lunedì 31 dicembre 2018

auguri

E' il 31 dicembre 2018 e io mi fermo un pò qui. Il mese che mi piace tanto è passato in un soffio, una corsa, dai primi giorni che ancora coglievamo le olive, poi mi sono un pò ammalata ma non mi son potuta fermare, ho fatto un paio di decorazioni di Natale e ho lavorato lavorato lavorato. Poi c'è stato un dente da devitalizzare e ancora di corsa avanti...è arrivata la mia figliola dal Galles...sono arrivata alla fine del mese senza aver riflettuto, passeggiato, senza essere più stata all'aperto, senza aver avuto modo di prendere qualche regalo per i miei, con una brutta sensazione di essere mangiata dalle cose che succedono, che il tempo mi scorresse fra le mani come la sabbia in riva al mare. Oggi mi fermo. E' stata una giornata fredda di sole invernale, breve e bellissima, di quelle che si vorrebbe non finissero mai. Saluto chi passa di qui. Sari, che mi ha già lasciato i suoi auguri. Abbiamo davvero bisogno di un nuovo anno che sia gentile, Sari... saluto Alberto, Gianni e tante persone che conosco dai commenti e che non conosco, che non lasciano traccia. Auguri ancora e sempre di un mondo migliore, anche se sembra di fare come il gambero, tre passi avanti e due indietro.  Bisogna crederci

mercoledì 19 dicembre 2018

Il cerchio dell'anno, la rinascita e il cane diventato proprietario

Come sempre, in questi giorni che per convenzione consideriamo finali, molto invece rinasce. L'anno a queste latitudini è un cerchio ininterrotto in cui, ora che fa freddo, la vita invece per alcune piante ricomincia: la morte e la fine erano prima, a fine ottobre, che era ancora estate e mancava l'acqua essenziale per ripartire, ma ora anche se gela tante piante sono rispuntate dalla terra con prepotenza, e sono molto belle.  Spuntano le iris olandesi, che sono le prime, insieme alle foglie verde cupo delle sternbergia e di certi bulbi che io chiamo gli scapoli, che non hanno mai fatto fiori, a memoria mia, e infittiscono ogni anno senza partecipare in alcun modo alle danze amorose. Gli acanti, assorbita la pioggia, sono abbondanti! I noccioli, che pochi giorni fa avevano ancora tutte le foglie, le hanno perse tutte insieme e lasciano filtrare  il bel sole di dicembre attraverso la trama dei rami già ornati dei pendolini dei fiori. La lonicera è puntuale all'appuntamento e apre i suoi fiorellini crema di cui ora non sento il profumo per il raffreddore, ma tanto fiorisce fino a marzo. Gli ellebori si preparano allo show. Insomma il giardino è più vivo ora che d'estate ed è un piacere starci in mezzo. 

Ho preparato la solita ghirlanda di abete, finto, per la mensola del camino. Bisogna farla finta perchè il calore che si sprigiona al di sotto seccherebbe e farebbe diventare grigio qualunque vegetale. Volevo aggiungere un elemento vivo e più "naturale", ho guardato fuori e ho pensato di usare i baccelli penduli del glicine, grandi, belli e coperti di peluria, ho fatto dei mazzetti e li appoggiati all'inizio e alla fine della ghirlanda. Giorni fa avevo avuto ospiti nel B&B e un bambino molto simpatico, Diego, aveva voluto che gli prendessi un paio di questi baccelli. Gli avevo raccontato, a lui e alla sorellina, che a febbraio, in certe giornate asciutte, i baccelli scoppiano con un rumore come un petardino, e lanciano via i semoni tondi e schiacciati contenuti all'interno. Non avevo pensato che il calore asciutto di casa avrebbe fatto lo stesso effetto. La sera al ritorno dal lavoro Mauro ha detto che i baccelli non avevano fatto altro che scoppiare tutta la sera e c'erano sul pavimento bucce arrotolate e semi!

Piccola storia di fine anno: Mauro va in giro con la Holly intorno e per il paese. La Holly sembra, ma sembra soltanto, un cane da combattimento, è molto buona con gli umani, ma poco amichevole con gli altri cani. Le piace andare in giro e passare davanti alle case dove ci sono i suoi simili, abbaia, li chiama e li sfida, sembra che li voglia mangiare tutti. Quando fa così bisogna tenerla forte, e solo Mauro riesce e trattenerla, ci vuole tanta forza, l'anno scorso a me che la tenevo un attimo mi fece cadere. I ciggianesi non l'apprezzano, a vederla passare qualcuno fa commenti poco piacevoli. Pazienza, il suo passaggio fra le case dura pochi minuti, dopo è in mezzo agli oliveti, e per lei quella passeggiata è così bella, che chiede a Mauro di farla ogni giorno, è il suo spazio di socialità, un pò berciato e aggressivo, ma bisogna avere i cani da tanti anni per capirlo, lei inoltre sarebbe, in teoria, una femmina alfa, in poche parole, un capo... C'è un cane libero in paese, che la veniva a trovare quando era in calore,  e lei allora era gentile, un cagnetto di media taglia, nero focato a pelo lungo, sempre sciolto. Pensavamo avesse un padrone e una casa, ma non è così. Si incontrava in giro, sempre cauto e remissivo, pronto a ritirarsi se c'era pericolo, dalla Holly lontana dal calore si teneva a opportuna distanza. A Ciggiano c'è un gruppo di persone che ama gli animali, una è la Sira, una signora molto gentile, che ha un cane che si chiama Leo. Queste persone, in questi giorni di gran freddo, anime buone per davvero, hanno predisposto una casetta, una cuccia protetta per il cagnolino libero accanto alla recinzione di Paolo, che ha la Neve, una maremmana bianca, un buon cane nemico giurato della Holly, in questa rete di relazioni canine minacciose che non coinvolgono gli umani. Mauro ha detto che il cagnolino sempre libero ha capito che quella cuccia è la sua casa. E una volta afferrato il concetto ha cambiato subito atteggiamento, quando passa la Holly anche lui si avventa e finge un'aggressione. E' diventato proprietario! Cioè, in termini più razionali, lui che era un vagabondo senza fissa dimora, ha identificato un territorio come proprio e lo difende!, ma certo fa ridere questo cambiamento quasi immediato, sembra un inquilino petulante di un alloggio in una schiera di case. Quanta gente fa così. Mi fa pensare per esempio a certi stranieri che sono venuti a vivere qui, hanno vissuto tutte le vicende del rifiuto degli italiani, dell'essere marginali, ma una volta integrati sono diventati i peggiori nemici dei nuovi immigrati.

domenica 16 dicembre 2018

Dicembre mi piace molto, come mese. E' il più fresco e spumeggiante, già il primo giorno è bello, 1 dicembre, pieno di promesse! Poi si vola fino al 6, San Nicola, uno dei Natali del nord, poi l'8, la Madonna, l'Immacolata Concezione, il 12 è il complenno di Mauro, che non abbiamo acora festeggiato per tante cose da fare, e via a Santa Lucia con gli occhi in mano, gli occhi con cui si vede la luce, la festa delle luci in Svezia, e qui strati su strati di significati e simboli che ci si può stare una settimana, il 20 arriverà mia figlia maggiore dal Galles dove lavora ora e basta un salto e siamo a Natale. Finisce novembre il cupo, ma questo novembre è stato bello per me, però dopo la sfacchinata delle olive mi sono ammalata, ma a lavorare, per vari motivi, bisogna andarci ugualmente, così la fatica continua con il supporto dei farmaci. La raccolta non sarebbe finita, restano alcuni olivi, ma un pò io malata, un pò Mauro stufo...vedremo, non è escluso che uno dei giorni prossimi di sole faccia una pazzia e vada a prendermi gli ultimi frutti, non per avidità, per ringraziare gli alberi che li hanno fatti, perchè non sia stato invano. C'è tanta gente che non coglie, li capisco, posso entrare nella loro ottica e per loro non conviene, ma per me sono gesti sacri...

Mercoledì scorso che ero libera sono stata a portare dei pensieri a due famiglie amiche, non avrei avuto altro momento per farlo. In una famiglia che era fatta di tre persone, madre anziana e figlie, è morta una sorella un anno fa, era stata  un'insegnante della mia figliola più piccola, e ha lasciato in lei un grande segno e determinato delle scelte. In casa il vuoto è una presenza e il dolore è ancora lì tutto intero, forse anche per la lunghezza e gli aspetti terribili della malattia. Anche dagli altri, che credevo sereni, ho trovato una perdita e sono rimasta senza parole, anche lì per il dolore presente, come un sapore amarissimo. Se ne è andata una donna che avevo conosciuto, un'altra mamma più o meno della mia età, e ha lasciato la propria famiglia d'origine  e quella formata col marito nel dolore e nella costernazione. I figli che lavorano in giro nel mondo li immagino, pensando a casa e che la mamma non c'è più e il babbo è solo ...non so che avranno nel cuore, due ragazzi speciali, che hanno studiato materie scientifiche con successo, quasi con genialità, e il loro paese li ha trattati così male, con stipendi bassi e contratti a termine, come se sempre dovessero mendicare un lavoro, mendicare per mettere a disposizione teste che altrove accettano con entusiasmo, che alla fine sono andati via. Storie ormai comuni, ma tristissime in un paese che si dice civile. Poi c'è la nonna, questa nonna che dice che se ne doveva andare lei, che una mamma non dovrebbe vedere i figlioli morire. Sono andata a trovarli perchè anche se ora siamo lontani non significa che non li porti ancora con me, che non abbia lo stesso affetto di qualche anno fa, ma è stato molto triste, e sono tornata a casa e pensavo, nel viaggio in auto lunghino che ho fatto, che non è vero che chi muore giace e chi vive si da pace, è vero invece che il vuoto dell'assenza resta grande e ognuno di noi occupa uno spazio del cuore ed è insostituibile, poi certo il dolore si attenuerà, perchè a tutto ci si abitua.

lunedì 10 dicembre 2018

le solite vecchie domande

Quando cogliamo le olive mi vengono tanti pensieri. Penso a come sia antieconomico questo lavoro dell'olio, nell'ottica attuale dell'economia.  Visti il lavoro necessario durante l'anno, il lavoro per raccogliere, gli imprevisti ormai prevedibili (gelate, alluvioni, siccità, grandine, parassiti, infezioni batteriche e fungine) e infine il costo della molinatura, fatti i conti questo olio che produciamo costa un'eresia. 10 euro al kg? Ma anche 13 o 15? Ridicolo. Eppure si fa. Dice la signora che fa i conti al frantoio: "si sa che la gente non considera il proprio lavoro come un costo, sennò quale dovrebbe essere il prezzo? Ma è bello farlo, l'olio è un prodotto speciale e poi è una tradizione" Se lo dicono perfino al frantoio, così chiaro...
Quando si fa questo lavoro vengono le domande: un litro d'olio 10 o 12 euro, un golf fatto dai cinesi 3 euro. Come fanno a convivere nello stesso mondo queste due cose? Sembra una stupidaggine, ma se ci si pensa un attimo il cervello, che in fondo è un computer molto raffinato, va in blocco. Arance a due euro al kg. Care! Sono state raccolte da uomini schiavi di colore, se vedessimo con i nostri occhi come vivono non potremmo sopportarlo e forse per un pò, finchè dura la memoria labile dei nostri tempi, non mangeremmo più agrumi. Possiamo mettere in fila tanti prodotti di questo tipo, forse tutti quelli che usiamo ogni giorno, e troveremmo in tutti dei gravi difetti, in alcuni un difetto di ingiustizia, in altri, per esempio la pasta, un difetto grave di inquinamento. La pasta italiana per esempio, prodotta con un grano canadese dove viene usato il glifosate, un erbicida tossico, come maturante. Ne restano tracce nel cibo, e pare sia questa una delle cause delle moderne intolleranze alimentari. Nei telefonini, egli elettrodomestici troveremmo un carico di ingiustizia così pesante da renderli intilizzabili. Se si mettono un pò di cose in fila finisce che l'olio è uno dei prodotti più onesti, con le dovute riserve, perché dipende sempre da come si fa. E tutte queste domande, se gli si va dietro, se si segue il filo, portano a una più grande, come fa a restare in piedi una società con tutte queste contraddizioni. Come facciamo noi che ci domandiamo queste cose a non perderci.

Mi chiedo anche: queste cose che mangiamo, e che usiamo tutti i giorni, che effetto ci fanno? Che effetto ci fa del cibo che contiene ingiustizia, e sfruttamento della terra? Non solo cibo maturato poco e male, spinto e protetto dalla chimica, conservato con la chimica. Parlo proprio di ingiustizia come ingrediente,  di avidità, come ingrediente. Forse l'effetto che fa è sotto gli occhi tutti i giorni. E forse è per lo stesso motivo, all'opposto, che questo olio nuovo ha un sapore sano, così speciale, come una medicina naturale, che non contiene ingiustizia ma prevalentemente lavoro, amicizia e rispetto. Mentre si mangiava in questi giorni e Mauro ripeteva come era buono mi è scappato di dirgli che era olio benedetto. "Benedetto, eh!, -ho specificato- non santo, che quello si da a chi sta per morire!" E qui ci sta, finalmente, una risata.

sabato 1 dicembre 2018

un novembre di meraviglie

Di solito il mese di novembre è il più triste, per me, con la luce solare che diminuisce, ma questo che si è concluso è uno dei più belli che ho vissuto negli ultimi anni. La faccenda delle olive è stata eccitante, quest'abbondanza straordinaria qui da noi ha un pò ubriacato tutti e in casa nostra sta ancora condizionando la vita quotidiana. Nei negozi, alla posta, in giro, dovunque ti fermi a comprare un pezzo di pane o la frutta nei magazzini lungo la via di Foiano, tutti parlano di olive. Molti fanno a gara per quante sono riuscite a coglierne ogni giorno. Un signore anziano, più di me, l'altro giorno quasi gridava, mostrando le grosse mani scurite, che da solo ne aveva colte 6 quintali al giorno. 
"Sì, ma quante foglie ho tirato giù!" e rideva. 
Bisogna dire che in due io e Mauro abbiamo colto anche 4 casse al giorno, che sono più o meno 80 kg. Le cogliamo a mano, aiutandoci con dei rastrellini, ma quando siamo sulle scale una mano serve anche a tenersi. Le cogliamo per 5 o 6 ore al giorno, di più io non posso, lavorando anche la sera in pizzeria. La mattina presto se gli olivi sono molto bagnati non si dovrebbero toccare. 


Da qualche anno ci sono in commercio delle macchinette per cogliere. Due tipi di macchine, uno fa più danno una meno. Gli uomini si inventano macchine per velocizzare i lavori, fare meno fatica, ma la macchine mica fanno tutto da sole. Uno di questi aggeggi è una specie di frullatore messo in cima a un'asta, elettrico o forse anche collegabile alla presa di forza del trattore, che deve essere sostenuto e mosso fra le fronde delle piante. Chi lo usa si stanca molto. Però coglie anche tanto, come diceva quel signore, e tira giù con le olive tantissime foglie. Considerando che l'olivo è un sempreverde e quindi non perde le foglie d'inverno questo non è un bene. In ogni modo si tratta di scelte, e anche di conti, se le piante producono poco e non hai denaro che ti avanza il frullino non lo compri. Per ora noi abbiamo fatto così e chissà, l'anno prossimo magari si cambia idea e il frullino si compra anche noi. Ultimamente la compagnia degli umani mi rimane ostica da digerire, gli omìni che colgono sei quintali di olive e tritano le piante, e sono bravi a fare tutto e sono sempre in gara col resto del mondo non li sopporto. 
Ne parlavo con Mauro, di questo omino dei 6 quintali al giorno e lui diceva che sono gli ultimi colpi in canna prima del cantuccio del focolare. Qui ci vorrebbe una faccina che ride. In ogni modo scommetto che sono gli stessi che mettono i lacci e i veleni per uccidere i selvatici e che hanno usato il veleno per la mosca dell'olivo anche quest'estate che proprio non c'era bisogno. 
Ho trovato questa raccolta dell'anno 2018 molto buona per me proprio per il contrario di quello che diceva quell'omino: per la lentezza, per la pace della campagna, per aver lavorato con Mauro. Quando si colgono le olive si sta molto zitti, soprattutto quando il sole cala e siamo ormai stanchi, ma anche si parla. Di tutto, della famiglia, di qualche progetto, del presente, delle raccolte di anni lontani, di gente con cui si coglieva che non c'è più, operai che venivano a lavorare in un altro podere, a cui eravamo affezionati come a gente di casa, di cosa avrebbero detto di fronte a questa straordinaria abbondanza, di come tutto è cambiato. Si parla molto di cose che ci fanno arrabbiare, di rancori che pure noi abbiamo, e dei politici, argomento sempre verde che fa venire il mal di stomaco. Si parla del fatto che quest'anno è unico, l'unico anno, per esempio, che abbiamo lavorato nel pulito. Non è piovuto fino alla fine di ottobre, le olive erano piccole e già annerivano, ma non c'era stato tempo per la mosca di iniziare un importante ciclo vitale, vista la siccità. Poi l'acqua ha fatto ingrossare le olive, non molto, un pò. Secondo me è andata così, tutto fermo per il grande calore e l'asciutto, poi l'acqua della fine di ottobre ed erano pronte e già cominciavano a cadere, e la resa in olio è stata molto bassa, perché non c'è stato un normale ciclo di maturazione. E' il cambiamento del clima. Al magazzino dei Tonioni dove mi sono fermata a comprare la frutta una delle ragazze che lavora lì diceva che il suo babbo aveva fatto quest'affermazione "Se rendono meno del 15 (il 15 % di olio per quintale di olive) m'ammazzo!" Al frantoio c'è andato il genero e le olive hanno reso il 13 e qualcosa. La ragazza, sua figlia, gli ha telefonato e gli ha annunciato "Babbo, preparati a ammazzarti!" L'ha raccontato ridendo, perché la storia delle olive e dell'olio in questa stagione da gioia a tutti.


Sono cadute tante olive ma erano talmente abbondanti che sulle piante restava comunque una quantità eccezionale di frutti, che stiamo ancora raccogliendo, quando la pioggia lo permette. Neanche l'erba e i rovi dopo la pioggia hanno fatto in tempo a ricrescere tanto da impicciare, e così cogliamo, eccezionalmente, nel pulito. Ancora qualche giorno e avremo finito, ancora una ventina di olivi, forse venticinque... In questi giorni, quasi un mese intero, comprese le giornate di pioggia in cui ovviamente ci si ferma, abbiamo visto il bosco intorno diventare sempre più giallo, e nelle giornate di sole la luce è bellissima. In qualche segreto modo ci si sente nutriti, come se la nostra anima non chiedesse che questo, essere immersi, per qualche ora al giorno, nella campagna, che ci parla, nonostante le nostre chiacchiere e la stanchezza, con una lingua segreta che fluisce in noi senza che ce ne accorgiamo e la sera, finito il lavoro, ci si sente in pace. Anni fa mi capitò di parlare con una donna che prima abitava in campagna, da queste parti, e era andata a stare in città, oltretutto lungo una strada di Arezzo in cui c'è traffico a qualunque ora. Diceva che a lei tutto quel movimento, tutte quelle auto che sfrecciavano sotto la sua terrazza, facevano bene, che invece svegliarsi la mattina in campagna con quel campo lavorato davanti, vuoto, le metteva un gran tristezza, fino all'angoscia...

...vedi come siamo diversi! Intanto io quel campo vuoto, se fosse stato mio, l'avrei trasformato in un giardino, o in un orto. Ho ancora delle cose da scrivere riguardo a questa storia delle olive, ma devo elaborarle perbene.

lunedì 26 novembre 2018

un centinaio di olivi





Abbiamo un centinaio di olivi. Non so se al momento abbiano un qualche valore economico, se gli viene attribuito credo sia puramente teorico, perchè, come ho detto tante volte, l'oliveto va mantenuto e questo ha un costo, soprattutto un oliveto come questo fatto di terrazze, il che complica la pulizia. L'olio, pur risultando caro rispetto ai prodotti che si trovano nella grande distribuzione, non ripaga neanche lontanamente le spese.




il moraiolo
E' uno strano periodo per tutti, non si sa cosa abbia valore, in cosa si possa riporre fiducia e cosa possa costituire un investimento per il futuro.

Gli olivi: ogni tanto vorrei tagliarli tutti al piede, e altrettante volte vorrei piantarne altri. Quelli che abbiamo sono sulla proda dei terrazzamenti, perchè in mezzo i contadini facevano il grano per il pane. Chissà chi li ha piantati, chissà quando. Messi così sono scomodi, una parte della pianta sporge sul campo di sotto ed è difficile da cogliere e da potare. Non li togliamo perchè sarebbe un costo anche quello e poi ci siamo affezionati, sono troppo belli, quando sono belli. Uno dei primi anni che eravamo qui, molto piovoso, persero tutte le foglie. La nostra è una posizione riparata e calda, ma poco ventosa e soggetta ai ristagni e alle nebbie, d'altra parte siamo in Val di Chiana, anche se in collina; e agli olivi piace il sole e l'asciutto. Gli piace, non si direbbe, il vento del nord che asciuga e qui quasi non arriva. L'anno che persero tutte le foglie potammo degli stecchi. Arrampicati sulle scale con forbici e seghetto ci si sforzava di immaginare l'albero verde. Ci volle coraggio e speranza. E' stato qui che abbiamo cominciato a usare i prodotti a base di rame per proteggere le piante, qui ci vuole. Ora, questo autunno, gli olivi sono bellissimi. Venne una mia cara amica qualche tempo fa e facemmo una passeggiata nell'oliveto e nel bosco. E' tedesca, guardandosi intorno ammirata disse "Ma è un paesaggio!" Sì, è un paesaggio, fatto dall'uomo, in cui si armonizzano i due aspetti, la natura più libera del bosco con l'ordine cercato nel frutteto,  e noi cerchiamo di conservarlo, quando ci riesce. Abbiamo più che altro morelli, o moraioli, poi alcune piante che danno frutto quasi sempre, e sono come dei grossi cespugli indomabili, con delle olive grasse e più chiare. Non so che varietà siano, so solo che a riprodurli ci sarebbe da tenere solo quelli, che sopportano meglio il freddo e sono tanto produttivi, anche se le potature durano dieci giorni, poi ributtano moltissimi succhioni e sembrano la testa di Einstein. 

Gli animali selvatici hanno pesantemente danneggiato i pendii, che chiamiamo greppi. Ci salgono per traverso e fanno crollare quello che resta dei muretti a secco. Raccogliendo le olive ho trovato tanti escrementi che non ho potuto fotografare, mi mancava il telefono. Avevo già notato la presenza dei coleotteri della cacca, in giardino, che smontavano le cacche della Holly. Qualche anno fa non c'erano. Ora mi viene da pensare che siano aumentati con l'aumento dei selvatici, trovano molto materiale. Ho trovato cacche numerose a forma di goccia, e altre che trovate qui .
 E anche qui, dove c'è una serie di foto che permettono di riconoscere gli escrementi che si trovano in giro. Mentre si lavora l'oliveto è silenzioso, un silenzio vitale di canti di uccelli, di voci umane, qualche volta un crepitio di fuoco, un decespugliatore...nel bosco fitto che delimita l'oliveto stanno gli animali che sono numerosissimi e non si fanno vedere, escono appena noi ce ne andiamo e la mattina troviamo arato. Mauro ha detto che voleva pagarli per il lavoro di rivoltamento delle zolle.

venerdì 23 novembre 2018

emergenza relativa

Per questo lavoro delle olive, per quanto faticoso, è chiaro che non c'è da compatirci. Non ce l'ha ordinato il dottore, abbiamo deciso di farlo e lo stiamo facendo. Oggi piove e non si coglie. 
Potremmo anche dire, come fa qualcuno, "l'olio per casa a questo punto ce l'ho, quelle che sono rimaste sugli alberi le lascio lì". Quando ero ragazzina sarebbe stato una bestemmia, e per me lo è ancora, ma il mondo è molto cambiato. C'è chi sta abbandonando gli oliveti. Ci sono persone che guadagnano, che ne so, 30 o 40 euro l'ora con la propria professione. Per loro dedicarsi agli olivi è  completamente sconveniente. Per quelli che guadagnano molto poco è ancora meno conveniente. Noi siamo fra i matti, ammalati degli olivi, che continuiamo a farlo. Ho un collega straniero al lavoro, trovo molto difficile spiegargli tutta la questione degli olivi e credo che lui, pur sembrando apprezzare l'olio nuovo, pensi che noi toscani in questa cosa siamo davvero un pò matti.

 Una volta deciso di fare un lavoro, bisogna farlo, e allora saltano tutte le consuetudini familiari. Non c'è stato tempo, in questi giorni, ormai una quindicina, di pulire la casa. Volevo scrivere pulire bene, ma lascio pulire. Non c'è stato tempo di lavare, stirare, ma anche lavarsi per bene. Parlo per me, Mauro è in pensione e lui si è lavato per intero, non a pezzi.


Quanto al cibo abbiamo mangiato nel campo due fette di pane con qualcosa di buono, poco, perché se mangi rallenti e ti prende freddo. Un giorno una frittata, un giorno gli ultimi pomodori dell'orto. Il cibo mangiato nel campo dava un vero ristoro dopo la fatica, sembrava riportare energie e anche un pò di consolazione alle membra stanche. E via si riparte finché c'è luce. Un piatto buono di pasta mangiato in casa al caldino, o una scodella di lenticchie calde, in certi giorni più freddi, sembravano un lusso e il sapore era specialmente buono.

 Così, in un'emergenza relativa, che nessuno ti ha ordinato di affrontare, ma che ti sei quasi imposto, ti ritrovi ad apprezzare le cose piccole, il cibo buono e caldo, il calore della casa, il sole che esce dalle nubi e ti scalda la schiena, il canto di un pettirosso che segue i lavori dalla ficaia. Rimettersi in pari con le pulizie è un miraggio, ma se un pò ti riesce ti senti subito meglio e apprezzi il valore della casa pulita e accogliente. 
Mi viene un pò da ridere. 
Per apprezzare i vantaggi della normalità bisogna stare un pò scomodi. 
E', come dire, qualche pezzetto di felicità che puoi procurarti semplicemente uscendo dai consueti binari. 
Tanta gente parla della felicità ma per me, in questo periodo della vita, è una cosa di pochi secondi, un'aria frizzante che mi passa sotto il naso, con sogni e progetti per il futuro, il calore della stufa quando rientro a fine serata irrigidita dal freddo, il panorama della campagna mentre lavoro, il fatto di lavorare con mio marito, stupirsi insieme di come sono cariche e belle le piante e cose del genere.

felicità
 Lessi un libro di uno dei primi psicoanalisti americani, molti anni fa. Faceva parte di un gruppo che aveva cominciato a lavorare sulla base delle idee di Freud, lui era ancora vivo, e lo invitarono in America per conoscerlo, scambiarsi esperienze e festeggiarlo. Durante la visita lo portarono per un fine settimana nei boschi, in una piccola vacanza simile ai campeggi estivi per ragazzi che vediamo descritti nei film. Case di tronchi senza elettricità, senza acqua corrente, con lavatoi all'aperto, con gabinetti che erano solo capanne con un buco scavato in terra. Freud, che era già avanti con l'età, era molto seccato di quella situazione scomoda, ma i suoi ospiti ne erano estasiati e pensavano di avergli offerto una vacanza non solo tipica, ma molto piacevole. Si divertivano un sacco e la sera cantavano intorno ai falò, stupiti di non riuscire a coinvolgerlo. Freud scrisse delle cose su questa esperienza, cercando di superare il fastidio che provava e cogliendo una volta di più l'occasione per un'osservazione approfondita dell'animo umano. Scrisse che negli americani si nasconde un pioniere, un bambino al quale piace giocare al campeggio anche da adulto, esporsi ad inutili difficoltà, che poi nella normale vita in città sono del tutto escluse. Bene, io sono proprio come quegli americani. Voglio dire che finchè le difficoltà sono queste, ben vengano. Penso alle zone dei nostri terremoti, alle alluvioni, rivolgo un pensiero affettuoso a quella gente e incrocio le dita.




martedì 20 novembre 2018

la raccolta





Siamo ancora con tutti e due i piedi dentro la più eccezionale raccolta di olive che la mia memoria conservi. Bisogna pensare che sono una cinquantina d'anni che sto in mezzo agli olivi, anche se i primi tempi ero una ragazzina interessata non alle piante, ma a tutte le questioni che le tempeste di ormoni dell'età portano in primo piano. Ma poi presto gli olivi argentei, forti, resistenti, poetici, entrarono fra i miei interessi e dentro di me e non ne uscirono più. Degli anni di quell'altro oliveto in quell'altro posto ricordo molte cose, ma è da quando siamo qui che facciamo da soli tutti i lavori che l'oliveto richiede. Sono tanti lavori, si gira intorno alle piante un pò tutto l'anno. Questa volta avevamo visto che c'erano le olive e qualcuno mi chiedeva "ce le avete?" io dicevo "sì, forse", perchè è esperienza comune che finchè l'olio non è nello ziro, o nei più moderni contenitori di acciaio, non si può dire come è andata. 
E anche stavolta è così, e io non dico niente, anche se già abbiamo fatto un pò di olio ottimo e colto moltissimo, ma restano ancora tante piante da passare e il tempo peggiora...un bilancio lo farò alla fine. Abbiamo fatto la raccolta in due, Mauro e io. E' un lavoro del corpo e dell'anima e a molti non posso spiegarlo, né posso pensare che mi capiscano. Fanno questione di prezzi, ore lavorate, guadagni e sinceramente mi verrebbe da mandarli subito al diavolo, perché per me non è di questo che si tratta. E' più che evidente che non conviene. Se qualcuno che fa questi conti fosse capace di lavorare in silenzio per qualche ora a raccogliere e ascoltarsi, capirebbe il senso, o comincerebbe ad afferrare, ma non si può pretendere di cavare il sangue dai rapi.
Sono state giornate estremamente stancanti, perché abbiamo lavorato all'aperto tutti i giorni fino alle 16,45 mangiando un pò di pane nei campi e poi via a cambiarmi e all'altro lavoro. Ho lavorato per 11, 12 o 13 ore al giorno e quasi non ci credo. La forza per farlo mi è venuta dal lavoro stesso, e non è facile capire. Ho trovato questa frase che si adatta bene : se si ha una meta anche il deserto diventa strada. 
Certi giorni abbiamo colto con la nebbia che cercava di infilarsi sotto i vestiti, certi giorni con le mezze maniche come a fine estate. Gli ultimi giorni imbacuccati col cappello in testa e il vento del nord che fa ondeggiare gli olivi e anche noi che stiamo in cima alle scale. Olive come grappoli d'uva, nere e piccoline per la siccità estiva, tantissime, ma in molte piante anche grosse e piene. Pepine (a grano di pepe) o cocomerine!
E ogni anno mi torna sulle labbra la poesia di Garcia Lorca


Arbolé, arbolé

seco y verdé.

La niña del bello rostro
está cogiendo aceituna.
El viento, galán de torres,
la prende por la cintura.
Pasaron cuatro jinetes
sobre jacas andaluzas
con trajes de azul y verde,
con largas capas oscuras.
«Vente a Córdoba, muchacha».
La niña no los escucha. Pasaron tres torerillos
delgaditos de cintura,
con trajes color naranja
y espadas de plata antigua.
«Vente a Sevilla, muchacha».
La niña no los escucha.
Cuando la tarde se puso
morada, con luz difusa,
pasó un joven que llevaba
rosas y mirtos de luna.
«Vente a Granada, muchacha».
Y la niña no lo escucha.
La niña del bello rostro
sigue cogiendo aceituna,
con el brazo gris del viento
ceñido por la cintura. 

Arbolé arbolé
seco y verdé.


La ragazza dal bel viso sta cogliendo olive 
il vento, corteggiatore di torri, la prende per la cintura...

Se la leggete in spagnolo potete cogliere la musicalità. Una traduzione in italiano che mi piacesse, la Paola mi perdoni, come quella del libro che avevamo in casa dei miei, carica di emozioni e ricordi, non l'ho trovata, se la trovo la pubblico. 
La poesia mi richiama immagini: un cerchio di colline con torri di paesini arrampicati, come la torre di Gargonza, qua davanti. Certi quadri di El greco, con quelle facce lunghe e sofferte dei santi e i corpi che sembrano liquidi, o di liquida fiamma, tesi verso il cielo, e alle spalle paesaggi in tempesta. O altri dipinti di Chagall o Dalì. Sono paesaggi di sogno, o del panorama interiore, gli stessi che in questi giorni vediamo fuori e dentro di noi mentre cogliamo. La ragazza coglie silenziosa e niente la distrae, nè il passaggio dei bei cavalieri, né quello dei toreri, né il giovane che porta rose e mirti di luna. 

martedì 13 novembre 2018

giovedì 1 novembre 2018

dopo la pioggia



Ha piovuto.  Acqua, tanta e per ora senza danni. Il primo giorno le piante avevano il brutto aspetto di chi non si sentiva bene, ha avuto una secchiata d'acqua in testa, ma non ha bevuto. Ora si vede che si sono reidratate, le foglie rimaste si sono gonfiate e stese. La vasca dei pesci rossi e delle ninfee è quasi piena. I pesci sembrano contenti. Si respira. Non so come mai, ma anch'io mi sento meglio. Per capire come sta il mio giardino bisogna guardare il phormium, il mio amato neozelandese che rischiava di invadere i camminamenti. Due estati tremende e un inverno, che è stato freddo solo in un periodo, l'hanno ridotto a un unico misero ciuffo, nonostante le annaffiature. In tutto il paese Italia ci sono stati disastri dovuti al vento molto forte e alla pioggia. Tanti sono rimasti senza acqua,  senza elettricità e senza gas. Frane e danni in moltissimi posti, di alcuni si parla, altri li si lascia al loro destino. Nelle città alberi crollati e gente che guarda quelli rimasti in piedi come nemici, senza più ricordare l'ombra e il fresco che producono nelle lunghissime estati. E la gentile compagnia.
 Abbiamo in questi giorni un amico ricoverato all'ospedale di Siena e pare che la pioggia sia entrata dappertutto, sono rimasti senza luce, e sono caduti degli alberi anche lì. Mi tornano in mente certe notti che tornavo dal lavoro nel 2004 e avevo l'auto al parcheggio Pietri, in città. Le scale mobili non funzionavano, ero l'unica persona in giro e scendevo le scale in un corso d'acqua, come camminare in un ruscello. Arrivavo all'auto fradicia. Un'altra notte, solo qualche anno fa, uscendo dal lavoro vidi i lampi in cielo. Andando in direzione di casa lampaggiava sempre di più, continuamente, proprio in direzione di casa mia. Era là che volevo andare e là dietro sembrava l'inferno, il cielo era percorso da lampi che lo illuminavano a giorno di questa luce fredda e livida. Un lampo dopo l'altro senza interruzione e pensavo quando accadeva in tempi lontani e ci si raccomandava a qualche Dio. Faccio brevi viaggi solitari ogni notte e certe volte sono davvero emozionanti.



Ieri che era asciutto ho ricominciato a pulire il giardino. Rivoltando la terra per togliere i fili di gramigna che hanno camminato nelle aiole, in barba al secco, ho visto che l'acqua è arrivata solo una decina, 15 cm sotto la superficie. Dovrà piovere ancora, forse già la pioggia di stanotte è arrivata più in basso. Non c'è, per quel che mi riguarda, nessun'altra cosa che mi dia subito sollievo dai brutti pensieri e ristoro fisico come occuparmi di un pezzo di terra.

martedì 23 ottobre 2018

Eccoci qui. L'estate è finita, ma ancora non ha piovuto abbastanza, quindi non sembra ancora autunno. E' tutto piuttosto strano, olive piccole e striminzite, tantissime, a rischio caduta per la siccità, ma già quasi nere. Settembrini che hanno fiorito come una vecchia signora che si trucca e si imbelletta ma è tutta rinsecchita e rugosa, non so se mi spiego. Margherite piccole, numerose, dai colori intensi che subito si spengono. Foglie che cadono dalle piante non perchè gialle o rosse, e turgide, ma perché secche. Vedo su Facebook le foto e i filmati di giardini in veste autunnale e mi viene da piangere. Altrove ha piovuto tanto, troppo, ci sono state alluvioni e noi qui siamo stati sempre ai margine di ogni perturbazione. La terra è ancora secca, stanca e polverosa e le cose non sono tornate al loro posto dopo la lunghissima estate. L'ho vissuta con particolare fatica, forse per l'età, forse per la lunghezza del periodo, e anche ora faccio fatica a riprendermi. Al lavoro un collega più giovane, una sera che avevo perso un colpo, una volta sola, mi ha detto molto severamente che dovevo smettere di lavorare lì, che ci vuole qualcuno più giovane. Nella sostanza è vero, una della mia età, solo qualche anno fa, era a casa in pensione. Potrei rinnovare quasi per intero un post dello scorso anno di questo periodo. Estate tremenda, autunno asciutto e quasi inesistente. In estate non abbiamo avuto libellule, ora ce ne sono alcune coppie che volano unite sopra la vasca e una grande che appena esco mi segue minacciosa e viene a impicciarsi al finestrone di cucina. Tutto aspetta la pioggia. Speriamo non ci allaghi, non ci porti via.

the wife

"The wife", la moglie. Diretto da Björn Runge, bravo! E' lui che estrae i personaggi dagli attori, li fa emergere sui loro volti e i loro corpi. Usa gli attori come una materia viva, è impressionante, Glenn Cose non mi è mai sembrata così brava. Il film inizia a letto con i due protagonisti, moglie e marito, anziani. Ci si ritrova subito  nella loro intimità e ci vengono raccontate alcune cose, forse il succo, la sostanza dei loro rapporti e di tutto il film. Si tratta di uno scrittore molto famoso e molto letto in tutto il mondo (Jonathan Pryce) al quale una mattina arriva una telefonata: qualcuno gli annuncia che ha vinto il Nobel per la letteratura. Lui non ci crede, pensa che sia uno scherzo, ma la voce al telefono dice che può verificare, abbassare la cornetta e richiamare lui stesso, per rendersi conto che è tutto vero. Aspetti, dice lo scrittore, mi dia il tempo di permettere a mia moglie di ascoltare la conversazione all'altro apparecchio. La moglie si mette all'ascolto ed è felice, sul suo viso, il viso di Glenn Close, si legge questa felicità e lo stupore. Poi  insieme si mettono a saltare sul letto, come bambini. La storia inizia così. 

Ogni tanto c'è un ritorno al passato, quando si conobbero, lui insegnante all'università e autore agli esordi, che tiene un corso di scrittura e conosce una studentessa molto seria e riservata, molto dotata. Per questa studentessa lascerà la prima moglie. Lui prova a presentare un proprio testo agli editori ma lei, un critico molto severo, dice per prima che non è buono, che i personaggi sono di "legno". Un'espressione che mi ha colpito, perché è una cosa che ho detto anch'io riguardo al libro di uno scrittore italiano molto noto, tempo fa. Personaggi legnosi, sbozzati, senza vita, senza profondità. Il libro verrà accettato solo dopo che sarà stata lei a lavorarci. Glielo chiede lei, quasi lo implora, posso lavorarci, me lo permetti? E' arrivata a questa conclusione dopo aver parlato con una scrittrice anche lei piuttosto famosa, nel film interpretata da Elisabeth Mac Govern. Durante una festa lei fa i complimenti alla scrittrice per il suo lavoro e quella ride con amarezza, le mette in mano un proprio libro preso dalla biblioteca dell'ospite e dice, facendo scorrere le pagine con le dita "Senta questo rumore...è il rumore che fa la carta nuova , appena stampata, questo libro nessuno l'ha mai aperto, mai letto. I libri sono fatti per essere letti, non per stare in una biblioteca. I libri scritti dalla donne non li legge nessuno, in questo paese." Questo episodio ci viene raccontato come la giustificazione di quello che succede poi durante la storia. Perchè affannarsi a lavorare tanto se poi è una battaglia persa e non ti legge nessuno? Comincia così la segreta collaborazione dei due coniugi, lui risulta essere l'autore, ma tutti i libri li scrive lei, lui non ricorda nemmeno i nomi dei suoi personaggi. E' una storia che si svolge tutta in interni, in una camera da letto di casa, sull'aereo che li porterà a Stoccolma,  nella camera dell'hotel, in un bar, in un'auto..e in questo senso, visto che il regista è svedese, ricorda un pò Bergman, in questo voler indagare l'intimità, i pensieri, perfino l'inconscio, entrando attraverso lo sguardo nella testa delle persone. C'è un giornalista che li segue a Stoccolma, vuole scrivere la biografia del premio Nobel, ma ha anche intuito la verità, gli è bastato andare a cercare vecchi testi, confrontare cose scritte dai due molti anni prima, per capire.  Ora tenta di scalfire il muro costruito intorno al segreto. 

C'è anche un figlio grande, aspirante scrittore anche lui, incoraggiato dalla madre, ma non è la sua approvazione che desidera, è quella del padre famoso, del premio Nobel. Ci si può chiedere come faccia questo figlio a non aver capito niente di quello che è successo in casa, eppure io lo comprendo perfettamente. I figli prendono per verità ciò che gli viene dato per vero dai genitori, che sono i primi referenti, i primi filtri della realtà, e anche i più intelligenti fanno terribilmente fatica a cambiare il proprio punto di vista, perchè sono coinvolti, perché le cose su cui dovrebbero cambiare opinione sono quelle fondanti le loro vite. La domanda è "Se tutto questo che ho creduto finora riguardo la mia famiglia e la mia vita non è vero, io, chi sono?"
Quindi questo è anche un film sui rapporti famigliari e sui segreti nelle famiglie. 

Nella prima parte non succede quasi niente, ma io sono rimasta incollata alla faccia di Glenn Close, brava, bravissima, e anche dopo le sono rimasta incollata, quando finalmente la tensione esplode. E' un film da vedere, uno dei più belli che ho visto negli ultimi anni. La scrittrice non è una vittima, si è scelta questa strada, credendo che sarebbe stato più facile realizzare il suo talento dietro la facciata del marito, un inguaribile narciso che ama stare sotto i riflettori. In questo modo si sono legati con un vincolo che non è più libero, è una specie di contratto segreto, una catena invisibile. La passione per la scrittura o per qualunque altra arte può essere divorante e può spingere a fare cose di questo tipo. E c'è anche il carattere di una persona, ci può essere l'urgenza di scrivere, ma poi può essere difficile accettare le conseguenze della notorietà, inoltre chi scrive si espone, si mette a nudo e non sempre è in grado di sopportarlo, di sopportare lo sguardo critico di chi ha letto e ora sa. Oppure chi scrive preferisce evitare, mi viene in mente la scrittrice che si cela dietro il nome di Elena Ferrante. La faccia di Glenn Close alla lettura delle motivazioni dell'assegnazione del Nobel, e tutte le sfumature della sua gioia, non le dimenticherò. E' capitato anche a me, ovviamente in dimensioni molto ridotte, di avere momenti simili: dopo un esame andato molto bene all'università, dopo un lavoro ben fatto. Un senso di completezza e soddisfazione e anche gratitudine che ti riempie fino all'orlo, non c'è bisogno di altro e tutte le altre buone cose della vita trovano in questi momenti il loro senso.

sabato 1 settembre 2018

Ronc, Triatel, Etirol: le Petit Monde

le case di Etirol
Epipactis, orchidea spontanea, Etirol
Un fato del bosco con una bella angelica
Quando i romani arrivarono a fondare Aosta c'era nel luogo questa popolazione locale, i Salassi. Di origine celto ligure, dicono. Arrivavano dai territori a nord delle Alpi, la Gallia transalpina, occuparono la valle della Dora Baltea e da lì commerciavano con i Liguri, così si mescolarono con loro. Il loro nome significa che commerciavano il sale, dalla radice sal, il sale che, se è marino, e così doveva essere, arrivando dalla Liguria, era fonte preziosa di iodio e serviva a conservare la carne. Avranno già allevato bestiame come in seguito?  Vivevano sulle alture, in piccoli villaggi e si comportavano come briganti con chi passava di lì. All'arrivo dei romani furono assoggettati duramente, quanta violenza in quella società che portava in giro per il mondo i propri codici giuridici. Da lì in poi nacquero molti bambini per metà romani, lo dicono le stele funerarie dove compaiono nomi latini. Ma nei villaggi sui monti i Salassi restarono tali. 

orti di montagna
il mulino
L'ultimo giorno di vacanza siamo andati a vedere un posticino indicato in un opuscolo per turisti come "il museo del Petit Monde", sulla civiltà agricola. Sono tre piccolissimi borghi, Triatel, Ronc e Etirol, che costituiscono, insieme, un comprensorio. Di musei della civiltà agricola ce ne sono tanti e sono per me malinconici, perché vedo oggetti che ricordo perché li ho visti usare, e adesso sono abbandonati, in stanze che sanno spesso di muffa: ogni genere di attrezzature per tagliare e arrotare e segare a mano, e telai, fusi, e setacci ...I tre paeselli sono in fila sulla costa del monte in una posizione soleggiata. Il sole d'estate sembrava lì particolarmente caldo e si vedeva anche dalle piante che ci crescono, tanto che hanno cominciato a arrivarmi immagini di tantissimi anni fa della val Cerfone, qua da noi, dove andavo spessissimo da bambina...cardi e farfalle, e un profumo di erbe che si seccano e distillano nell'aria oli essenziali...La strada per arrivare fin lì è asfaltata ma stretta e su un lato ha un pendio ripido, quindi abbiamo lasciato l'auto e abbiamo proseguito a piedi. Al tempo dei Salassi era solo un sentiero. Questa non è la Val d'Aosta degli sciatori e del turismo di massa. Somiglia molto alla Val d'Aosta che vidi nel 1970, quando alle pareti della case stavano appese file di zoccoli in legno appena fatti ad asciugare, e la gente li indossava davvero, e in paese a Lignod c'era solo una latteria, oltre al bar, e la leccornia del posto era la panna montata, ma senza zucchero. 
Il museo del Petit Monde è fatto di alcune abitazioni risistemate come un tempo e di tanti cartelli esplicativi. Leggendoli, io che fantastico, mi sono ritrovata indietro nel tempo, ancora una volta. Le case sono probabilmente molto simili a quelle dei Salassi. Infatti il cartello dice: dall'anno zero fino a oggi, (o ieri). Non c'è motivo per cambiare un modello che funziona. Sotto, la case sono fatte di un ambiente costruito sulla roccia, in pietra, che serviva da stalla e per lavorare. Sopra l'abitazione, in legno. Abitazioni essenzali, in cui si continuava a lavorare sempre, perché tutto si produceva in casa, dal cibo agli abiti agli utensili. Sopra ancora, o di fianco, il fienile e il granaio. Le parti in legno sono sospese su dei supporti di pietra che hanno forma di funghi, per non far risalire l'umidità, ma anche i topi. I cartelli dicono che guardando i paesini si aveva un'impressione di armonia, cioè di integrazione col paesaggio circostante. Una cosa che non disturba e perfino decora, abbellisce. Questo derivava, dicono ancora i cartelli esplicativi, dal fatto che tutta la vita umana era inserita in un ciclo naturale, le case costruite sulle parti rocciose e i terreni coltivabili lasciati liberi per gli orti immediatamente intorno alle case. I villaggi, fin dove c'è memoria storica, cioè documenti, sono quasi inalterati nel tempo. Nel corso di secoli si sono aggiunte, in periodi favorevoli, solo tre o quattro abitazioni.
Abbastanza vicino, ma non tanto da creare problemi, un corso d'acqua. Questi tre posticini che fanno parte del Petit Monde per secoli sono stati molto isolati e c'è da pensare che qui i Salassi siano restati tali, senza troppe mescolanze. Nei documenti viene chiamato Petit Monde o anche Autre Monde, per sottolineare qualcosa che lo rendeva diverso, più esposto al sole, più caldo, più accogliente, forse perfino con più cibo disponibile. Lungo la via un mulino risistemato, anche qui c'è un cartello che dice di tutte le istituzioni che hanno contribuito, regione e comune e provincia e perfino la comunità europea, per riaggiustare un piccolissimo mulino che funzionava con l'acqua del torrente lì accanto. Un tetto copre il meccanismo quasi interamente visibile; mentre di solito i mulini sono fatti di più stanze chiuse, compresa l'abitazione del mugnaio, qui invece tutto è piccolissimo e aperto e l'uso doveva essere semplice, perchè chiunque potesse usufruirne, e comune, cioè pubblico, e questo mi riporta ad un testo che studiai all'università sulle proprietà condivise e i diritti pubblici ancora presenti in certi luoghi d'Italia, tipo il diritto di far legna, di attingere acqua, di fare fieno... Adesso il mulino riaggiustato, vera macchina il cui motore è l'acqua, come in altre macchine è la benzina o l'elettricità, dorme. L'acqua non passa più. Nessuno lo usa e questo mi fa sempre una tristezza infinita, non so bene dire perché, come una chitarra appesa al muro che nessuno suona o una persona che non ha sviluppato le proprie qualità. E' lì a far Storia, come le case di Etirol, in gran parte crollate, che però testimoniano la vita passata forse meglio di quelle abitate. Fra i ruderi e le poche case ristrutturate, le viuzze lastricate in pietra mi hanno riportato ancora indietro alla val Cerfone degli anni sessanta, non quella di ora con le case a schiera, che è quasi periferia della città. Le pietre sono mese per traverso, nella stessa maniera, e mi pare di risentire il suono degli zoccoli della vacche. Sopra le case di Etirol, lungo il sentiero un rivolo d'acqua scorre e canta e si ricongiunge, in basso, al torrente. Acqua dappertutto, viva, pulita. In una delle case abitate una signora anziana che coltiva, in uno scampolo di giardino terrazzato affacciato sulla valle, delphinium azzurro cielo. In un'altra una giovane mamma un pò scontrosa ma gentile in puro stile montanaro, con bambini di cui sentiamo solo le voci. Questi posti isolati, alla fine delle strade, con solo ancora sentieri che si allungano in alto sulla montagna, sono un'immagine e un paradigma della realtà più grande. Gli uomini hanno vissuto qui per secoli sommati, millenni, senza cambiare troppo i modi. I villaggi si integravano al paesaggio boscoso, modificandolo con la creazione di pascoli. La vita era ritmata, lenta, durissima. C'erano ovunque croci e segni sacri, per raccomandarsi a Dio e agli dei di prima dei cristiani. Nelle decorazioni delle case fiori e cuori, per riscaldare gli animi e ricordare, anche nei lunghi inverni nevosi, le cose migliori della vita.
reseda accanto ad un campetto di patate


venerdì 24 agosto 2018

infrastrutture

Infrastrutture 

Non molti giorni fa, nella seconda metà di luglio, siamo passati dal ponte Morandi per andare in val d'Aosta. Tutti dovevano passare di lì, se erano su quel tratto di autostrada. Siamo andati e tornati e al ritorno, mentre si imboccava il ponte, ho pensato che prima si usciva di lì, da quella strada sospesa in aria ingombra di enormi camion surriscaldati sotto un sole estivo implacabile, meglio era. Un ponte certamente sicurissimo, supercontrollato, mi sono detta, ma chissà? 
Non che avessi una premonizione, direi piuttosto quel primitivo senso di allarme che provoca la vertigine dell'altezza anche su un sentiero di alta montagna dove su un lato hai lo strapiombo. 
Poi non ci si crede che un ponte su cui passano ogni giorno migliaia di mezzi non abbia controlli sufficienti,  o che controlli ci siano, e documenti che attestano un danno, ma nessuno si prenda la responsabilità di chiuderlo. 
La responsabilità di bloccare l'intensissimo traffico quotidiano per un tempo imprecisato, un traffico per cui non ci sono alternative, e tutto per un rischio probabile di crollo...mi immagino le proteste inferocite. Ora però ci sono 40 morti, oltre al danno. 
Il ponte Morandi era un passaggio obbligato per chi vuole andare oltre, in Valle d'Aosta, o in Francia, o in Piemonte, e ora non c'è più. 
Questo il significato della parola infrastruttura. E' una parola che usano i politici, che è sempre inserita negli spot elettorali, normalmente mi richiama vaghe immagini di strade, ponti, ferrovie disegnati a china su fogli bianchi, e ora acquisisce un senso così reale, ora che su quel ponte ci eravamo passati anche noi parecchie volte in pochi mesi, non solo per andare in vacanza, ma anche Mauro per accompagnare la figlia maggiore a Torino dove si trasferiva per lavoro. 
Un significato vivo che non ha bisogno di altre spiegazioni, di là non ci si può più andare o si deve fare una strada assai più lunga e complicata. La Liguria lunga e stretta, una striscia limitata a nord da montagne abbastanza elevate da meritarsi il nome di Alpi marittime, è una terra di passo più di altre, dove le strade acquistano importanza strategica essendo specialmente difficili da realizzare e soggette a frequenti alluvioni e frane, proprio per come la Liguria è fatta e per il cambiamento del clima in atto. Un'altra volta che andavamo in montagna, negli anni novanta, dal ponte Morandi vedemmo una tromba d'aria sul mare lì davanti. Non ne avevamo mai viste dal vivo e quel filo che danzava e si spostava sulla superficie dell'acqua, innocuo a vederlo e perfino bello, ci impressionò abbastanza e si pensò anche quella volta che era meglio togliersi presto di lì. 

Aosta

Ad Aosta ho visitato il museo archeologico, i resti del teatro e il criptoportico forense. Aosta, il cui nome era Augusta Pretoria, era stata creata dal nulla dai romani come città infrastruttura, come punto d'arrivo e ripartenza delle strade che valicavano le Alpi al piccolo e gran San Bernardo, alla convergenza della Dora Baltea col torrente Buthier. Era stata costruita quasi come un trampolino per prepararsi ad andare oltre, per invadere? O per coltivare rapporti, commerciare, scambiare cose e idee con la Gallia transalpina? I ponti e le strade servono a questo e i romani erano grandi costruttori, avevano ingegneri e maestranze formidabili. Hanno lasciato monumenti ma, più di tutto, le strade. C'è da immaginare i Salassi, gli abitanti della valle, che si vedono arrivare un esercito più o meno straniero che si accampa e comincia a costruire, non invitato, una città cintata. I romani non erano estranei, avevano già costruito cittadelle fortificate a difesa della valle da cui frequentemente entravano i "barbari" in territorio romano, inoltre c'erano all'epoca un traffico e dei commerci che risulta difficile immaginare, che ora affiorano nelle ricerche scientifiche più disparate. 

Il ferro di Oetzi.

Per esempio hanno scoperto che il ferro (FE) della mummia di Similaun, l'uomo vissuto  3000 anni prima di Cristo, ritrovato quasi intatto sempre sulle Alpi ma in Trentino, quel ferro proveniva dall'isola d'Elba. E così un mondo in cui gli spostamenti avvenivano, prima dei romani e degli Etruschi, prevalentemente a piedi, in cui ci si immagina che le comunità umane fossero isolate e facessero una vita complicata, improvvisamente appare diverso, con collegamenti e ramificazioni impensabili. 

Le vie romane di montagna

Aosta fu fondata all'epoca di Augusto, dopo una breve guerra in cui i Salassi vennero uccisi o deportati ad Ivrea (Augusta Eporedia il suo nome latino) dove venivano venduti come schiavi, e per il resto assoggettati e mescolati ai romani invasori. C'è una stele che testimonia l'assoggettamento.
Un cartello racconta delle strade extraurbane. Extramoenia, fuori dalle mura, c'erano queste vie difficilissime, riporto il testo:
...dure e aspre fin dalla loro costruzione: tagliate nella roccia viva, con lavori in trincea o con percorsi a mezza costa. La più spettacolare via romana tra tutte le vie dell'Impero è il tratto della via danubiana in Romania, presso il ponte Turnu Severin, ma un secondo esempio è proprio in val d'Aosta, nei tratti di Donnas e Pierre Taillée (pietra tagliata). Strabone, storico dell'epoca, offre descrizioni terrificanti dei passi alpini anche dopo la conquista romana che aveva trasformato i sentieri in strade vere e proprie.

 "Attraverso il territorio dei Salassi le vie di transito,che erano un tempo aspre e difficilmente accessibili, esistono oggi da molte parti, sono al sicuro dagli abitanti (!) e risultano praticabili, nei limiti del possibile. Cesare Augusto provvide all'eliminazione dei briganti con la costruzione delle strade, quanto e come era consentito: non era, del resto, possibile forzare ovunque la natura attraverso le rupi e dirupi smisurati che ora incombono sulla strada, ora si spalancano al di sotto, in modo che anche un piccolo passo falso è un pericolo inevitabile, perchè la caduta avviene su precipizi di profondità abissale. La strada è poi in certi tratti così stretta da causare le vertigini a coloro che la percorrono a piedi e alle bestie da soma che non siano avvezze, mentre quelle del posto trasportano i loro carichi in sicurezza. A queste difficoltà è impossibile porre rimedio, nè agli enormi lastroni di ghiaccio che si staccano dalle pareti e scivolano in basso, capaci di trascinare con sè e far precipitare nei baratri un'intera carovana." 
Queste strade impressionanti, ancora esistenti soprattutto nei punti dove furono scavate nella roccia, di cui comunque si riconosce il tracciato quando non è coperto da una strada moderna, sono piene di fascino. Le incrociamo o ne percorriamo dei tratti quando in vacanza camminiamo per i sentieri alpini in una bella giornata soleggiata in cui i pendii scoscesi coperti di fiorellini non fanno paura, ma basta che il cielo rapidamente si rannuvoli e si cominci a sentire il tuono, che lassù irrompe immenso come non accade in città, per aver subito un pò di timore. Allora pensare ai viaggiatori d'un tempo e mettersi nei loro panni e nelle loro scarpe e perfino nei loro pensieri è più facile...e le strade percorse ora per "diletto" tornano ad essere infrastrutture, mezzi per collegare, vitali, necessari.

Sulle spalle dei giganti

Quando il ponte Morandi è crollato mi è venuto un pensiero, che stiamo usando manufatti costruiti nel dopoguerra, negli anni cnquanta sessanta e settanta. Sono manufatti vitali per la nostra società. C'è quest'espressione, stare sulle spalle dei giganti, e questo sembra che abbiamo fatto per molti anni fino ad ora. 
 « Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'acume della vista o l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti. » 
Abbiamo usato oggetti costruiti dalla generazione che ci ha preceduto, che pensava che il mondo fosse immenso e le risorse infinite, e la scienza potesse risolvere ogni problema. Mio padre era uno di quegli ingegneri, un ingegnere del cemento armato, che a volte progettava oggetti che sembravano sospesi nell'aria, volanti, e che stavano in piedi ed erano sicuri. Dobbiamo scendere dalle spalle dei giganti e camminare con le nostre gambe con l'aiuto di quello che abbiamo visto da quella posizione privilegiata. Gli anni sessanta con la loro lunga eredità sono finiti e costringono non tanto e non solo alla conservazione e manutenzione, ma a nuovi modelli, completamente diversi, questo mi pare di intravedere davanti.


martedì 24 aprile 2018

polline di abete

Il lavoro di questi giorni sarebbe, a poterlo fare, togliere erba, praticamente tutto il giorno. Togliere, zappettare, portare l'erba al compost, ritrovare piante sommerse, accorgersi che ci sono troppi settembrini nati dove gli pare, che la caesalpinia ha dei rami interi morti dal freddo, che si aprono i piccoli deliziosi allium neapolitanum dai bulbilli che mi portò la Maura anno scorso, che il callistemon sembra del tutto morto e anche il nespolo del Giappone e due viti...In questi giorni ho fatto il boia. Ho segato alla base una grossa buddleia weyeriana (spighe di palline di fiori gialli) che avevo piantato accando al viburnum burkwodii per fargli ombra. Il viburno è cresciuto ed è bellissimo, ed è ora che la buddleia se ne vada, erano brutti insieme. Della buddleia aveva fatto talee e ho già tre piante nuove pronte. Per metterle dove? Chi lo sa....In giardino a un certo punto si deve sfoltire. Se le cose hanno funzionato anche solo discretamente qualcosa è diventato grande e bisogna fargli spazio. Questo viburno che mi vendettero col cartellino di Burkwodii ha un odore incredibile, lo stesso di un profumo che la mia mamma usava quando ero piccola, mi fa tornare indietro nel tempo. Usava questo profumo, di cui non ricordo più il nome, ma ne rimpiangeva uno che aveva usato da giovane e che si chiamava "Fleur de rocaille". Fior di roccia.
In tutta Italia è piovuta la terra del Sahara. Se ci si pensa fa impressione che i venti sollevino talmente tanta terra dai deserti da trasportarla di là dal mare e coprire tutto, a cominciare dalle auto, (di questo le persone si lamentano molto), ma penso anche alla biancheria stesa a asciugare, alle foglie delle ninfee che erano macchiate di rossiccio... un velo di terra rossa africana. Mi è tornato in mente il film Interstellar, per chi l'ha visto. Una mattina, dopo un'altra pioggia, ho visto a terra un velo giallo. Ho ripensato alla terra rossa, e intanto spazzavo il pavimento del piazzale qua fuori, ma questa roba non aveva il colore giusto, era tanta, finissima e gialla... certe volte mi sembra di fare Sherlock Holmes...ho capito. Era stato l'abete, che si è coperto in ritardo dei suoi fiorellini rossi e li ha aperti tutti insieme lasciando andare quantità grandi di polline. Polline giallo di abete a palettate sparso a terra, se scuotevo i rami cadeva giù come la farina, ho alzato gli occhi e mi sono accorta di quanto è diventato alto e forte da quando siamo qui, da provocare un fenomeno così ingente e visibile. Appena arrivati, nel 2000, era solo un alberello piantato su una discarica di macerie. Ora apre i nuovi germogli, che diventeranno rami e rametti, insieme al glicine che apre i fiori e al maggiociondolo che sciorina la pioggia d'oro, ma tutti avrebbero bisogno di nuovo di acqua. E' stata la spinta del calore, sempre africano, ad affrettare tutto. E' piovuto tanto, e hanno bisogno di acqua? Dice qualcuno. Non ne hanno avuto abbastanza? Eh sì, difficile spiegarlo a chi vive in città una vita quasi del tutto artificiale, non si chiede da dove viene l'acqua che esce dal rubinetto quando si apre e si incavola se ci sono problemi di erogazione.