lunedì 18 gennaio 2021

Un giro nel bosco

 Oggi è venuta qua l'Antoinette. Abbiamo fatto il solito giro in giardino, a vedere quello che si muove. E' stato abbastanza freddo, un freddo che anni fa sarebbe stato normale, qualche grado sottozero di notte, i panni stesi che diventano rigidi, l'erba che la mattina fra cric sotto le scarpe, la superficie del laghetto che gela, le foglie delle piante, tutte, quelle cadute e quelle attaccate, bordate di una trina di ghiaccio. Un giorno è nevicato un pochino, la neve si è depositata sugli oggetti e la mattina dopo ho trovato su una lastra quadrata di plastica una lastra uguale di ghiaccio tutto pieno di bolle d'aria, era la neve che era diventata intera. Un quadratino preciso di ghiaccio.Con questo freddo ugualmente le rose lentamente hanno continuato a fiorire, quasi meglio di come fanno in piena estate. Così la lonicera fragrantissima e gli ellebori, che però vanno pianissimo.

Con l'Antoinette siamo andate fuori del cancello, a vedere l'abbozzo di giardino che sopravvive nonostante le raspate dei cinghiali. Phlomis a fiore giallo e rosa, centranthus, santoline, salvie, qualche rosellina...tutto fermo, tutto in attesa, progetti per la primavera. Chissà come sarà a primavera? Poi siamo andate più lontano, oltre l'oliveto, a vedere come stanno altre piantine che ho messo lì due anni fa. Sembra bene. Un piccolo gingko è ancora fasciato di rete per sopravvivere ai caprioli. Ci siamo inoltrate nel bosco. E' un bosco vero, di piante autoctone, querce, lecci, aceri campestri, qualche raro frassino, tanti rovi e prugnoli, che bucano come diavoli. Antoinette ha osservato che anche se a uno non piacesse la casa, la comprerebbe lo stesso per questo pezzo di bosco. Ora parlano tanto di terapia degli alberi. E' proprio vero, un quarto d'ora in giro là in mezzo e subito ci si sente meglio. Si può progettare di pulirlo, di togliere un po' di rovi, ma va bene anche così, non chiede niente e dà tanto, torni  in casa che ti senti in pace.

mercoledì 6 gennaio 2021

Srinivasa Ramanujan, "l'uomo che vide l'infinito"

il professor Hardy


 In questi giorni su Iris c'era il film "l'uomo che vide l'infinito". Con un giovane attore indiano, Dev Patel, e Jeremy Irons.

Da Wikipedia:
Nel 1912 a Madras nell'India coloniale Srinivasa Ramanujan, un giovane indiano in cerca di lavoro, offre le sue eccezionali doti di calcolo per un impiego come contabile. I suoi superiori gli consigliano di inviare i suoi lavori ad alcuni professori di Cambridge: Baker, Hobson e Hardy. L'ultimo, al ricevere la lettera, è tanto impressionato dal contenuto da credere che si tratti di uno scherzo del collega Littlewood. Quando scopre che la lettera è veramente proveniente da un impiegato indiano senza conoscenze accademiche, decide di invitarlo in Inghilterra per lavorare al Trinity College di Cambridge. Ramanujan, nonostante la difficoltà della situazione familiare per via di una madre troppo tradizionalista e della moglie Janaki fresca di nozze, decide di accettare. 

 Una volta arrivato al Trinity College si trova davanti una serie di inevitabili difficoltà. La prima è che è indiano. In Inghilterra fa molto freddo per buona parte dell'anno, e non c'è abituato. E' religioso, un brahmano tamil, e per questo è vegetariano, e non può mangiare il cibo che la mensa propone, perché c'è carne, o grasso animale, dappertutto. Quindi non mangia bene e nemmeno a sufficienza. Subisce il razzismo dei colleghi. 

La seconda difficoltà sta nel rapporto col professor Hardy, che è convinto del valore dei suoi lavori e è disposto a difenderlo, ma è un uomo solo, freddo e poco capace di empatia. Vive per la matematica e non riesce a accorgersi di quali difficoltà il giovane sta affrontando. Littlewood, che in un certo senso media fra i due, parte per la guerra.  Qui di seguito un brano da Wikipedia sul prof.  Hardy.


Godfrey Harold Hardy (Cranleigh, 7 febbraio 1877Cambridge, 1º dicembre 1947) è stato un matematico britannico. Membro della Royal Society, è noto per i suoi contributi in teoria dei numeri e analisi matematica. Era chiamato "Harold" solo da pochi amici intimi, altrimenti "G.H.".

Fra i non appartenenti alla comunità matematica è noto per il suo Apologia di un matematico, un saggio del 1940 sull'estetica della matematica. L'Apologia è spesso considerata una delle migliori introspezioni nella mente di un matematico ed è una delle più riuscite descrizioni di cosa significhi essere un artista creativo. Secondo quanto riporta Rebecca Goldstein, Hardy tentò il suicidio, si salvò e fu convinto da Charles Percy Snow a scrivere l'apologia; pochi anni dopo la pubblicazione ritentò il suicidio e quella seconda volta gli fu fatale.[1] Al contrario, McTutor riporta un unico tentativo di suicidio non riuscito, successivo alla pubblicazione dell'Apologia.

Il suo ruolo di mentore, a partire dal 1914, del matematico indiano Srinivasa Ramanujan è divenuto celebre. Hardy riconobbe quasi immediatamente lo straordinario talento naturale di Ramanujan, e i due divennero stretti collaboratori. In un'intervista di Paul Erdős, quando gli fu chiesto quale fosse il suo più grande contributo alla matematica, Hardy rispose senza esitazione che era stato la scoperta di Ramanujan. Hardy definì la loro collaborazione "l'unico incidente romantico della mia vita".

C'è una difficoltà più grande, che nel film è descritta, ma non so se l'ho colta bene, ed è il fatto che il talento matematico del giovane Ramanujan è intuitivo. Quando si studia matematica si procede per dimostrazioni, passo per passo si arriva a dimostrare una tesi. I passaggi sono importanti, son come le tappe su una mappa per arrivare in un posto. Si può essere anche certi che il posto esista, ma per poterci arrivare, e non da soli, in compagnia, la mappa, la dimostrazione, deve essere valida e a disposizione di tutti. Ramanujan ha delle sensazionali intuizioni, ma non le accompagna col lento e, suppongo, noioso, lavoro di dimostrazione e il prof. Hardy si arrabbia. In quel modo i suoi lavori nell'ambiente universitario sono improponibili. Gli manca un linguaggio che possa essere riconosciuto e accettato dalla comunità europea degli studiosi. Il giovane matematico è venuto in Inghilterra perchè gli hanno promesso di pubblicare i suoi lavori, ma, così come sono, sono inaccettabili. Quindi un grande ostacolo da superare è quello, per Ramanujan incomprensibile, all'inizio, di formarsi una base culturale omogenea a quella degli altri studiosi. Ci riesce, con grande fatica e determinazione, ma intanto si ammala di tubercolosi. La madre, nel timore che possa non tornare più a casa, non gli spedisce le lettere della moglie, con cui dovrebbero accordarsi perché lei lo raggiunga in Inghilterra. Col risultato di far sentire il giovane ancora più solo e abbandonato. Tornerà a casa solo per morire lì, poco dopo, all'età di trentatre anni, ma prima verrà accolto nella Royal Society, un riconoscimento per il suo eccezionale lavoro, che se non fosse morto, gli avrebbe consentito di insegnare nelle università inglesi. 

 


" Ramanujan fu un matematico così grande che il suo nome trascende le gelosie, il più superlativamente grande matematico che l'India abbia prodotto nell'ultimo migliaio di anni. I suoi balzi di intuizione confondono i matematici ancor oggi, sette decenni dopo la sua morte. I suoi scritti sono ancora scandagliati per i loro segreti. I suoi teoremi sono applicati oggi in aree difficilmente immaginabili quando era in vita."

Nelle ultime immagini del film si dice che le sue formule vengono usate adesso per studiare la fisica dei buchi neri. 

Il film mi è piaciuto molto e dopo sono andata a cercare altre informazioni. Trovo un ostacolo nella materia specifica, la matematica, ma è come se si aprissero squarci nella vita di un genio vero, che ha avuto visioni delle leggi fondamentali dell'universo. Il professor Hardy nel film gli chiede come gli arrivano certe intuizioni. Lui risponde che le riceve dalla dea protettrice della sua famiglia, che le sogna  o vede le formule scritte sulla lingua che la dea gli mostra. Davvero certe persone nascono baciate da Dio.  Si dice anche che forse avesse l'amebiasi, e che sia stata quella, più che la tubercolosi, a portarlo alla morte. Ma come diceva un mio amico anni fa, certe vite sono così dense e ricche che si consumano velocemente, come una fiamma, e sono complete così. 


domenica 3 gennaio 2021

Alveare, superorganismo

 Questo anno che si allontana è stato piuttosto speciale. Va bè, direte voi, per forza! Ma io mi riferisco a un fatto particolare, che l'anno è iniziato con il virus e finito col vaccino. Come una parentesi che si apre e si chiude in un tempo delimitato che, per caso, è quello che noi consideriamo un ciclo annuale quasi preciso. Per ora niente è risolto, anzi i numeri dicono che siamo nella pandemia con tutti e due i piedi... però abbiamo uno strumento, realizzato a tempo di record. I vari scienziati che parlano in televisione o nei media dicono che questa esperienza ci sarà utile..lo credo anch'io. Una volta ho sentito una giornalista che chiedeva a uno scienziato: "A cosa servono questi esperimenti sul bosone di Higgs?" Quello faceva un sorrisino imbarazzato, perché in un certo senso si sentiva in dovere di giustificare lo stipendio che percepiva, e diceva: "A niente...non abbiamo un'utilità immediata, ma vede... anche la relatività all'inizio non si sapeva a cosa poteva servire e ora, per fare solo un esempio, non avremmo i cellulari se non ci fossero stati quegli studi, perché la tecnologia per farli viene da lì." Sapere  e saper fare cose nuove serve sempre. Ci son quelli che dicono "Che si finanziano a fare le missioni sulla stazione spaiale internazionale? Pensate a quello che succede sulla Terra!" Ma anche sulla stazione spaziale si sperimentano tecnologie, farmaci che poi ci servono qui.

All'inizio del 2020 dicevano che per avere un vaccino avremmo dovuto attendere anni e invece a fine anno eccolo. Tutti i laboratori e i centri di ricerca hanno accelerato il lavoro, trovato anche tecnologie diverse, tipo questo RNA messaggero.

Cos'altro ci ha portato il 2020, insieme al Covid? Per esempio questo concetto che se ci si salva, ci si salva tutti insieme. L'Europa prima si è impuntata. Vi ricordate la sparata di Tullio Solenghi? Poi si sono sciolti i dubbi e i cordoni della borsa. Ma la questione non è più europea, è planetaria. E tutto questo non per un'idea romantica, o etica o per una convinzione religiosa. No. E' reale. L'uomo sul pianeta si è diffuso in modo talmente uniforme dappertutto che ormai l'umanità è quasi un superorganismo, tipo un grande alveare. O gli Scorpioni del libro di Orson Scott Card "Il gioco di Ender" . (Gli Scorpioni sono una razza aliena in guerra con i terrestri, e vengono (quasi) annientati da un bambino che è convinto di giocare un videogioco. ) 

Questa cosa stava accadendo da un po', ma mi pare che il 2020 sia l'anno di svolta. Forse è ora che la persona comune, tipo me, ne può prendere coscienza. Non è una cosa buona per forza, cioè non è né buona né cattiva; succede, mi pare. E ha dei risvolti inquietanti. I paesi che hanno funzionato meglio e combattuto meglio il virus sono proprio quelli che si sono comportati come un alveare; la Cina per prima, e l'hanno fatto anche con una dura repressione. E anche qui da noi Sari racconta della sua vicina di casa di 74 anni, quindi anziana ma non vecchia, sequestrata dalle autorità sanitarie, e i parenti non riuscivano a avere notizie, come se fosse stata inghiottita nel buio... poi per fortuna pare che la cosa si sia risolta. Molte persone protestano contro la dittatura sanitaria. Dico subito che non sono fra quelle, per la mia vicenda personale...eravamo già sequestrati anche prima e lo siamo ancora, ma posso capire. Certo penso anche che se le stesse persone si trovassero in Turchia al posto di certi intellettuali dissidenti, o in Egitto al posto di Patrick Zaki, o nelle Filippine dove il presidente Duterte aveva ordinato di sparare a chi si trovava nelle strade delle zone rosse, sempre per il Covid, forse cambierebbero idea. 

venerdì 1 gennaio 2021

della gentilezza

 Prendo questo brano dal blog di Loredana Lipperini, se non l'avesse pubblicato lei non l'avrei letto e apprezzato. Il discorso dello scrittore George Saunders ai neolaureati della Syracuse University nel 2013. Lungo, è vero, ma scritto benissimo e ..bello!

"Nel corso degli anni si è andata affermando una tradizione per questo tipo di discorsi, che potremmo sintetizzare come segue: un vecchio noioso e antiquato, con i migliori anni ormai alle spalle, che nel corso della sua vita ha commesso una serie di errori madornali (che sarei io), dà consigli dal profondo del cuore a un gruppo di giovani brillanti e pieni di energie che hanno davanti a sé i loro anni migliori (che sareste voi). E io intendo rispettare questa tradizione.

Ebbene, una delle cose più utili che si può fare con una persona anziana – oltre a prendere soldi in prestito o chiederle di eseguire uno dei "balli" dei suoi tempi, così da poterla osservare facendosi due risate – è chiederle: "Ripensando al passato, di che cosa ti rammarichi?". E lei te lo dice. In qualche caso, come ben sapete, te lo dice anche se non glielo chiedi. In qualche altro caso ancora te lo dice perfino quando hai specificatamente chiesto che non te lo dica.

Bene: di che cosa mi rammarico? Di essere stato povero, di quando in quando? Non proprio. Di aver fatto mestieri tremendi, come "estrarre le articolazioni" in un mattatoio? (Che non vi venga assolutamente in mente di chiedermi che cosa ciò comporta.) No. Non mi rammarico di ciò. Di essermi tuffato senza nulla addosso in un fiume di Sumatra, un po' alticcio, e di aver guardato in alto, e di aver visto qualcosa come trecento scimmie sedute su una tubatura intente a cagare di sotto, nel fiume, proprio quello nel quale stavo nuotando io, con la bocca spalancata e tutto nudo? E di essermi ammalato in seguito a ciò, e di essere stato male per i sette mesi successivi? Non proprio. Mi rammarico forse di aver fatto qualche sporadica figuraccia? Come quella volta che giocando a hockey di fronte a una gran folla – in mezzo alla quale c'era una ragazza che mi piaceva davvero tanto – caddi a terra emettendo un bizzarro suono stridulo, e non so come riuscii a segnare nella porta della mia squadra e al tempo stesso a scaraventare il bastone in mezzo alla folla e a colpire proprio quella ragazza? No. Non mi rammarico neppure di questo.

In verità mi rammarico di un'altra cosa: in seconda media nella nostra classe arrivò una ragazzina nuova. Nel rispetto della privacy, diciamo che il nome col quale ci fu presentata fu "Ellen". Ellen era piccola, timida. Indossava occhiali blu dalla montatura a occhi di gatto, del tipo che all'epoca portavano soltanto le signore anziane. Quando era nervosa, in pratica quasi sempre, aveva l'abitudine di mettersi una ciocca di capelli in bocca e di masticarla.
Insomma, arrivò nella nostra scuola e nel nostro quartiere, e per lo più fu del tutto ignorata, in qualche caso presa in giro ("Sono saporiti i tuoi capelli?" e altre battute del genere). Mi rendevo conto che questo la feriva. Ricordo ancora come appariva dopo una villania di questo tipo: teneva gli occhi bassi, se ne stava un po' ripiegata, come se avesse ricevuto un calcio nello stomaco, come se essendole appena stato ricordato il posto che occupava cercasse, per quanto possibile, di scomparire. Dopo un po' scivolava via, con la ciocca di capelli ancora in bocca. A casa, dopo la scuola, immaginavo che sua mamma le chiedesse cose del tipo: "Come è andata oggi, tesoro?". E lei rispondesse: "Oh, bene". E sua madre forse le chiedeva anche: "Hai stretto amicizie?", e lei rispondesse: "Sicuro, molte".
Talvolta la vedevo bighellonare tutta sola nel giardino anteriore di casa sua, come se fosse timorosa di uscirne. E poi... Poi traslocarono. Ecco tutto. Nessuna tragedia. Nessuna grande presa in giro finale. Un giorno era lì, il giorno dopo era sparita. Fine della storia.

Ebbene, perché mai mi rammarico di ciò? Perché a distanza di quarant'anni ripenso ancora a quell'episodio? Rispetto alla maggior parte degli altri ragazzini, in realtà, io mi ero comportato abbastanza gentilmente con lei. Non le ho mai detto niente di sgradevole. Anzi, in qualche caso l'ho addirittura difesa (un po'). Eppure... Mi dispiace.
Ecco, questa è una cosa vera che adesso so di sicuro, anche se si tratta di qualcosa di un po' trito e non so con esattezza che farne: ciò che rimpiango di più nella mia vita è aver mancato di essere gentile. Mi riferisco a quei momenti in cui davanti a me c'era un altro essere umano, addolorato, e io ho reagito... assennatamente. In modo riservato. Bonario.

Oppure, se vogliamo vedere le cose dall'altra parte, potremmo chiederci: chi ricordi con maggior affetto nel corso della tua vita? Con la più innegabile sensazione di cordialità? Quelli che sono stati maggiormente gentili nei tuoi confronti, scommetto.

Sarà forse un po' semplicistico, e sicuramente difficile da mettere in pratica, ma direi che come obiettivo nella vostra vita fareste bene a "cercare di essere più gentili".

Ed eccoci alla domanda da un milione di dollari: qual è il nostro problema? Perché non siamo più gentili?

Questo è quanto penso io in proposito:
Ciascuno di noi viene al mondo con una serie di malintesi innati che quasi certamente hanno un'origine darwiniana. Mi riferisco a: 1) noi siamo il centro dell'universo (in altri termini, la nostra storia personale è la storia più importante e interessante al mondo. Anzi, in realtà è l'unica storia che conti); 2) noi siamo qualcosa di diverso e distinto dall'universo (sì, certo ci siamo noi e poi, laggiù, c'è tutto il resto, cani e altalene e lo Stato del Nebraska e le nuvole basse e, sì, è vero, anche tanta altra gente); e 3) noi siamo eterni (la morte esiste, sì, certo, ma riguarda te, non me).

Ebbene, noi non crediamo veramente a queste cose – a livello intellettuale non siamo certo così ingenui – ma ci crediamo a livello viscerale, e viviamo in modo conforme a ciò che crediamo, al punto che queste cose fanno sì che noi riteniamo prioritarie le nostre esigenze rispetto a quelle altrui, anche se ciò che vogliamo davvero, nel profondo dei nostri cuori, è essere meno egoisti, più consapevoli di quello che sta accadendo nel momento presente, più aperti, più amorevoli.

Ed eccoci alla seconda domanda da un milione di dollari: come possiamo riuscire a fare una cosa del genere? Come possiamo diventare più premurosi, più aperti, meno egoisti, più presenti, meno deludenti e così via?
Già, bella domanda...
Purtroppo, mi restano soltanto tre minuti ancora...

Lasciate dunque che vi dica questo: il modo c'è. Voi già lo sapete, del resto, poiché nella vostra vita avete conosciuto periodi di Grande Gentilezza e periodi di Poca Gentilezza, e già sapete che cosa vi ha spinti verso i primi e lontano dai secondi. Una buona istruzione serve. Immergersi in un'opera d'arte serve. Pregare serve. Meditare serve. Una chiacchierata schietta con un caro amico serve. Sentirsi parte di una tradizione spirituale serve. Riconoscere che ci sono state innumerevoli persone davvero intelligenti prima di noi che si sono poste queste stesse domande e ci hanno lasciato le loro risposte serve.

Il fatto è che si finisce con lo scoprire che essere gentili è difficile. Perché essere gentili all'inizio è essere tutti arcobaleni e cucciolotti, ma poi si espande, fino a includere... beh, proprio tutto.
Una cosa gioca a nostro favore: parte di questo diventare più gentili capita naturalmente, con l'età. Può trattarsi di una semplice questione di logoramento: a mano a mano che invecchiamo impariamo ad accorgerci di quanto sia inutile essere egoisti. Di quanto sia illogico, davvero. Iniziamo ad amare il prossimo e così facendo riceviamo una sorta di contrordine in merito alla nostra centralità. La vita reale ci prende a calci nel sedere, e la gente accorre in nostra difesa e in nostro aiuto, e così impariamo che non siamo separati dagli altri, né vogliamo esserlo. Vediamo le persone a noi vicine e a noi care indebolirsi, e poco alla volta ci convinciamo che forse anche noi un giorno saremo più deboli (un giorno, tra tanto tempo). La maggior parte delle persone, quando invecchia, diventa meno egoista e più amorevole. Penso che sia proprio vero. Il grande poeta di Syracuse Hayden Carruth quasi al termine della sua vita in una poesia scrisse di sentirsi "per lo più amore, ormai".

Ed eccovi la mia previsione, il mio augurio di tutto cuore per voi: a mano a mano che invecchierete, il vostro Io diminuirà e crescerete nell'amore. L'IO sarà sostituito poco alla volta dall'AMORE. Se avrete figli, quello sarà un momento di enorme rimpicciolimento della vostra centralità. A quel punto non vi interesserà più ciò che accadrà a voi, purché siano loro a beneficiarne. Questo è uno dei motivi per i quali i vostri genitori oggi sono così orgogliosi e felici. Uno dei loro sogni più caramente accarezzatisi è trasformato in realtà: voi avete portato a compimento qualcosa di difficile e di tangibile che vi ha fatto crescere come persone e vi renderà la vita migliore, da adesso in poi, per sempre.

Congratulazioni, a proposito!

Da giovani siamo impazienti, come è giusto che sia, di scoprire se possediamo tutto ciò che ci serve. Ce la faremo? Riusciremo a costruirci una vita degna di questo nome? Ma voi – in particolare voi, di questa generazione – forse avrete notato un certa qualità ciclica in questa ambizione. Andate bene al liceo nella speranza di riuscire a entrare in una buona università, così da andare bene all'università nella speranza di riuscire a ottenere un buon posto di lavoro, così da poter svolgere bene il vostro lavoro nella speranza di riuscire a...

E tutto ciò è sicuramente ok. Se dobbiamo diventare più gentili, questo processo include il fatto di prenderci sul serio, in qualità di persone che agiscono, che portano a termine le cose, che sognano. Sì, dobbiamo fare proprio questo: essere il meglio di ciò che possiamo essere.

Tuttavia, il successo è inaffidabile. "Avere successo", a prescindere da ciò che può voler dire per voi, è difficile, e la necessità di farlo sempre si rinnova di continuo (il successo è come una montagna che continua a innalzarsi nel momento stesso in cui la scaliamo), ed esiste il pericolo molto concreto che per "avere successo" sia necessaria la vita intera, mentre le grandi domande restano senza risposta.
Ed eccovi dunque un consiglio veloce, per congedarmi al termine di questo discorso: dato che secondo la mia opinione la vostra vita sarà un viaggio che vi porterà ad essere più gentili e più amorevoli, sbrigatevi. Fate presto. Iniziate subito. In ciascuno di noi c'è un equivoco di fondo, un vero malessere in verità. Si tratta dell'egoismo. Ma la cura esiste. Siate quindi gentili e proattivi e addirittura in un certo senso i pazienti di voi stessi – cercate le medicine più efficaci contro l'egoismo, cercatele con tutte le vostre energie, per tutto il resto della vostra vita.

Fate tutte le altre cose, quelle ambiziose – viaggiare, diventare ricchi, acquistare fama, essere innovativi, essere leader, innamorarsi, fare fortuna e perderla, nuotare nudi nei fiumi in mezzo alla giungla (dopo aver controllato che non ci siano in giro scimmie che cagano) – ma qualsiasi cosa farete, nella misura del possibile eccedete in gentilezza. Fate ciò che vi può indirizzare verso le risposte a quelle grandi domande, cercando di tenervi alla larga dalle cose che possono sminuirvi e rendervi banali. Quella luminosa parte di voi che esiste al di là della vostra personalità – la vostra anima, se credete – è tanto luminosa e brillante quanto nessun'altra. Luminosa come quella di Shakespeare, luminosa come quella di Gandhi, luminosa come quella di Madre Teresa. Sbarazzatevi di tutto ciò che vi può tenere lontani da quella luminosità nascosta. Credete nella sua esistenza, cercate di conoscerla meglio, coltivatela, condividetene incessantemente i frutti.

E un giorno, tra 80 anni, quando voi ne avrete 100 e io 134, quando saremo tutti così gentili e premurosi da risultare quasi insopportabili, scrivetemi due righe. Fatemi sapere come è stata la vostra vita. Spero tanto che mi scriviate: è stata meravigliosa.
Congratulazioni, laureati del 2013.
Vi auguro tanta felicità, tutta la fortuna del mondo e un'estate splendida."

vaccini

 Nella mia infanzia ho conosciuto diversi bambini che avevano avuto la poliomielite. Era anche quello un virus, che provocava la paralisi di parti del corpo fino anche alla morte, perché attaccava le fibre nervose del midollo spinale.  Andavamo spesso a Palazzo del Pero, dove la mamma aveva due cugine, e c'era un bambino più grande di me con la polio. La sua mamma lo portava a spasso sulla sedia a rotelle. Era stato gravemente colpito dalla malattia. In paese tutti sapevano, ma se qualcuno, capitato lì al bar per caso, chiedeva cos'aveva, rispondevano sottovoce "La Polio!" con un misto fra paura, pietà e commiserazione. La mia mamma aveva un'espressione spaventata negli occhi, perché noi bambini non eravamo fuori pericolo, potevamo ammalarci.  Me ne rendo conto ora, perché allora la presenza dei miei genitori mi faceva sentire in salvo da ogni male. Fummo fuori pericolo solo quando arrivò il vaccino, che ci fu somministrato a scuola, qualche goccia di un liquido color fucsia su una zolletta di zucchero. Dopo quella vaccinazione di massa la poliomielite è praticamente scomparsa e non si sono più visti bambini paralizzati. 

Abbiamo fatto diversi vaccini, da piccoli, e ai nostri genitori non passava neanche lontanamente per la testa di non farci vaccinare. Venivano dalla guerra e da un'epoca di malattie gravi e alta mortalità infantile. Nell'albero genealogico della famiglia della mia nonna materna, (l'unica parte della famiglia che ritenesse utile ricostruire un albero genealogico), ho trovato parecchi nomi sconosciuti, mai sentiti nominare. Erano bimbi morti alla nascita, o piccolissimi, o prima dei 14 anni. Il mio zio veterinario dovette essere operato per la tubercolosi perché ancora nel 1960 non c'erano antibiotici che potessero combatterla validamente.  Dopo l'operazione perse anche quella parte che gli era rimasta del polmone. Si veniva da questo tipo di cose e si considerava la scienza uno strumento validissimo, cui affidarsi senza timore, anche se c'erano già dei casi clamorosi di farmaci che provocavano danni gravissimi, tipo il Talidomide.

Avevamo una pediatra molto moderna. Lavorava in ospedale, era una neonatologa e si diceva che non fosse diventata primario perché era una donna. Ora sembra strano, ma i maschi, anche meno brillanti, preparati e intelligenti, passavano avanti alle colleghe femmine solo perché donne. Era un'amica di famiglia, aveva sposato uno dei ragazzi con cui la mamma aveva trascorso la giovinezza durante la guerra. Quando fu il momento di vaccinarmi contro il vaiolo mia madre osservò che era tanto brutto quel marchio sulla spalla e la dottoressa disse che si poteva evitare, se ne prendeva lei la responsabilità, perché il vaiolo era una malattia ormai debellata e c'erano minime possibilità che potessi venirci in contatto. Questo perché la stragrande maggioranza della popolazione era vaccinata.  

Da adulta anch'io ho avuto i miei dubbi riguardo ai vaccini. 

E' cominciato durante l'allattamento della mia prima bambina. Era una bimba grande, pesava più di 4 kg alla nascita, e cominciò subito a nutrirsi bene, ma a me vennero le ragadi al seno. Chi non le ha avute non sa quanto dolore provocano. Sono delle spaccature che si formano sulla pelle del capezzolo fino a sanguinare. La soluzione era semplice: smettere di allattare. Ma io non volevo e un'amica mi suggerì di rivolgermi a un medico omeopata, che mi diede dei granuli di Phitolacca da prendere per bocca e una pomata. Direte voi: con una pomata anche diversa, forse, sarei guarita ugualmente. Probabile, ma l'unico a propormi un rimedio per questo problema fu l'omeopata, per gli altri avrei sospeso l'allattamento e non l'avrei ripreso più. Insomma: in qualche giorno guarii e potei continuare a allattare fino al nono mese, quando la bambina smise da sola di cercare il seno.  Così incontrai l'omeopatia. Lessi qualche libro, mi informai un po' e cominciai a usare alcuni farmaci per cose piccole, un raffreddore, la febbre, un mal di gola, che, essendo giovani, era tutto quello che ci capitava. L'omeopatia era di moda, la usavano anche in agricoltura, sostanze dinamizzate per curare la terra e le piante. Qui vicino, a Foiano, viveva il dottor Franco Del Francia, fondatore dell'omeopatia veterinaria, che seguiva con questo metodo alleventi di animali da carne e cavalli di razza. C'erano già stati diversi disastri ambientali dovuti all'inquinamento, il più noto forse quello dell'Icmesa di Seveso, vicino a Milano, e si era formata una certa diffidenza nei confronti della chimica, e i medicinali erano, sono, chimica...

Avevo avuto un'esperienza con una brutta cistite che era durata più di un anno, curata con antinfiammatori, antibiotici e sulfamidici, e alla fine avevo avuto una diagnosi di somatizzazione, con un timbro di malata a vita, dopo varie analisi in ospedale. Poi ero guarita, ma solo grazie a dei colloqui con un "terapeuta". Avevo sperimentato le forze di guarigione che ognuno di noi possiede e che certe volte si attivano. Ho già scritto questa storia e potete immaginare, era come aver vissuto un miracolo, ma allora non andavo in chiesa e non lo interpretai così.  Ma ero un terreno preparato e adatto su cui la fiducia nell'omeopatia poteva attecchire facilmente. 

Poi diciamoci la verità: a chi non piacerebbe una medicina che non cura solo la pancia, o i polmoni, o la pelle, ma l'individuo nel suo complesso? Una medicina "olistica" che cura il paziente e non il sintomo, che cerca una guarigione nel lungo periodo, a vita magari, e non si limita a eliminare il problema per un po' di tempo? Trovo in rete queste definizioni:

 La medicina olistica è orientata alla cura della persona e non alla malattia, alla causa e non al sintomo, al sistema e non all'organo. 

La medicina olistica è un metodo di cura totale della persona che mette sullo stesso piano gli aspetti fisici, mentali, emotivi e spirituali

Un sogno che diventa reale. Peccato però che non rientrasse fra le prestazioni offerte dal servizio sanitario pubblico, che fosse abbastanza cara e anche molto soggettiva. Nel senso che il medico omeopata ti inquadra in una categoria, ma non sempre ci indovina, se non ci indovina sbaglia rimedio e si perde tanto tempo. Poi ti incoraggiano a insistere, all'inizio puoi avere un peggioramento e certe volte non si migliora affatto...

Ora si dice che l'omeopatia è una grossa bufala, non funziona per niente, e se lo fa è per l'effetto placebo. In quegli anni ci ho creduto con tutta la mia buona fede. A un certo punto una delle mie figlie ha avuto un serio problema in cui i medici allopatici non volevano mettere le mani e è migliorata moltissimo solo dopo una cura omeopatica. Se però sia stata davvero quella a farla stare meglio, non potrei giurarci. Per giurarci bisognerebbe aver fatto una serie di verifiche "scientifiche". Perchè racconto queste esperienze? Perchè gli omeopati sono contrari ai vaccini. Dicono anzi che indeboliscono il sistema immunitario e per qualche anno ci ho creduto. Ma quando è nata la seconda bambina è stata vaccinata, perchè ci saremmo presi, noi genitori, la responsabilità di esporla a rischi gravi di salute e non volevamo. Mi inquietava il fatto che venissero somministrati tanti vaccini tutti insieme, mi faceva venire un po' di ansia, ma a un certo punto bisogna scegliere e scegliemmo la via del vaccino.

Quindi ho avuto anche io il mio periodo, se non di antivaccinista, perlomeno di persona che dubita e non lo rinnego per niente. Ho dubitato, ho sognato, ho pensato, durante tutta la vita fin qui trascorsa e non me ne vergogno e fa parte di me. Ne rivendico il diritto. Non mi sento meno intelligente per questo. Però ora, con una convinzione diversa e neanche così entusiasta, appena verrà il mio turno mi vaccinerò contro il Covid.  Abbiamo un problemino invisibile capace di mettere in ginocchio il sistema sanitario e economico mondiale e abbiamo bisogno di strumenti certi e sicuri. Non possiamo fare esperimenti fondati su teorie inconsistenti. Certo lo stile di vita, l'alimentazione, la meditazione, la serenità...tutto questo aiuta, ma il vaccino ci vuole. Perché può anche darsi che io, se sono bravissima in tutte le cose elencate, e con bel po' di fortuna, mi salvi senza conseguenze, ma magari porto in giro il virus a persone che per molti motivi non si possono proteggere, e sono responsabile anche verso di loro, non solo verso me stessa. Ecco. L'ho scritto per me, chiaro chiaro, e lo condivido con chi passa di qui.

sabato 19 dicembre 2020

Traslochi, accumuli, distacchi, voglia di nuovo

Una mia amica, anni fa, doveva fare un trasloco. Aveva avuto dei guai col marito e si separavano dopo una storia turbolenta. Lei con i ragazzi andava a stare in casa della sua mamma, anziana e vedova. Mi offrii di aiutarla. Sapevo quanto è triste e stressante un trasloco, pare sia l'avvenimento che causa più stress dopo la morte di una persona cara e pensavo di poterla aiutare a viverlo meglio. Quando mi ci ritrovai, però, mi venne una gran tristezza. Le cose che mettevamo via erano poche e modeste. Lei stava pagando una ditta per trasportarle, e valevano meno del costo del trasporto, ma erano tutto ciò che aveva, la sua roba. Arrivate dalla sua mamma si trattava di sistemarle nei mobili, facendo posto, e la cosa fu ancora più triste. Trovammo gli stipetti pieni di grandi quantità di barattoli di plastica degli yogurt monodose, impilati; contenitori di alluminio monouso lavati, un po' storti e impilati anche quelli, e scatoline della mozzarella, e tanti barattoli di vetro, tante volte fossero utili, diceva la sua mamma. Buttare via almeno un po' di quella roba fu un'impresa, sembrava di farle una violenza. La capivo bene, perchè ho una vera passione per i vetri. Tengo anch'io da parte barattoli e bottiglie e li butto con grande difficoltà. Penso che li userò per marmellate e qualche conserva, che però nessuno mangia più. Sono fantasmi di desideri che si spengono.

In basso i mobili erano pieni di flaconi di detersivi, perché ogni volta che al supermercato c'era un'offerta, un tre per due, o due al prezzo di uno, questa signora ne approfittava. C'era una scorta di detersivi di tutti i tipi che bastava per tre anni. La mia amica alla fine era stravolta dalla stanchezza e dalla fatica, eravamo entrate tutte e due non solo nell'intimità della casa della sua mamma, ma nel labirinto della sua testa ed era una visione desolante. 

Mi ricordò un trasloco nostro, in una casa di campagna molto vecchia e fredda. Avevamo lasciato un ultimo cartone da svuotare e era lì da almeno una settimana quando ci accorgemmo che nella grande cucina c'era un topo. La sera chiudemmo la Nerina, una delle nostre brave gatte, nella stanza, e andammo a dormire. Dopo un'oretta si sentì rumore di sedie mosse e qualcuno che salta sul tavolo. Lasciammo passare qualche minuto e Mauro andò a vedere. La Nerina aveva ammazzato il topo, che oltretutto era un ratto grosso, non un topino campagnolo. Quando Mauro accese la luce la micia lo salutò con un miao molto gentile, lui si sbarazzò del cadavere e la mattina dopo frugai nel cartone. C'erano dentro dei vestiti e un vecchio accappatoio, il ratto ci aveva molto lavorato, rosicchiando e tirando i fili con le zampe, e l'aveva fatto diventare un grande gomitolo comodo, ci aveva fatto casa. Buttai via quella roba senza rimpianti, ma mentre la maneggiavo mi sembrò di provare le  emozioni del ratto. Solitario, con quella continua smania di rodere, acquattato, poveretto, in mezzo ai nostri vestiti. Per un attimo fui il ratto, e me lo ricordo ancora molto bene. 

La zia anziana di una signora per cui ho lavorato si sentì male. La nipote andò a darle una mano e cominciò col pulire la cucina. Le toccò stare un pomeriggio sotto il lavello, erano anni che nessuno puliva.

Anche le nostre case, per quanto belle e curate, sono tane. Ognuna col suo odore caratteristico, non sempre buono. Odore di cibo, di fritto, di certi detersivi molto "profumati", di muffa, di fumo...

In casa dei miei c'era odore di fumo di sigaretta. Fumavano tanto tutti e due. Non me ne accorgevo, c'ero talmente abituata! Me ne accorsi quando feci un viaggio di una settimana. Al ritorno in casa l'odore di fumo mi fece impressione. 

Casa nostra era stata sempre abbastanza pulita, nonostante gatti, cani e criceti che avevano vissuto con noi. Negli ultimi anni la mia mamma non teneva più bestiole, e aveva un indiano che andava un paio di volte la settimana a fare le pulizie. Lei teneva tanto alla casa, agli oggetti, aveva mobili pieni di serviti da tè che nessuno aveva mai usato, di vasi per fiori recisi, il servito di piatti col filino d'oro, quell'altro in ceramica di Deruta, e cassetti di centrini all'uncinetto e tovaglie... 

I mobili di cucina erano stati comprati nei primi anni sessanta, quando entrammo nella casa nuova, e erano di marca, la Snaidero. Erano giallo chiaro, alla mia mamma piaceva il giallo più di tutti i colori. Il pavimento era di piastrelle dipinte a mano con una margherita per piastrella, su un fondo verde, così che sembrava quasi un prato. Era tutto molto fresco e di buon gusto, e allegro. I mobili erano di metallo, verniciati a fuoco, ma usandoli per tantissimi anni certe parti si erano rovinate, così a un certo punto aveva fatto riverniciare gli sportelli da un carrozziere. La verniciatura resistette qualche anno poi cominciò a disfarsi e impastarsi. Sui ripiani, dentro i mobili, metteva della carta. Carta colorata, che comprava in rotoli e ogni tanto sostituiva. Ma alla fine mise carta di giornale. La volta che aprii il mobile per prendere le tazze e ci trovai la carta di giornale mi prese un'angoscia profonda, improvvisa. Era un segnale, non le importava più, stava abbandonando le sue abitudini e questo mi fece molto male, anche se poi mi chiesi se non fosse un gesto teatrale, come uno che tenta il suicidio per dire che ha bisogno di aiuto. Ma lei non voleva il mio aiuto, né quello di nessuno e io rimasi con la mia angoscia. 

Dopo un po' feci un bellissimo sogno. Sognai che ero andata a trovarla e aveva  comprato una bella cucina nuova splendente, gialla anche questa, con tutti gli elettrodomestici nuovi. Era molto contenta, anche se aveva speso tanti soldi. Quel sogno me lo sono tenuto da parte. Me lo ricordo ogni tanto, ora poi che abbiamo qui la mia suocera che praticamente ormai muore un pezzettino al giorno senza riuscire a staccarsi dalla vita. 

Adesso non posso rinnovare niente, anche per queste chiusure prolungate. Ma tempo fa, quando ci si poteva muovere un po' di più, ho comprato due belle sedie usate, e ora ho preso due piccole stelle di Natale da tenere come un mazzo di fiori sopra la tavola per questi giorni di dicembre. Ho fatto un paio di ghirlande natalizie e le ho regalate. Doman ne farò una per me. Ho messo delle decorazioni e, cosa più importante, ho svuotato il ripostiglio e buttato tanta roba che non serviva più. Due portabagagli pieni di robaccia. Mi ci è voluto del coraggio per affrontare l'impresa, è sempre difficile decidere di separarsi dalle cose, e scegliere quelle da cui separarsi, ma quando ci si riesce il senso di liberazione che si prova è impagabile. Ora si passa e si respira meglio. Mi aspettano lavoretti ancora più impegnativi per liberare altro spazio.  Devo sistemare la libreria che pende da una parte e togliere i libri e rimetterli sarà una faccenda seria. Ma sarà bello spolverare a fondo. Poi dovrò decidere cosa fare di alcuni mobili che ingombrano in mezzo. Ci vuole tempo per accettare che si vive anche senza tanta roba, che meno cose ci sono in mezzo, meglio si sta. Mi ci è voluto del tempo per accettare l'idea che alcune cose posso buttarle e sopravvivo ugualmente. Ho superato i sessantacinque anni. Questo autunno ho fatto uno scalino in discesa, mi sono saltati addosso parecchi dolori e quando mi guardo allo specchio vedo la donna anziana che sono. Dicevamo con un'amica che bisogna liberarsi di un po' di roba per non lasciare troppo ciarpame ai figli. E' una cosa che ho provato io solo vent'anni fa, quando morì il babbo e mi toccò di vuotare lo studio di ingegnere. Mi sentii un becchino, come se lo seppellissi un'altra volta. Ero disperata di non poter conservare tante cose, era il periodo della casa fredda e vecchia che dicevo prima e neanche le nostre cose erano al sicuro, lì. E di nuovo dopo, nel 2012, successe la stessa cosa con le cose della mia mamma. Tenni per un anno parecchi suoi abiti, camicie di seta, golfini. Poi feci un carico e detti quasi tutto in beneficenza. Cosa volevo dire? Non so benissimo..per un verso mi sembra bene prepararmi al distacco e alleggerire, sistemare i conti e buttare tutto quello che è inutile.  Per un altro verso voglio godermi la vita e rinnovare, arrivare in fondo più viva possibile.

mercoledì 25 novembre 2020

25 novembre giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

25 novembre giornata mondiale contro la violenza sulle donne. E' da stamani che con le varie celebrazioni mi sta venendo il nervoso e voglio provare a capire perché. 

Un po' dipende da me, che quando sento ripetizioni continue e tante banalità supero la mia già bassa soglia di tolleranza. 

Un po' dipende dal fatto che ci si ritrova anno dopo anno a dire le stesse cose, ma cambia poco, anzi aumentano le morti e il tg riportava notizia di due ultimi femminicidi avvenuti oggi. 

Mi infastidisce in partenza la parola femminicidio, è l'uccisione di un essere umano, ma capisco che si usa perché il fenomeno è ripetuto e macroscopico. Eppure la parola lo fa sembrare un problema femminile. La femmina buona, perché vittima, e il maschio cattivo e violento?

Ora dirò cosa penso io anche se forse non è politicamente corretto. Ma io non sopporto neanche il politicamente corretto. 

Penso che sia un problema di specie umana. Guardate la faccenda dal di fuori. Se i tori cominciassero a incornare le vacche e ucciderle penseremmo che sono ammattiti e che sono destinati all'estinzione. Che c'è un qualche meccanismo biologico, un ormone, un neurotrasmettitore, una mutazione, qualcosa che è andato per conto suo. Non ne so niente, eh, sparo a caso, come spesso sento fare in televisione o sul giornale Libero. 

Comunque: uomini che uccidono le femmine, e qualche volta anche i piccoli, uccidono il futuro.

Gli studi sui neuroni specchio dicono che nelle prime ore dopo la nascita, nei primi giorni e al massimo nei primi tre anni si decide chi saremo nella vita. Dopo, da adulti, per disfare quei primi guai occorrono anni di esperienze dolorose e anche di psicoterapia fatta bene. 

C'è da pensare che moltissimi in quel tempo iniziale ricevano un copione di vita in cui è scritta una storia di vittime e carnefici. In cui il maschio comanda e sopraffà la femmina e lei lo lascia fare. In realtà ci sono molte varianti di questo copione e per vederle basta leggere le storie di queste famiglie, ma anche coppie di fatto, o clandestine. Forse una cosa giusta l'ha detta Michela Murgia, non chiamatelo amore, l'amore non c'entra niente. Questo è possesso di un altro essere umano, disporne come di una proprietà. 

Quindi: 

1) non è amore 

2) è un copione che si ripete, una specie di schema che si ha in mente e ci appartiene, però attenzione, non appartiene solo al maschio violento, ma anche alla femmina che se lo sceglie. Una donna mi ha detto che il maschio è manipolatore e infido, la donna cade in trappola. La colpa è del maschio. In questo giorno qui bisogna raccontarsela così.

Non sono d'accordo, la responsabilità è del maschio per gli atti violenti e ci si augura che ne subisca le conseguenze, ma il cadere in trappola fa parte del copione assorbito. I manipolatori si riconoscono e c'è sempre un momento in cui si può uscire dal gioco. 

Se non si fa  è perché questo gioco è l'unico che conosciamo, l'unico che sappiamo giocare. Mi vengono in mente donne che conosco che sono state capaci di troncare una relazione in cui venivano sopraffatte solo per cercarne e ricrearne un'altra uguale, con lo stesso schema. Significa che lo schema è in te e che ti cerchi quel genere di uomo. Se non ti svegli continuerai finché vivi. 

Forse nella famiglia in cui sei nata il rapporto fra i tuoi genitori era fatto così, il babbo comandava e la mamma obbediva, magari non c'era bisogno di picchiare, bisognava solo lasciare le cose intatte per non avere conseguenze. Oppure valeva quella regola secondo cui le donne comandano, ma valendosi di mezzi "femminili", manipolano, rigirano, imparano a ottenere quello che vogliono girando intorno agli ostacoli, usando la seduzione. Certe volte lo dice il mio marito, che io sono la sua sette ottavi, non la sua metà, e sottintende che comando io. Oppure mi chiama il maresciallo. E' una visione bonariamente barbara e antiquata, banale, che mi fa parecchio arrabbiare, anche perchè non è vera.

C'è da chiedersi come mai i casi di uccisioni di donne siano così tanti e la risposta è, forse, che si tratta di un fenomeno culturale 

Cerco in rete una definizione di cultura:

 Secondo la concezione di Tylor (antropologo inglese - 1871), si definisce cultura quell'insieme di segni, artefatti e modi di vita che gli individui condividono.

 Questo è da Wikipedia: ...grosso modo oggi (cultura) è intesa come un sistema di saperi, opinioni, credenze, costumi e comportamenti che caratterizzano un gruppo umano particolare; un'eredità storica che nel suo insieme definisce i rapporti all'interno di quel gruppo sociale e quelli con il mondo esterno.

Parliamo di cultura, in senso antropologico, ma l'uomo è un animale, che faticosamente cerca di evolversi. Negli animali parliamo, per gli stessi fenomeni, di etologia, studio delle abitudini, e riguardo ai rapporti fra maschi femmine dovremmo parlare, anche per l'animale uomo, di etologia. Perché questo rapporto femmina maschio, su cui incidono la soddisfazione sessuale, la riproduzione e la tenuta della famiglia comunque formata, è il rapporto base per la continuità della specie e è molto "animalesco". Abitudini acquisite e radicate, difficili da estirpare. Una cultura molto animalesca, in cui il maschio non sopporta di rinunciare alla "propria" femmina? Non le riconosce alcuni diritti fondamentali?

Ma anche una femmina che pur avendo studiato, avendo un proprio lavoro e essendo in grado di svolgerlo, ricevendo un compenso equo per questo lavoro, essendo quindi a tutti gli effetti autonoma, accetta di legarsi in un rapporto in cui la sua autonomia è negata. Un rapporto in cui è sottintesa la superiorità del maschio, che invece magari è meno intelligente, meno sensibile, meno bello perfino, forse guadagna meno e svolge un lavoro più umile, ma è maschio. 

In questi ultimi anni è capitato anche in case che conosco bene che il marito, un professionista affermato o un imprenditore, abbia visto diminuire tanto i propri guadagni per la crisi economica e in breve tempo lo stipendio della moglie, prima ritenuto poco significativo, sia diventato la vera ancora di salvezza della famiglia. Famiglie che hanno subito uno scossone dalle fondamenta! Solo cose come l'affetto sincero, la stima, il rispetto reciproco, e la capacità di pensare hanno consentito alla struttura di restare in piedi. Una struttura che non è solo un'impalcatura vuota, ma è piena di valore. Queste cose sono passate di moda da un po'. 

Nel ventennio berlusconiano abbiamo visto imporsi un modello diverso. In nome di un concetto di libertà piuttosto vago e consistente piuttosto nel "fare che cavolo mi pare" si è proposto un modello femminile ammiccante, seducente, di donne fisicamente perfette. Ma quale perfezione? Donne che assomigliavano a bambole gonfiabili, tutte uguali, e dove se il gonfiore, la turgidezza ritenuta necessaria, non c'era, niente paura, si rimedia. E ecco un fiorire di cliniche estetiche, con chirurghi estetici che diventavano piccole star televisive, e sotto la pressione di questi esempi rimandati in modo martellante ogni pomeriggio,  ecco ragazze che, giovanissime, già si vedevano brutte e non adeguate, e chiedevano ai genitori come regalo di compleanno di rifarsi il seno o le labbra. Questo, vi ricordate? è successo solo alcuni anni fa. Le giornaliste e conduttrici delle tv berlusconiane si presentavano vestite di abiti aderenti e ridotti nei punti giusti, e per non perdere ascolto venivano imitate da quelle della tv pubblica... è stato veramente un ventennio di cacca. Nel link trovate un post di quegli anni. E i maschi, poveretti? Il modello maschile corrispondente era e è drammatico...maschi gonfi palestrati e depilati sempre sicuri di sé, ma semianalfabeti, capaci di mettere insieme un discorso in cui emergono pezzi di sceneggiature di serie americane, ma senza senso compiuto, oppure gay ma sempre sopra o sotto le righe...Il femminismo, anche se si sbandierava come scudo per tutta questa robaccia, era andato a farsi benedire. Col risultato che la paghiamo anche in termini di vite di donne, perchè il putridume mentale ha iniziato lì a essere nutrito e crescere, allo scopo di anestetizzare i cervelli, e ancora tante persone, fra i social media e le tv spazzatura, pensano di vivere in una soap opera. Ho dato spazio alla mia personalità da Savonarola, e ho finito.