sabato 1 settembre 2018

Ronc, Triatel, Etirol: le Petit Monde

le case di Etirol
Epipactis, orchidea spontanea, Etirol
Un fato del bosco con una bella angelica
Quando i romani arrivarono a fondare Aosta c'era nel luogo questa popolazione locale, i Salassi. Di origine celto ligure, dicono. Arrivavano dai territori a nord delle Alpi, la Gallia transalpina, occuparono la valle della Dora Baltea e da lì commerciavano con i Liguri, così si mescolarono con loro. Il loro nome significa che commerciavano il sale, dalla radice sal, il sale che, se è marino, e così doveva essere, arrivando dalla Liguria, era fonte preziosa di iodio e serviva a conservare la carne. Avranno già allevato bestiame come in seguito?  Vivevano sulle alture, in piccoli villaggi e si comportavano come briganti con chi passava di lì. All'arrivo dei romani furono assoggettati duramente, quanta violenza in quella società che portava in giro per il mondo i propri codici giuridici. Da lì in poi nacquero molti bambini per metà romani, lo dicono le stele funerarie dove compaiono nomi latini. Ma nei villaggi sui monti i Salassi restarono tali. 

orti di montagna
il mulino
L'ultimo giorno di vacanza siamo andati a vedere un posticino indicato in un opuscolo per turisti come "il museo del Petit Monde", sulla civiltà agricola. Sono tre piccolissimi borghi, Triatel, Ronc e Etirol, che costituiscono, insieme, un comprensorio. Di musei della civiltà agricola ce ne sono tanti e sono per me malinconici, perché vedo oggetti che ricordo perché li ho visti usare, e adesso sono abbandonati, in stanze che sanno spesso di muffa: ogni genere di attrezzature per tagliare e arrotare e segare a mano, e telai, fusi, e setacci ...I tre paeselli sono in fila sulla costa del monte in una posizione soleggiata. Il sole d'estate sembrava lì particolarmente caldo e si vedeva anche dalle piante che ci crescono, tanto che hanno cominciato a arrivarmi immagini di tantissimi anni fa della val Cerfone, qua da noi, dove andavo spessissimo da bambina...cardi e farfalle, e un profumo di erbe che si seccano e distillano nell'aria oli essenziali...La strada per arrivare fin lì è asfaltata ma stretta e su un lato ha un pendio ripido, quindi abbiamo lasciato l'auto e abbiamo proseguito a piedi. Al tempo dei Salassi era solo un sentiero. Questa non è la Val d'Aosta degli sciatori e del turismo di massa. Somiglia molto alla Val d'Aosta che vidi nel 1970, quando alle pareti della case stavano appese file di zoccoli in legno appena fatti ad asciugare, e la gente li indossava davvero, e in paese a Lignod c'era solo una latteria, oltre al bar, e la leccornia del posto era la panna montata, ma senza zucchero. 
Il museo del Petit Monde è fatto di alcune abitazioni risistemate come un tempo e di tanti cartelli esplicativi. Leggendoli, io che fantastico, mi sono ritrovata indietro nel tempo, ancora una volta. Le case sono probabilmente molto simili a quelle dei Salassi. Infatti il cartello dice: dall'anno zero fino a oggi, (o ieri). Non c'è motivo per cambiare un modello che funziona. Sotto, la case sono fatte di un ambiente costruito sulla roccia, in pietra, che serviva da stalla e per lavorare. Sopra l'abitazione, in legno. Abitazioni essenzali, in cui si continuava a lavorare sempre, perché tutto si produceva in casa, dal cibo agli abiti agli utensili. Sopra ancora, o di fianco, il fienile e il granaio. Le parti in legno sono sospese su dei supporti di pietra che hanno forma di funghi, per non far risalire l'umidità, ma anche i topi. I cartelli dicono che guardando i paesini si aveva un'impressione di armonia, cioè di integrazione col paesaggio circostante. Una cosa che non disturba e perfino decora, abbellisce. Questo derivava, dicono ancora i cartelli esplicativi, dal fatto che tutta la vita umana era inserita in un ciclo naturale, le case costruite sulle parti rocciose e i terreni coltivabili lasciati liberi per gli orti immediatamente intorno alle case. I villaggi, fin dove c'è memoria storica, cioè documenti, sono quasi inalterati nel tempo. Nel corso di secoli si sono aggiunte, in periodi favorevoli, solo tre o quattro abitazioni.
Abbastanza vicino, ma non tanto da creare problemi, un corso d'acqua. Questi tre posticini che fanno parte del Petit Monde per secoli sono stati molto isolati e c'è da pensare che qui i Salassi siano restati tali, senza troppe mescolanze. Nei documenti viene chiamato Petit Monde o anche Autre Monde, per sottolineare qualcosa che lo rendeva diverso, più esposto al sole, più caldo, più accogliente, forse perfino con più cibo disponibile. Lungo la via un mulino risistemato, anche qui c'è un cartello che dice di tutte le istituzioni che hanno contribuito, regione e comune e provincia e perfino la comunità europea, per riaggiustare un piccolissimo mulino che funzionava con l'acqua del torrente lì accanto. Un tetto copre il meccanismo quasi interamente visibile; mentre di solito i mulini sono fatti di più stanze chiuse, compresa l'abitazione del mugnaio, qui invece tutto è piccolissimo e aperto e l'uso doveva essere semplice, perchè chiunque potesse usufruirne, e comune, cioè pubblico, e questo mi riporta ad un testo che studiai all'università sulle proprietà condivise e i diritti pubblici ancora presenti in certi luoghi d'Italia, tipo il diritto di far legna, di attingere acqua, di fare fieno...si intitolava, mi pare, "la proprietà non è più una virtù". Adesso il mulino riaggiustato, vera macchina il cui motore è l'acqua, come in altre macchine la benzina o l'elettricità, dorme. L'acqua non passa più. Nessuno lo usa e questo mi fa sempre una tristezza infinita, non so bene dire perché, come una chitarra appesa al muro che nessuno suona o una persona che non ha sviluppato le proprie qualità. E' lì a far Storia, come le case di Etirol, in gran parte crollate, che però testimoniano la vita passata forse meglio di quelle abitate. Fra i ruderi e le poche case ristrutturate, le viuzze lastricate in pietra mi hanno riportato ancora indietro alla val Cerfone degli anni sessanta, non quella di ora con le case a schiera, che è quasi periferia della città. Le pietre sono mese per traverso, nella stessa maniera, e mi pare di risentire il suono degli zoccoli della vacche. Sopra le case di Etirol, lungo il sentiero un rivolo d'acqua scorre e canta e si ricongiunge, in basso, al torrente. Acqua dappertutto, viva, pulita. In una delle case abitate una signora anziana che coltiva, in uno scampolo di giardino terrazzato affacciato sulla valle, delphinium azzurro cielo. In un'altra una giovane mamma un pò scontrosa ma gentile in puro stile montanaro, con bambini di cui sentiamo solo le voci. Questi posti isolati, alla fine delle strade, con solo ancora sentieri che si allungano in alto sulla montagna, sono un'immagine e un paradigma della realtà più grande. Gli uomini hanno vissuto qui per secoli sommati, millenni, senza cambiare troppo i modi. I villaggi si integravano al paesaggio boscoso, modificandolo con la creazione di pascoli. La vita era ritmata, lenta, durissima. C'erano ovunque croci e segni sacri, per raccomandarsi a Dio e agli dei di prima dei cristiani. Nelle decorazioni delle case fiori e cuori, per riscaldare gli animi e ricordare, anche nei lunghi inverni nevosi, le cose migliori della vita.
reseda accanto ad un campetto di patate


venerdì 24 agosto 2018

infrastrutture

Infrastrutture 

Non molti giorni fa, nella seconda metà di luglio, siamo passati dal ponte Morandi per andare in val d'Aosta. Tutti dovevano passare di lì, se erano su quel tratto di autostrada. Siamo andati e tornati e al ritorno, mentre si imboccava il ponte, ho pensato che prima si usciva di lì, da quella strada sospesa in aria ingombra di enormi camion surriscaldati sotto un sole estivo implacabile, meglio era. Un ponte certamente sicurissimo, supercontrollato, mi sono detta, ma chissà? 
Non che avessi una premonizione, direi piuttosto quel primitivo senso di allarme che provoca la vertigine dell'altezza anche su un sentiero di alta montagna dove su un lato hai lo strapiombo. 
Poi non ci si crede che un ponte su cui passano ogni giorno migliaia di mezzi non abbia controlli sufficienti,  o che controlli ci siano, e documenti che attestano un danno, ma nessuno si prenda la responsabilità di chiuderlo. 
La responsabilità di bloccare l'intensissimo traffico quotidiano per un tempo imprecisato, un traffico per cui non ci sono alternative, e tutto per un rischio probabile di crollo...mi immagino le proteste inferocite. Ora però ci sono 40 morti, oltre al danno. 
Il ponte Morandi era un passaggio obbligato per chi vuole andare oltre, in Valle d'Aosta, o in Francia, o in Piemonte, e ora non c'è più. 
Questo il significato della parola infrastruttura. E' una parola che usano i politici, che è sempre inserita negli spot elettorali, normalmente mi richiama vaghe immagini di strade, ponti, ferrovie disegnati a china su fogli bianchi, e ora acquisisce un senso così reale, ora che su quel ponte ci eravamo passati anche noi parecchie volte in pochi mesi, non solo per andare in vacanza, ma anche Mauro per accompagnare la figlia maggiore a Torino dove si trasferiva per lavoro. 
Un significato vivo che non ha bisogno di altre spiegazioni, di là non ci si può più andare o si deve fare una strada assai più lunga e complicata. La Liguria lunga e stretta, una striscia limitata a nord da montagne abbastanza elevate da meritarsi il nome di Alpi marittime, è una terra di passo più di altre, dove le strade acquistano importanza strategica essendo specialmente difficili da realizzare e soggette a frequenti alluvioni e frane, proprio per come la Liguria è fatta e per il cambiamento del clima in atto. Un'altra volta che andavamo in montagna, negli anni novanta, dal ponte Morandi vedemmo una tromba d'aria sul mare lì davanti. Non ne avevamo mai viste dal vivo e quel filo che danzava e si spostava sulla superficie dell'acqua, innocuo a vederlo e perfino bello, ci impressionò abbastanza e si pensò anche quella volta che era meglio togliersi presto di lì. 

Aosta

Ad Aosta ho visitato il museo archeologico, i resti del teatro e il criptoportico forense. Aosta, il cui nome era Augusta Pretoria, era stata creata dal nulla dai romani come città infrastruttura, come punto d'arrivo e ripartenza delle strade che valicavano le Alpi al piccolo e gran San Bernardo, alla convergenza della Dora Baltea col torrente Buthier. Era stata costruita quasi come un trampolino per prepararsi ad andare oltre, per invadere? O per coltivare rapporti, commerciare, scambiare cose e idee con la Gallia transalpina? I ponti e le strade servono a questo e i romani erano grandi costruttori, avevano ingegneri e maestranze formidabili. Hanno lasciato monumenti ma, più di tutto, le strade. C'è da immaginare i Salassi, gli abitanti della valle, che si vedono arrivare un esercito più o meno straniero che si accampa e comincia a costruire, non invitato, una città cintata. I romani non erano estranei, avevano già costruito cittadelle fortificate a difesa della valle da cui frequentemente entravano i "barbari" in territorio romano, inoltre c'erano all'epoca un traffico e dei commerci che risulta difficile immaginare, che ora affiorano nelle ricerche scientifiche più disparate. 

Il ferro di Oetzi.

Per esempio hanno scoperto che il ferro (FE) della mummia di Similaun, l'uomo vissuto  3000 anni prima di Cristo, ritrovato quasi intatto sempre sulle Alpi ma in Trentino, quel ferro proveniva dall'isola d'Elba. E così un mondo in cui gli spostamenti avvenivano, prima dei romani e degli Etruschi, prevalentemente a piedi, in cui ci si immagina che le comunità umane fossero isolate e facessero una vita complicata, improvvisamente appare diverso, con collegamenti e ramificazioni impensabili. 

Le vie romane di montagna

Aosta fu fondata all'epoca di Augusto, dopo una breve guerra in cui i Salassi vennero uccisi o deportati ad Ivrea (Augusta Eporedia il suo nome latino) dove venivano venduti come schiavi, e per il resto assoggettati e mescolati ai romani invasori. C'è una stele che testimonia l'assoggettamento.
Un cartello racconta delle strade extraurbane. Extramoenia, fuori dalle mura, c'erano queste vie difficilissime, riporto il testo:
...dure e aspre fin dalla loro costruzione: tagliate nella roccia viva, con lavori in trincea o con percorsi a mezza costa. La più spettacolare via romana tra tutte le vie dell'Impero è il tratto della via danubiana in Romania, presso il ponte Turnu Severin, ma un secondo esempio è proprio in val d'Aosta, nei tratti di Donnas e Pierre Taillée (pietra tagliata). Strabone, storico dell'epoca, offre descrizioni terrificanti dei passi alpini anche dopo la conquista romana che aveva trasformato i sentieri in strade vere e proprie.

 "Attraverso il territorio dei Salassi le vie di transito,che erano un tempo aspre e difficilmente accessibili, esistono oggi da molte parti, sono al sicuro dagli abitanti (!) e risultano praticabili, nei limiti del possibile. Cesare Augusto provvide all'eliminazione dei briganti con la costruzione delle strade, quanto e come era consentito: non era, del resto, possibile forzare ovunque la natura attraverso le rupi e dirupi smisurati che ora incombono sulla strada, ora si spalancano al di sotto, in modo che anche un piccolo passo falso è un pericolo inevitabile, perchè la caduta avviene su precipizi di profondità abissale. La strada è poi in certi tratti così stretta da causare le vertigini a coloro che la percorrono a piedi e alle bestie da soma che non siano avvezze, mentre quelle del posto trasportano i loro carichi in sicurezza. A queste difficoltà è impossibile porre rimedio, nè agli enormi lastroni di ghiaccio che si staccano dalle pareti e scivolano in basso, capaci di trascinare con sè e far precipitare nei baratri un'intera carovana." 
Queste strade impressionanti, ancora esistenti soprattutto nei punti dove furono scavate nella roccia, di cui comunque si riconosce il tracciato quando non è coperto da una strada moderna, sono piene di fascino. Le incrociamo o ne percorriamo dei tratti quando in vacanza camminiamo per i sentieri alpini in una bella giornata soleggiata in cui i pendii scoscesi coperti di fiorellini non fanno paura, ma basta che il cielo rapidamente si rannuvoli e si cominci a sentire il tuono, che lassù irrompe immenso come non accade in città, per aver subito un pò di timore. Allora pensare ai viaggiatori d'un tempo e mettersi nei loro panni e nelle loro scarpe e perfino nei loro pensieri è più facile...e le strade percorse ora per "diletto" tornano ad essere infrastrutture, mezzi per collegare, vitali, necessari.

Sulle spalle dei giganti

Quando il ponte Morandi è crollato mi è venuto un pensiero, che stiamo usando manufatti costruiti nel dopoguerra, negli anni cnquanta sessanta e settanta. Sono manufatti vitali per la nostra società. C'è quest'espressione, stare sulle spalle dei giganti, e questo sembra che abbiamo fatto per molti anni fino ad ora. 
 « Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'acume della vista o l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti. » 
Abbiamo usato oggetti costruiti dalla generazione che ci ha preceduto, che pensava che il mondo fosse immenso e le risorse infinite, e la scienza potesse risolvere ogni problema. Mio padre era uno di quegli ingegneri, un ingegnere del cemento armato, che a volte progettava oggetti che sembravano sospesi nell'aria, volanti, e che stavano in piedi ed erano sicuri. Dobbiamo scendere dalle spalle dei giganti e camminare con le nostre gambe con l'aiuto di quello che abbiamo visto da quella posizione privilegiata. Gli anni sessanta con la loro lunga eredità sono finiti e costringono non tanto e non solo alla conservazione e manutenzione, ma a nuovi modelli, completamente diversi, questo mi pare di intravedere davanti.


martedì 24 aprile 2018

polline di abete

Il lavoro di questi giorni sarebbe, a poterlo fare, togliere erba, praticamente tutto il giorno. Togliere, zappettare, portare l'erba al compost, ritrovare piante sommerse, accorgersi che ci sono troppi settembrini nati dove gli pare, che la caesalpinia ha dei rami interi morti dal freddo, che si aprono i piccoli deliziosi allium neapolitanum dai bulbilli che mi portò la Maura anno scorso, che il callistemon sembra del tutto morto e anche il nespolo del Giappone e due viti...In questi giorni ho fatto il boia. Ho segato alla base una grossa buddleia weyeriana (spighe di palline di fiori gialli) che avevo piantato accando al viburnum burkwodii per fargli ombra. Il viburno è cresciuto ed è bellissimo, ed è ora che la buddleia se ne vada, erano brutti insieme. Della buddleia aveva fatto talee e ho già tre piante nuove pronte. Per metterle dove? Chi lo sa....In giardino a un certo punto si deve sfoltire. Se le cose hanno funzionato anche solo discretamente qualcosa è diventato grande e bisogna fargli spazio. Questo viburno che mi vendettero col cartellino di Burkwodii ha un odore incredibile, lo stesso di un profumo che la mia mamma usava quando ero piccola, mi fa tornare indietro nel tempo. Usava questo profumo, di cui non ricordo più il nome, ma ne rimpiangeva uno che aveva usato da giovane e che si chiamava "Fleur de rocaille". Fior di roccia.
In tutta Italia è piovuta la terra del Sahara. Se ci si pensa fa impressione che i venti sollevino talmente tanta terra dai deserti da trasportarla di là dal mare e coprire tutto, a cominciare dalle auto, (di questo le persone si lamentano molto), ma penso anche alla biancheria stesa a asciugare, alle foglie delle ninfee che erano macchiate di rossiccio... un velo di terra rossa africana. Mi è tornato in mente il film Interstellar, per chi l'ha visto. Una mattina, dopo un'altra pioggia, ho visto a terra un velo giallo. Ho ripensato alla terra rossa, e intanto spazzavo il pavimento del piazzale qua fuori, ma questa roba non aveva il colore giusto, era tanta, finissima e gialla... certe volte mi sembra di fare Sherlock Holmes...ho capito. Era stato l'abete, che si è coperto in ritardo dei suoi fiorellini rossi e li ha aperti tutti insieme lasciando andare quantità grandi di polline. Polline giallo di abete a palettate sparso a terra, se scuotevo i rami cadeva giù come la farina, ho alzato gli occhi e mi sono accorta di quanto è diventato alto e forte da quando siamo qui, da provocare un fenomeno così ingente e visibile. Appena arrivati, nel 2000, era solo un alberello piantato su una discarica di macerie. Ora apre i nuovi germogli, che diventeranno rami e rametti, insieme al glicine che apre i fiori e al maggiociondolo che sciorina la pioggia d'oro, ma tutti avrebbero bisogno di nuovo di acqua. E' stata la spinta del calore, sempre africano, ad affrettare tutto. E' piovuto tanto, e hanno bisogno di acqua? Dice qualcuno. Non ne hanno avuto abbastanza? Eh sì, difficile spiegarlo a chi vive in città una vita quasi del tutto artificiale, non si chiede da dove viene l'acqua che esce dal rubinetto quando si apre e si incavola se ci sono problemi di erogazione.




martedì 17 aprile 2018

Pesciolini nuovi e storie di criceti

Diario di campagna. Abbiamo ricevuto dei pesciolini in regalo. Un giovane li aveva comprati per la sua compagna e li aveva in soggiorno in una grande boccia di vetro. Ha detto che erano diventati un pensiero, una preoccupazione, certe volte non tornavano a casa per niente e non potevano dar loro da mangiare. Si era pentito di averli presi, si prendono delle bestioline un pò come dei giocattoli, degli abbellimenti, e lo sono, belli! Ma poi ci si accorge che sono vivi e stare dentro una boccia con acqua sempre limpida, che imputridisce se non si cambia, che nessuno rende viva... è del tutto artificiale.  Chi se ne accorge manifesta in questo  una notevole sensibilità. 

Criceti

la Lorenza e il Topo Rosso
Anche a me capitò, da ragazzina, una cosa simile. Ebbi dei criceti e provai le stesse cose, questa consapevolezza di piccole vite che dipendono in tutto da noi e non sarebbero più possibili in natura. I criceti non sopravviverebbero nell'ambiente naturale. Era morto un gattino, in casa, abitavamo al sesto piano di un palazzo di una periferia che stava diventando rapidamente città ed era difficile tenere un gatto. Compatisco molto i gatti costretti a vivere in un appartamento. Ero così addolorata che la mamma per il compleanno mi portò a comprare due criceti, che chiamammo il topo Rosso e il topo Biondo. Il gattino era morto quando cercavamo di farlo abituare a uscire da solo, di consegnargli un pò di libertà, ma fu subito ucciso da un'auto che passava a velocità bassissima, e lui quasi si buttò sotto le ruote. Credo che la mamma pensasse, con due bestioline piccole, che se ne stavano in una gabbia, che non si sarebbe presentato il problema della loro libertà, della qualità della loro vita, e invece...

Quando li presi in mano la prima volta mi morsero! Ce li vendettero con una piccola gabbia con dentro una ruota e loro di sera si svegliavano e salivano su questa ruota e correvano senza andare in nessun posto, ma anche si arrampicavano e si spenzolavano appesi per le zampe al soffitto della gabbia. Dopo tre giorni che li guardavo in quelle condizioni tornai dal venditore e presi una gabbia molto più grande, enorme, non li potevo vedere in quello spazio angusto. Ogni sera pulivo la gabbia e li facevo uscire. Li facevo uscire perché a tutti piaceva di averli in giro, stare con loro, assistere alle loro gesta minime ma sempre memorabili che ci facevano ridere, e poi c'era questo fatto, che sentivo di dovergli permettere di fare una buona vita, divertente, piacevole, nei limiti del possibile.  Stavano in giro dopo cena, nel tinello con le porte chiuse perché non andassero a cacciarsi dove non saremmo riusciti a immaginare. I criceti sono attivi di notte. Il babbo stava seduto sul divano a guardare la televisione e il Rosso gli si arrampicava sui calzini e saliva finchè non trovava la pelle nuda. Ancora sento il mio babbo che ride: "Toglietemelo! Mi fa il solletico!" Si contorceva e rideva, ma non li prendeva in mano per paura di fargli male. Mi si arrampicavano addosso, mi salivano sulle spalle e in giro, avevano con me grande confidenza e credo si possa dire che mi volevano bene.
Come tutte le bestie compresi noi avevano due personalità differenti, espansivo e estroverso il Rosso, e introverso il Biondo, ma anche grande esploratore. Una sera, dopo un anno che era con noi, il topo Biondo salì molto in alto arrampicandosi in modo avventuroso. Poi si buttò di sotto come faceva nella gabbia, solo che era arrivato quasi a due metri  e restò paralizzato. Si riprese e ricominciò a camminare e muoversi, e però gli venivano degli attacchi epilettici. Mi maledissi per averli presi. Nonostante questo credo che abbiamo vissuto fra le migliori vite di criceti che gli potevano capitare e gli ho voluto tanto bene. La sera si riempivano le gote di cibo fino a scoppiare. Hanno delle sacche nelle gote, apposta per trasportare i semi di cui si nutrono in natura, e li portavano nella tana che avevo fatto per loro con una scatola di polisterolo di una torta gelato. Certe sere decidevano di pulire casa e portavano fuori tutto, poi di nuovo tutto dentro. Questa cosa la faceva anche un certo Luca con cui ho lavorato, la faceva con l'ufficio, tutto fuori e poi tutto dentro e io gli dicevo "Fai come il criceto!" Per quanto sia stato bello averli e per quanto sia stata probabilmente per loro una vita buona o passabile, non prenderei mai criceti per un bambino. Non mi piace tenere bestioline in questo stato innaturale di ...non so? Schiavitù? Non credo sia un buon insegnamento per un bambino. Morirono di vecchiaia, e fu una cosa molto triste che ora non voglio ricordare.

Pesciolini

Sono andata a prendere questi pesciolini che dicevo con un secchio con un pò d'acqua del laghetto e sono stati lì dentro tutta la notte. La mattina dopo, tardi, quando pensavo che l'acqua della vasca fosse più caldina, li ho fatti scivolare nel "grande mare", con tutti gli auguri del caso. Mi immagino: da una boccia bella grande, ma non più di trenta centimetri di diametro, sono arrivati in una vasca di due metri con piante e tante bestie, neanche io so di preciso chi c'è.  Rane e rospi, girini, sette pesci rossi, gambusie  in numero imprecisato, ditischi, che sono tipo degli scarafaggi acquatici con le pinne per nuotare, chiocciole d'acqua e fra poco, serpenti. Poi chi lo sa. I pesci rossi gli sembreranno dei giganti, sono grossi 4 o 5 volte uno di loro. Un vero choc, spero benefico. Due pesciolini hanno tre code e pance grosse, uno ha il corpo rosa e la testa rossa, e l'ultimo è un comune pesce rosso. Bellini! Non li ho più visti, ma Mauro ieri sera li ha avvistati, tutti in gruppo per farsi coraggio, prima che facesse buio, auguri!
Buone notizie: il pesce Lazzaro sta perdendo tutta la sua roba grigia e mettendo scaglie nuove, insomma pare che guarisca.

domenica 15 aprile 2018

Talpe, funghi quasi magici

 Diario di campagna. Il seguito della storia del pesce Lazzaro è che  non è finita per niente e non si sa ancora se è a lieto fine, come sempre nella vita: la pelle, o meglio le scaglie che erano rimaste esposte all'aria e si erano scurite, si sono ammalate. Hanno sviluppato una specie di muffa grigia molto brutta. Non sappiamo come aiutarlo. Nella foto si vede.



Ma il pesce mangia ed è molto vitale e passando il tempo sembra  che la zona infetta si riduca... informerò su come va a finire. 
In questi giorni ho liberato un passaggio di mattoni che attraversa il prato e collega il piazzalino pavimentato davanti alla casa con le scale esterne, e negli anni si era coperto di terra, uno di quei lavori pesi e scomodi che non faresti mai e invece poi sono belli anche a vedersi. In fondo alla scala avevo creato un fossetto con la palettina, perché di solito ci ristagna l'acqua e accumula materiale che scende con le piogge. L'altra mattina era di nuovo pieno di terra, appena smossa. Ho pensato che Mauro non aveva approvato e ci aveva riportato la terra per rifare il piano. Mi ha detto che non se lo sognava neanche. Sarà scesa con la pioggia, ha detto lui. Tutta questa roba? Ho detto io. Qualche volta succedono cose che non si capiscono. Ho ripreso la paletta e scavato ancora. Dopo pranzo mi ci è cascato l'occhio: era di nuovo pieno di terra. Ho ripreso la paletta e mentre la toglievo c'era qualcuno che la buttava fuori da sotto i mattoni, mi è venuto da ridere: una talpa! Oltretutto si sentiva un pigolio, tipo il rospo in amore, che non ho saputo a chi attribuire, perchè rospi non ne vedevo, ma c'è tanta erba e piante che non si vede granché. La mattina dopo la talpa era arrivata lontano, seguendo il vialetto, e c'era una buca aperta con la terra accumulata intorno, e la Cacciatrice ci metteva il naso dentro...piccole infinitesime storie di campagna, assai più rasserenanti del macrocosmo di Trump e Assad e Putin, che pure resta, rispetto alla storia umana, un microcosmo di miserie e crudeltà. 
Qui lo posso scrivere: una sera Mauro giù a valle ha visto un lupo, incontro magico, ma bisogna stare zitti, perché gli umani sono fatti con la stampo di Trump, per la maggior parte, e riempiranno ancora di più di trappole e veleni. Il lupo, fra gli animali medicina, è considerato il Maestro. Se si incontra c'è qualcosa da imparare...questo per trovare la magia che manca nel quotidiano. Per tornare qui a casa, dove veleni quasi non ci sono, ho trovato questo bel fungo in giardino, che avevo visto solo nei libri: spugnola, nome volgare, altrimenti Morchella. Ne ho trovati due sotto la siepe di lauroceraso che stavo tagliando e uno dove si fa l'orto, lontano. Non li vedi mai e all'improvviso ce ne sono tre. Può darsi che non ne vedrò mai più, dal vivo.


lunedì 9 aprile 2018

Pesce Lazzaro

Ieri ho lavorato un bel pò in giardino per ripulire la zona davanti all'ingresso superiore della casa. Quelli che, ormai molti anni fa, ristrutturarono, volevano trasformare la vecchia colonica in una villetta borghese, e ci avevano fatto anche la siepe di lauroceraso, con grandi foglie lucide, impenetrabile allo sguardo e comune in tutte le periferie urbane. A me non piace per niente il lauroceraso,  neanche le villette, o meglio, siccome le piante mi piacciono tutte, questo qui mi piace solo quando è tenuto in forma libera e fiorisce. Fa dei fiori a pannocchia bianco crema abbastanza belli e profumati, ma l'uso come siepe non lo fa fiorire, perché viene continuamente potato. E' una pianta dalla crescita veloce e tutto quello che va così veloce ed è sempreverde, ha bisogno di molta acqua e concime. Tipiche idee anni settanta e ottanta, tutto rapido, costoso in termini ambientali, pronto effetto. Qui da me le estati terribili ultime lo hanno sciupato molto e ora vorrei proprio toglierlo. Ieri ho iniziato a tagliare, ma toglierlo di terra non ci riesco, mi ci vorrebbe un piccolo escavatore. A me piace che la casa somigli alla sua storia passata il più possibile, e mi piace che abbia piuttosto una siepe mista, fiorita, che somiglia alla campagna intorno. Nella fila di laurocerasi si sono formati dei buchi e ci sono nati tre cercis siliquastrum, l'albero di Giuda, dai semi di quello che c'è dietro la casa. Li ho lasciati e gli ho fatto spazio. Diventeranno alberi veri e ci sarà il problema di potarli, ma forse sarò troppo vecchia o non ci sarò più quando succederà e ho deciso di fregarmene. Accanto c'è una photinia che sta per aprire i fiori, e una banksiae lutea dai fiorellini giallo zolfo. Più in là c'è un bi-tiglio. cioè un tiglio che mi regalarono quando arrivò la Holly da noi, e lei ci saltò sopra e lo ruppe. Ma la piantina aveva molta voglia di vivere e buone radici e è ripartita, e da un solo fusto iniziale ora ne ha due vicini, per questo un bitiglio. E' molto bella, elfica, ora che è giovane e apre i germogli. Poi c'è una lonicera fragrantissima, un sommacco a foglia rossa e un groviglio di lillà bianco, viburnum tinus nato da solo, e   oleandro che forse si è seccato per il gelo. Insomma un sacco di roba, oltre alla grande clematis Armandii che però quest'anno, fra la terribile estate e il forte inverno, ha praticamente saltato la fioritura. Non ci si pensa, si dimentica che l'estate scorsa è stata quasi impossibile e che l'inverno ha fatto vittime, ma dai giardini si vede. In fondo alla fila, a presidiare il cancello, c'è una quercia che quando arrivammo era piccola e ora è molto grande. Ho un piccolo progetto per questa zona e spero di avere le energie per realizzarlo.

Pesce Lazzaro
 
In questi giorni c'è stato un piccolo dramma.
Avevo liberato la vasca dalla pianta galleggiante che copriva la superficie e finalmente avevo potuto contare i pesci rossi. Sette: cinque rossi e due rosa. Anni fa erano molti di più, e so di sicuro che alcuni li ha mangiati un airone che veniva ogni tanto.  Una notte  è piovuto molto e la mattina dopo, che era giovedì scorso, sono andata a vedere, e li ho contati di nuovo, lo faccio sempre, è un'abitudine, loro vengono a vedere se porto del cibo e posso anche toccarli, e intanto mi assicuro che ci siano tutti. E' una cosa molto da vecchia signora, ma lo facevo anche da giovane, capisco che con quello che succede nel mondo i pesci rossi non sono una priorità, ma mentre su quello non posso farci niente, con i pesci rossi magari riesco meglio a combinare piccole cose buone. Erano sei, mancava uno dei pesci rosa. Mi si è stretto il cuore. Che sarà  successo, forse sarà stata la Sekmet, la micia grigia che sta sempre con le zampe nell'acqua? O la Cacciatrice, che si chiama così perché acchiappa tutto quello che si muove? O un altro uccello? 
Quando è tornato Mauro gliel'ho detto e lui era dispiaciuto come me e ha fatto una cosa che io non avevo fatto, un giro intorno alla vasca e il pesce rosa era dall'altra parte, subito fuori del punto in cui l'acqua tracima quando piove tanto. Sarà saltato fuori?  Sarà uscito col flusso dell'acqua nella pioggia forte? L'avrà davvero tirato fuori una delle gatte? Non importava, perché il pesce era stecchito. Ho avuto un flash: la sera prima, che ero a casa per il riposo settimanale, guardando la televisione e scarrellando, avevo visto la scena di un film in cui si rompe una boccia con un pesce rosso e una donna dice "lascia fare, lo prendiamo dopo, i pesci rossi resistono anche 24 ore fuori dall'acqua" Avevo cambiato canale infastidita perchè il pensiero del pesce che boccheggia sul pavimento mi disturbava. Che cosa strana, ho pensato, il film  e oggi il pesce morto...
Mauro ha preso il pesce per la coda e ha detto che si poteva provare, i pesci rossi, dai suoi ricordi di pescatore bambino, sono resistentissimi, e ha messo il pesce nell'acqua. Mi ha fatto impressione. Era morto e metterlo lì nell'acqua viva... ma le branchie hanno iniziato piano a muoversi. Il movimento era debole ma riusciva a mandare il pesce in giro in cerchio, sdraiato su un fianco a galla. Un morto che cammina, occhi sbarrati e pinne ferme, oltretutto sporco di terra che gli era rimasta attaccata addosso. Gli altri pesci si sono quasi fermati, anche se erano distanti. L'acqua doveva aver diffuso il messaggio che c'era uno quasi morto, uno di loro che stava per morire. Siamo stati a guardare. Il pesce girava e faceva davvero impressione questo moto insensato in cerchio. Mi sono ricordata quando, bambina, trovavo un insetto o un verme mezzo morto e provavo orrore, e l'impulso era di schiacciarlo, di finire di ucciderlo. Invece, pietosi, siamo stati a guardare. Ci chiedevamo se fosse stato danneggiato dall'esposizione all'aria, se avesse preso  una zampata da una gatta che aveva leso gli organi...Ha girato così per tanto tempo, poi ha avuto un guizzo. Un altro e un altro, ha tentato di mettersi dritto. Ha provato un pò di volte e è riuscito a immergersi perbene, senza più stare sulla superficie dell'acqua. Ora stava dritto e aveva recuperato l'equilibrio. Ha cercato di andare più a fondo, poi è tornato in giro, sembrava molto confuso quasi come un ubriaco. Il giorno dopo era debole ma mangiava insieme agli altri. Aveva avuto davvero una brutta avventura, e ne porta il segno nelle scaglie che sono state esposte all'aria e si sono scurite, magari più avanti le cambierà? E' stata una piccola esperienza sconvolgente, anche perché riguarda la morte e la vita, e non è di tutti i giorni vedere un essere vivente "risuscitare". Mi viene da chiamarlo pesce Lazzaro.

venerdì 30 marzo 2018

macrobiotica

La notizia è di qualche giorno fa. Il testo che segue è preso da "La Stampa":

 Mario Pianesi, il guru dell’alimentazione macrobiotica, fondatore di un impero fatto di corsi, ristoranti, punti vendita e aziende agricole, è indagato nell’ambito di un’indagine condotta dalla polizia di Stato di Ancona e coordinata dalla Dda, che contesta a lui e ad altre quattro persone i reati di associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù, maltrattamenti, lesioni aggravate ed evasione fiscale. Secondo gli inquirenti manipolava i seguaci della sua dieta, spesso in condizioni di fragilità psicologica, fino a gestirne l’intera vita e a pretendere da loro donazioni di denaro. Una «psico-setta» attiva tra le Marche e l’Emilia-Romagna che propagandava l’alimentazione alternativa come terapia contro malattie altrimenti incurabili
Pianesi, considerato il precursore della macrobiotica in Italia, era nato a Tirana. Non aveva studiato medicina, si era fermato alla terza media, vantava una laurea ad honorem in Medicina conseguita all’Accademia delle scienze della Mongolia. Il suo movimento conta 90mila associati in Italia e una catena di oltre cento punti vendita e ristoranti, che l’associazione Upm, Un punto macrobiotico, riforniva in modo esclusivo di alimenti, saponi, senza dichiarare nulla al Fisco.

Secondo l’accusa plasmava un «asservimento totale delle vittime» attraverso un «rigido stile di vita, attraverso le cosiddette diete Ma.Pi (dal suo nome), in numero di cinque (gradualmente sempre più ristrette e severe) e le lunghe conferenze da lui tenute, durante le quali si parlava per ore della forza salvifica della sua dottrina alimentare». Tutta la vita degli adepti «era gestita dal maestro, che si avvaleva dei suoi collaboratori prescelti, facenti parte della “segreteria”, che attraverso i cosiddetti “capizona” e “capicentri” in varie parti d’Italia, all’interno dei Punti Macrobiotici, riusciva a manovrare a suo piacimento l’intero settore macrobiotico». 
Adepti indotti a lasciare il lavoro, una giovane costretta a dimagrire di 23 kg.
Gli adepti, come emerso dalle indagini, venivano convinti ad abbandonare il loro lavoro e in genere ad abiurare la precedente vita e a «lavorare» per l’associazione quale ringraziamento per il messaggio salvifico ricevuto; di fatto si trattava di sfruttamento, costretti a lavorare per molte ore e, nella migliore delle ipotesi, sottopagati. Una vittima della setta era arrivata a pesare 35 chili dopo essersi sottoposta al ferreo regime alimentare imposto dalle diete Ma.Pi. Secondo quanto si è appreso, la giovane quando ha deciso di intraprendere la dieta non aveva problemi di peso ma è stata comunque sottoposta ad un dieta da fame giungendo ad essere sottopeso.

Le indagini erano state avviate nel 2013 dopo la denuncia di una ragazza, in passato vittima della setta e che ha raccontato di aver creduto ai racconti sui benefici «miracolosi» della dieta. All’operazione hanno collaborato le Squadre mobili di Ancona e Forlì, supportate dalla Squadra Anti Sette del Servizio centrale operativo della polizia di Stato.

Quando ho sentito questa notizia ho pensato che molti anni fa, quando avevo il negozio del biologico che si chiamava "L'erba salvia", non ci avevo visto male. Avevamo aperto circa da un anno. Il locale era molto piccolo, in centro città. Per aprirlo avevamo faticato parecchio, per tutti i soliti intoppi e lungaggini della burocrazia. Ad un certo punto avevano cominciato a venire alcune persone molto critiche e severe. Si guardavano intorno con lo sguardo di chi disapprova, ma come, avevamo i latticini nel frigo? I latticini sono veleno, fanno malissimo! Ma come, non avevamo il nigari, utilissimo nella macrobiotica? Io la macrobiotica la sentivo nominare ora. Conoscevo un pò di cose sull'agricoltura naturale e biologica, ero partita da lì. La macrobiotica era una delle tante salvifiche vie dell'alimentazione per restare sani e vivere a lungo. In negozio arrivava un giornale che si chiama Aam Terranuova e ci trovavo informazioni, e anche in certi libri che vendevamo. Era proprio l'inizio e se volevamo vendere e diffondere una nuova sensibilità per un'agricoltura più rispettosa dell'ambiente e della salute dovevamo per forza continuamente informare e informarci. Ma naturalmente informare non vuol dire inculcare e condizionare, questo ce l'avevo abbastanza chiaro, anche se il rischio di fare proseliti, di diventare piccoli maestri, si corre sempre e io me ne accorgevo, a volte, di come certe persone mi ascoltassero come se proclamassi il Verbo incarnato, e mi sentivo a disagio.

C'erano questi macrobiotici che venivano quasi come se trasgredissero una regola, venivano perchè non c'era nessun altro che vendeva quel genere di cose, ma non approvavano. Quando non ti senti approvato e senti che c'è dell'aggressività, del malanimo, verso di te e quello che fai, in qualche modo ti difendi e non escludo di aver fatto qualche smusata a clienti poco gentili. In ogni modo i clienti non erano tutti macrobiotici, anzi, per fortuna parecchi erano persone serene. Dopo un pò aprì anche ad Arezzo "Un punto macrobiotico" e tutti questi migrarono lì. Era ristorante, ma vendeva anche alimenti, e detersivi. Era un'associazione culturale. Noi aprendo non avevamo voluto fare un'associazione culturale. I negozi tipo il nostro in tutta Italia erano quasi tutti associazioni culturali, perché avevano una serie di vantaggi, e l'unico svantaggio era di far fare una tessera ai clienti. In certi posti neanche te lo dicevano, ti facevano la tessera al primo acquisto senza spiegare niente. Ma c'era la possibilità che la finanza mettesse gli occhi anche sulle associazioni culturali, che in fondo mascheravano vere e proprie attività commerciali. Facemmo un normale negozio, con tutte le regole del caso, e le infinite rogne. Un negozio, lo ricordo, sta nel mercato, paga dipendenti, se li ha, paga l'INPS, paga tasse se guadagna, paga comunque le imposte locali, ha bisogno di un commercialista e paga anche lui, salato, e corre il rischio, con questo tecnico di cui si avvale, che non sia serio, che faccia dei casini, e non ha le competenze per accorgersene, sennò non avrebbe bisogno di un commercialista. 

Il Punto macrobiotico faceva per i pranzi prezzi bassissimi, per favorire l'approccio alla macrobiotica. Molte persone ci andavano perché pranzavano con 5000 lire, una cifra irrisoria. Mangiavano piatti di cereali integrali, legumi e verdure, con scarso condimento. Il condimento fa male! Ma in cucina il personale non veniva pagato, risultava lavoro volontario di associati, che però a volte capitavano da noi e si sfogavano dicendo che gli era stato promesso di assumerli, o almeno pagarli, ma ormai erano passati sei mesi o un anno, e non ce la facevano più a lavorare gratis. Erano piuttosto arrabbiati, e anche umiliati, perchè questo tipo di cose fa sentire che non vali come persona, e poi non hai denaro per campare, semplicemente. 

Questo meccanismo, lo ricordo, distorce l'economia locale, anche se in piccolo, anche se in una zona ristretta, perché i ristoranti veri non possono tenere personale non pagato, anche alcuni che vorrebbero, a chi non piacerebbe non pagare la manodopera?, e hanno dei costi normali di gestione. Una cosa del genere fanno le mafie quando immettono denaro sporco nel ciclo, più o meno pulito dell'economia, col risultato che nei periodi di magra come quello appena passato alcuni locali aperti con tanto personale erano da indagare perché di sicuro c'era dietro del marcio.Questa cosa si chiama concorrenza sleale, per lo meno.

Nel punto macrobiotico invece il gioco era quello descritto non da me, ma dal giornalista della Stampa. Un gioco di convincimento,  di condizionamento. Ogni tanto qualcuno mi raccontava cose che venivano insegnate nei corsi, per fortuna tante le ho dimenticate: fumare fa male, ma solo alle donne. Agli uomini no, perché fa allargare la cassa toracica, ed è un bene. Questa cavolata mi è rimasta nella memoria. 

Una serie lunghissima di regole insensate, tipo quella che ora è comparsa sui giornali, per cui la mattina bisogna scendere dal letto col piede sinistro. In generale le regole erano condivisibili e in comune con altre linee, e con quello che dice l'Organizzazione mondiale della sanità : mangiare integrale, molta verdura, ma secondo i macrobiotici poca frutta perché dolce. Lo zucchero, anche quello della frutta, fa male. Molti legumi e quasi niente carne, poco pesce. L'olio buono è quello di sesamo. E l'olio di oliva, che è nostro ed è una medicina? No, secondo loro meglio l'olio di sesamo. Ne parlavo a volte con un'amica che ritenevo un'autorità, perché aveva lavorato in uno di questi ristoranti di una città del nord.  Mi diceva: certo che la macrobiotica prevede che si mangi pesce! Per esempio alle donne incinta che hanno bisogno di integrare con proteine animali si consiglia di mangiare la carpa. La carpa: avete mai visto carpe in vendita nei supermercati? Io mai. E mio marito che da ragazzo andava a pescare col suo babbo, diceva  che le carpe si possono mangiare, ma sanno molto di fondo, di fango. Di solito si ributtano in acqua. 

Poi c'era la questione delle verdure: le solanacee fanno male. Le solanacee sono le patate, i pomodori, le melanzane e i peperoni. Fanno male perché contengono solanina che è tossica. (In realtà pare che la solanina non ci sia più dopo la cottura e diminuisca fino a sparire con la maturazione degli ortaggi) 
E poi, dicevano, sono verdure americane, importate al tempo della conquista dell'America, e non sono nostrane, non ci appartengono. Non si devono mangiare. Anche su questo c'è da dire che i pomodori importati, i primi, erano piccole bacche gialle, e tutta la selezione dei frutti, del tutto naturale, è stata fatta in Europa, quindi il pomodoro che mangiamo oggi  si può dire che è nato qui.
Pensate a quanta roba della cucina italiana si esclude escludendo le solanacee, quanti piatti tipici del sud e del nord. C'erano persone che, ormai convintissime, non facevano mangiare ai bambini la pasta col pomodoro. Li rallevavano a riso integrale bollito con la cavolella, e quasi scondito, col rischio di gravi carenze nutritive. C'era una nonna che di nascosto dava ai nipotini la pasta col pomodoro e la carne e altre cose, vietate in casa del figlio, col risultato che finivano per litigare di brutto. Questo, non è sano.

Un'altra cosa che mi pareva comune ai macrobiotici che conoscevo era l'avarizia. Ho visto persone prendere in mano un cavolo quattro volte di seguito incerti se comprarlo o no, me lo facevano pesare, chiedevano il prezzo, con la faccia tormentata e alla fine rinunciavano. Un cavolo non costa una fortuna. E si trattava di gente senza problemi economici!

Ci si può chiedere come si arriva a un tale punto di rimbambimento. Ci si arriva piano piano, perché si ha paura di ammalarsi, si ha paura di tutte le malattie nuove e vecchie e dell'inquinamento. Si trova questa risposta, così rigida, così assoluta, questa verità, che è da accettare come una fede, perché non puoi davvero pensare correttamente col cervello acceso e credere che siano vere certe scempiaggini, quindi a un certo punto il pensiero lo spengi e ti fai dire come vivere. Qualcuno che non ha alcuna autorità e competenza per farlo ( e comunque nessuno dovrebbe dirti come vivere, a un certo punto dovresti essere capace di scegliere da te, per quanto riconosco sia difficile) ti assegna una griglia rassicurante, una scatola mentale in cui ti chiudi e ti senti più calmo, temporaneamente placate le tue angosce. Hai contatto prevalentemente con gente che la pensa come te, frequenti queste persone e vi appoggiate gli uni agli altri, vi fate forti insieme. Siccome quelli che non la pensano come te ti mettono in crisi e tu tieni più a questo stato di sicurezza che hai raggiunto che alla loro compagnia, li lasci perdere.

Penso che siano modi distorti di affrontare la paura di vivere. La vita non è una passeggiata e richiede la capacità di farsi domande complesse e darsi risposte complesse e certe volte sgradevolissime o riconoscere che in molti casi risposte e soluzioni non ce ne sono e ci si assume soltanto, ormai che siamo qui, il rischio di vivere una vita che avrà con sicurezza assoluta le sue serie difficoltà.

I primi anni pensavo che la macrobiotica fosse una cosa conosciuta in tutto il mondo. Alimentazione giapponese, o orientale. Ma poi ho letto che il famoso George Osawa che l'aveva diffusa in America era naturalizzato americano e forse in Giappone non ci era neanche nato, e che se uno in quegli anni andava in Giappone e chiedeva della macrobiotica, nessuno sapeva di che parlasse. La macrobiotica è in realtà un'invenzione dell'Occidente. Ora, passato tanto tempo, può darsi che ci siano ristoranti macrobiotici anche in Giappone, arrivati dall'America.

Una mattina la mia amica un pò fanatica capitò in negozio con il viso stravolto. Che è successo? Le chiesi sinceramente allarmata. 
Mi raccontò che aveva saputo che la moglie e la figlia di Michio Kushi, un altro grande vecchio della macrobiotica, si erano ammalate di cancro. Loro, che da una vita mangiavano macrobiotico. Questo l'aveva precipitata in una profonda disperazione. Se si erano ammalate loro, si poteva ammalare anche lei, non c'era salvezza. Capite bene a che punto si può arrivare con la dipendenza. Questa donna è dotata di grande e vivace intelligenza e spirito critico, attivissimo per ciò che riguarda la politica, la cultura, l'arte... ma in questa cosa particolare era come se disattivasse la funzione.

Un'altra volta capitò in negozio uno che lavorava col Punto macrobiotico e mi portò un volantino da esporre, di un'iniziativa speciale. Avevano organizzato un incontro con un capo Maya, che girava l'Europa per far conoscere la cultura delle popolazioni dell'America centrale. Mi magnificò l'iniziativa e risposi con entusiasmo, perché conoscevo un pò di cose per via di certe letture che avevo fatto di testi tipo "la grande strada del Sole", pubblicato da Einaudi, e altri simili. Dissi dei riti in cui si ferivano per offrire il proprio sangue agli dei e delle guerre rituali e dei sacrifici umani. Mi guardò a bocca spalancata: non ne sapeva niente. Aveva organizzato l'iniziativa con tanta energia, ma senza avere idea di chi gli sarebbe arrivato in casa.

L'Erba salvia è stata chiusa nel 99, sono quasi vent'anni e non avevo più avuto contatti con queste cose. Ma il punto macrobiotico ha continuato a esistere e forse crescere e credo che dopo tanto che i negozi e i ristoranti facevano vita a parte dentro lo stato italiano senza esserne sottoposti alle leggi, dopo tanto che questi "maestri" continuavano a condizionare persone senza che nessuno ci mettesse il naso, probabile che avessero sviluppato una convinzione di onnipotenza, di essere intoccabili.

Tutto sommato ciò che tuttora continua a stupirmi è come fanno persone che hanno studiato, che hanno una preparazione anche solida, a mettere da parte tutto per affidarsi a qualcuno, come questo Pianesi, ma anche altri, perché l'Italia e il mondo sono pieni di questi gruppi giustamente definiti sette, che hanno la terza media, o nessun titolo di studio, e raccontano una quantità di fesserie. Il punto macrobiotico ha tuttora 90000 tesserati o adepti. Mica uno scherzo. Un nostro amico che ci va a mangiare a Sansepolcro o Città di Castello dice che lì è tutto tranquillo, non è cambiato niente, l'affluenza è la solita, e la notizia è che tutto questo è stato messo in piedi dalle Multinazionali. Evviva.

martedì 27 marzo 2018

Amori di primavera



Quante spiegazioni sono necessarie per capire una foto. Ci pensavo guardando questa che ho fatto ieri mentre pulivo la superficie della vasca. Una foto, un mondo.
Ho fatto questo laghetto qualche anno fa, una decina più o meno. Due anni fa introdussi per divertimento una piantina galleggiante, azolla caroliniana, incantevole a osservarla da vicino: se si vuole avere un'idea di cosa siano i frattali bisogna osservare l'azolla. Ma c'è sempre un lato B nelle cose, e in questa c'è il fatto che la piantina minuscola, galleggiante, copre tutta la superficie della vasca con una rapidità che fa impressione, soprattutto quando fa fresco o freddo, come in quest'inverno. Se si lascia fare sembra che lieviti, come una spuma, la vasca sembra un  prato e le gattine hanno imparato a proprie spese che non ci si può camminare: ci sono cadute dentro in estate. Ora la Secchetta quando ha sete scansa le piantine con la zampa e poi si china a bere. Il gelo fa arrossire l'azolla, ma non la uccide, e quella che è sotto le fronde del ceanothus è rimasta verde. L'acqua al di sotto non si vede, ma l'azolla che lavora in superficie e sviluppa le radici immerse, l'ha resa pulitissima, nutrendosi di tutte le sostanze che potrebbero farla imputridire. Però io ho fatto il laghetto anche per vedere l'acqua, e i pesci, e i riflessi sulla superficie, e il cielo che si specchia. Quindi  sono andata a togliere l'azolla con uno strumento di cucina, un colino d'acciaio. Mentre toglievo secchi, grandi secchi per davvero, di azolla, c'era movimento nell'acqua. E' il periodo degli accoppiamenti dei rospi e delle rane, di solito molto prima, a febbraio, ma quest'anno è stato freddo e hanno iniziato più tardi. Fra poco produrranno i lunghi tubi di gelatina pieni di uova e poi arriveranno i girini...Quando si accoppiano non gli importa di essere visti, e ho preso subito il telefono per fotografarli, ma siccome proprio fermi non ci stavano, li ho presi per un pò nel colino da cucina, ecco perché questa foto. La femmina è quella di sotto, il maschio quello di sopra, più piccolo. Fanno anche dei graziosi rumori, mentre lo fanno, quasi un pigolio. 
Le spiegazioni potrebbero finire qui. 
Ma è giusto aggiungere qualcosa. 
I rospi non sono così comuni e diffusi, lo sarebbero, ma li uccide l'uso di pesticidi. Anni fa i bambini di un agricoltore che abitava vicino a Castiglion Fiorentino, pur vivendo in piena campagna, non avevano mai visto un rospo.  Troppi veleni diffusi nell'ambiente e  una gestione dei terreni del tutto innaturale. Il padre diceva che altrimenti la terra non rendeva. I ragazzini videro i primi rospi della loro vita in questa stagione nel loro oliveto, che era in collina e molto più "pulito". Li videro come nella foto, accoppiati e andarono a cercarli nell'enciclopedia, perché ancora non c'erano telefonini o computer. Trovarono che si chiamavano "bufo bufo" e dissero al padre che avevano capito perché bufo-bufo: l'animale era doppio, aveva due teste! Il padre si mise a ridere e spiegò che erano due animali distinti che si stavano accoppiando. I rospi sono utili agli agricoltori, mangiano un sacco di insetti, sono anche indicatori della pulizia e quindi della salute dell'ambiente. Qui, dove evitiamo di usare sostanze pericolose, ce ne sono tanti, per fortuna. Quindi anche se non vi piacciono non storcete il naso. Si dovrebbero allevare bambini solo dove vivono bene anche i rospi.

giovedì 15 febbraio 2018

Incontro

In questi giorni mi è successa una cosa. Dovevo ritirare del denaro da un conto corrente che non uso e dove di solito c'è solo il necessario per la sopravvivenza del conto stesso. Mi serviva per una visita medica. Ero un pò in ansia, la mia vita si è talmente ristretta, fatta sempre di meno cose, che ogni uscita dal mio personale labirinto per cavie umane mi mette in agitazione. Avevo recuperato il PIN, di cui non ero certa di ricordarmi, e invece il mio cervellino l'aveva custodito correttamente, e sono andata a fare l'operazione al bancomat. Tutto è andato bene fino al momento di prendere fisicamente il denaro, allora la macchina ha scritto che dovevo ritirare subito la carta, e l'ho fatto, e intanto aspettavo di vedere un qualche segnale su dove ritirare anche le banconote, che apparisse un pezzettino di carta da qualche parte. Pochi secondi e è apparsa un'altra scritta, avevo aspettato troppo e il denaro veniva trattenuto. 

Vedi che avevo ragione a essere in ansia? All'interno della banca, chiusa, un cassiere mi ha visto e mi ha fatto entrare, un pochino scocciato, anche a lui non piacevano le deviazioni dal labirinto per cavie umane, ma poi, mosso da pietà a vedermi tanto mortificata, mi ha sorriso e ha detto che succede, perché non è chiaro dove escono i soldi, c'è più di una feritoia, e ci si può sbagliare, inoltre si deve essere rapidissimi...ma ora bisognava fare tutta una procedura, e dovevo aspettare e firmare alcuni fogli, e i miei soldi che un minuto fa erano disponibili li avrei riavuti dopo una settimana, se avessi fornito l'IBAN, che ho dovuto cercare a casa e che anche quello non era indicato troppo chiaramente. Dovevo nascere nel 1800, mi sono detta. Con carrozze e cavalli e muli, e senza bancomat. Abbiamo concordato con questo signore che sarei tornata a ritirare e qualcuno mi avrebbe assistito perchè non mi sbagliassi di nuovo. Ieri sono tornata e il cassiere dell'altra volta mi ha detto che era impegnato e che chiamava qualcun'altro per aiutarmi. E' arrivato un uomo giovane e molto grande, dall'aspetto di un gigante buono. Mi ha preceduto davanti al bancomat e lì mi ha detto "Ma non sei te la Lorenza Mori?"
"Sì, sono io..." Ero stupita, quel ragazzo non lo conoscevo.
"E io sono..." Mi ha detto nome e cognome. E' il figlio di due signori che abitavano sopra di noi, all'ultimo piano del palazzo, quando io stavo con i miei genitori, per moltissimi anni. Ci abitano ancora. Quando mi sono sposata lui aveva 8 o 9 anni. Sono fisionomista, ha detto. Io lo ero, ma ricordare un bambino e vedere un uomo...Non so come dire, quest'incontro mi ha reso felice e mi ha illuminato la giornata. Per la simpatia, per l'affetto, per due chiacchiere fatte insieme, per il modo di vedere le cose...per essere stata vista e riconosciuta. Essere riconosciuti da la certezza di esistere e nei propri labirinti spesso questa sensazione si perde. Ho avuto l'impressione che tutta la rottura del bancomat avesse un senso, quello di farmi incontrare questo giovane, che un pizzico di caos avesse generato una luce. Come un piccolo scherzo della sorte, vedi? , ti faccio arrabbiare, ti imbroglio, ma intanto ti sto portando da qualche parte, in un posto che ti farà piacere... Ma siccome ultimamente ho infiniti dubbi sul senso di tutta la faccenda, intendo la realtà, mi limiterò a dire che è stato un bell'incontro. Metto qui anche "L'incontro" di Guccini, da ascoltare fino alla fine quando dice:


...e pensavo dondolato dal vagone
cara amica il tempo prende il tempo da
noi corriamo sempre in una direzione
ma quale sia che senso abbia chi lo sa
restano i sogni senza tempo
le impressioni di un momento, le luci nel buio 
di case intraviste da un treno
siamo qualcosa che non resta
frasi vuote nella testa 
 e un cuore di simboli pieno



venerdì 9 febbraio 2018

aerobico anaerobico gas puzzi odori

Il compostaggio può avvenire in presenza di aria, e quindi di ossigeno, o anche senza. Certe aziende compostano scarti organici in assenza d'aria e raccolgono i gas che si formano, soprattutto metano, e lo riutilizzano come si usa il metano, per far funzionare caldaie e simili, ma naturalmente si tratta di processi quasi industriali. Nel composto familiare si cerca di privilegiare la compostazione aerobica, questo raccomandano i sacri testi, ma io non la faccio tanto lunga, stratifico e si formano anche strati compatti dove ossigeno non entra: pazienza! Quindi aerobico e anaerobico insieme, poi arrivano i lombrichi e entrano nelle parti più compatte e ci pensano loro a arieggiare. Quando tolgo il composto a primavera per spargerlo alle piante trovo strati densi e perfino burrosi, se non fosse che sono marrone scuro. Sembra cibo! E' cibo per piante.
Una volta che si parlava del compostaggio, prima che fosse usato in larga scala per i rifiuti delle famiglie, un tipo di Legambiente mi disse: "Ma tu sai cosa fa la materia organica quando marcisce? Puzza tremendamente! Compostare non è cosa semplice!" Certo che lo sapevo, ma facevo già il composto e sapevo che se fatto anche solo discretamente non puzza. Il problema di questi grandi esperti di ecologia è che spesso non hanno fatto niente con le mani. Tutta teoria.
 Il composto ha un odore, che somiglia un pò a un gradevole odore di stalla pulita e di fieno, certo mi rendo conto che molti adesso non hanno idea di che odore abbia una stalla pulita o il fieno...fidatevi, è buono. Se i materiali sono coperti e stratificati non puzza. E' un odore e non un puzzo. Credo che anche nel nostro composto familiare si liberi un pò di metano, e anche molto azoto, che torna in atmosfera, che è composta per la maggior parte di azoto. E' visitato da tanti animali: il serpente che diceva Loretta nel commento al post precedente che ha per titolo Il suolo. I ricci, a cui piace per il caldino e la presenza di lombrichi e larve.  A proposito di lombrichi Mauro conosceva un signore che era convinto che la parola fosse "ombrico" , l'ombrico, e quindi al plurale diceva gli ombrichi. 
 Anche ai rospi piace il composto. Ne trovai uno qualche anno fa che doveva esser lì  a svernare e si era legato con una radice di gramigna. Lo liberai io, aveva degli occhi arancio molto belli. 

Cosa si mette nel composto? Si è già detto: scarti organici, tutti quelli di cucina, evitando la carne per non attirare animali. Potature di piante, erba tagliata, tutto tagliato in pezzetti piccoli, ci sono allo scopo anche delle macchine chiamate biotrituratori, che io non ho mai usato. Guscio d'uovo: per i biodinamici si tratta di sostanza quasi magica, dato il ruolo di protezione che ha per la macrocellula del pulcino, si consiglia di macinarli e metterne un pizzico nella buca d'impianto delle piantine dell'orto. Anche se non fosse vero che proteggono le piantine è bello pensarlo. 

Nel compost si mette anche la carta, ma bisogna che sia carta non troppo, o per niente, trattata con sostanze tossiche, e non plastificata, ma questo è scontato. Non carta stampata, in ogni modo. Ci si può mettere la segatura, ma anche qui bisogna guardare che non provenga da truciolati in cui il legno è mischiato alle colle, o da legni coperti da una pellicola di plastica, tipo formica.  Se non si è sicuri meglio lasciar perdere, vogliamo fare un buon composto sano. 
In una tv locale una sera facevano vedere il capannone dove avevano stipato l'organico proveniente dalla raccolta differenziata prima di trattarlo, qui ad Arezzo. Uno spettacolo di materiale marcescente in qui si individuavano bene CD,  cassette da registrazione e perfino radioline. Il giornalista si mise a ridere: ma che organico é? chiese. 
No comment. Per onestà bisogna dire che in certi posti hanno delle macchine capaci di ripulire l'organico... meraviglia!
Tuttavia per esperienza personale bisogna fare attenzione a cosa si butta nell'"umido", perché è facile mettere cose inappropriate. Nonostante faccia attenzione trovo spesso, nel compost che faccio io, pellicole di plastica, e soprattutto posate. I nostri cucchiaini da caffè sono passati dal composto quasi tutti. Togliere il composto è un metodo sicuro per ridimensionare il mio ego, se ce ne fosse bisogno: sono convinta di farlo molto bene e che non mi sfugga niente, e invece mi accorgo che mi ci finisce dentro un sacco di porcherie.  Soprattutto plastiche: la plastica in tutte le sue composizioni è diventata così pervasiva, invasiva, direi, che è dappertutto, in frammenti minuscoli che non si riesce più a separare. Per esempio mettono il polistirolo espanso nei terricci per alleggerirli, considerandolo un "inerte". Bah!
 Ora però vedo che questa è diventata, grazie al tam tam di Facebook, un'ossessione comune, che dopo aver nevrotizzato milioni di persone forse servirà a risolvere qualcosa.
Per ora siamo concentrati sui sacchetti e sulle pellicole, ma c'è un sacco di roba fatta di plastica. Nella terra dei campi trovo spesso vecchie suole di gomma. Gomma? materiale naturale, cioè destinato a disfarsi senza fare danni, o pericoloso anche quello? Io in ogni caso lo porto in casa e lo metto nell'indifferenziato. Pare che gli abitanti di questo posto considerassero la terra dei campi una vera discarica, da quando ci abito non faccio che drenare porcherie dalla terra. La terra mi piace pulita, sarà perchè sono nata sotto un segno di terra, la considero sacra, la madre di tutti. 

Per molti anni abbiamo abitato in un altro posto, e qualche volta portavo le bambine a scuola passando da una stradina dei campi, dove poteva passare una sola auto. C'era un campo recintato e dentro una capannina con un orto, un piccolo frutteto, dei vasi fioriti, un tavolo con un'incerata sopra e delle sedie, e tutto perfettamente in ordine e pulito. Davanti al cancello sempre chiuso a chiave, c'era un fosso. E lungo il fosso il pulitissimo abitante della capannina ammucchiava i suoi rifiuti e poi li bruciava, grandi cumuli di plastica dei sacchi del concime, e rami secchi e erba tagliata. La plastica si scioglie col calore ma non brucia tutta, occorrono le temperature alte di un inceneritore, si formano composti nuovi e tossici, le temute diossine, e il fumo puzza tremendamente. Quando pioveva tutto il liquame finiva nell'acqua del fosso. E' opinione comune in campagna che il fuoco sia purificatore e la plastica, dal momento che non si vede più, sia andata, come la carta. Tutto lo sporco fuori e dentro pulito, questo è stato il concetto di molti anni di gestione delle cose, qui da noi. E' così facile, rifiuti portati in giro in paesi che li accettavano in cambio di denaro, in fondo come paradigma basta prendere il mio omino di allora e la sua capannina linda. Senza considerare che questo pianeta è un sistema chiuso, e quella roba ce la saremmo ritrovata prima o poi nel piatto, nell'aria che si respira, e infine nel sangue.

domenica 4 febbraio 2018

La Paisible Award

LA PAISIBLE AWARD, premio Audrey Hepburn




Pare che la mia amica Sari mi abbia consegnato un premio! Un premio dedicato all'eleganza...benchè io non sia mai stata elegante e le mie figlie dicano che mi vesto completamente a caso, lo accetto comunque volentieri perché so che Sari mi vuole bene. Il premio parte da qui. E' giusto citare la fonte. 


Si tratta ora di riconsegnarlo e come non pensare ad una signora che ha vissuto immersa nell'eleganza e nel mondo della moda e dell'arte fin da giovanissima?  Poi però, siccome per me l'eleganza è legata per forza all'autenticità, lo assegno ad altri due blogger. Qui di seguito il mio piccolo elenco, piccolo e prezioso. Consegno il Paisible Award, con affetto, a 

Strega Bugiarda

Un roseto in via Cerreto

Agricoltore anacronistico 

venerdì 2 febbraio 2018

Francesco Guccini, l'ultima volta

Era il 1970, o 71. Avevo perciò 15 o 16 anni. Santo Dio, 48 anni fa. La mamma annunciò che avevamo un invito a cena a casa dell'ingegnere che ha sempre avuto lo studio in comune col mio babbo, un rapporto non tanto profondo, ma che è durato un tempo lunghissimo, fra due persone che più diverse è difficile immaginare, che forse l'unica cosa che avevano in comune era l'essere ingegneri tutti e due. Io, e credo anche mio fratello, ci andavamo volentieri perchè c'erano 4 ragazzi, i figli, con cui potevamo chiacchierare. La Paola, la maggiore, di qualche anno più grande di me, mi disse "Vieni, ti faccio sentire una cosa..." Mise un disco "E' un ragazzo che viene a Lippiano, d'estate, dove vado in vacanza dalla mia nonna..ha fatto un disco che mi piace, ascolta, si chiama Francesco..." Lippiano è in Val Tiberina, vicino a Monterchi, dove c'è la Madonna del Parto. Era fenomenale che un ragazzo che lei conosceva avesse fatto un disco! Mi fece sentire alcune canzoni, molto orecchiabili, di quelle che si chiamano ballate, che non ho mai più dimenticato. Una era questa: Vedi cara

Era la prima volta che ascoltavo Francesco Guccini. Non era ancora tanto conosciuto, forse un pò di più a Bologna. La Paola disse "un ragazzo", ma era abbastanza più grande di noi, è nato nel 1940. Quando risento Vedi cara riprovo, come succede, le emozioni e le attese di quegli anni. Nel tempo l'ho più o meno seguito e al lavoro canticchio una canzone sua che mi piace tantissimo e si chiama "L'incontro", e anche "l'avvelenata" e la Genesi dell'Opera Buffa.

Ma poi una di queste sere ho sentito, sempre sul terzo della rai alla radio, che è il mio ascolto di quando vado a lavorare, una sua canzone dall'"Ultima Thule", che non conoscevo. Mi è sembrata così dolce e così precisamente corrispondente a certe cose che sento ora. L'ultima volta, si intitola così. Sono alcune ultime volte: l'ultima volta che Francesco indossa i sandali che i suoi gli compravano per l'estate, ed è l'addio all'infanzia, ai giochi. L'ultima volta che vede una ragazza, un amore giovanile, breve e bruciante, poi dimenticato. Un'immagine della sua famiglia, la mamma che canta, e il babbo che fuma, mentre lui legge il giornale prima di tornare a studiare. E poi c'è un'ultima volta che deve ancora arrivare, dell'ultimo giorno della vita, l'ultimo in cui si vedrà il sole nascere, e si sentirà il vento o la pioggia, e semplicemente, finirà il respiro. Negli ultimi tempi sono morte diverse persone che in vario modo avevo conosciuto e avevano fatto parte di me. Ogni persona che se ne va mi pare si perda un pezzetto della mia identità, ognuno si porta via qualcosa. Questa canzone mi ha commosso e mi ha fatto piangere. Più vado avanti e più mi pare che la vita sia un grande mistero, e non mi spiego perché certe vite siano così difficili e e in salita, e tuttavia bellissime, e quale sia il senso, ma resto in attonito e incantato silenzio con tutte le mie domande. Non immaginavo che avrei avuto tante domande, da anziana, pensavo che avrei avuto molte risposte, e invece forse ho solo un pò accettato il mistero in cui siamo immersi.

Non è male piangere, qualcosa si scioglie e un nodo si disfa. Ma alla mia età penso che sia bene farlo in solitudine, una donna di una certa età che piange fa pena e non è dignitosa. Eppure ne avevo bisogno, avevo accumulato una certa quantità di dolore che non ero riuscita a esprimere, e malinconia e nostalgia. Ho passato qualche giornata a fare un piantino ogni tanto, è una cosa di famiglia, una delle mie figlie da piccola veniva con le lacrime agli occhi e mi diceva, come se potessi porci rimedio, "Mamma questa musica mi fa piangere..." Oggi  regalo questa canzone, e le altre che trovate nei link, a chi passa di qui, e ringrazio Francesco Guccini per tutti gli anni che l'ho ascoltato, da quella prima volta a casa della Paola.

                               L'ultima volta

sabato 20 gennaio 2018

il suolo

A Paneveggio, vicino al ponte sul Travignolo, visitai un piccolo museo dedicato al suolo che mi commosse. Strano, no? , commuoversi per il suolo, eppure se sapessimo quante creature vivono e lavorano nel suolo che calpestiamo staremmo attenti perfino a dove mettiamo i piedi. Ci sono più esseri viventi che terreno inerte, sotto le nostre scarpe. Tutti vivono e lavorano per vivificare la terra, renderla fertile. Sotto di noi un universo di creature diversissime,  insetti, batteri, microrganismi, radici di piante piccolissime, ma anche di enormi alberi, che si muovono, esplorano e stanno in simbiosi con gli organi sotterranei dei funghi... si può solo dire che è meraviglioso. E' per questo che mettere le mani nella terra fa tanto bene? 
Da qualche anno i Comuni distribuiscono le compostiere per incoraggiare la pratica del recupero degli scarti, ma certo se la gente non sa bene come usarle servono a poco. Poi sembra che se non si ha una compostiera il composto non si può fare.  Io non l'ho voluta, faccio il composto fuori terra e tutto quello che mi serve è un pezzetto di campo che io stessa pulisco dalle erbacce, cosiddette erbacce, ma buone anche quelle. Qualcuno che si è informato riesce a far funzionare la compostiera. Una volta una signora che abitava nei dintorni mi chiese di dare un'occhiata alla sua compostiera per capire cosa non funzionava: aprì il coperchio e si alzò una nuvola di insetti, moscerini della frutta e mosche, mosconi di tutti i generi. E' questo che succede quando il materiale organico marcisce, si formano sostanze puzzolenti che attirano gli animali amici dei cadaveri. Dentro, uno spettacolo disarmante di roba buttata a infradiciare senza copertura. Mi misi a ridere: cos'era che non andava? Tutto. Provai a spiegare che se non metteva dentro anche qualcosa che assorbisse i liquidi, del materiale asciutto, non c'era possibilità di avere del buon composto. Ma la signora non mi ascoltò, mi sentì parlare ma non mi ascoltò. Qualche volta lo scambio, pur avendo tutti gli organi che servono perfettamente a posto, è impossibile. 
Molte persone, fra cui anche io parecchi anni fa, pensano che la natura sia abile e perfetta senza il nostro intervento, ma anche se osserviamo gli animali vediamo che praticano vere e proprie tecniche per migliorare certi processi utili alle loro esistenze. Anche loro, che ci sembrano più natura di noi, imparano a migliorare la natura.

I libri di biodinamica sono in gran parte dedicati a questo: la cura del suolo, del terreno. Sembra noioso, ma è basilare. Quando si cura il suolo, o si risana, se ne avvataggiano anche le creature che ci vivono. Una volta sentii una conferenza dell'associazione "Suolo e salute" (per l'appunto). Il relatore raccontava di una mandria di vacche ammalate, a cui mancavano certi minerali importanti per la salute. Avevano provato a inserirli nella dieta, ad aggiungerli ai foraggi, ma non riuscivano ad assimilarli. Dopo vari tentativi andati a vuoto a qualcuno era venuta l'idea di usare una concimazione per i pascoli che contenesse quei sali minerali. Le erbe li avevano assorbiti e elaborati, e le vacche avevano mangiato quelle erbe ed erano guarite, riuscendo a assimilare quello che serviva  per star bene.
 
Compostare, si può imparare a farlo anche con raffinatezza. Questo insegnava il libretto sul composto dell’editrice antroposofica, che non ho più, prestato a qualcuno e mai tornato indietro. Faceva parte dei quaderni di biodinamica. Lo devo ricomprare. Poi avevo, e ho ancora, un altro libro semplice che si intitola “l’orto e il giardino, come coltivarli con metodo biologico” ed è un libro americano, scritto dai redattori di una rivista che si chiama “organic gardening and farming”. Gli americani, si sa, sono pragmatici. Quando studiavo materie scientifiche il prof di analisi matematica diceva che nelle nostre università le dimostrazioni dei teoremi erano lunghe e non si saltava neanche un passaggio, così si poteva essere certi del risultato. Nelle università americane, invece, diceva lui, le dimostrazioni sono intuitive, i passaggi si saltano con disinvoltura. Questo libretto in questo senso è molto americano ed è adatto ad un primo approccio col biologico, e a un antigiardiniere. E’ da questo libretto che ho imparato a usare in modo non ortodosso il tagliaerba, e ho anche imparato che mettere nel composto materiali diversi lo arricchisce. Ogni materiale contiene qualche sostanza particolare. Per una pasticciona a cui piace recuperare era una scoperta, e dava, come dirlo altrimenti, il permesso, di pasticciare! Diceva che i capelli umani contengono moltissimo azoto e che se ben umificati si compostano bene, si può fare un accordo con un barbiere, per passare a ritirarli. Mi veniva da ridere! Mi immaginavo di ritirare sacchi di capelli dalla mia parrucchiera. E tutti quelli tinti, che è più roba chimica artificiale che altro? Meglio di no.
Parlava anche delle bucce di banana,  degli scarti della lavorazione del cacao e di accordi fatti con venditori e supermercati per poter ritirare grandi quantità di materiale organico. Sull’onda dell’entusiasmo feci una stupidaggine. Vicino al posto dove lavoravo c’era un supermercato che vendeva pesce fresco. Quando lo compravo vedevo che scartavano le interiora, le code, le teste, e buttavano tutto in dei sacchi azzurri. Gli scarti di pesce compostati sono ottimi per le piante. Un giorno intorno alle due andai a frugare in uno dei loro bidoni. Per fortuna in giro non c’era nessuno. Caricai in auto uno di questi sacchi puzzolenti pensando di trovarci un tesoro di scarti di pesce, ma c’era soprattutto carta. Quel poco lo aggiunsi comunque al composto. Non avevo pensato ai cani, i nostri cani. L’odore gli piacque moltissimo e ci si rotolarono sopra.
L’istinto del cane è di coprirsi di odori tremendi per confondere le prede e non far sentire il proprio, di odore. Il giorno dopo puzzavano come una pescheria andata a male. Mi sentii così stupida per non averci pensato. E se ci penso bene mio marito e le mie figlie hanno avuto una pazienza... per fortuna i cani dormivano fuori e poi li lavammo tutti. Gli esperimenti finirono lì e anche i sogni di procurarmi materiali gratuiti di scarto e fare enormi cumuli di magico compost che rendeva la terra fertilissima, come la scatolina con la manciata di terreno del bosco di Lorien che la fata Galadriel regalò a Sam Gangee nel Signore degli anelli. Darei non so cosa per quel cofanetto.