le ragazze vengono violentate, si rialzano e tornano a lavorare, e non hanno gabinetti e neanche acqua potabile a disposizione, e posti puliti e decenti per dormire e va bene così perchè in questo modo il cibo che troviamo sul banco del supermercato e che mangeremo oggi e domani costerà poco, un prezzo forse adeguato allo stipendio striminzito o alla piccola pensione che abbiamo, anche se è così pesantemente inquinato non tanto dai pesticidi ma dall'ingiustizia che non può farci davvero bene, non può essere davvero sano. Va bè, è una sparata lunga e inutile, che ne dite? Io lo penso davvero, che sia un'analisi poco utile, e anche approssimativa, solo un'immagine contraddittoria ma credo realistica, eppure una cosa è sicura come la morte, che siamo in un periodo abbastanza di merda.
Non me la sento di finire così questo post e mi viene in mente una trasmissione televisiva su Emergency, dove si vedeva la sede di allora e i volontari che ci lavoravano. L'intervistatore chiedeva che stavano facendo e una signora diceva che stava ritagliando tutti gli articoli comparsi sui giornali che parlavano dell'associazione, e un'altra prendeva nota delle donazioni. Diceva, questa donna, che si trattava di un lavoro molto lungo e noioso e che aveva detto alla Teresa (Teresa Sarti, moglie di Gino) che lei quel lavoro lì se la pagavano non l'avrebbe mai fatto, per quanto era noioso. Lo faceva perchè era gratis! Mi fece morir dal ridere, e questa è l'Umanità, fare cose che non faresti mai, e invece le fai perché hai un grandioso motivo. Si nasce animali, che di per sé non sarebbe male, se non che siamo fra i peggiori animali, e se siamo bravi e ci si impegna si diventa Umani. La vita è un cammino di Umanizzazione, come dicevano al mio corso per consulente famigliare. Diventiamo umani, non c'è altra via.

domenica 7 luglio 2019

"a volte ritornano" e l'estate dei ragni

Tempo fa avevo fatto un post che avevo intitolato "l'impostore". L'Impostore è un gatto nero che sembrava proprio Roger, uno dei nostri due fratelli neri spariti due anni fa. Non pensavo che fosse davvero Roger, avrebbe avuto anche lui una bella età, ma gli somigliava tantissimo, miagolata e tutto, però i gatti neri si somigliano molto, a volte anche in un'altra città, distantissima da casa nostra, proviamo questa strana emozione nel vederne uno che è uguale al nostro, sembra proprio lui. C'era però una cosa che era tipica di Roger. A un certo punto della primavera perdeva il pelo a chiazze. Non era tigna o qualcosa del genere, ci avevano detto che era forse una malattia autoimmune. Ma siccome poi con l'arrivo dell'autunno tornava normale non ci era sembrato di doverci addentrare in complicate cure con risultati per niente sicuri. Una mattina, all'inizio del grande caldo, l'Impostore è arrivato al finestrone di cucina e aveva una chiazza spelata. Ora è molto spelato. E' Roger. Ogni tanto gli chiedo perché diavolo è stato via tutto questo tempo. Fra poco, alla fine dell'estate o anche prima, rimetterà il pelo e tornerà il gatto un pò nervoso ma bello lucido e in carne che ricordiamo. Della serie: a volte ritornano.
Per il resto è l'estate dei ragni. Mai viste tante ragnatele tese da tutte le parti, anche un  solo filo lunghissimo in cui però ti impigli passando e ti da fastidio, dopo un po' ti ritrovi appiccicato e  ce le hai perfino nel naso.  In giro ci sono ragnatele veramente dovunque come trappole per prendere insetti, magari prendessero le zanzare, e intanto si riempiono di foglie secche e petali  caduti e fanno disordine e caos. Sono tutti ragnetti della stessa specie, chissà se succede anche a qualcun altro, come per esempio succede con i bruchi della limantria, una farfallina che parassita le querce e che quest'anno sta facendo tanti danni. Uno di questi ragnetti è entrato in casa e ha fatto la tela sul vetro del finestrone. Dopo un pò aveva acchiappato un tafano molto più grosso di lui  e se lo mangiava. Bravo.