sabato 4 ottobre 2014

i cervi di Paneveggio



Come una cerva anela ai corsi d'acqua
così la mia anima anela a te , o Dio











giovedì 2 ottobre 2014

Un torrentello nel bosco

Cammino in giardino e guardo intorno. Non ho piantato annuali, quest'anno, per esempio mi mancano i colori e il profumo delle cosmee, che mi piacciono tanto. Però alcune piante, dopo 14 anni in questo posto, sono arrivate a maturità. E' una soddisfazione  che una creatura arrivi al suo culmine, mentre qualcun altro si perde, purtroppo. Alla fine di settembre il miscanthus zebrinus comprato dai ragazzi dell'Erbaio della Gorra dà il meglio di sé. I ciuffi di infiorescenze color bronzo hanno raggiunto i due metri. Il mio non è un giardino ordinato e preciso, ci provo, ma non riesco tanto. Il fatto è che mi piace che le piante crescano in forma libera, unendosi e mescolando i fiori, come succede ora fra una varietà di settembrini viola e i fiori di una salvia rossa. Rosso e viola è un accostamento choc che mi piace moltissimo. Poi però le masse dei settembrini sono tutte in viola e rosa sfumati. Anni fa venne un ragazzo a trovarci. Questo giardino mi piace, disse, anche la mia mamma ne fa uno così: selvaggio. Non sapevo se sentirmi lusingata o un pochino offesa, non mi pareva per niente selvaggio, ma piuttosto ben curato. Eppure la sua natura viene colta da chi viene e  questo ragazzo era un ingegnere abituato mentalmente all'ordine. Il giardino, con le piogge frequenti, è rimasto verde, e ho dovuto tagliare l'erba del similprato diverse volte. Finalmente si è ben sviluppato l'Helianthus Lemon Queen, che avevo comprato tanti anni fa da Didier Berruyer. Questa pianta ha un gran nome, ma non è che un cespuglio di girasoli perenni, o margherite gialle. Si potrebbe dire, come chi sostiene che non esistono più le mezze stagioni, che invece quest'anno sono mancate le stagioni intere, con l'inverno che è stato un lunghissimo autunno e l'estate che è stata una ancora più lunga primavera. Non ho annaffiato quasi mai, che significa tanto lavoro risparmiato. Ci sono state tante cose in questa estate. Le ragazze sono tornate a casa per un pò, prima l'una poi l'altra. Ora c'è la più grande che a giorni fa la laurea definitiva e non la vediamo mai, perché sta sempre all'Università. Un gran traguardo, per noi e per lei. La più piccola è stata qui a lungo e la sua presenza è stata un vero dono. Ora è andata a vivere col suo ragazzo lontano da qui. Mauro ha detto che prima di andarsene è venuta a prendere la forza per fare il salto a casa, dalla sua famiglia. Non so dire il calore e la gioia della sua presenza, solo se ci penso mi vengono le lacrime agli occhi. Le case e i giardini sono niente senza l'amore, eppure in qualche modo è la cosa più difficile e preziosa da coltivare. Un giorno siamo andati insieme in questo posto, nei boschi vicino a Monte Casale. Ci siamo andati noi tre, lei, io e il babbo che ha fatto le foto. 
qui sembra che qualcuno abbia spezzettato del materiale azzurro fra i sassi, ma è solo il riflesso del cielo sull'acqua









martedì 30 settembre 2014

chiacchiere


L'ultimo post di foto di Mauro, quello sui cervi del bosco di Paneveggio, ha avuto un gran successo, naturalmente considerando la media delle visite a questo blog. La cosa mi infastidisce un pò, che si vada a vedere delle foto piuttosto che leggere degli scritti, ma lo so che è normale! Più facile e immediato vedere che leggere. 
Come va? Dice Sari che ogni tanto si affaccia a controllare come sto.
Cara Sari, durante gli ultimi mesi ho toccato con mano cosa significa il verbo invecchiare. Sono caduta un paio di volte, una volta al lavoro e un'altra durante una passeggiata. Due scivolate simmetriche, una di qua una di là. Mi sono tenuta con le braccia e mi sono rialzata subito, ma poi, nel corso dei giorni, hanno cominciato a farmi male sia il collo che le braccia. La notte è un'avventura girarsi nel letto. Una vecchia. Aggiungiamoci altri due o tre disturbi cronici o quasi e il quadro è completo. Fermarsi non è utile, se ci si ferma ci si immobilizza. Tutta colpa delle scarpe. Comprai queste scarpe in un negozio qua vicino e andai al lavoro con le scarpe nuove. La Giusi notò le scarpe e mi chiese quanto le avevo pagate. 49 euro, mi pareva tanto, ma speravo che durassero più delle ultime, che le avevo pagate poco e dopo tre mesi erano aperte come pesci, con la suola scollata. La Giusi mi chiese se potevo domandare il prezzo delle New Balance della sua misura. E che sono le New Balance? Chiesi io. Il cameriere napoletano mi guardò come se fossi completamente matta. "Che so' le New Balance? Ma sei scema? So' le scarpe che hai appena comprato, che hai ai piedi!"


Che ne so io che si chiamano New Balance! Che me ne importa come si chiamano, l'importante è camminarci bene, che mi durino abbastanza e anche non scivolare...










Io, per me, sono dell'idea che non dovrei essere io a pagare per avere addosso nomi o sigle, ma gli altri a pagare me per portarmi sui vestiti o sulle scarpe il nome di qualcun altro. Ogni tanto, spesso, in pizzeria facciamo queste scenette da teatro, involontariamente comiche.
 Un altro collega di pizzeria relativamente nuovo ha visitato il blog e ha detto che di tutto parla meno che di fiori e giardini. Ahimé!
Eppure posso assicurare che il giardino quest'anno è proprio bello. 
Non ho potuto fare grossi lavori ma ho tenuto in ordine. Ora, con tutta l'acqua dell'estate, fioriscono i settembrini e gli anemoni del Giappone, i solanum e le salvie microphilla, e ancora le gaillardie...Per ora non posso fare che questo, mettere qualche foto di un giardino che sopravvive nonostante tutto.

domenica 10 agosto 2014

La quercia

 Ho un'amica, la Luisa, di cui ho parlato qui e qui. E' più grande di me, ha più di settant'anni, è stata un'insegnante e una volta in pensione ha fatto dei corsi con gli psicologi Bermolen, che le hanno insegnato alcune tecniche pedagogiche di aiuto. Qualche anno fa ogni tanto andavo da lei e mi diceva: vediamo come ti vanno le cose.
Mi dava un foglio e mi proponeva di disegnare qualcosa. La prima volta mi chiese di disegnare un albero. "Come vuoi, velocemente, non importa la tecnica, è l'immediatezza che conta." 
Il mio albero, però, non stava tutto dentro il foglio. 
Lei lo guardò e scosse la testa. "Vedi che non lo fai entrare nel foglio? Non va bene! Forza, ricomincia e come esercizio devi riuscire a disegnarlo tutto nei limiti!"
La Luisa è molto simpatica, ma anche autoritaria, a volte, sempre a fin di bene. Le sono molto affezionata. Ricominciavo e succedeva sempre la stessa cosa, disegnavo le radici, cercando di ridurle, e il tronco, cercando di stringerlo, ma arrivata alla chioma era una vera sofferenza costringerla dentro le linee che delimitano il foglio. Disegnavo l'ultima foglia come ripiegata nel margine, ma sapevo che  moltissimi altri rami fogliosi  non li avevo disegnati, ma C'ERANO!, e stavano fuori. 
Questa faccenda è successa più volte, anche se io le dissi, già la seconda volta, che ormai sapevo cosa significava l'albero, e non sarei stata più spontanea!  
L'albero ero io, secondo la sua interpretazione. Non che ci siano altre chances, l'albero non può essere un'altra cosa. Non importa, diceva lei perentoria, anche se lo sai  funziona lo stesso!E funzionava davvero perché l'albero, il mio albero, cercava sempre di scappare dai confini. Tutto questo per la potenza dei simboli, a cui non ci si può sottrarre.

Mi sentivo in imbarazzo e leggermente in colpa per questo. E mi chiedevo perché. Ora ho capito. 

Qualche giorno fa Grazia, che ha il blog "Senza dedica" ha pubblicato questo post che riguarda un dipinto di un pittore francese, Gustave Courbet, raffigurante una quercia. "La quercia di Flagey".

La quercia, dice Grazia, occupa, con la sua chioma verde, tutto lo spazio della tela e i rami, pieni di foglie, sembrano talmente vitali da oltrepassare i bordi della cornice. 

Quest'osservazione mi ha fulminato.
C'è voluta la Grazia e il suo post per accendermi il cervello, ma è anche vero che le cose che ci toccano in profondità fatichiamo a capirle. 


Un cirmolo! Neanche questo sta nei limiti...

Il mio albero è molto forte e insofferente dei limiti. Nella vita infatti metto in piedi diverse cose contemporaneamente, intraprendo diversi progetti e li lascio tutti aperti, chiaro che poi realizzarli è difficile, ma pare che io funzioni così, se non ho molte cose in mezzo non sto bene, seguirne una  sola mi annoia, peggio: mi fa sentire in gabbia! Questa cosa irrita moltissimo mio marito, che è placido come un mare calmo. A lui vengono delle idee subitanee, a volte, grandiose ed esagerate, che sviluppa con la fantasia in modi complicati, ma poi le abbandona volentieri, riconoscendo che sono sogni, lontani dalla realtà. Gli da fastidio che io sia irrequieta e sempre piena di progetti. "Lo capisci che tutte queste cose non le puoi fare?" Mi grida certe volte."Almeno pensane una per volta!"  E questa è una faccia della medaglia. 

D'altra parte l' esagramma  60 dell'I Ching è la DELIMITAZIONE.

Moderazione. E' necessario avere un comportamento rigoroso, limitarsi negli eccessi e nella  grandezza dei propositi poiché non ci si può espandere all'infinito. Occorre imparare a riconoscere i nostri limiti e non forzarli a tutti i costi, riuscire a stabilire quali siano i confini necessari per riuscire a vivere in maggiore armonia con noi stessi e col mondo, senza nemmeno eccedere nelle restrizioni.

Ho travato questa versione in un sito Internet. Ecco che la Luisa aveva ragione, si deve stare dentro i limiti del foglio, ma almeno, dopo le parole illuminanti della Grazia , ho le cose più chiare. Penso che si imparino cose su se stessi fino all'ultimo , prima di morire, se ancora si capisce qualcosa.

 

venerdì 8 agosto 2014

pieghe di Porfido

incantamento davanti alle pieghe di Porfido
Una vacanza può essere breve, ma vissuta intensamente. Così mi capita da qualche anno, pochi giorni, ma assaporati istante per instante e con tutti i sensi. Anche con la mente: il Trentino è molto adatto a questo, perché vedi, senti, annusi e percepisci tante cose, e potresti lasciarle lì come impressioni, ma se poi vai al Centro dei visitatori di Paneveggio entri in un percorso ( odio questa parola, ma mi tocca usarla) che permette di approfondire e emoziona. Oppure vai al museo geologico di Predazzo: non ci siamo stati, ma già leggere un depliant è stato utile, la prossima volta ci andremo. E d'altra parte dalla memoria riaffiora una passeggiata di tanti anni fa in Val Badia: la cartina con il percorso diceva che si trattava di una zona di fossili. In un tempo lontanissimo, alla fine non importa quanti milioni di anni fa tutto questo sia avvenuto, per noi che viviamo un istante rispetto ai tempi geologici, in quel tempo lontanissimo lì dove ci trovavamo c'era stato il MARE. Ancora si trovavano conchiglie e resti di animali diventati pietra, diceva il foglio scritto. Le bambine erano curiose, e noi anche, e anche le altre persone che erano con noi, due famiglie genovesi incontrate in vacanza. Arrivammo in un posto ai piedi di una discesa morenica, tanti sassi grandi e piccoli, il solito panorama che leva il fiato delle cime sopra di noi fatte appunto di questa roccia chiara che al sole del tramonto diventa rosa. Dove saranno i fossili? Ci si domandò. Bisognerà sapere dove cercare... non importa trovarli, è bello anche solo sapere che qui in alto, dove ora è tutto arido e duro, una volta non era in alto, ma in basso e in profondità, e poi la terra ha sollevato tutto e ha cambiato la natura del luogo fino a farlo diventare asciutto e freddo, casa di piantine che restano piccole e ancorate al suolo, con la forma di cuscini (pulvini)... Mentre aprivamo gli zaini per tirar fuori i panini i bambini si sparpagliarono per la discesa morenica. Guardavano i sassolini uno a uno, come fanno i bambini... le mie figlie tornarono subito: "Mamma, ma questo non è un fossile? E' una conchiglia.." L'entusiasmo li fece scatenare. Mi misi anch'io a cercare a sedere in su. Ogni sasso era un pezzo di fondo marino, e quasi su ognuno si potevano vedere conchigline tipo telline, come su un bagnasciuga dell'Adriatico, solo che questo era di milioni di anni fa. Ogni tanto trovavano anche delle conchigline a chiocciola. Che bella lezione di paleogeologia a cielo aperto!




Le Dolomiti sono un immenso museo geologico. La Val di Fiemme ha montagne scure di roccia porfirica, il porfido dei marciapiedi!, che una volta, 260 milioni di anni fa, era il fondo di un vulcano, alzato e portato alla luce dalla Terra che si muove perché è viva.
Le cime delle Pale di San Martino invece sono di dolomia chiara e la differenza è molto evidente, si vede salendo il passo Rolle dove questi due tipi di rocce si incontrano. 
I minerali erano la mia passione, insieme alle conchiglie, fino da piccola. Il mio babbo ogni tanto arrivava a casa con un"sasso", li chiamava così, minimizzava, e portava una pietra rivestita di cristalli trasparenti, o di cristalli regolari e scuri, di pirite. Io li mettevo sullo scaffale dei tesori. Se si va a vedere bene gli interessi, le passioni, la capacità di godere delle cose vengono sempre da lontano... noi li riceviamo dalle mani di chi ci vuol bene e ci precede e li consegniamo nelle manine avide di sapere di chi ci segue. Abbiamo fatto queste foto per la nostra figlia più grande, che è geologa. Quando andai la prima volta in montagna al ritorno scrissi una "poesia", diceva così:

Rovina torrente,
puro e freddo, 
sceso bambino dal ghiacciaio,
ora, tuoni il tuo chiasso improvviso 
sui massi grigi.
Sulla tua acqua rotta
color del cielo
è raccolta la mia vita assetata
 bevo con tutta l'anima
a queste montagne, 
specchio di Dio.

Si capisce, andavo da Don Sergio... ma l'emozione è identica, solo che questa signora di ora non è più capace di esprimersi così



plasticità delle rocce

martedì 29 luglio 2014

Il porcino

Eravamo in montagna da un paio di giorni. Un giorno era piovuto e  avevamo tentato di andare a visitare il museo geologico di Predazzo, che era chiuso, di visitare ugualmente un negozio di stufe in ceramica, chiuso anche quello, di individuare una fabbrica di case in legno, vista durante il viaggio di andata e mai ritrovata... Il giorno che era piovuto era da dimenticare. Quello dopo, però, fin dal mattino presto si era presentato attraente. Il cielo era terso, questa bella parola in disuso che mi fa venire in mente un lenzuolo pulito di bucato sbattuto forte al sole. C'era solo qualche nuvola candida che correva nell'azzurro. Avevamo lasciato l'auto all'inizio di un largo sentiero, una carrabile chiusa da una sbarra, che serve ai residenti per il trasporto della legna. All'inizio della strada un palo con una serie di piccoli cartelli che indicavano tante direzioni: il forte Dossaccio, la malga Bocche, il lago Bocche e altre più lontane... i cartelli hanno sempre, per me che devo incamminarmi, il fascino delle nuove possibilità e mi fanno venire una punta di eccitazione in fondo alla spina dorsale. Che ci sarà di là? E di là? E come sarà il lago? Sapevo bene che dopo un pò quell'eccitazione si sarebbe trasformata in un'altra cosa, fatica e un inizio di noia, e la voglia di tornare indietro, o fermarsi... nel cammino c'è sempre quel momento, almeno per me, e sapevo che l'avrei superato, o ci avrei provato. Ci incamminammo e l'aria era fresca  e  perfino fredda e il bosco intorno verdissimo e quasi indifferente a noi che procedevamo lenti, per evitare di avere subito il fiatone. Solo le cornacchie, in alto, avvisavano che stavamo passando: umani sulla via!
Mi pareva di nutrirmi attraverso il naso e gli occhi: odori di bosco umido e alberi dritti, così dritti che vederne solo uno storto dava la sensazione di infermità. Mi fermavo spesso: al margine della strada un fiore aveva attirato la mia attenzione. Erano fiori già incontrati tanti anni prima e rivederli era rivedere un amico: un cespo piccolino di Pinguicola. Il nome, ritrovato nel ripostiglio della memoria, saliva da solo alle labbra e lo pronunciavo ad alta voce, poi più piano, per non irritare mio marito. Non voglio fare la maestrina. Pinguicola: piantina delle zone umide, una piccola gola colorata, petali blu/viola... cattura gli insetti.. non ricordavo più se era il fiore o la foglia a farlo...
Avanti sulla strada. Una pigna quasi blu. E rotonda. Non è di abete! Da dove è caduta? Alzai gli occhi e vidi fra i pecci un pino cembro. La pigna era sua. Che profumo! 
La misi, incartata, nello zaino. Forse era vietato anche quello, come era vietato raccogliere funghi, sciogliere i cani, disturbare i selvatici, accendere fuochi... tanti divieti, ma li capivo, era come camminare in un santuario, anche se si trattava di un bosco ceduo. Ma come si fa a non portarsi via qualcosina? Ora c'era una pianta di trollio: trollius europaeus, una specie di grande ranuncolo giallo con molti petali avvolti uno sull'altro, una palla carnosa e fresca. Che meraviglia! La stessa provata a 15, 16 e 17 anni, le prime volte che salivo in montagna.
Mauro mi chiamò, era salito al margine della strada e c'era qualcosa: un porcino! Un porcino enorme, del diametro di almeno 20 centimetri, cappella circolare, rotonda, lucida e intatta, gambo carnoso e perfetto!
Mauro, che è un cercatore di funghi molto bravo, scostò i rami tagliati di abete e trovò altri tre fungoni, di cui uno già mezzo marcio.
L'entusiasmo si espresse sottovoce, perché poco lontano, al tornante precedente, c'era un uomo che puliva intorno agli abeti. 
"Erano anni che non vedevo un porcino nel bosco, e questo è enorme!"Dissi io, che tutto trovo meno che funghi.
"Risotto per almeno dieci persone!" 
"E fritto come sarebbe?"
"Lo prendiamo?"
"E' proibito! Se ci trovano!!"
"Sì, poi dobbiamo ancora camminare tanto e nello zaino si sciuperebbe..non lo prendiamo, ma ricordiamoci il posto.." 
Mauro mise un segno di riconoscimento e si guardò intorno, alcuni alberi erano segnati di vernice rossa. Forse significava che dovevano essere abbattuti. "Questo posto lo ritroviamo di sicuro. Poi decideremo.." Fra gli abeti corse via una lepre. Mauro disse: "Una lepre variabile! Porta bene, una lepre!" Era la seconda che incontravamo dall'arrivo in Val di Fiemme.
Camminammo ancora a lungo,  sempre da soli, la strada saliva in tornanti che però non ci stancavano, con tutte le cose belle da guardare, finché arrivammo ad un pianoro, con un ponticello su un piccolo torrente, dove c'era una famiglia, babbo mamma e due bambini piccoli. Sorridevano, i bambini erano stanchi di camminare. A noi parve di vedere la nostra famiglia tanti anni prima. 
Il panorama si allargò all'improvviso e verso est apparvero le Pale di San Martino. Ah! Ora camminare era lieve, bastava agganciarsi alla visione e si era trascinati da quella. 
La malga era vicina, Mauro fece tante foto e io guardai soltanto. Puoi fare tutte le foto del mondo, ma bisogna esserci. Patrimonio mondiale dell'Umanità. Questa visione è Patrimonio mondiale dell'Umanità. Ci deve essere del buono negli uomini per dichiarare una cosa immateriale, un panorama, un'immagine, patrimonio mondiale dell'Umanità. Significa che se si perdesse si perderebbe una cosa preziosissima. E poi immateriale? Certo, immateriale è l'immagine sulla retina dell'occhio, ma materialissima è questa terra, e tutta la storia di migliaia di anni di pascolo, lavoro, frequentazioni e salite in quota... è natura fortemente antropizzata! Mi tornavano in mente certe parole di Reinhold Messner, quando diceva che il territorio alpino era il risultato del lavoro dei contadini/allevatori sommato alla natura. Noi siamo natura. Ero commossa, per i pensieri, per la bellezza e l'armonia del contrasto fra i pascoli e le alte vette rocciose.
In basso una mandria di mucche scampanellava forte. Due vitelli giovani: uno fermo e l'altro che gli correva incontro, non si capiva se era festoso o aggressivo. Frenò prima dello scontro, e cominciarono a giocare dandosi delle testate affettuose. Animali liberi e felici. 
Decidemmo di procedere ancora un pò verso il lago Bocche, anche se in quella direzione il cielo era grigio cupo. Era diverso da qualche anno prima, quando ci sentivamo obbligati a raggiungere la meta. Possiamo anche tornare indietro, ci dicemmo, e  così andammo avanti. Il paesaggio ora cambiava del tutto. Il bosco fittissimo di abeti si diradava, comparivano larici e pini cembri, poi c'erano solo loro, molto più distanti uno dall'altro, e in mezzo una radura attraversata da un piccolo torrente che si divideva in tanti rivoli: un prato bagnato di alta montagna. Poco dopo, quando il sentiero ricominciava a salire, le radure erano ricche di felci, rododendri fioriti e massi erratici, si chiamano così le grandi rocce trascinate a valle dai ghiacciai. Il giardino di Dio, pensai io, che giardiniere ispirato! Una cornacchia ci precedeva e annunciava il nostro passaggio. Ogni tanto Mauro le faceva il verso e le gridava di stare zitta. Camminammo ancora fino ad una capanna segnata sulla cartina, ma il cielo era veramente scuro e minacciava pioggia, decidemmo di tornare indietro. 
Ci si fermò a mangiare alla malga, davanti alle Pale di San Martino velate o coperte da nubi rapide che ne nascondevano solo delle parti. Se fosse la camminata o il panorama non so, ma la polenta calda con i funghi e la tosella era buona almeno il doppio di quanto mi sarei aspettata!
Dovevamo tornare a valle. Scendemmo per la strada di prima e quando pensavamo di essere vicini al Fungone cominciammo a guardar bene sul lato della via.  Non ci era uscito di mente. 
"Non lo possiamo prendere." 
"No- dissi io- ma almeno rivederlo..."
Non c'erano più nemmeno gli abeti segnati di rosso.  Li avevano già abbattuti e portati via. Mi sembrava di essere Pollicino quando aveva lasciato le briciole di pane per ritrovare la via: qualcuno le aveva mangiate tutte. Pazienza! Mauro però non si arrendeva: tornò indietro e cercò come un segugio, alla fine trovò il posto dove, dei fungoni, restava solo un pezzo di gambo.
"Li ha presi quello della legna.."

"Forse ci ha sentito esclamare.."
"Ma l'abbiamo fatto sottovoce..."
Ora ridevamo.  Anche i ligi trentini trasgredivano! Il fungone, anche se non l'avevamo preso, aveva portato allegria. Mi sembrava di essere ricca: di aria buona, di visioni bellissime, di pensieri, di un fungo che neanche potevo mangiare!

domenica 27 luglio 2014

panorama d'estate in val di fiemme: alberi che suonano

Prima di tutto un grande saluto ai blogger amici , soprattutto signore, a Sari , Loretta, Cinzia, Strega e tutte le altre e gli altri. Siamo stati qualche giorno in val di Fiemme. Come mi piace la montagna! Direi che è proprio amore. Non uso spesso questa parola, e quando la uso vuol dire che sono davvero coinvolta.
Amo molto anche questo posto in cui vivo e mi rendo conto che tante persone ci invidiano il fatto di abitare nella campagna toscana; più passa il tempo e più lo apprezzo e me ne sento parte.  Eppure quando con l'auto saliamo le lunghe strade di montagna, i tornanti che si susseguono fra boschi e prati, ho la sensazione di tornare a casa.
L'acqua del Travignolo
Sono stata in montagna la prima volta con Don Sergio, che insegnava al liceo e aveva raccolto un gruppo di ragazzi a cui proponeva attività e vita comune durante tutto l'anno e in estate una vacanza/seminario di dieci giorni in luoghi delle Alpi sempre diversi. Quella prima volta ( la prima per me , che

Il ponte elfico sul Travignolo





avevo 15 anni) andammo ad Auronzo di Cadore, in riva ad un piccolo lago fra i boschi. Di solito andavamo in case di religiosi, strutture spartane e essenziali con camere a 4 o 5 letti e bagno comune.  Se non sbaglio non c'era nemmeno l'acqua calda, ma io, eroica, mi facevo la doccia lo stesso volentieri con l'acqua ghiacciata di montagna. Era una casa di suore, abbastanza arcigne e infastidite dalla nostra confusione. Forse avevano ragione: eravamo sempre tanti, ora non saprei dire, ma circa quaranta adolescenti, per quanto liceali piuttosto beneducati, possono essere difficili da sopportare. Le suore, quella prima volta, cucinavano davvero male, le pietanze avevano un gusto tutto uguale, che somigliava alle facce antipatiche delle religiose, ma noi assaporavamo altre esperienze, la compagnia reciproca, la fatica delle lunghe escursioni, l'aria profumata di resine, erbe e fiori, l'acqua limpida dei torrenti e le parole del Vangelo che colavano su di noi come una pioggia d'oro. Mi ricorderò sempre una ragazza nuova, che era con noi per la prima volta, la Lella, che veniva da un'altra scuola, non dal nostro liceo, e io la snobbavo un pochino. Entrò nella camera che ci avevano assegnato, se non sbaglio con noi c'erano anche la Ida e la Silvana, che era più grande, a cui forse Don Sergio aveva assegnato un compito di sorveglianza di noi più piccole. La camera era semplicissima, ma aveva il pavimento e le pareti di legno, e per tutte noi era una piacevole novità. La Lella, per la felicità di tutto, della camera tappezzata di legno, di dormire tutte insieme, di stare insieme per tanti giorni, si mise a ridere e gridare e saltare sul letto! Me la vedo ancora rimbalzare come una molla! Il letto alla fine era una cuccia. Era impossibile non volerle bene  e tutto il mio snobismo fu spazzato via dal suo entusiasmo! In effetti credo che sia sempre una donna meravigliosa. Uscite dalla casa la prima piccola passeggiata intorno al lago mi fece scoprire i fiori alpini. Erano dappertutto! I prati, i bordi delle strade erano disseminati di margherite, campanule, achillee, centauree, myosotis, e le sponde dei corsi d'acqua erano invase da fiori di cui allora ignoravo i nomi. In seguito li andai a cercare nei libri. Credo che quelle vacanze in montagna siano una delle origini della mia passione per il giardino. 

In seguito Mauro e io siamo andati in montagna parecchie volte, anche con le nostre bambine. Fino ad alcuni anni fa desideravo salire, andare in alto, sempre più in alto. Quest'anno ho apprezzato tutto. Il secondo giorno abbiamo fatto una meravigliosa passeggiata in piano intorno al lago di Paneveggio, nel bosco dove crescono gli abeti di risonanza, chiamato anche la "foresta dei violini". Il legno di questi abeti rossi, per le condizioni climatiche e il terreno in cui vegetano, si presenta omogeneo, con anelli di crescita equidistanti e quasi privo di nodi. Riporto qui un brano pubblicato dalla Provincia di Trento:

nell'ambito del legno pregiato per la costruzione di strumenti musicali viene chiamato "Mondholz", legno lunare, quello di abete rosso (Picea abies Karst), tagliato nei giorni seguenti il novilunio di dicembre. Una parte dei tronchi ottenuti vengono immessi nel torrente Travignolo dove l'acqua invernale provvederà ad accarezzarli, scuoterli, farli vibrare e suonare. A maggio verranno prelevati e lavorati per ricavarne tavole di legno "lavato". Questo legno, apprezzato da numerosi liutai, si distingue per leggerezza e ricchezza di vibrazioni armoniche che riesce a produrre e trasmettere all'intero strumento musicale.

Metto qui due link per chi è curioso : questo e questo. La presenza degli abeti maestosi, l'acqua che scende pulita e fredda fra i massi scuri di rocce vulcaniche, la luna in cielo che dialoga col legno e con le creature del bosco e infine la musica degli uomini, attività puramente creativa e gratuita che ha bisogno per esprimersi di quel legno e di quei boschi, tutto questo fa  sentire immersi in una dimensione che non direi magica, ma veramente Umana, l'unica dimensione reale che nutre e fa crescere le parti migliori di noi. Una vacanza in questi posti è un'esperienza da custodire e non, come dire, uno status symbol da esibire.